Duro e puro

(Roma) – Ieri sera sono andato a vedere il primo film di e con Angelo Duro (Io sono la fine del mondo) che sta riscuotendo un grande successo di pubblico in questo periodo.

Conosco il personaggio sin dagli esordi, mi piace il suo stile e l’anno scorso sono stato a vederlo a teatro, al Brancaccio di Roma, spero che nessuno si offenda se dico che non è esattamente un attore, ma un caratterista che da anni mette in scena un solo personaggio – dissacrante, provocatorio e cinico.

Anche per questo motivo, le mie aspettative, lo confesso, erano parecchio basse. Temevo che Duro, come tanti altri comici prima di lui, sarebbe uscito ridimensionato dal passaggio al grande schermo.

Invece devo fare i miei complimenti ad attore e regista – autori peraltro della sceneggiatura- per la bravura con la quale hanno trasportato al cinema il ritmo e la verve che i fan già apprezzavano in televisione o dal vivo.

Il segreto del successo di “io sono la fine del mondo” è molto semplice: fa ridere. Ma c’è molto più di questo da dire.

Non è semplicemente un film comico come tanti, è un film che spiazza, disorienta e provoca, costringendo lo spettatore ad empatizzare per i genitori di Duro – anziani, malati, indifesi – ed al tempo stesso a ridere per il sadismo folle e pungente del protagonista.

Una considerevole parte del pubblico lo prenderà ad eroe ed esempio, una parte ride (e si vergogna di aver riso), una parte minoritaria non riesce a trovarci proprio nulla di divertente – ieri, tra il pubblico, c’era un signore che lo insultava a denti stretti per ogni cattiveria o battuta pesante.

Se dovessi azzardare una lettura psicologica: i genitori rappresentano la legge, l’ordine, le regole. Duro si vendica per ciò che gli hanno imposto quando era un bambino ed il pubblico empatizza con lui, con la vendetta dell’adulto che vuole essere libero di dire e fare tutto quello che gli passa per la testa, senza alcun rispetto per i sentimenti o i problemi altrui.

Vietato vietare.
Al potere l’anarchia.
Egoista è bello.

Proclamando questi “valori”, Duro riesce a piacere tanto a chi legge il suo film come una folle commedia dell’assurdo che fa paradossalmente emergere l’importanza dei valori che nega (“rido perché questo è matto”) quanto a chi non capisce la provocazione, prendendo Duro come esempio e profeta (“rido perché il protagonista ha ragione: basta col buonismo!”)

Totale: l’esperimento è perfettamente riuscito.

Bravo Angelo: 30 e lode.

Il piccolo principe

(Teramo) Mi rendo conto di aver dimenticato a Roma le scarpe da ginnastica. Devo assolutamente fare la spesa, decido quindi di commettere un gravissimo crimine contro l’umanità e peccato verso Dio: uscirò di casa con i pantaloni della tuta – peraltro parecchio sgualciti – e le scarpe “eleganti” – che normalmente indosso sotto il completo da lavoro.

L’immagine plastica di un disadattato.

Ho passato la giornata in giacca e cravatta, non ho nessuna voglia di togliermi la tuta.

“Entro nel supermercato, compro due cose ed esco, ci metterò due minuti, due minuti e mezzo, chi mai dovrei incontrare?” – dico a me stesso.

Entro quindi nel supermercato, dove, a testa bassa e cappello calato sugli occhi, in due minuti e quarantasei secondi netti, arraffo metà dei prodotti che mi servono e il doppio di quelli che non ho nessun bisogno di comprare.

Il piano è quasi perfettamente riuscito, quando, mentre attendo il mio turno alla cassa, vengo raggiunto da una collega.

La saluto per primo, perché a quel punto fare finta di niente sarebbe troppo scortese e peggiorerebbe la situazione.

Arrossisco per un attimo, rendendomi conto di quanto sono vestito male. Lei, rivolgendosi a suo figlio, dice: “lui è uno psicologo, sai? È famoso”.

Arrossisco di nuovo, perché questa storia del “famoso”, oltre ad essere una mistificazione, mi crea sempre un certo imbarazzo.

Il figlio sembra non aver notato nulla, impegnato come è a guardarsi intorno. Entra ed esce dalla conversazione a modo suo, come fanno spesso i bambini della sua età, in base a tempi e stimoli indecifrabili per noi adulti.

All’improvviso, appoggia la testa sul mio giaccone e mi cinge con le braccia, dondolandosi dolcemente.

“Lui è fatto così”, commenta la madre, “deve sempre abbracciare la gente”.

“Hey, grazie!” – dico io, sorpreso.

Il bambino mi sorride, poi lascia la presa e si volta a guardare un signore con un cane.

È arrivato il mio turno. Pago.
Saluto la collega ed il piccolo principe – “Fai il bravo” – mi raccomando.

Esco dal supermercato, portandomi a casa la magia di quell’abbraccio improvviso.
Spontaneo, gentile, vero.

Quanto sanno vivere i bambini, quanto avremmo bisogno di resettare tutto, tornare indietro.

Imparare da loro.

La solitudine dei numeri uno

Nulla isola le persone più del successo. Gli altri sono disposti a “perdonarci” praticamente tutto, tranne il fatto di aver ottenuto un risultato, per impegno, talento o fortuna.

Non a caso, molti uomini di successo conducono una vita triste, umanamente misera e priva di soddisfazioni.

“La solitudine dei numeri uno”, cantava Fabri Fibra, giocando con il titolo del celebre romanzo, tanti anni fa.

Ed è esattamente così che funziona.

L’invidia è peste.

Non c’è neanche bisogno di raggiungere chissà quale traguardo nella vita. Basta anche solo comprare una macchina nuova, ottenere il sudato aumento, trovare finalmente un(a) compagno/a, per scatenare in qualcuno malcelati sentimenti di odio e ostilità.

Mi ricordo che quando vinsi il concorso di dottorato indetto da La Sapienza, Andrea, un caro amico e compagno di studi, si precipitò a casa mia con una bottiglia di spumante, per brindare insieme.

Tenetevi strette le persone così.

Quelli che non si sentono inferiori, che godono dei vostri successi e vi consolano nella sconfitta.

Allontanate definitivamente e senza rimorsi chi non è in grado di farlo. Non avete bisogno della sua negatività. L’invidia è incompatibile con l’amicizia e ancor di più con l’amore.

Non ci sono alibi o giustificazioni che tengano.

Il fondo della coscienza

Qualche giorno fa sono stato a cena in un ristorante del centro di Roma, ero in compagnia di alcuni colleghi, tra di loro, c’era anche un vecchio e stimato professore francese, giunto in Italia per un ciclo di conferenze.

Ad un certo punto, uno dei commensali ha proposto un brindisi per la mia recente abilitazione alla professione di psicologo. La notizia ha destato grande interesse. Dopo che la tavolata ha esaurito l’intramontabile sequela di facezie sulla professione di psicologo, il collega francese ha concluso: “io, invece, so leggere i fondi del caffè”.

Era serio. E, lo posso dire con assoluta certezza, non intendeva in alcun modo offendermi.

“Io, invece, so leggere i fondi del caffè”.

Ho pensato di raccontarvi questo aneddoto perché trovo sia parecchio significativo del modo in cui una parte non trascurabile della popolazione considera, ancora oggi, il lavoro dello psicologo.

La psicologia è una scienza giovane, non c’è dubbio, ma, in poco più di un secolo di storia, ci ha insegnato moltissimo sul comportamento e sull’animo umano.

Una moltitudine di ricerche ed esperimenti, validati da rigorosi protocolli internazionali, ci ha consentito di gettare un colpo di sonda nelle profondità della coscienza, aiutando concretamente milioni di pazienti a guarire dal disagio che li affligeva o, “più semplicemente”, a ritrovare la serenità perduta.

Il dato di fatto è che non c’è benessere o salute senza sanità mentale.

Per questo motivo, sarebbe opportuno normalizzare il colloquio psicologico, un check up periodico, anche solo per controllare che sia tutto ok, esattamente come si fa con le analisi del sangue o con il dentista.

In conclusione, amici carissimi, se state passando un periodo complicato, rivolgetevi ad un professionista della salute mentale (psicologo, psichiatra o psicoterapeuta). Saprà ascoltarvi e consigliarvi per il meglio.

Al limite, potrebbe anche offrirvi un ottimo caffè.

Ciao, Marco

(Treviso) – Marco Magrin aveva 53 anni e lavorava saltuariamente come operaio. Non avendo una casa, aveva trovato rifugio in un garage, dove si arrangiava per passare la notte.

Lo hanno trovato lì, morto di freddo, il 30 novembre.

Mi spezza letteralmente il cuore sapere che un uomo possa morire così.

In Italia abbiamo appena raggiunto 5,7 milioni di poveri assoluti, stabilendo il record di tutti i tempi, mentre chi ha responsabilità di governo va in giro da due anni a raccontare che va tutto a gonfie vele; dedica smorfie e sorrisini idioti alle telecamere; butta dalla finestra 800 milioni di euro per realizzare centri di prima accoglienza (vuoti) in Albania.

Il 30 novembre Marco Magrin è morto per il freddo.

Questo è il Paese reale.

Che siano maledetti
gli egoisti e i superficiali.
Che siano dannati gli indifferenti.

6.12.2024

Buon Natale