Fake News a rotelle

Da ieri circola sui social network un video in cui un gruppo di studenti usa i banchi con le rotelle per giocare a scontrarsi, sono tutti senza mascherina, incuranti delle più elementari norme di sicurezza.

Il video è stato condiviso anche da Matteo Salvini, accompagnato dall’hashtag “Azzolina Bocciata”.

Peccato che risalga al 2017.

Matteo Salvini – e la sua galassia di marketing politico – hanno dunque cavalcato allegramente questa fake news grossa come una casa pur di trarne un vantaggio elettorale.

Il punto è che la destra aspettava questi primi giorni di scuola con la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue. Sognavano incidenti, manifestazioni e disordini. Qualsiasi cosa, pur di fare il tiro a segno sul Governo Conte.

È andata male.

Tutti stanno facendo la propria parte: il Governo, i dirigenti scolastici, i docenti, le famiglie e gli alunni, nella consapevolezza che la situazione è complicata ed inedita, che i problemi sono tanti e tanti sono i sacrifici, ma di certo non si risolvono a colpi di selfie, pagliacciate e fake news.

Teramo 16.9.2020

La nostra più grande fortuna è che in cabina di regia, ad affrontare questa emergenza, non ci siamo Salvini e Meloni.

La colpa è di Chiara

Francesco Filini è un blogger, sulla sua pagina pubblica si definisce Dirigente Nazionale e Coordinatore dell’Ufficio Studi di Fratelli d’Italia. Sin qui, la notizia è che Fratelli d’Italia abbia un Ufficio Studi – passatemi la facezia, ci vuole anche un po’ di ironia nella vita.

Ad ogni modo, Filini ha scritto una lettera aperta a Chiara Ferragni per rispedire al mittente le accuse di fascismo ultimamente sollevate dalla nota influencer contro i quattro aggressori di Willy.

Come dimostra eloquentemente la foto che correda il post, Filini intende dire che la vera “cultura” dei ragazzi coinvolti nell’omicidio di Willy è la cultura dell’immagine e quindi, la cultura degli influencer, non di certo la cultura fascista.

A sostegno di questa tesi, l’autore fa notare che i quattro ragazzi non citano, sulle proprie bacheche, frasi di Evola, Jünger, Celine o Pound, anzi, egli ritiene che non abbiano mai letto un libro, invece (colpo di scena) uno di loro segue proprio Chiara Ferragni (come circa venti milioni di persone nel mondo).

Ammettiamolo pure, questa provocazione intellettuale risulta a suo modo simpatica e accattivante. Peccato che sia completamente errata.

  1. Il post cui si riferisce Filini non l’ha scritto Chiara Ferragni, lei ha semplicemente condiviso nelle sue storie un post pubblicato da spaghettipolitics (se vuoi fare le pulci a qualcuno, almeno assicurati di rivolgerti alla persona giusta).
  2. Filini suppone che essere intrisi di cultura fascista significhi aver letto Evola, Jünger, Celine e Pound. Gioca maliziosamente col termine “cultura”, facendo finta di non sapere che le cose non stanno affatto così. Magari – e ripeto magari – tutti quelli che si professano fascisti avessero letto Pound o Evola, magari tutti quelli che fanno il saluto romano indossando la camicia nera sapessero chi è Jünger o Celine, la drammatica realtà è che la stragrande maggioranza degli italiani non legge – e gli italiani di estrema destra non fanno di certo eccezione.

Questo, ahimè, non significa che la “cultura fascista” non sia ancora ben presente nel Paese. Perché essere intrisi di cultura fascista non significa essere raffinati conoscitori di alcuni filosofi o autori che vengono più o meno correttamente e maliziosamente collegati agli ideali della destra, significa credere ancora nelle idee che il fascismo ha diffuso nella popolazione italiana, significa perpetrare modelli di vita improntati al razzismo (avete presente il manifesto per la purezza della razza e le leggi razziali?) alla violenza (avete presente le squadracce e soprattutto la stretta alleanza con il nazismo?), all’omofobia (sapete che vennero deportati anche molti omosessuali?) e, più in generale, all’arroganza e alla discriminazione dei più deboli.

Insomma, Filini, i fatti storici esprimono la vera natura del fascismo, non le belle pagine degli autori cui alcuni intellettuali ritengono di doversi ispirare.

La mia tesi è che la cultura, intesa in senso accademico, sia strutturalmente nemica della violenza – l’intellettuale violento, a mio avviso, non è un vero intellettuale.

Altra cosa è la (sotto)cultura popolare, fatta di muscoli, di tatuaggi, di simboli, di scritte sui muri, di slogan. Sotto questo punto di vista risulta ovvio – e sinceramente innegabile – il nesso tra quei quattro ragazzi e la (sotto)cultura della destra.

Parliamoci chiaramente, Filini, il suo è un bel tentativo, per carità, ma ancora non raggiunge la sufficienza.

Si presenti al prossimo appello.

Roma 11.9.2020

“Ha stato Chiara Ferragni”

La persona e le idee

Forse questa è la volta buona”

Raffaele Simone, stimato collega e noto intellettuale, ha commentato in questo modo la notizia della positività di Berlusconi.

Desta scandalo che un intellettuale serio e preparato possa comportarsi esattamente come la massa di analfacapre che ha gioito per la morte di Camilleri o per la malattia di Emma Marrone.

Berlusconi ha regalato all’Italia venti anni di malgoverno, barzellette sporche e figuracce internazionali, ma nessuno deve permettersi di sperare male. Comportarsi diversamente significa essere molto cattivi e anche parecchio ingenui.

Il problema non è infatti l’uomo, ma lo spirito che egli incarna e rappresenta. Voglio dire, non avremmo risolto nulla anche se dovessero contemporaneamente sparire dalla faccia della terra gli attuali rappresentati degli analfarazzisti mannari italiani – sarebbero ovviamente sostituiti da altri e magari peggiori politici.

La battaglia che dobbiamo combattere è culturale, non personale.

Il fascismo è un nemico senza volto, per questo è così difficile da sconfiggere.

Ma la cosa peggiore di tutte è osservarne il ghigno satanico mentre guardiamo, sconcertati, uno specchio.

Roma 5.9.2020

“Io non ho inventato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani” – b.m.

Si balla poco

La foto che vedete qui sotto l’ho scattata a marzo, ero sul piazzale antistante il pronto soccorso dell’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, faceva un freddo cane e io stavo aspettando il risultato dei tamponi covid eseguiti su mia madre, entrata al pronto soccorso in codice rosso la notte precedente.

Da quel giorno, ogni giorno, andavo al Sant’Eugenio e aspettavo per qualche ora lì fuori – visto che nella struttura non si poteva entrare. Spesso tornavo a casa, da mio padre, con un’unica frase accartocciata in tasca assieme all’autocertiticazione, “l’infermiere ha detto che le condizioni di mamma sono stabili”.

Quando andava bene, mi consentivano di parlare con un medico, al telefono.

Mamma non aveva il covid ed è “semplicemente” passata dalla terapia intensiva alla sub-intensiva al reparto, alle dimissioni – più di una volta, in più di un ospedale.

Chiunque abbia avuto la “fortuna” di frequentare gli ospedali in quel periodo sa bene che il covid ha prodotto conseguenze nefaste su una marea di “normali malati” – sottraendo loro il personale medico e dunque le cure di cui avrebbero avuto bisogno; impedendo le visite e l’assistenza dei parenti.

Fatto sta che in quella mascherina ho parlato, mangiato, pianto e pregato per circa tre mesi.

Quando tornavo a casa, la sera, avevo i segni violacei sul volto.

Oggi, dopo aver passato, come molti italiani, un periodo letteralmente “infernale”, io devo sentire il noto dj Bob Sinclar dichiarare ai giornali: “quando si balla è impossibile mantenere il distanziamento, la regola è: goditi l’attimo”

Goditi l’attimo.

Ragazzi miei, date retta al prof: fate l’enorme sacrificio di evitare gli assembramenti, per quest’estate. Magari avrete la fortuna di andare altre mille volte in discoteca, in buona salute, nei prossimi anni.

14.8.2020

La regola è: rispettate la vostra vita e quella degli altri.

Si balla poco, in terapia intensiva.

La nostra più grande vergogna

Prima di essere assunto dall’Università insegnavo chitarra moderna in una scuola di musica. Ogni lunedì, alle 14.30, entravo in una stanzetta fredda e umida posta al secondo piano di un centro culturale alla periferia sud di Roma, uscivo alle 21.30 dopo aver fatto lezione a sette allievi, con le mani che mi tremavano letteralmente per la stanchezza. Il mercoledì, il giovedì o il venerdì notte andavo a suonare nei locali con il mio quartetto jazz.

Amavo, con tutto me stesso, la musica, ma temevo di non poterci costruire una vita sopra, quello che guadagnavo bastava a malapena a pagare l’affitto e mi aiutava a mantenere viva la speranza di vincere, un giorno, un concorso come ricercatore – se mai ce ne fosse stato uno, in qualsiasi città o università italiana.

Quando serviva, quando qualcuno si ricordava di me, abbandonavo i panni del musicista, indossavo giacca e cravatta e prendevo la macchina, il treno, l’aereo per andare ovunque in Italia ad ascoltare seminari, partecipare a convegni, fare esami come cultore della materia.

“Il lavoro è una cosa naturale”, cantavano i 99posse, “c’è l’affitto da pagare e tu vai a lavorare”. Ed è davvero così.

“Lì ti possono sfruttare, umiliare, sottopagare, cassaintegrate, ma non è che ti possono ammazzare, non è così che deve andare […] Eppure non si sa come, ogni giorno succede a tre persone”

Io, nel mio lavoro, non ho mai rischiato di morire, ho visto qualche brutto incidente sull’autostrada, questo sì, ho attraversato tempeste di neve e ho pattinato allegramente sull’acqua, ok, ma credo che sia molto diverso dal salire quotidianamente su un’impalcatura, scendere tutti i giorni in miniera o calarsi in cisterne colme di materiale tossico.

Io sono stato un fortunato e un privilegiato, ho avuto una famiglia alle spalle che mi ha permesso di studiare.

A queste cose ho pensato ieri, quando ho saputo di Stefano e Paolo, due operai morti a Roma, mentre lavoravano ad un cantiere in Via di Vigna Murata – a pochi passi dalla scuola di musica dove facevo le mie lezioni di chitarra.

Ho pensato alla strage silenziosa dei lavoratori. Ai padri di famiglia, ai ragazzi alle prime armi, agli operai esperti che precipitano dalle impalcature, vengono schiacciati dai macchinari, soffocano respirando miasmi ammorbanti. In Italia ne muoiono tre, tutti i giorni. E nessuno sembra essere in grado di fare assolutamente nulla.

Ogni tanto provo a scuotere la coscienza dei miei lettori, richiamando l’attenzione sul tema.

“La colpa è loro perché non sono prudenti!” – mi scrivono nei commenti – “la colpa è degli imprenditori perché risparmiano sulle protezioni!”, “la colpa è dello Stato che non controlla!”.

Io non lo so di chi sia la colpa. Davvero. Mi piacerebbe che abbandonassimo questo spirito inquisitorio e ci concentrassimo, per una benedetta volta, sulle soluzioni piuttosto che sui colpevoli. In un Paese civile, nel XXI secolo, il lavoro uccide tre persone ogni giorno. Se ci fosse un solo partito politico in grado di prendere per una benedetta volta sul serio questo problema avrebbe certamente il mio voto.

Nel mentre, vorrei solo mandare una carezza alle famiglie e agli amici delle vittime. Vorrei che la terra, per Paolo e Stefano, fosse lieve.

Roma 22.7.2020

Povera vita mia.