Vita Nova

Sono entrato per la prima volta all’Università degli Studi di Teramo circa 24 anni fa, nel 2002. La benzina costava 0,92 euro al litro, il Presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi e i Matia Bazar vincevano il 52mo festival di Sanremo con il brano Messaggio d’amore.

Abitavo a Roma e mi pagavo l’affitto insegnando chitarra moderna e suonando nei locali con un quartetto jazz. In tasca avevo pochi spicci e tante speranze.

Festeggiai il primo stipendio da ricercatore – mille euro tondi tondi – come se avessi vinto alla lotteria.

Con il passare degli anni, Teramo mi ha consentito di crescere molto dal punto di vista professionale e umano: qui ho imparato il mestiere di docente universitario prima e di psicologo poi, qui ho scritto tutti i miei libri, qui ho creduto di aver trovato l’amore invece era un calesse.

Non mi sono iscritto a nessun partito, gruppo o club… Non ho mai frequentato feste, caminetti e salotti… Ho trascorso quasi tutte le giornate in dipartimento e quasi tutte le serate in casa… a studiare, a scrivere o suonare – per la incontenibile gioia dei miei vicini (!) .

Questa “distanza di sicurezza” non mi ha impedito di stringere amicizia con il tabaccaio del quartiere, con il vicino in pensione (“Professò come va la Roma? Giuseppe dice che avete preso a Mariolino” (ndt: Mourinho) con il contadino che mi regalava le uova e mi prestava i gatti (grazie Mario!)

Pochi giorni fa ho preso servizio a Roma, dopo circa 24 anni di viaggi sulla A24, attratto dall’ultimo step della carriera accademica, dalla possibilità di stare accanto ai miei cari, alla mia città natale.

L’ho fatto con infinita nostalgia per questa piccola grande città a metà strada tra il mare e il Gran Sasso, piena di persone vere, serie e gentili, come solo gli abruzzesi sanno essere.

L’ho fatto con immensa gratitudine per l’Ateneo che mi ha accolto, cresciuto e difeso – ogni volta che personaggi e personaggetti di ogni risma hanno provato a fare pressioni sulle più alte cariche accademiche, affinché questa pagina fosse chiusa.

Grazie di tutto, amici carissimi, colleghi e studenti.

Inizio una nuova avventura, come ordinario, finalmente a Roma, ma potete stare certi che resterete per sempre nel mio cuore.

6.10.2026

Semel Teramensis, Semper Teramensis

Il piccolo principe

(Teramo) Mi rendo conto di aver dimenticato a Roma le scarpe da ginnastica. Devo assolutamente fare la spesa, decido quindi di commettere un gravissimo crimine contro l’umanità e peccato verso Dio: uscirò di casa con i pantaloni della tuta – peraltro parecchio sgualciti – e le scarpe “eleganti” – che normalmente indosso sotto il completo da lavoro.

L’immagine plastica di un disadattato.

Ho passato la giornata in giacca e cravatta, non ho nessuna voglia di togliermi la tuta.

“Entro nel supermercato, compro due cose ed esco, ci metterò due minuti, due minuti e mezzo, chi mai dovrei incontrare?” – dico a me stesso.

Entro quindi nel supermercato, dove, a testa bassa e cappello calato sugli occhi, in due minuti e quarantasei secondi netti, arraffo metà dei prodotti che mi servono e il doppio di quelli che non ho nessun bisogno di comprare.

Il piano è quasi perfettamente riuscito, quando, mentre attendo il mio turno alla cassa, vengo raggiunto da una collega.

La saluto per primo, perché a quel punto fare finta di niente sarebbe troppo scortese e peggiorerebbe la situazione.

Arrossisco per un attimo, rendendomi conto di quanto sono vestito male. Lei, rivolgendosi a suo figlio, dice: “lui è uno psicologo, sai? È famoso”.

Arrossisco di nuovo, perché questa storia del “famoso”, oltre ad essere una mistificazione, mi crea sempre un certo imbarazzo.

Il figlio sembra non aver notato nulla, impegnato come è a guardarsi intorno. Entra ed esce dalla conversazione a modo suo, come fanno spesso i bambini della sua età, in base a tempi e stimoli indecifrabili per noi adulti.

All’improvviso, appoggia la testa sul mio giaccone e mi cinge con le braccia, dondolandosi dolcemente.

“Lui è fatto così”, commenta la madre, “deve sempre abbracciare la gente”.

“Hey, grazie!” – dico io, sorpreso.

Il bambino mi sorride, poi lascia la presa e si volta a guardare un signore con un cane.

È arrivato il mio turno. Pago.
Saluto la collega ed il piccolo principe – “Fai il bravo” – mi raccomando.

Esco dal supermercato, portandomi a casa la magia di quell’abbraccio improvviso.
Spontaneo, gentile, vero.

Quanto sanno vivere i bambini, quanto avremmo bisogno di resettare tutto, tornare indietro.

Imparare da loro.

Verso un posto nuovo

Uno dei miei brani preferiti dei Tiromancino è “Muovo le ali di nuovo”, non solo perché si incastra alla perfezione in un disco pieno di piccoli gioielli, come “La descrizione di un attimo”, “Strade” o “Due destini”, ma anche e soprattutto perché esprime con grande poesia una smania di cambiamento e rinascita che ho sempre sentito come mia.

Il malessere della caduta legato alla voglia di rialzarsi immediatamente e intraprendere un nuovo percorso.

“Per cominciare a diventare così com’è che avrei dovuto, solo se avessi comunque davvero voluto”.

Nel testo, Federico Zampaglione cita esplicitamente il mito di Icaro, monito perenne per tutti quelli che non si accontentano di posare i piedi al suolo; “tira due righe sul conto”, come fanno i viaggiatori, abituati alle partenze, avvezzi agli addii; guarda, come se fosse la prima volta, ogni singola “vecchia” cosa che lo circonda – a riprova del fatto che il viaggio di scoperta non è conoscere nuove terre, ma avere nuovi occhi.

Peraltro, di questo splendido brano esiste anche una riuscitissima versione alternativa – con una strofa firmata da Fabri Fibra che riprende ed esalta lo spirito della canzone originale

Scrivo oggi questo post perché pochi giorni fa ho avuto la grande fortuna di ascoltare i Tiromancino live, a teatro, a Teramo (Teatro Comunale di Teramo). Il concerto è stato nel suo complesso godibilissimo.

Tutti i brani dei Tiromancino sono costruiti con grande sapienza cantautorale, colgono sempre nel segno, richiamando le più eleganti e riuscite armonie della nostra tradizione musicale.

Zampaglione, sul palco, si muove con estrema disinvoltura, mentre i suoi musicisti eseguono dalla prima all’ultima nota senza l’ombra di una sbavatura.

Alle volte ho avuto l’impressione che i “nuovi” Tiromancino fossero davvero troppo lontani da quelli di cui mi sono innamorato nei primi anni 2000, ma il giudizio finale è stato comunque super positivo.

Andate a vederli dal vivo, se potete.

Passerete un’ottima serata immersi nella bella musica.

30.12.2022

E tornano più forti
In un giorno come gli altri
❤️