Quisque Faber

“Quisque Faber…”, diceva spesso mio nonno, con fare meditabondo. E nonna, sottovoce, aggiungeva “io non ci credo mica”. Da bambino pensavo che questo Quisque Faber fosse un personaggio famoso, un grande poeta, un cantante… crescendo, ho capito che la frase pronunciata da nonno era invece parte di un motto. Faber Est Suae Quisque Fortunae. Significa che ciascuno è artefice del proprio destino. “Io non ci credo mica”, aggiungeva nonna sottovoce. A Quisque Faber ho pensato quando ho conosciuto la storia di Manuel Bortuzzo, un bravo ragazzo, il giovane e promettente atleta che è stato gravemente ferito pochi giorni fa, durante un agguato infame, alla periferia di Roma. Manuel è stato raggiunto da un colpo da sparo che non era diretto a lui. Uno scambio di persona. Un errore. Un caso. Quella sera, non doveva nemmeno trovarsi lì. Stava andando al pub, ma gli avevano detto che c’era una rissa in corso, quindi, lui e la sua fidanzata avevano deciso di girare alla larga. Sono tornati sul posto dopo qualche ora, quando ormai la rissa era finita, per comprare le sigarette. Il caso… Il destino. Fatto sta che Manuel non potrà più camminare. La fidanzata, invece, è viva per “miracolo“. Alcune persone diranno che Dio ha voluto così, “io non ci credo mica”, direbbe nonna. Davvero non riesco a capire per quale motivo Dio dovrebbe desiderare che un ragazzo di diciannove finisca su una sedia a rotelle – con tutti i malfattori in buona salute che ci sono nel mondo. Troppo facile, nel bene e nel male, dare la responsabilità a Dio. Sono gli uomini che discutono, si insultano, bisticciano e poi sparano, accecati dal rancore.

Siamo piccoli, fragili e mortali. Esposti all’odio dei folli come a mille altri rovesci del destino.

Questo dovrebbe essere un buon motivo per dedicarci esclusivamente ad amare. Impegnare il tempo che abbiamo a disposizione per fare esclusivamente del bene.

La vita è davvero troppo corta per discutere.
Di noi, resterà solo l’amore che abbiamo donato.

Il gabbiano Jonathan Livingston

Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach, Fotografie di Russell Munson, BUR, Milano 1994, pp.103, L. 10.000.

Il gabbiano JL è una storia breve o, se preferite, una piccola favola. Racconta di un gabbiano che non si accontenta di fare quello che fanno gli altri membri del suo stormo – interessati soltanto al cibo. JL è un anticonformista, un genio ribelle che non accetta i valori “borghesi” della società in cui vive. Rileggendolo, mi sono tornate in mente le parole di una canzone dei Litfiba che recita: “lavorare per contare non si può dire che sia godere/meglio impazzire che stare qui a vegetare”. In effetti, JL non capisce cosa facciano tutto il giorno gli altri gabbiani e per quale motivo stiano sprecando la propria esistenza. Ciò che egli ama di più, nella vita, è volare. Mentre gli altri si accontentano di piaceri semplici, JL si dimentica persino di mangiare: passa intere a perfezionare il suo stile, per essere sempre più veloce ed eseguire pericolose acrobazie e volteggi. A causa di queste sue ambizioni, verrà prima severamente redarguito e poi letteralmente esiliato dal branco. Tuttavia, non avrà alcun rimorso. JL continuerà a rincorrere il suo sogno, incurante delle opinioni degli altri – un po’ come i protagonisti dello struggente La La Land – fino al giorno in cui due gabbiani – che egli inizialmente crede essere due angeli – non lo verranno a prendere per condurlo in un altro branco, dove tutti amano volare esattamente quanto lui. In questa nuova famiglia, JL incontrerà il suo vero Maestro, che gli spiegherà come vivere sempre qui e ora, consentendogli di superare ogni limite comportandosi come se fosse già arrivato dove desidera essere – immagino che a molti di voi sia venuta in mente la famosa teoria dell’altrettanto famoso “The Secret”, tenete presente, però, che il gabbiano JL è stato pubblicato per la prima volta nel 1970. Evito di svelarvi tutta la trama, di questo racconto mi hanno colpito due temi.

Il primo è il fatto è che JL sembra interpretare la libertà come assoluta assenza di vincoli. Esplicitamente, afferma di non essere libero perché non riesce a superare i limiti che gli sono stati imposti dalla natura. Da un lato, questa ribellione lo rende un personaggio epico – esemplare – perché ci insegna a non demordere, a non ascoltare chi ci dice che non possiamo fare qualcosa, o raggiungere un certo risultato – esattamente come il protagonista di Alla ricerca della felicità insegna al suo piccolo bambino: non devi mai permettere a nessuno di dirti che non puoi fare qualcosa. Dall’altro, questo rifiuto del concetto di limite sembra supporre una concezione rozzamente adolescenziale della libertà. L’essere umano può sperimentare una libertà limitata. La libertà, per un uomo, non è il contrario delle limitazioni: la nostra libertà è naturalmente finita e vincolata. Per questo motivo, pensare di essere liberi da qualsiasi vincolo equivale a pensare di non essere uomini. O di non essere vivi.

Il secondo tema che mi ha colpito di questo racconto è l’idea della reincarnazione alla quale esso allude. Jl vive infatti diversi livelli di consapevolezza. Sebbene egli non muoia mai, la sua anima letteralmente ascende a vette sempre superiori. Come tutti sapete, la metempsicosi è quella teoria per cui ciascuno di noi vive molte vite, incarnandosi di volta in volta in altre e diverse forme. Se la leggiamo così come è scritta, può far sorridere. Non tutti riescono a credere di essere stati, in una vita precedente, un lombrico – o che saranno una farfalla nella prossima. Eppure, ci sono persone convinte di essere già vissute – magari nel XVI secolo – e che l’anima che portano dentro troverà altri corpi da abitare dopo la morte. Consideriamo però che queste teorie possono essere lette anche in senso metaforico e psicologico. Di fatti, siamo tutti costretti a ripetere “all’infinito” gli stessi errori – restare incastrati in un livello evolutivo – fino a quando non troviamo la chiave giusta per guarire – e passare al livello evolutivo successivo. Fino a quel momento, si tratta di continuare a prendere schiaffi da “quella mano, sempre troppo uguale, che non sai evitare” (Ligabue).

Inoltre, ciascuno di noi, nella propria vita, può essere posseduto dalla rabbia, dallo stress, dalla paura, dalla depressione… queste malattie ci costringono a vivere da bestia feroce, da coniglio, o addirittura, da minerale – ci possono portare a non uscire più di casa, a non avere relazioni con gli altri esseri umani. Sino a quando, da soli o grazie all’aiuto di un’altra persona, non riusciamo a rompere il circolo vizioso in cui siamo entrati per arrivare ad una fase superiore – metaforicamente: una vera e propria reincarnazione in un livello evolutivo più alto. Considerando la questione sotto altro e diverso punto di vista, esistono fior fior di studiosi pronti a scommettere che le nevrosi possano trasmettersi geneticamente, così come altre malattie. Ecco allora la reincarnazione: il nonno del nonno aveva paura dell’acqua, lo zio dello zio era bipolare – anche se a quei tempi avrebbero detto solo “strambo” – e il pronipote si ritrova ad aver ereditato quella stessa fobia.  Anche in questo caso, ragionando metaforicamente, possiamo pensare che esista una sorta di metempsicosi. Il Demone della depressione, che tanto aveva fatto soffrire un tuo vecchio avo, è arrivato sino a te per via genetica, adesso tocca a te sconfiggerlo, per consentire alla tua anima di migrare verso un altro corpo – i tuoi figli – libera e più consapevole.

Insomma, Il gabbiano JL è chiaramente una favola, ma offre molti spunti di riflessione. Vi consiglio di leggerlo, perché si tratta di un grande classico della letteratura, perché ha  sicuramente qualcosa da insegnare e perché il libro è corredato da splendide foto di gabbiani.

Voto: 7 e mezzo

Soprattutto, leggetelo se volete riflettere sul vostro stile di volo. Come il libro che ho recensito la scorsa settimana, Il gabbiano JL può essere finito in brevissimo tempo, ma vi lascerà una eredità duratura.

Dovrebbe essere grato chi dà

0. La nuova casa
Da quando ho modificato la home del blog – festeggiando i risultati raggiunti negli ultimi sei mesi – molte persone mi hanno scritto per “ringraziarmi”, confidandomi che stanno attraversando un “periodo particolare” o “di difficoltà” e che la lettura del blog, in qualche modo, li sta aiutando a sorridere e riflettere. Tutto ciò ha provocato in me due sensazioni contrastanti, la prima è stata la gioia della comunicazione, dovuta al fatto che
questo esperimento sta riuscendo, alla consapevolezza che stiamo effettivamente condividendo qualcosa. La seconda è stata la sensazione che molti stanno attraversando un periodo difficile –  a prescindere da questo maledettissimo caldo – fatto di solitudine, e nostalgie.  Tutto ciò mi ha offerto lo spunto per la riflessione di questa settimana.
Premetto una cosa molto importante: pur avendo tratto ispirazione da alcuni messaggi, non mi riferisco in alcun modo alla specifica situazione in cui versano le persone che mi hanno scritto. Insomma, “ogni riferimento a fatti o persone […]” è puramente casuale.

Coltiva1

1. La prima soluzione.
La cura che io propongo a tutti coloro i quali sentono di non essere pienamente appagati e felici, la soluzione che suggerisco a tutti coloro i quali si svegliano e vanno a dormire con un macigno sul petto, insomma, la via di uscita che mi sento di indicare a tutti coloro i quali si sentono strangolare dalle nevrosi è di fare qualcosa per gli altri. Concretamente. Io vi invito a spostare il vostro baricentro interiore, la vostra attenzione. Dovete distogliere l’occhio della coscienza dalla condizione in cui vi trovate. Provate ad andare verso l’esterno. Esistono milioni di associazioni di volontariato che si occupano dei problemi più disparati: dall’accoglienza dei profughi alle cure per gli anziani, dalla tutela dell’ambiente, al ricovero degli animali abbandonati. Scegliete la vostra causa ed impegnatevi, seriamente, per qualcuno o qualcosa. Non è facile smettere di preoccuparsi per se stessi. Prima di tutto, perché non è naturale – il nostro istinto di conservazione ci suggerisce di prenderci cura, prima di tutto, della nostra vita – e poi, perché i mezzi di comunicazione ci raccontano ogni giorno che dobbiamo “prenderci cura di noi”, perché noi siamo tremendamente importanti.
“Come ti senti oggi? Di cosa avresti bisogno per essere veramente felice? Prendi ciò che vuoi, perché tu sei speciale, te lo meriti”. Per non parlare del divismo che dilaga sui reality, sui talent e sui social network (Il fatto che abbia una pagina pubblica e che utilizzi Facebook non significa che approvi tutto quello che leggo – ho una casa a Roma, ma questo non significa che sottoscriva tutto quello che fanno o dicono i miei concittadini). Il risultato di tutta questa spazzatura mediatica è che le persone si convincono davvero di essere speciali, magiche, uniche. Quindi, credono di dover quantomeno raggiungere – o peggio ancora di dover difendere – uno status esistenziale fatto di assoluta comodità e benessere. Come diretta conseguenza, le nevrosi di queste persone crescono sino a divorarne la vita: un principessa non può permettersi di uscire di casa con un capello fuori posto, una modella non può avere due etti di troppo sui fianchi, un super eroe non può guidare una utilitaria, una rock star non vive in una casa di periferia. Follie quotidiane che amplificano l’insoddisfazione e la solitudine, impedendoci di essere felici e di vivere.

2. La seconda soluzione.
Smettila di pensare a te stesso, al tuo fisico, al tuo status, al tuo conto in banca, al tuo lavoro… tutte queste cose non ti hanno dato la felicità sino ad oggi, perché dovrebbero aiutarti ad essere felice domani? Forse dovresti accettare l’idea che non sei in alcun modo speciale, non sei in alcun modo unico, non sei in alcun modo irripetibile e perfetto. Sei un essere umano. Speciale come lo sono tutti gli esseri umani, unico come lo sono tutti gli esseri umani, irripetibile quanto tutti gli altri ed imperfetto – esattamente come tutti gli altri.
Più cerchiamo di difendere la nostra immacolata perfezione, più perdiamo il contatto con la realtà, cadendo vittime di mille insoddisfazioni. Qualcuno ha scritto che l’avaro vive da povero per morire da ricco. Evitiamo questa trappola, perché, come ha ricordato più volte il Santo Padre, i sudari non hanno tasche. Un giorno il nostro viaggio terreno avrà fine, quel giorno malediremo il tempo che abbiamo buttato sforzandoci di essere più belli, più ricchi, più importanti. Di noi, resterà solo l’amore che abbiamo donato.

Se volete definitivamente rovinare la vita di una persona, regalatele qualcosa da difendere. Non conta che siano soldi, la stima degli altri, l’amore delle donne o potere decisionale: il possesso è una trappola.

Per essere veramente liberi e felici, abbiamo bisogno di muovere costantemente e consapevolmente verso un “punto di perdita”.

Come insegna un vecchio adagio zen: “dovrebbe essere grato chi dà”.