No Justice No Peace

“È successo a brother Rodney King, colpevole del crimine di esser nato nero nella buia capitale dell’impero del denaro. Colpo su colpo, battuto come un polpo, legato, incaprettato e trascinato per lo scalpo”.

Così cantava Frankie Hi Nrg nel 1993, commentando il brutale pestaggio di un tassista afroamericano da parte della polizia di Los Angeles avvenuto nel 1991.

Sono passati tanti anni, l’America si trova nuovamente di fronte questo fantasma. Pochi giorni fa la polizia di Minneapolis ha brutalmente fermato, picchiato e soffocato George Floyd.

L’uomo, incastrato con la testa sotto il ginocchio di un agente, ha chiesto aiuto urlando che non riusciva a respirare, ma questo non è stato sufficiente per salvargli la vita.

L’agente che lo teneva schiacciato al suolo si chiama Derek Chauvin. Sui social network circolano foto che lo ritraggono con il cappellino “make whites great again” – facciamo tornare i bianchi all’età dell’oro – oppure sul palco accanto al Presidente Trump in uno dei suoi comizi. Ma la veridicità di questi scatti resta ancora tutta da provare.

Il dato di fatto è che i quattro agenti sono stati licenziati dopo la diffusione di un video che smentiva clamorosamente la loro ricostruzione dei fatti, mostrandone chiaramente la crudeltà e la violenza.

Il razzismo è un mostro difficile da combattere, getta le sue radici nel profondo inconscio di una società e le intreccia con mille altre frustrazioni: per questo motivo, è fondamentale che le forze dell’ordine agiscano nel rispetto della legge, che restino sempre pulite e al di sopra di ogni sospetto.

Altrimenti non c’è alcun modo di evitare il dilagare della violenza.

Roma 27.5.2020

No Justice No Peace

Dottorato Honoris Causa

All’arrivo nei campi venivano rasati i capelli, per le donne era una privazione della femminilità. Mentre ero in fila una kapò notò la mia folta chioma e decise che io avrei dovuto tenerla. Naturalmente, dopo pochi giorni i capelli mi si riempirono di pidocchi. Mi fu visto camminare un pidocchio sul viso e fui isolata. Mi rasarono da sola, nel gelo del campo. I soldati che passavano ridevano di me, si domandavano per quale motivo fossi ancora in vita”.

Queste sono alcune delle parole pronunciate dall’onorevole Liliana Segre, in occasione della inaugurazione dell’anno accademico, a La Sapienza.

Nel celebre Ateneo, Segre ha ricevuto il Dottorato Honoris Causa in Storia dell’Europa ed ha tenuto, davanti al Presidente della Repubblica e a molte altre autorità, una Lectio Magistralis dal significativo titolo “La Storia sulla pelle”.

Prima di andare via, ha voluto abbracciare il ragazzo che ha partecipato alla cerimonia come rappresentante del corpo studentesco e che è stato al centro di grandi polemiche, nei giorni scorsi, perché accusato di essere neofascista.

“Che bel ciuffo che hai… porti i capelli come mio nipote, posso baciarti?”.

Vorrei ringraziare questa grande donna per la sua immensa lezione di umanità, per la sua straordinaria dignità, per la sua dolorosa memoria.

“Anche se sono vecchia, resto sempre quella bambina che un giorno fu espulsa da scuola per la colpa di essere nata”.

Roma 18.2.2020

Cara Senatrice, Dottoressa Segre, noi siamo i tuoi studenti, la tua famiglia, le tue guardie del corpo.

Grazie di essere nata
❤️

25 Aprile

Non è vero che oggi è la festa di tutti.

Non è festa per i mafiosi, per i camorristi, per i membri delle logge massoniche deviate. Non è festa per quelli che evadono le tasse, inquinano i fiumi, costruiscono abusivamente edifici di sabbia.

Oggi non è la festa dei furbetti del cartellino, dei compagni di merende, degli imprenditori che ridono soddisfatti dopo un terremoto. Non è la festa dei politici corrotti e dei loro mille corruttori. Non è la festa di chi non va a votare “tanto sono tutti uguali”.

Soprattutto, oggi non è festa per quelli che si professano orgogliosamente “fascisti” e tendono fieri il braccio destro, in segno di saluto.

Il 25 aprile è festa per chi ama questo Paese, la sua sconfinata cultura, la sua arte e la sua Costituzione.

È la festa di una fragile democrazia nata grazie al coraggio e al sacrificio dei nostri avi.

Rispettiamola, onoriamola e difendiamola, tutti i giorni.

È la cosa più bella che abbiamo, la nostra unica e preziosa speranza di un futuro migliore.

Roma A.D. 2019

Ora e Sempre

Quisque Faber

“Quisque Faber…”, diceva spesso mio nonno, con fare meditabondo. E nonna, sottovoce, aggiungeva “io non ci credo mica”. Da bambino pensavo che questo Quisque Faber fosse un personaggio famoso, un grande poeta, un cantante… crescendo, ho capito che la frase pronunciata da nonno era invece parte di un motto. Faber Est Suae Quisque Fortunae. Significa che ciascuno è artefice del proprio destino. “Io non ci credo mica”, aggiungeva nonna sottovoce. A Quisque Faber ho pensato quando ho conosciuto la storia di Manuel Bortuzzo, un bravo ragazzo, il giovane e promettente atleta che è stato gravemente ferito pochi giorni fa, durante un agguato infame, alla periferia di Roma. Manuel è stato raggiunto da un colpo da sparo che non era diretto a lui. Uno scambio di persona. Un errore. Un caso. Quella sera, non doveva nemmeno trovarsi lì. Stava andando al pub, ma gli avevano detto che c’era una rissa in corso, quindi, lui e la sua fidanzata avevano deciso di girare alla larga. Sono tornati sul posto dopo qualche ora, quando ormai la rissa era finita, per comprare le sigarette. Il caso… Il destino. Fatto sta che Manuel non potrà più camminare. La fidanzata, invece, è viva per “miracolo“. Alcune persone diranno che Dio ha voluto così, “io non ci credo mica”, direbbe nonna. Davvero non riesco a capire per quale motivo Dio dovrebbe desiderare che un ragazzo di diciannove finisca su una sedia a rotelle – con tutti i malfattori in buona salute che ci sono nel mondo. Troppo facile, nel bene e nel male, dare la responsabilità a Dio. Sono gli uomini che discutono, si insultano, bisticciano e poi sparano, accecati dal rancore.

Siamo piccoli, fragili e mortali. Esposti all’odio dei folli come a mille altri rovesci del destino.

Questo dovrebbe essere un buon motivo per dedicarci esclusivamente ad amare. Impegnare il tempo che abbiamo a disposizione per fare esclusivamente del bene.

La vita è davvero troppo corta per discutere.
Di noi, resterà solo l’amore che abbiamo donato.

Il gabbiano Jonathan Livingston

Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach, Fotografie di Russell Munson, BUR, Milano 1994, pp.103, L. 10.000.

Il gabbiano JL è una storia breve o, se preferite, una piccola favola. Racconta di un gabbiano che non si accontenta di fare quello che fanno gli altri membri del suo stormo – interessati soltanto al cibo. JL è un anticonformista, un genio ribelle che non accetta i valori “borghesi” della società in cui vive. Rileggendolo, mi sono tornate in mente le parole di una canzone dei Litfiba che recita: “lavorare per contare non si può dire che sia godere/meglio impazzire che stare qui a vegetare”. In effetti, JL non capisce cosa facciano tutto il giorno gli altri gabbiani e per quale motivo stiano sprecando la propria esistenza. Ciò che egli ama di più, nella vita, è volare. Mentre gli altri si accontentano di piaceri semplici, JL si dimentica persino di mangiare: passa intere a perfezionare il suo stile, per essere sempre più veloce ed eseguire pericolose acrobazie e volteggi. A causa di queste sue ambizioni, verrà prima severamente redarguito e poi letteralmente esiliato dal branco. Tuttavia, non avrà alcun rimorso. JL continuerà a rincorrere il suo sogno, incurante delle opinioni degli altri – un po’ come i protagonisti dello struggente La La Land – fino al giorno in cui due gabbiani – che egli inizialmente crede essere due angeli – non lo verranno a prendere per condurlo in un altro branco, dove tutti amano volare esattamente quanto lui. In questa nuova famiglia, JL incontrerà il suo vero Maestro, che gli spiegherà come vivere sempre qui e ora, consentendogli di superare ogni limite comportandosi come se fosse già arrivato dove desidera essere – immagino che a molti di voi sia venuta in mente la famosa teoria dell’altrettanto famoso “The Secret”, tenete presente, però, che il gabbiano JL è stato pubblicato per la prima volta nel 1970. Evito di svelarvi tutta la trama, di questo racconto mi hanno colpito due temi.

Il primo è il fatto è che JL sembra interpretare la libertà come assoluta assenza di vincoli. Esplicitamente, afferma di non essere libero perché non riesce a superare i limiti che gli sono stati imposti dalla natura. Da un lato, questa ribellione lo rende un personaggio epico – esemplare – perché ci insegna a non demordere, a non ascoltare chi ci dice che non possiamo fare qualcosa, o raggiungere un certo risultato – esattamente come il protagonista di Alla ricerca della felicità insegna al suo piccolo bambino: non devi mai permettere a nessuno di dirti che non puoi fare qualcosa. Dall’altro, questo rifiuto del concetto di limite sembra supporre una concezione rozzamente adolescenziale della libertà. L’essere umano può sperimentare una libertà limitata. La libertà, per un uomo, non è il contrario delle limitazioni: la nostra libertà è naturalmente finita e vincolata. Per questo motivo, pensare di essere liberi da qualsiasi vincolo equivale a pensare di non essere uomini. O di non essere vivi.

Il secondo tema che mi ha colpito di questo racconto è l’idea della reincarnazione alla quale esso allude. Jl vive infatti diversi livelli di consapevolezza. Sebbene egli non muoia mai, la sua anima letteralmente ascende a vette sempre superiori. Come tutti sapete, la metempsicosi è quella teoria per cui ciascuno di noi vive molte vite, incarnandosi di volta in volta in altre e diverse forme. Se la leggiamo così come è scritta, può far sorridere. Non tutti riescono a credere di essere stati, in una vita precedente, un lombrico – o che saranno una farfalla nella prossima. Eppure, ci sono persone convinte di essere già vissute – magari nel XVI secolo – e che l’anima che portano dentro troverà altri corpi da abitare dopo la morte. Consideriamo però che queste teorie possono essere lette anche in senso metaforico e psicologico. Di fatti, siamo tutti costretti a ripetere “all’infinito” gli stessi errori – restare incastrati in un livello evolutivo – fino a quando non troviamo la chiave giusta per guarire – e passare al livello evolutivo successivo. Fino a quel momento, si tratta di continuare a prendere schiaffi da “quella mano, sempre troppo uguale, che non sai evitare” (Ligabue).

Inoltre, ciascuno di noi, nella propria vita, può essere posseduto dalla rabbia, dallo stress, dalla paura, dalla depressione… queste malattie ci costringono a vivere da bestia feroce, da coniglio, o addirittura, da minerale – ci possono portare a non uscire più di casa, a non avere relazioni con gli altri esseri umani. Sino a quando, da soli o grazie all’aiuto di un’altra persona, non riusciamo a rompere il circolo vizioso in cui siamo entrati per arrivare ad una fase superiore – metaforicamente: una vera e propria reincarnazione in un livello evolutivo più alto. Considerando la questione sotto altro e diverso punto di vista, esistono fior fior di studiosi pronti a scommettere che le nevrosi possano trasmettersi geneticamente, così come altre malattie. Ecco allora la reincarnazione: il nonno del nonno aveva paura dell’acqua, lo zio dello zio era bipolare – anche se a quei tempi avrebbero detto solo “strambo” – e il pronipote si ritrova ad aver ereditato quella stessa fobia.  Anche in questo caso, ragionando metaforicamente, possiamo pensare che esista una sorta di metempsicosi. Il Demone della depressione, che tanto aveva fatto soffrire un tuo vecchio avo, è arrivato sino a te per via genetica, adesso tocca a te sconfiggerlo, per consentire alla tua anima di migrare verso un altro corpo – i tuoi figli – libera e più consapevole.

Insomma, Il gabbiano JL è chiaramente una favola, ma offre molti spunti di riflessione. Vi consiglio di leggerlo, perché si tratta di un grande classico della letteratura, perché ha  sicuramente qualcosa da insegnare e perché il libro è corredato da splendide foto di gabbiani.

Voto: 7 e mezzo

Soprattutto, leggetelo se volete riflettere sul vostro stile di volo. Come il libro che ho recensito la scorsa settimana, Il gabbiano JL può essere finito in brevissimo tempo, ma vi lascerà una eredità duratura.