La Benedizione

Sono figli di Dio e hanno diritto ad avere una famiglia. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo gli omosessuali godranno di una copertura legale”.

Bisogna essere davvero ottusi per commentare “ha detto una cosa ovvia”.
Ovvia non è – purtroppo – per milioni di persone nel mondo – cattolici e non.

Con queste parole Papa Francesco fa fare alla Chiesa un gigantesco passo in avanti, coraggioso, clamoroso e rivoluzionario:

  • prende le distanze dai tanti “cattolici” che da anni si nascondono dietro la tutela della famiglia per giustificare il proprio odio nei confronti degli omosessuali;
  • supera “a sinistra” moltissimi non credenti che osteggiano da sempre le unioni civili;
  • si aliena le simpatie dei tanti ipocriti che si ricordano di Dio solo quando devono sfruttare il Suo nome per andare in guerra contro qualcosa o qualcuno.

Quindi riconosciamo a Papa Francesco il grande merito di aver spinto ancora una volta la Chiesa verso l’accoglienza, la pace e l’amore.

Teramo 22.10.2020

Grazie di cuore, Francesco, sei la benedizione di cui avevamo bisogno.

❤️

Galeotto fu il violino

Verona – Paola Agnelli e Michele D’Alpaos si sono visti per la prima volta a marzo, durante il lockdown, ciascuno si trovava sul balcone della propria abitazione. Pur vivendo a pochi metri di distanza l’uno dall’altra, non si erano mai incontrati prima di allora. Il 17 marzo, le note suonate al violino dalla sorella di Paola – vi ricordate i flash mob musicali? – attirarono l’attenzione di Michele.

Così il loro sguardo si è incrociato per la prima volta e da allora è rimasto intrecciato.

Dopo il lockdown si sono incontrati, si sono fidanzati e convoleranno presto a nozze.

Trovo che questa storia sia molto bella, non solo perché quando si parla di amore, a Verona, è sempre una questione di balconi :) ma soprattutto perché dimostra che la nostra attitudine verso la vita è in grado di superare qualsiasi ostacolo, privazione e difficoltà.

Quando è l’amore a guidarci, possiamo trarre il bene dal male, trasformare le avversità in opportunità, incontrare l’anima gemella anche se ci troviamo reclusi dentro casa, a consumare il toner della stampante in autocertificazioni, in attesa che passi la tempesta.

Teramo 24.9.2020

Tanti auguri, di cuore, a Paola e Michele.

Omnia Vincit Amor
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La colpa è di Chiara

Francesco Filini è un blogger, sulla sua pagina pubblica si definisce Dirigente Nazionale e Coordinatore dell’Ufficio Studi di Fratelli d’Italia. Sin qui, la notizia è che Fratelli d’Italia abbia un Ufficio Studi – passatemi la facezia, ci vuole anche un po’ di ironia nella vita.

Ad ogni modo, Filini ha scritto una lettera aperta a Chiara Ferragni per rispedire al mittente le accuse di fascismo ultimamente sollevate dalla nota influencer contro i quattro aggressori di Willy.

Come dimostra eloquentemente la foto che correda il post, Filini intende dire che la vera “cultura” dei ragazzi coinvolti nell’omicidio di Willy è la cultura dell’immagine e quindi, la cultura degli influencer, non di certo la cultura fascista.

A sostegno di questa tesi, l’autore fa notare che i quattro ragazzi non citano, sulle proprie bacheche, frasi di Evola, Jünger, Celine o Pound, anzi, egli ritiene che non abbiano mai letto un libro, invece (colpo di scena) uno di loro segue proprio Chiara Ferragni (come circa venti milioni di persone nel mondo).

Ammettiamolo pure, questa provocazione intellettuale risulta a suo modo simpatica e accattivante. Peccato che sia completamente errata.

  1. Il post cui si riferisce Filini non l’ha scritto Chiara Ferragni, lei ha semplicemente condiviso nelle sue storie un post pubblicato da spaghettipolitics (se vuoi fare le pulci a qualcuno, almeno assicurati di rivolgerti alla persona giusta).
  2. Filini suppone che essere intrisi di cultura fascista significhi aver letto Evola, Jünger, Celine e Pound. Gioca maliziosamente col termine “cultura”, facendo finta di non sapere che le cose non stanno affatto così. Magari – e ripeto magari – tutti quelli che si professano fascisti avessero letto Pound o Evola, magari tutti quelli che fanno il saluto romano indossando la camicia nera sapessero chi è Jünger o Celine, la drammatica realtà è che la stragrande maggioranza degli italiani non legge – e gli italiani di estrema destra non fanno di certo eccezione.

Questo, ahimè, non significa che la “cultura fascista” non sia ancora ben presente nel Paese. Perché essere intrisi di cultura fascista non significa essere raffinati conoscitori di alcuni filosofi o autori che vengono più o meno correttamente e maliziosamente collegati agli ideali della destra, significa credere ancora nelle idee che il fascismo ha diffuso nella popolazione italiana, significa perpetrare modelli di vita improntati al razzismo (avete presente il manifesto per la purezza della razza e le leggi razziali?) alla violenza (avete presente le squadracce e soprattutto la stretta alleanza con il nazismo?), all’omofobia (sapete che vennero deportati anche molti omosessuali?) e, più in generale, all’arroganza e alla discriminazione dei più deboli.

Insomma, Filini, i fatti storici esprimono la vera natura del fascismo, non le belle pagine degli autori cui alcuni intellettuali ritengono di doversi ispirare.

La mia tesi è che la cultura, intesa in senso accademico, sia strutturalmente nemica della violenza – l’intellettuale violento, a mio avviso, non è un vero intellettuale.

Altra cosa è la (sotto)cultura popolare, fatta di muscoli, di tatuaggi, di simboli, di scritte sui muri, di slogan. Sotto questo punto di vista risulta ovvio – e sinceramente innegabile – il nesso tra quei quattro ragazzi e la (sotto)cultura della destra.

Parliamoci chiaramente, Filini, il suo è un bel tentativo, per carità, ma ancora non raggiunge la sufficienza.

Si presenti al prossimo appello.

Roma 11.9.2020

“Ha stato Chiara Ferragni”

Si balla poco

La foto che vedete qui sotto l’ho scattata a marzo, ero sul piazzale antistante il pronto soccorso dell’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, faceva un freddo cane e io stavo aspettando il risultato dei tamponi covid eseguiti su mia madre, entrata al pronto soccorso in codice rosso la notte precedente.

Da quel giorno, ogni giorno, andavo al Sant’Eugenio e aspettavo per qualche ora lì fuori – visto che nella struttura non si poteva entrare. Spesso tornavo a casa, da mio padre, con un’unica frase accartocciata in tasca assieme all’autocertiticazione, “l’infermiere ha detto che le condizioni di mamma sono stabili”.

Quando andava bene, mi consentivano di parlare con un medico, al telefono.

Mamma non aveva il covid ed è “semplicemente” passata dalla terapia intensiva alla sub-intensiva al reparto, alle dimissioni – più di una volta, in più di un ospedale.

Chiunque abbia avuto la “fortuna” di frequentare gli ospedali in quel periodo sa bene che il covid ha prodotto conseguenze nefaste su una marea di “normali malati” – sottraendo loro il personale medico e dunque le cure di cui avrebbero avuto bisogno; impedendo le visite e l’assistenza dei parenti.

Fatto sta che in quella mascherina ho parlato, mangiato, pianto e pregato per circa tre mesi.

Quando tornavo a casa, la sera, avevo i segni violacei sul volto.

Oggi, dopo aver passato, come molti italiani, un periodo letteralmente “infernale”, io devo sentire il noto dj Bob Sinclar dichiarare ai giornali: “quando si balla è impossibile mantenere il distanziamento, la regola è: goditi l’attimo”

Goditi l’attimo.

Ragazzi miei, date retta al prof: fate l’enorme sacrificio di evitare gli assembramenti, per quest’estate. Magari avrete la fortuna di andare altre mille volte in discoteca, in buona salute, nei prossimi anni.

14.8.2020

La regola è: rispettate la vostra vita e quella degli altri.

Si balla poco, in terapia intensiva.

Avere vent’anni

Mi sono laureato in Giurisprudenza il 7 luglio del 2000, esattamente venti anni fa, quando non esistevano i social network, sognavamo il nokia3310 e ci facevamo reciprocamente i mutini per dire “hey, sto pensando a te”.

A quei tempi non esistevano i CFU né le lauree triennali, ma per aiutarti ad entrare prima nel mondo del lavoro lo Stato Italiano si prendeva dai dieci mesi a un anno di vita – vuoi come militare, vuoi come obiettore.

L’anno in cui mi sono laureato mi sono rotto il legamento crociato, ho avuto la varicella e sono stato investito da un taxi. Poca roba, paragonata al fatto che la Lazio vinse lo scudetto – fine del film horror.

Il 2000, per me, fu un anticipo di 2020.

La laurea fu comunque una grande liberazione, non vedevo l’ora di abbandonare quelle aule vecchie, quei corridoi sporchi, quei mastodontici e polverosi libri… Tutto quello che volevo fare, a quei tempi, era continuare a suonare nei locali con il mio quartetto jazz – e insegnare musica.

Alla vita non chiedevo davvero altro.

Oggi, se mi guardo indietro, mi domando come abbia fatto ad arrivare sin qui.

Mentre festeggio questa ricorrenza con cappuccino e cornetto ipercalorico alla nutella ripieno di nutella e nutella, vorrei dire una cosa, dal profondo del cuore, a tutti i ragazzi che si stanno laureando in questi giorni: qualsiasi cosa vi dicano i “grandi”, qualsiasi infinita predica, invereconda stupidaggine o squallido trucco usino per farvi cambiare strada, voi non ascoltare nessuno, inseguite i vostri sogni, difendeteli senza pietà, fate sempre e soltanto ciò che amate.

Datemi retta, non c’è ricchezza o posto di lavoro o pensione, in questo misero mondo, che valga un terzo dei desideri che portate nel cuore.

Forza e coraggio, ragazzi, il futuro vi appartiene.

Roma 7.7.2020

A renderci capaci di tutto non è la forza di cui disponiamo, ma l’intensità del nostro desiderio.