Silvia e l’odio della rete

Silvia è tornata libera ieri, dopo un anno e mezzo di prigionia. La parte sana di questo Paese ha festeggiato l’evento con profonda gioia e spontanea commozione. La parte malata non ha invece perso occasione per riversare su Silvia tutto il suo odio represso, la sua cattiveria, la sua intima e bruciante frustrazione.

Amici miei, è inutile riprendere e commentare una ad una le strabilianti e vergognose sciocchezze che certi topi da tastiera hanno potuto scrivere su Silvia, il discorso è molto semplice e si riduce alla cosa che amano di più certi italiani, in assoluto.

Si chiama “colpevolizzare la vittima”.

Riguarda la donna che viene violentata ed uccisa “per amore” (notare le virgolette); la/il volontaria/o che viene rapito o ucciso in un Paese straniero; il piccolo delinquente massacrato tra le mura silenziose di una questura – o ucciso in carcere.

Cerchiamo di capirlo una volta per tutte: la vittima non è mai colpevole; la vita, la dignità e l’incolumità di un’altra persona meritano di essere tutelate sempre, non ci sono “ma” o “però” che tengano.

Se riuscite a vedere qualcosa di marcio anche nella libertà di Silvia vuol dire che il marcio l’avete dentro, negli occhi. Ed io, sinceramente, provo parecchia pena per voi.

Roma 10.5.2020

Bentornata a casa, Silvia.
Non c’è altro da aggiungere.

Sarai anche brava, ma sei brutta.

Giovanna Botteri è una giornalista, corrispondente da Pechino per la RAI, negli ultimi giorni è stata travolta da un ciclone di indecorose critiche per il suo aspetto fisico. La trasmissione Striscia la Notizia e il web si sono spalleggiati a vicenda, alimentando, nei suoi confronti, un ciclone di insulti e di cattiverie comunemente definito “body shaming”.

Botteri ha risposto con grande signorilità, mettendo tutti a tacere, con poche e precise parole:

“Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa e ci si aspetta da una giornalista”.

Bravissima. Il body shaming è una colossale stupidaggine degna di una società barbara.

Le persone, maschi e femmine, dovrebbero essere giudicate esclusivamente per ciò che dicono, sanno e fanno. Da un professionista mi aspetto che faccia bene il suo lavoro, considerarne l’aspetto fisico è infantile, inutile e sgradevole.

Paradossalmente, le critiche televisive sono state mosse da Michelle Hunziker, molto impegnata per difendere le donne da ogni forma di violenza e discriminazione al fianco della onlus doppia difesa. A riprova del fatto che insulti, volgarità e scorrettezze nei confronti delle donne vengono percepite da tutti – persino da chi si dichiara femminista! – in maniera molto diversa a seconda del fatto che a firmare l’articolo sia un maschio o una femmina.

Ricordo benissimo una nota blogger, anche lei molto impegnata nella difesa dei diritti delle donne, definire “strappone” un gruppo di ballerine in un suo osannato post di qualche tempo fa senza che nessuno – ripeto nessuno – dicesse “a” davanti a tanta e scorretta volgarità – peraltro esplicitamente sessista.

Ma la discriminazione è sbagliata sempre e a prescindere: dal mio punto di vista non cambia una virgola se il carnefice è maschio o femmina, giovane o vecchio, bello o brutto. Altrimenti facciamo lo stesso identico gioco di chi vorremmo combattere. Cadiamo nella sua stessa trappola.

Il fatto che in Italia accadano cose come questa è il segno che di strada dobbiamo farne ancora tanta.

Roma 3.5.2020

Mala Tempora Currunt

Cuccioli di Koala

Tante persone, in queste ore, condividono foto di Koala scampati ai devastanti incendi in Australia, dimostrando grande sensibilità ed empatia per gli animali. La cosa curiosa è che buona parte di queste persone non fa alcuna fatica ad odiare gli esseri umani, quando sono gli esseri umani a scappare da guerre, incendi, dittature e fame. Come dire: il Koala è così tenero… è assurdo vero? Mi fa venire in mente il vegano che, pochi giorni fa, esultava per la morte di un cacciatore.

Chiariamo bene, qui non si tratta di scegliere tra due forme di “pietas”, ma di evitare due odiose forme di fondamentalismo. Non dobbiamo scegliere tra l’amore per l’uomo e quello per il koala. Non ha senso mostrare compassione per uno solo dei due, come se l’altro fosse invece un semplice oggetto, una cosa priva di anima, di cui si può disporre a piacere.

Roma 10.1.2020

Quando provate compassione per l’animale, ricordatevi, per favore, dei cuccioli d’uomo.

Una Inesorabile Rivoluzione Silenziosa

Il 3 marzo del 1991 Rodney Glen King venne fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità. Alle 12.30 della mattina, due agenti della stradale notarono che la sua auto andava troppo veloce ed intimarono al conducente di fermarsi, ma King, che di lavoro faceva il tassista ed aveva paura di perdere la licenza, decise invece di accelerare. Iniziò così uno di quegli inseguimenti che abbiamo visto tante volte in televisione, con ben quattro macchine della polizia e tanto di elicottero coinvolto. Quando finalmente riuscirono a fermarlo ormai era calata la notte. Dall’auto scesero due passeggerei e, da ultimo, lo stesso guidatore. Nessuno di loro era armato. Nessuno di loro provò a fuggire. King fece tuttavia l’errore di consegnarsi alla polizia ridacchiando. Con la mano, salutò ironicamente l’elicottero che stava volando sulle loro teste.
Per immobilizzarlo, i poliziotti utilizzarono due volte il taser -uno strumento che emette un forte scarica elettrica. Quando provò a mettersi in ginocchio, due di loro presero a manganellarlo contemporaneamente, mentre un terzo gridava di utilizzare colpi violenti – power strokes. King cercò nuovamente di rimettersi in piedi, ma l’agente Koon ordinò ai suoi uomini di tornare a colpire con forza “spalle, ginocchia, polsi, anche”. Il corpo di King venne quindi raggiunto da 33 colpi di manganello che, assieme ai sei calci ricevuti, gli procurarono undici fratture in diverse parti del corpo e danni cerebrali permanenti. Infine, otto agenti di polizia gli furono addosso, gli misero le manette e lo lasciarono con il volto rivolto al suolo ad aspettare l’arrivo dell’ambulanza.
Come faccio a sapere tutte queste cose? Semplice, le ho viste.
George Hollyday, un videoamatore americano, riprese l’intera scena dal suo balcone.
“Videoamatore” era il nome che davamo, negli anni novanta, a chi portava sempre con se una videocamera. Non vi fa riflettere il fatto che questa parola, oggi, non abbia più alcun senso?
Il video del pestaggio di King fu trasmesso dalla televisione e sconvolse l’America. Seguirono giorni e giorni di sommosse e scontri con la polizia. Los Angeles fu letteralmente data alle fiamme. Quando, grazie all’impiego dell’esercito, della guardia nazionale e dei marines, l’ordine fu finalmente ristabilito, il risultato finale fu di cinquantatre morti, duemila feriti, settemila incendi e più di un milione di dollari di danni.
A tutto questo ho pensato pochi giorni fa, quando un afroamericano è stato ucciso nella sua macchina dalla polizia. Immediatamente dopo l’omicidio, la fidanzata era già in diretta su Facebook. In quel video, possiamo vedere il corpo sanguinante del suo uomo, vediamo la bambina agitarsi nel sedile di dietro e vediamo soprattutto l’agente di polizia che urla e punta la pistola contro la donna.
L’agente di polizia punta la pistola contro la donna.
La donna punta contro l’agente di polizia il suo telefono cellulare.
Vorrei essere chiaro. Non sto cercando di dare alcun giudizio sulla condotta della polizia. Ci sono molte cose che sfuggono al nostro sguardo. Cose che non si possono giudicare da un filmato, per quanto possa sembrare chiaro ed autoevidente – come, ad esempio, le procedure da rispettare nel caso in cui la persona fermata non collabori, il dubbio – più o meno legittimo e fondato – che quella persona abbia un’arma o il numero di agenti che muoiono o vengono feriti annualmente perché non prendono tutte le precauzioni del caso. No, non è questo il punto.
Quello che mi interessa è provare a riflettere con voi su quel confronto, davvero iconico, tra la pistola e il cellulare. Ciò che mi interessa è riflettere su ciò che è accaduto in questi ultimi anni. Stiamo assistendo ad una rivoluzione storica, epocale. I nativi digitali non se ne rendono conto, non hanno idea di quale sia il problema e non possiamo pretendere che ne restino affascinati: sarebbe come pretendere che i pesci si stupiscano perché vivono in acqua. Tutti gli altri si limitano a scuotere il capo, dicendo cose del tipo “ai miei tempi andavamo a giocare a pallone nei campi, invece di passare ore davanti al computer”. Nel mentre, un ragazzo di 32 anni viene corteggiato e ricevuto dai più importanti Presidenti e Capi di Stato del mondo; il Governo degli Stati Uniti è costretto a ricorrere agli hacker per farsi sbloccare l’Iphone di un criminale…
Il potere sta passando di mano.
Lentamente, silenziosamente, inesorabilmente.
Dagli Stati Sovrani ai Social Network.
Se è vero che per la maggior parte del tempo noi usiamo i social per condividere selfie, per giocare a candycrush o diffondere insulse catene; se è vero che quasi tutti stiamo cadendo vittime del divismo, dell’egocentrismo e dell’ipocrisia, è anche vero che ogni giorno usciamo di casa con sei miliardi di persone in tasca.
Tutto questo ci rende infinitamente più liberi.
E soprattutto sicuri.
Consentitemi di concludere con tre brevi citazioni musicali
E’ successo a brother Rodney King, colpevole del crimine di esser nato nero nella buia capitale dell’impero del denaro. Colpo su colpo, battuto come un polpo, legato, incaprettato e trascinato per lo scalpo documentato, l’hanno filmato, pagine d’odio scritte sul selciato, vergate col sangue di un uomo innocente, impotente, che con quei bastardi non c’entrava niente, ma cara gente quotidianamente, succede anche in Italia, ma non si sente” – Libri di Sangue, Frankie H-NRG.
Un sogno fantastico prende espressione, quando i ribelli entrano in comunicazione” – Si può fare così, Assalti Frontali.
“L’unico miracolo politico riuscito in questo secolo è stato fare sì che gli schiavi si parlassero, si assomigliassero, perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. Però succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono, magari poi riconoscendosi succede che gli schiavi si organizzano. E se si contano, allora vincono” – Kunta Kinte, Daniele Silvestri

Nel Nome Di Umberto.

Da ieri mattina, i social network sono stati letteralmente invasi da frasi, battute, meme, attestati di stima e ricordi personali su Umberto Eco. Lercio ha celebrato la dipartita di questo grande intellettuale con tre o quattro delle sue prime pagine: la più raffinata, a dire il vero già pubblicata tempo fa, annunciava: “Umberto Eco scopre il sinonimo di sinonimo e cade in una dimensione parallela”, la più rispettosa affermava: “Morto Umberto Eco. Gli Angeli soddisfatti: finalmente qualcuno che può davvero insegnarci qualcosa”, mentre la più simpatica recitava: “Anche Gasparri onora la memoria di Eco: non l’ho mai conosciuto”. Dal canto suo, l’utente medio di Facebook si è detto tremendamente dispiaciuto, elencando i dischi di Eco che ha  più amato nella sua vita e maledicendo il 2016 perché nel breve volgere di ventiquattro ore si è portato via tante cose belle: Harper Lee, Umberto Eco e la speranza che Francesco Totti fosse, in realtà, un cyborg. Da tutto questo abbiamo capito che: 1) amiamo incondizionatamente il Nome della Rosa, “raro esempio di film bello quanto il libro”; 2) pochissimi di noi hanno finito di leggere il Pendolo di Foucault – personalmente, non ho nemmeno iniziato a oscillare; 3) Ci sono altissime probabilità che Eco esistesse anche prima di morire. Ma stranamente ne eravamo tutti meno consapevoli.

Così come è accaduto per Bowie, la rete si è dunque mobilitata per rendere omaggio a un “grande” che non c’è più. Una simile ondata emotiva è perfettamente comprensibile. In una certa misura, si tratta di un “fenomeno” persino giusto, apprezzabile. Sotto altro e diverso punto di vista, lascia l’amaro in bocca. In particolare, è brutto costatare che ci ricordiamo della letteratura solo quando muoiono gli intellettuali, ci rendiamo conto che esistono i malati di sla solo quando vengono invitati a suonare un pianoforte a Sanremo, apprezziamo i nostri ricercatori solo quando vengono barbaramente uccisi in un Paese straniero. Peraltro, si tratta di un ricordo effimero, la cui breve vita può essere paragonata a quella di una sigaretta, di un caffè o di una promessa del Governo Renzi. Scherzi a parte, si tratta di un ricordo da social network: una volta che abbiamo condiviso il post, maledetto l’anno bisestile, criticato il commento altrui, litigato con il vicino di casa e bannato il figlio del portiere che aveva osato intromettersi nella discussione, torniamo a fare beatamente ciò che stavamo facendo prima per aiutare la cultura, i malati di sla e i giovani ricercatori: esattamente nulla.

La seconda amara riflessione è che sono sempre i migliori ad andarsenee non chiudono mai la porta. In queste occasioni, tutti restano atterriti a fissare il vuoto. Un attimo dopo, affermano senza timore di smentita che tra le nuove leve non c’è nessuno in grado di prendere il posto lasciato libero da chi appena abbandonato la stanza. Tutto ciò è parecchio triste perché unisce al danno la beffa. Il danno è che il mondo non è mai stato un posto per giovani. La beffa è che la colpa di tutto ciò viene data esattamente ai giovani. Da sempre, il nuovo arrivato deve lottare per affermarsi. Si tratta di un meccanismo di selezione della specie del tutto ovvio e naturale. Ma se guardiamo ai dati economici degli ultimi cinquant’anni, se consideriamo la storia di questo Paese, non possiamo non notare che siamo ormai nella stessa situazione in cui versa l’abbronzatura di Carlo Conti: abbiamo da tempo superato la linea di demarcazione normalità e perversione.

La terza amara riflessione è che i più grandi artisti suoneranno sempre in cantina, non andranno mai a Sanremo.  Nella sua essenza, il Mercato è reazionario, conservatore, retrogrado. Il Mercato obbliga lo scrittore a riscrivere sempre lo stesso romanzo, il musicista a suonare sempre la stessa canzone, l’attore a recitare sempre la stessa battuta.  Come scrisse una mia collega americana “il latte dell’innovazione dirompente non viene munto dalle vacche del denaro”. Non a caso, le più importanti innovazioni tecnologiche degli ultimi dieci anni sono state pensate, progettate e realizzate da adolescenti che volevano solo fare bella figura con la ragazzina del primo banco.

Arriviamo così alla conclusione, tornando all’inizio di questo breve articolo. Come tutti sapete,  Eco affermò che la rete è popolata di imbecilli che un tempo non avrebbero mai avuto diritto di parola. Che brutto pensiero. Intanto, questo giudizio potrebbe essere esteso a tutti gli ambiti, a tutti i media e a tutte le epoche. Intendo dire che gli imbecilli hanno sempre avuto diritto di parola, hanno sempre avuto canali di comunicazione e hanno  sempre trovato immense masse di idioti pronti a seguirli. Se non fosse stato così, non avremmo mai commesso errori colossali, come, a mero titolo di esempio, sterminare gli Indios, lanciare la Bomba atomica o far pubblicare un romanzo a Fabio Volo.

Insomma, non è internet ad essere popolata di imbecilli, è la società in cui viviamo ad esserlo.  Ovviamente, su internet troveremo notizie inventate, persone ignoranti, volgari e aggressive. Altrettanto ovviamente, troveremo tutto questo in radio, in televisione, al bar o in edicola. Però, a differenza dei luoghi che ho appena citato, qui potremmo trovare anche la traduzione del termine tedesco “Wanderlust”; decine di critiche del primo saggio di Heidegger, il tutorial per smacchiare i vestiti, imparare a suonare il pianoforte o costruire un rifugio antiatomico. Insomma, web batte mondo due a uno. Intendo dire che grazie a Internet abbiamo a nostra disposizione un mezzo di comunicazione tendenzialmente ecologico, tendenzialmente democratico e tendenzialmente gratuito. Questa è, senza ombra di dubbio, la più grande rivoluzione culturale della intera storia del genere umano. Questa, o l’invenzione delle gomme da cancellare profumate alla vaniglia. Sono ancora indeciso.