Maturità Zen.

Un koan è un indovinello senza soluzione che i Maestri Zen consegnano ai propri allievi, affinché, meditando incessantemente su di esso, raggiungano l’illuminazione. Uno dei più famosi recita: se un albero cade nella foresta, e tu non sei lì a sentirlo, emette un suono? Serve per riflettere sul rapporto tra ego e realtà. Esiste una realtà, un mondo, a prescindere dalla nostra percezione? La risposta sembrerebbe scontata. Eppure, le urla dei nostri fratelli che muoiono in una terribile guerra a pochi chilometri da noi non sembrano arrivare sin qui. Il loro sangue non ha, per noi, un colore.

Scrissi queste parole nel mio tema di maturità, nel giugno di un ormai lontanissimo Anno del Signore 1993. Tutto scorre, dicevamo pochi giorni fa. Dopo ventiquattro anni, non sembra essere rimasto nulla dei sogni, delle amicizie, degli amori di allora. Eppure, se mi fermo cinque minuti a pensare, posso ancora assaporare i sapori, i suoni e gli odori di quella fantastica estate. La vita è così: niente è per sempre, ma tutto è infinito. È paradossale. Come un albero secolare che, cadendo, squarcia la quiete della foresta in una limpida notte di giugno. Senza emettere un suono.

Il Boss e La Morte Dignitosa

Premessa

Totò Riina ha ottantasei anni, una duplice neoplasia renale, una grave cardiopatia e una situazione neurologica altamente compromessa. Attualmente è detenuto a Parma ex art. 41 bis – cosiddetto “carcere duro”. È tornato recentemente alla ribalta delle cronache inragione di una sentenza della Corte di Cassazione che sta facendo molto discutere tutti.

Svolgimento

La prima considerazione da fare è che la Cassazione non “ha stabilito che anche Riina ha diritto a morire dignitosamente” perché non avrebbe avuto nessuna necessità di “stabilirlo”. La dignità del detenuto è un principio basilare del nostro ordinamento che trova espressione proprio negli articoli che hanno consentito al suo avvocato di chiedere il differimento della pena o in alternativa gli arresti domiciliari a causa di gravissime e conclamate condizioni di salute.

La seconda considerazione da fare è che la Cassazione non ha affatto “deciso” che Riina debba essere scarcerato, ma ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Bologna di motivare meglio e in maniera più specifica la decisione presa con una ordinanza dello scorso anno. Si tratta di una differenza sottile, ma importante. Pensate che beffa sarebbe, per l’Italia, se, a causa di questa vicenda, venissimo (nuovamente) condannati dalla Corte Europea Per I Diritti Dell’Uomo.

Conclusioni

Mi sento umanamente vicino a chi si lamenta perché “Riina non ha avuto alcuna pietà per le sue vittime”. Capisco umanamente chi vorrebbe che la giustizia fosse vendicativa e feroce. Ma lo Stato non è la mafia. Abbiamo codici e valori diversi. Spero quindi che il Tribunale di Sorveglianza valuti e motivi più specificamente, affinché anche un criminale come Totò Riina possa morire in maniera dignitosa, ricevendo tutte le cure di cui ha bisogno.

In carcere.

Terrore Vero Per Un Finto Attentato

Ieri notte, mentre a Londra tre terroristi veri provocavano sei morti e circa cinquanta feriti, un “finto attentato” a Torino – forse il rumore causato da una ringhiera che ha ceduto – ha fatto impazzire la folla radunata in Piazza S. Carlo per vedere la partita, causando circa mille feriti – tra cui un bambino di tre anni, ricoverato in codice rosso. Sono molto preoccupato per questo (non)attentato di Torino. Credo infatti che quanto è accaduto a Piazza S. Carlo segni un punto di svolta estremamente importante nella storia del conflitto: da ieri notte il terrorista non è più qualcuno che si mimetizza nella folla “facendo finta” di essere un normale cittadino. Da ieri notte, il terrorista “è” il normale cittadino in preda al panico. Vittime della nostra stessa paura, abbiamo iniziato a farci male da soli. Come cellule di un sistema immunitario impazzito, aggrediamo lo stesso corpo che dovremmo difendere. L’esercito nemico siamo noi. Non esiste quindi più una sola piazza, una sola festa, una sola folla al cento per cento sicura. A questo punto, dovrebbe essere a tutti chiaro che il conflitto non sta volgendo a favore della società occidentale: se vogliamo sopravvivere, non possiamo più permetterci di continuare a perdere tempo.

Nessuno le può giudicare.

Pochi giorni fa, una mia amica mi ha raccontato la storia di una sua conoscente che è stata per anni “fidanzata” con un importante uomo politico italiano – noto, tra le altre cose, per essere un vero latin lover. Avendo visto la mia espressione – ed avendo intuito il mio disappunto – ha aggiunto prontamente: “ma non devi giudicarla male, nessuno si può permettere di giudicare la vita degli altri: lei è nata povera e ha sofferto molto per arrivare dove è arrivata. E poi, non ha fatto del male a nessuno, ha pagato in prima persona per potersi permettere la casa, o per pagarsi i vestiti”.  Aveva ragione lei? Cosa c’è di moralmente sbagliato nel fatto che una ragazza decida liberamente di sfruttare la propria bellezza per fare carriera, comprarsi la casa o godersi una vacanza gratis?

Per provare a rispondere, scomponiamo in più punti il discorso che ha fatto la mia amica.

1) Non puoi giudicarla. Vero. Non si giudica la vita degli altri, perché, in fondo in fondo, noi non possiamo sapere nulla della vita degli altri. Non conosciamo direttamente il dolore, la frustrazione, i drammi che hanno vissuto gli altri. Però, amici miei, qui non si tratta di giudicare altri esseri umani – e neanche di giudicarne la vita. Si tratta di giudicare l’azione – o le azioni – che essi hanno compiuto. La differenza è sottile, ma è fondamentale. Io non mi sogno di giudicare il ladro, perché il ladro, per decidere di rubare, avrà probabilmente avuto fame o, comunque, avrà avuto i suoi motivi. In linea di massima, nulla mi assicura che, in date circostanze, anche io non mi possa trasformare in ladro – la famosa occasione di cui parla la saggezza popolare… io giudico invece l’azione che compie chi ruba, posso dire che rubare è sbagliato, dal punto di vista giuridico, morale e religioso, senza per questo sentirmi superiore, senza per questo disprezzare il ladro, senza per questo giurare che io non lo farei mai. Siamo umani, sbagliare, peccare, errare è nella nostra natura. Posso quindi giustificare e perdonare l’uomo, ma questo non significa giustificare il comportamento. Attenzione, la differenza tra giudicare l’uomo e giudicare l’azione è una differenza sottile, ma è davvero fondamentale.

2) Lei è nata povera. Va bene, e allora? Questa frase sembrerebbe avere un senso caritatevole, invece a me suona parecchio cattiva, perché implica che tutti i poveri siano disposti a compiere gesti fuorilegge o moralmente deprecabili. Mi dispiace, la povertà non c’entra nulla in questo discorso. Ci sono moltissime persone povere che possono guardarsi allo specchio la mattina, persone che hanno la schiena dritta e non temono di guardare i figli negli occhi, così come esistono moltissime persone ricche che commettono crimini efferati, si vergognano di se stesse e meriterebbero di marcire per sempre in galera. Essere ricchi o essere poveri non significa automaticamente essere corretti o scorretti. Soprattutto, non può essere una scusante, altrimenti tutte le persone che si spaccano la schiena per uno stipendio di mille euro al mese, oberate dal mutuo e dai debiti, dovrebbero sentirsi legittimate a spacciare droga, a rubare o rapinare, mentre esistono tantissime persone senza la villa in Sardegna, ma colme di rispetto per la legge e per gli altri esseri umani.

3) Ma lei, a differenza dello spacciatore o del rapinatore, non ha fatto male a nessuno, ha pagato con il suo corpo, si è guadagnata ciò che ha pagandolo in prima persona. Qui le cose si fanno più complicate. Da un certo punto di vista, è vero: lo spacciatore vende la morte alle altre persone, il rapinatore usa violenza, il ladro ruba, mentre una ragazza allegra vende se stessa, senza fare del male agli altri. Da un altro e diverso punto di vista, le differenze sono meno nette. Prima di tutto perché “faccio male solo a me stesso” non è una giustificazione. Posso comunque dire che il tuo comportamento è sbagliato, perché io vorrei che tu non ti facessi male. Possibile che non ci sia un’altra strada per vivere dignitosamente? Peraltro, queste ragazze non si limitano a chiedere soldi ai loro potenti amici, la stragrande maggioranza viene pagata con altra e più importante moneta: un posto in televisione, al teatro, al cinema… quando non addirittura nelle istituzioni pubbliche. Se una persona ottiene un lavoro prestando il suo corpo a qualcuno, sta rubando quel lavoro a tutte le persone serie e preparate che meriterebbero quel posto, ma non sono disposte a scendere a compromessi. Ancor di più, se ottiene un posto di lavoro in un ufficio pubblico, ruba i soldi a tutti gli italiani che ne pagheranno stipendio e pensione.

Conclusioni.
Il racconto della mia amica mi ha fatto riflettere sul fatto che questo mondo è ancora schifosamente maschilista – nella misura in cui gli uomini conservano saldamente le redini del potere e molte ragazze possono fare carriera, o trovare un lavoro, barattando le proprie attenzioni in cambio di promesse, o di regali di varia natura. Inoltre, mi ha fatto pensare che le belle ragazze, ai nostri tempi, sono diventate un bene di consumo come un altro. Tutto questo è parecchio deprimente. Non ci sono molte giustificazioni. I maschi sbagliano, perché sfruttano la disperazione, l’ingenuità o la spregiudicatezza altrui. Le ragazze sbagliano per tutti i motivi che abbiamo già esaminato. Speriamo che un giorno la nostra società si evolva e cambi bruscamente direzione. O, per lo meno, che il Ministero si decida ad aumentarmi lo stipendio.

Il Debito

Ieri sera ho deciso di scontare i peccati commessi negli ultimi quindici anni andando a fare un giro in un centro commerciale – di sabato, a Roma, a pochi giorni da Natale. Dopo aver fatto due volte il pieno di benzina sono finalmente riuscito a trovare un parcheggio a soli 15 km e settecento metri dall’entrata. Mentre mi incamminavo verso la redenzione – dribblando ragazzini in skateboard, macchine strombazzanti, famigliole in festa, i Re Magi, Babbo Natale e la Befana – ho ricevuto un messaggio su WhatsApp da un numero sconosciuto. Il messaggio iniziava così: “6 anni fa, lei venne ad Ascoli Piceno per un convegno riguardante la nostra costituzione”. Ho pensato: “Stai a vedere che adesso mi insulta per il Referendum”. Ammetto di essere un pochino prevenuto, ma negli ultimi giorni mi hanno attaccato in molti – non sempre in maniera corretta e civile. Un giornalista ha persino dichiarato che dovrò fare attenzione quando un giorno “scorrerà il sangue nelle strade”, ci sono persone convinte che sia un fake – un blogger che si spaccia per docente -, mentre altre mi accusano di essere l’assassino di Cogne, il mandante della strage di Bologna e il parrucchiere del Ministro Fedeli. Ad ogni modo, siccome sono un uomo coraggioso, ho continuato a leggere: “Così io decisi definitivamente di frequentare la Facoltà di Giurisprudenza e di frequentarla a Teramo, sperando di seguire un corso da lei tenuto. E giovedì proprio lei dal quale tutto era iniziato era in commissione di Laurea ad ascoltare il frutto di 5 anni di studio intenso. Ci tenevo a dirle quello che lei ha rappresentato e che per rispetto da studente non le ho mai raccontato. È stato un piacere per me averla come professore e non posso che augurarle il meglio. Un abbraccio”.
Mi sono fermato di colpo e se devo dirla tutta mi sono anche commosso come un cretino. Sono rimasto piantato a terra come un palo della luce, mentre Babbo Natale mi dava una spallata e mi superava ansimando nella penosa processione verso il Centro Commerciale. Questo messaggio mi ha fatto riflettere sulla immensa responsabilità che abbiamo tutti noi educatori e docenti di ogni genere e grado, perché “in-segnare” vuol dire letteralmente “scrivere dentro” la mente e il cuore di chi ci ascolta. Si tratta di un compito per il quale non mi sentirò mai del tutto adeguato, mai del tutto all’altezza, mai del tutto degno. Cari studenti, io ci provo in tutti i modi a trasmettervi ciò che so e che sono, ma per quanto possa impegnarmi, preparami e lavorare sodo, per quanto possa accuratamente in-segnarvi (a lezione, nei convegni, sui libri e sul blog) sono certo che alla fine dei conti mi ritroverò comunque in debito. 

La verità è che siete tutti nel mio cuore, ogni giorno.

Ps: ovviamente lo studente di Ascoli aveva sbagliato numero.