Nuovi Pianeti

La classifica delle persone che dobbiamo inviare IMMEDIATAMENTE a colonizzare nuovi pianeti.

10) I “non ti fai mai vedere”, i “non chiami mai” e i “sei sempre connesso” – tutti insieme, così tra di loro si capiscono e fanno amicizia.
9) I “non sono razzista, ma” – ma stai certamente per dire qualcosa di oscenamente razzista.
8) Quelli che scrivono “avvocata”, “assessora” e “rettora” ma scappano a gambe levate dalla sala operatoria se sanno che il chirurgo è donna – la chirurga.
7) Gli “amici come prima” – certo, come prima di conoscerci.
6) I “buongiorno mondo” – così potranno finalmente scrivere: “buongiorno PIANETA TERRA!!!”
5) “Apericena”, “Aperipranzo” e soprattutto “AperiCristo“.
4) Quelli che si scandalizzano perché nella pubblicità del Buondì un asteroide colpisce LA MAMMA – ma siccome nella seconda parte uccide anche il padre, va tutto bene. Comunque Accorsi può continuare a prendere botte sui genitali in eterno nella pubblicità di SKY – perché quello è humor (nero) non è sessismo.
3) I “Quando ti laurei?”, i “quando ti sposi?” e i “quando fai un figlio?” – nella speranza che, tutti insieme, possano trovare una risposta alle grandi domande che li ASSILLANO.
2) Quelli che non hanno fatto il militare, evadono le tasse e votano solo se bisogna eliminare qualcuno dalla casa del GF, ma si permettono lo stesso di chiamare l’Italia “casa mia”. “Casa tua” lo sarà quando finalmente farai qualcosa per questo Paese, invece di passare la vita a condividere bufale sugli immigrati.
1) “la colpa è CHIARAMENTE della vittima, perché se l’è CERCATA”.

Premio della critica
Scrivi “amen” e condividi.

Menzione d’onore
Se io avrei“.

Il nuovo reato di tortura

Come certamente saprete, da ieri il reato di tortura è finalmente entrato a far parte del nostro ordinamento giuridico. Da oggi sono quindi formalmente perseguibili tutti coloro i quali, in assenza di oggettive e comprovate cause di esclusione della punibilità, reiterano una delle seguenti espressioni ingiuriose e diffamatorie: “quando ti laurei?”, “quando ti sposi?”, “quando fai un figlio?”; inviano quotidiani inviti a giocare a farmville, candy crush et compagnia cantante, condividono dolosamente foto di spiagge caraibiche accompagnate da commenti del tenore di “ciao poveri”, “sole ne abbiamo?” e “lasciatemi qui”; occupano stabilmente la corsia di sorpasso senza superare mai i ventisette chilometri orari, scrivono “pultroppo”, “salciccia” e “se io avrei” o mettono il bacon nella carbonara.

La pena è aumentata di un terzo in caso di “università della strada”, “scrivi amen e condividi” e “insegna agli angeli a”.

Ergastolo senza passare dal via
per tutti coloro i quali, pur essendo stati esplicitamente diffidati, chiedono insistentemente “a cosa stai pensando?” dopo essersi carnalmente congiunti con la vittima.

Sono finiti i tempi belli.
Da oggi pagherete tutto.
Cialtroni

Il Maschilista Immaginario.

Si stanno lentamente assopendo le polemiche sulla morte della povera Tiziana Cantone, possiamo quindi tornare a ragionare con maggiore serenità su ciò che è accaduto. Riassumiamo brevemente i fatti: Tiziana Cantone si è suicidata perché è stata esposta ad un linciaggio mediatico a seguito della diffusione di alcuni video hard di cui era protagonista. La ragazza sapeva che stavano girando questi video ed ha successivamente deciso di inviarli a cinque suoi contatti tramite WhatsApp – lo ha fatto “per gioco”. In questi video si trovava in macchina con un amante; affermava spesso che il proprio fidanzato fosse un “cornuto” e chiedeva all’amante di confermare – facendo persino il nome e  il cognome del “cornuto”. Soprattutto, in uno di questi video diceva al suo amante: “ma che stai a fa il video? Bravo.” – questa frase è diventata virale, ispirando battute, gruppi su Facebook, sketch comici e finendo persino sulle t-shirt.

Una volta appresa la notizia del suicidio, la rete si è scatenata in una pletora di commenti più o meno sensati e giustificati. Molti utenti hanno scritto di vergognarsi per aver visto quel video, altri si sono vergognati di essere maschi, altri ancora si sono vergognati di avere un computer. Alcuni si sono spinti sino a scrivere frasi del tipo “io sono il branco”, pur non avendo avuto alcuna parte in questa triste vicenda – come dire: manie di protagonismo mascherate da sensi di colpa. A me, tutto ciò è sembrato sinceramente fuori luogo. Meglio: del tutto privo di senso. Proviamo a capirci.

1. “Imprudente” non significa “colpevole”.
Siamo di fronte alla tragica morte di una giovane donna che merita tutta la nostra solidarietà e il nostro rispetto. Ovviamente, nessuno deve pensare o scrivere “se l’è cercata“. Questo, però, non deve esimerci dal dire la verità. Perché non si può ottenere nulla di buono  raccontando frottole. Dobbiamo quindi aggiungere a quanto è stato scritto e detto due cose: la prima è che quella povera ragazza è stata obiettivamente ingenua e imprudente. Lo so che non volete sentirlo dire. Mi dispiace, ma “imprudente” non è il contrario di “vittima”. Cerchiamo di capirlo. Non possiamo bloccare il cervello davanti alla parola “vittima” e evitare di formulare ogni ragionamento ulteriore. “Imprudente” non significa che la colpa è stata sua – ci mancherebbe – significa che si è messa da sola in una condizione di rischio e pericolo. Il primo dato di fatto è che girare un video hard è rischioso. Il secondo dato di fatto è che mettere su un social network (perché whatssapp è un social network) quel video è ancor più rischioso. Questi sono discorsi non confutabili che non hanno nulla a che vedere con la libertà sessuale della donna, ma riguardano tutti: maschi, femmine, vecchi, bambini, umani e animali. Se ci tieni alla tua reputazione, evita di divulgare immagini porno. Abbiamo il dovere di scriverlo, per educare tutti – soprattutto i giovani – ad un corretto uso delle nuove tecnologie. Abbiamo il dovere di scriverlo per rispetto di altre donne che sono state filmate mentre venivano violentate e che potrebbero non essere troppo felici di vedersi accomunare al caso di Tiziana – questo, mi pare, è sfuggito a molti giornalisti, incluso Enrico Mentana.

2) Ma quale maschilismo d’Egitto!
Qui non c’entra nulla il fatto che il maschio italiano non accetta la libertà sessuale della donna. Lo so, anche questo non volete leggerlo. Perdonatemi.  Moltissimi hanno scritto una simile sciocchezza e pare che mentre scrivevano siano anche riusciti a restare seri – come avranno fatto? La rete ha vilipeso e perseguitato quella povera ragazza perché affermava di essere fidanzata e chiedeva al suo amante di confermare che il fidanzato fosse un cornuto. L’atto sessuale non c’entra nulla. Avete mai fatto un giro su internet? Vi risulta che i maschi insultino le donne che si mettono in mostra?

Facciamo un semplice esperimento mentale: se un maschio avesse fatto la stessa cosa, come avrebbero reagito le femministe, le madri, le figlie, le amanti, le nonne e le fidanzate d’Italia? Non l’avrebbero forse insultato e vilipeso per aver tradito la fidanzata? Quest’ultimo è l’esperimento fondamentale per comprendere se siamo di fronte ad un gesto discriminatorio o sessista. Prima di gridare allo scandalo, domandiamoci sempre: se questa cosa l’avesse fatta un maschio, una femmina, giovane o vecchio, etero o omosessuale, come avrebbe reagito la gente?

3. Conclusioni
In questo caso siamo quindi di fronte ad una vittima – la povera Tiziana – che è stata ingiustamente perseguitata e vessata. Dobbiamo sanzionare la condotta di chi ha diffuso quei video. Dobbiamo condannare la ottusa violenza verbale della rete. Ciò che ho scritto non giustifica in alcun modo nessuno dei protagonisti – mi sembra anche sciocco ripeterlo, ma è meglio andare sul sicuro.

Detto questo, lasciatemi contestare la fantasiosa ricostruzione diffusa dagli opinionisti di ogni genere e categoria. Se i colpevoli avessero diffuso solo il video, senza audio, non sarebbe accaduto niente di “strano”. Senza la battuta “ma che stai a girà il video?”, non sarebbe mai diventato virale, sarebbe stato solo un altro video di porno amatoriale; senza gli insulti al fidanzato, quella ragazza avrebbe avuto una bella schiera di fan – altro che cyberbullismo.

Insomma, il  voyeuristico “bigottismo” del maschio italiano – su cui ha insistito, tra gli altri, Roberto Saviano – c’entra pochissimo con quanto è accaduto. Raccontare favole non è un bel modo per difendere i diritti delle donne, soprattutto, non è il modo corretto di rispettare la dignità delle vittime.

Una Inesorabile Rivoluzione Silenziosa

Il 3 marzo del 1991 Rodney Glen King venne fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità. Alle 12.30 della mattina, due agenti della stradale notarono che la sua auto andava troppo veloce ed intimarono al conducente di fermarsi, ma King, che di lavoro faceva il tassista ed aveva paura di perdere la licenza, decise invece di accelerare. Iniziò così uno di quegli inseguimenti che abbiamo visto tante volte in televisione, con ben quattro macchine della polizia e tanto di elicottero coinvolto. Quando finalmente riuscirono a fermarlo ormai era calata la notte. Dall’auto scesero due passeggerei e, da ultimo, lo stesso guidatore. Nessuno di loro era armato. Nessuno di loro provò a fuggire. King fece tuttavia l’errore di consegnarsi alla polizia ridacchiando. Con la mano, salutò ironicamente l’elicottero che stava volando sulle loro teste.
Per immobilizzarlo, i poliziotti utilizzarono due volte il taser -uno strumento che emette un forte scarica elettrica. Quando provò a mettersi in ginocchio, due di loro presero a manganellarlo contemporaneamente, mentre un terzo gridava di utilizzare colpi violenti – power strokes. King cercò nuovamente di rimettersi in piedi, ma l’agente Koon ordinò ai suoi uomini di tornare a colpire con forza “spalle, ginocchia, polsi, anche”. Il corpo di King venne quindi raggiunto da 33 colpi di manganello che, assieme ai sei calci ricevuti, gli procurarono undici fratture in diverse parti del corpo e danni cerebrali permanenti. Infine, otto agenti di polizia gli furono addosso, gli misero le manette e lo lasciarono con il volto rivolto al suolo ad aspettare l’arrivo dell’ambulanza.
Come faccio a sapere tutte queste cose? Semplice, le ho viste.
George Hollyday, un videoamatore americano, riprese l’intera scena dal suo balcone.
“Videoamatore” era il nome che davamo, negli anni novanta, a chi portava sempre con se una videocamera. Non vi fa riflettere il fatto che questa parola, oggi, non abbia più alcun senso?
Il video del pestaggio di King fu trasmesso dalla televisione e sconvolse l’America. Seguirono giorni e giorni di sommosse e scontri con la polizia. Los Angeles fu letteralmente data alle fiamme. Quando, grazie all’impiego dell’esercito, della guardia nazionale e dei marines, l’ordine fu finalmente ristabilito, il risultato finale fu di cinquantatre morti, duemila feriti, settemila incendi e più di un milione di dollari di danni.
A tutto questo ho pensato pochi giorni fa, quando un afroamericano è stato ucciso nella sua macchina dalla polizia. Immediatamente dopo l’omicidio, la fidanzata era già in diretta su Facebook. In quel video, possiamo vedere il corpo sanguinante del suo uomo, vediamo la bambina agitarsi nel sedile di dietro e vediamo soprattutto l’agente di polizia che urla e punta la pistola contro la donna.
L’agente di polizia punta la pistola contro la donna.
La donna punta contro l’agente di polizia il suo telefono cellulare.
Vorrei essere chiaro. Non sto cercando di dare alcun giudizio sulla condotta della polizia. Ci sono molte cose che sfuggono al nostro sguardo. Cose che non si possono giudicare da un filmato, per quanto possa sembrare chiaro ed autoevidente – come, ad esempio, le procedure da rispettare nel caso in cui la persona fermata non collabori, il dubbio – più o meno legittimo e fondato – che quella persona abbia un’arma o il numero di agenti che muoiono o vengono feriti annualmente perché non prendono tutte le precauzioni del caso. No, non è questo il punto.
Quello che mi interessa è provare a riflettere con voi su quel confronto, davvero iconico, tra la pistola e il cellulare. Ciò che mi interessa è riflettere su ciò che è accaduto in questi ultimi anni. Stiamo assistendo ad una rivoluzione storica, epocale. I nativi digitali non se ne rendono conto, non hanno idea di quale sia il problema e non possiamo pretendere che ne restino affascinati: sarebbe come pretendere che i pesci si stupiscano perché vivono in acqua. Tutti gli altri si limitano a scuotere il capo, dicendo cose del tipo “ai miei tempi andavamo a giocare a pallone nei campi, invece di passare ore davanti al computer”. Nel mentre, un ragazzo di 32 anni viene corteggiato e ricevuto dai più importanti Presidenti e Capi di Stato del mondo; il Governo degli Stati Uniti è costretto a ricorrere agli hacker per farsi sbloccare l’Iphone di un criminale…
Il potere sta passando di mano.
Lentamente, silenziosamente, inesorabilmente.
Dagli Stati Sovrani ai Social Network.
Se è vero che per la maggior parte del tempo noi usiamo i social per condividere selfie, per giocare a candycrush o diffondere insulse catene; se è vero che quasi tutti stiamo cadendo vittime del divismo, dell’egocentrismo e dell’ipocrisia, è anche vero che ogni giorno usciamo di casa con sei miliardi di persone in tasca.
Tutto questo ci rende infinitamente più liberi.
E soprattutto sicuri.
Consentitemi di concludere con tre brevi citazioni musicali
E’ successo a brother Rodney King, colpevole del crimine di esser nato nero nella buia capitale dell’impero del denaro. Colpo su colpo, battuto come un polpo, legato, incaprettato e trascinato per lo scalpo documentato, l’hanno filmato, pagine d’odio scritte sul selciato, vergate col sangue di un uomo innocente, impotente, che con quei bastardi non c’entrava niente, ma cara gente quotidianamente, succede anche in Italia, ma non si sente” – Libri di Sangue, Frankie H-NRG.
Un sogno fantastico prende espressione, quando i ribelli entrano in comunicazione” – Si può fare così, Assalti Frontali.
“L’unico miracolo politico riuscito in questo secolo è stato fare sì che gli schiavi si parlassero, si assomigliassero, perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. Però succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono, magari poi riconoscendosi succede che gli schiavi si organizzano. E se si contano, allora vincono” – Kunta Kinte, Daniele Silvestri

Peggio delle Locuste.

In linea di massima, quando decidiamo di condividere qualcosa, facciamo un favore a noi stessi ed alla comunità a cui apparteniamo. Tuttavia, non ogni condivisione accresce il bene comune. Possiamo condividere anche le malattie, i pregiudizi, il rancore – rovinando la giornata di altre persone, inquinandone la serenità mentale, contagiando i loro pensieri con i nostri demoni. Per questo motivo, ho elaborato una classifica dei dieci peggiori utenti di Facebook – e dei loro, insopportabili, post. Se siete d’accordo con me, condividete queste riflessioni. Contribuirete a rendere Facebook un “posto” migliore.

Al decimo posto: Lifetime streaming.
Ovvero quelli che ti raccontano la vita in tempo reale usando milioni di hashtag – a caso. #Siete sicuri di #sapere #come usare #questo #strumento?
Ma davvero avete mangiato? Avete fatto la doccia? Vi siete cambiati i calzini? Voglio svelarvi un segreto: lo fanno miliardi di persone. Tutti i giorni.
Considerate per cinque minuti questo incredibile dato di fatto prima di informarci dettagliatamente sui vostri movimenti. Oltre a sentirvi meno soli, eviterete di fare la figura degli idioti.

Al nono postoI genitori premurosi.
Vi chiediamo solo una cosa: abbiate. Per favore. Pietà. Di. Noi. Avete letteralmente invaso Facebook con le foto dei vostri pargoli: Marco al mare; Marco dal dentista; Marco sul vasetto… A parte il fatto che mettete a dura prova i nostri nervi e la nostra salute mentale,  così facendo, mettete soprattutto in pericolo i vostri bambini. Che fine faranno le vostre foto? Chi le guarderà? Pensateci. E se proprio non potete fare a meno di condividere immagini e filmati dei vostri figli, fate un provino al Mulino Bianco, magari vi assumono come famiglia felice – altro che Banderas.

All’ottavo posto: “E poi boh…”  – a pari merito con “Questa storia che…”.
Quando utilizzate queste erudite formule di stile per iniziare uno status, risultate simpatici ed originali come una battuta in romanaccio in un film dei fratelli Vanzina Anvedi aho!

– Professore, ma è vero che tutto quello che pubblico diventa di proprietà di Facebook?
– Figlio mio, cinque parole su quattro l’hai copiate. Se Zuckerberg avesse dovuto fare i soldi con le tue creazioni a quest’ora stava a vende i fazzoletti ai semafori Cristoforo Colombo.

Al settimo posto: I terroristi.
Ovvero, quelli che minacciano.
“Da domani faccio pulizia”; “tenetevi pronti, cancellerò almeno il 20% dei contatti”; “i nati prima del ‘92 sappiano che saranno dannati, bloccati ed eternamente perseguitati dalla mia ira”. Tra il terrorismo, il caldo e le tasse abbiamo già tanti problemi da affrontare, perché volete farci soffrire ancora? Non capite che senza i vostri  preziosi post la nostra vita perderebbe completamente di senso? Ovviamente sto scherzando, non penserete veramente che il mondo giri attorno a voi? In caso di risposta affermativa, fatevi vedere, potrebbe essere labirintite.

Al sesto posto: I citatori  seriali (in costume da bagno).
In questi ultimi mesi ho notato che si sta diffondendo una interessante variante dei citatori seriali della quale credo sia bene discutere: il citatore in costume da bagno. Da giugno hanno infatti iniziato a dilagare post del tipo “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” (Kant) con allegata una bella foto in due pezzi – per rendere più incisivo il concetto. Cari citatori in costume da bagno, immagino che aggiungiate una citazione perché temete che – a forza di pubblicare selfie – i vostri contatti possano iniziare a chiedersi se siete stupidi. Il mio consiglio è di lasciarli nel dubbio.

Al quinto posto: Mi è successa una cosa bruttissima.
Ovvero, quelli che fanno i misteriosi.
Abbiamo capito: volete che qualcuno si preoccupi per voi e vi chieda, in privato o pubblicamente, cosa è accaduto  esattamente e come state. Il fatto è che le vostre allusioni risultano interessanti quanto un documentario sui lombrichi in svedese. Senza traduzione. Vi comportate in questo modo perché non avete ricevuto sufficienti attenzioni quando eravate bambini? “I vostri genitori vi portavano a giocare a mosca cieca sulla tangenziale?” (cit. Crozza).
Se davvero volete attirare l’attenzione degli altri utenti, pubblicate la foto di un gattino.

Al quarto posto: Gli snob.
Non è che se non aggiornate il profilo dal giorno del vostro compleanno, date a tutti l’idea di avere ben altro da fare. Sappiamo benissimo che siete lì, nascosti nell’ombra, e  state spiando i nostri profili. Tutto questo non farà di voi dei grandi intellettuali. Se davvero non avete niente da condividere, uscite da Facebook. Altrimenti, prendete  il coraggio a due mani e provate l’ebbrezza della partecipazione.

Il Podio

Al terzo posto: I piccioncini.
Il fatto è che le persone tendono ad ostentare pubblicamente quello che non sono e quello che non hanno: i poveri vorrebbero sembrare ricchi, i vecchi apparire giovani, i falliti mostrarsi vincenti. Per questo motivo, il giorno in cui la smetterete di intasare Facebook con foto e cuoricini dedicati al vostro splendido amore, sapremo con certezza che avrete smesso di tradire la vostra amante con l’amante del vostro fidanzato.

Al secondo posto: Gli analfabeti funzionali.
A mio avviso, il problema maggiore dell’utente dei social non è l’ignoranza. Chi più chi meno, siamo tutti ignoranti. Dipende dall’ambito. Il problema maggiore di alcuni utenti è l’arroganza. Molte persone non accettano che qualcuno le colga in fallo e sono disposte a tirare fuori le unghie – fosse anche solo per arrampicarsi sugli specchi – pur di convincerci che loro hanno ragione e noi, invece, torto. Non importa quanto sia grande la balla che hanno pubblicato, quanto sia assurda e palesemente sbagliata. Loro saranno disposti a minacciare, diffamare e soprattutto invadere la nostra bacheca con milioni di commenti pur di non ammettere di essersi sbagliati. Amici miei, non c’è niente di male nell’ aver condiviso una bufala o nell’aver scritto una sciocchezza. Capita. Tutti sbagliano. Facciamo pace con i nostri limiti. Impariamo un pochino di tolleranza e di umiltà. Io, per esempio, ho appena discusso qui su Facebook con il signore del quinto piano – neuropsichiatra infantile. Questo caro amico ha commentato un mio vecchio post e mi ha fatto notare che le mie opinioni sui “neuroni specchio” non sono del tutto fondate. Ho controllato ed ho ammesso pubblicamente il mio errore. Sono anche andato a casa sua per chiarire personalmente, senza alcun problema. Solo che adesso non so cosa farmene del corpo.

Al primo posto: Quelli che vogliono insegnare agli altri ad utilizzare Facebook.
La rete è libera. La rete è democratica. Ciascuno ha il diritto di pubblicare e condividere ciò che vuole. Per questo motivo, anche io mi sono sentito libero di pubblicare ed aggiornare la mia vecchia classifica, proponendovi una nuova versione. Da oggi, dichiaro ufficialmente aperto l’osservatorio permanente sui peggiori utenti di Facebook. Segnalatemi i vostri candidati, ne terrò conto per il prossimo aggiornamento.