Squid Game

Tra le serie tv più viste in Italia in questo periodo spicca Squid Game, una produzione coreana (!) per la quale Netflix non ha predisposto un doppiaggio in italiano ma che ha comunque conquistato il pubblico della nostra penisola – sebbene ci abbiano costretto a guardarla in inglese, oppure, con i sottotitoli.

Vediamo insieme a cosa è dovuto questo grande successo – no spoiler.

Lo spunto da cui origina Squid Game non brilla per originalità, siamo infatti di fronte all’ennesima storia in cui i protagonisti sono impegnati in un “gioco mortale” – ne resterà solo uno, stile the hunger games, italia viva e centinaia di altre produzioni.

Il rimando ai reality show è sin troppo ovvio e banale: i giocatori di Squid Game sono come i partecipanti di Masterchef, solo che se sbagliano a cucinare un uovo arriva un naziCannavacciuolo che li stende a colpi di urla e pacche sulle spalle.

Eppure, la serie tv riesce a risultare originale per le tante “variazioni sul tema noto” che gli autori hanno saputo elaborare con una certa perizia – insomma, hanno copiato, ma hanno aggiunto allo schema di base molte cose interessanti. Per questo motivo, i coreani hanno già annunciato che il prossimo passo sarà produrre un album di Zucchero.

Aggiungete a tutto questo una certa dose di humor nero; alcune trovate di sicuro impatto visivo; il colpo di scena finale ed avrete capito per quale motivo Squid Game sta avendo tanto successo.

La serie ci spinge a riflettere su ciò che facciamo o che saremmo disposti a fare pur di diventare ricchi, criticando in maniera neanche troppo velata le sconcertanti diseguaglianze di una società in cui ci sono tantissime persone costrette a vendere gli organi pur di sopravvivere (ricordo un drammatica inchiesta de L’Internazionale) e altre che si accendono i sigari con i dollari.

Voto: 27/30.
Homo homini lupus

Uno spazio alla volta

Ieri sono tornato in Facoltà per svolgere esami “in presenza” – dopo mille anni e un secolo di dad.

Finalmente ho potuto dialogare con i miei studenti, senza dover fare i conti con problemi di connessione, microfoni bislacchi e tentativi di sabotaggio.

L’esame è tornato ad essere un colloquio pubblico ma riservato, abbiamo recuperato il nostro piccolo spazio di intimità in cui occhi che diventano umidi, volti che arrossiscono, errori o gaffe di ogni genere restano un segreto tra esaminatore e esaminando.

Abbiamo recuperato il nostro piccolo spazio di intimità in cui nessuno può registrare la prova di un altro studente e diffonderne il video in 4k su tutti i social – rendendolo oggetto di imperituri sberleffi, sagaci parodie e mitici meme.

Insomma, siamo finalmente tornati a casa.

Se continuiamo così, con prudenza, nel rispetto della comunità e dei più fragili, davvero andrà tutto bene. Non torneremo più soli come le penne lisce sugli scaffali dei supermercati (vi sblocco un ricordo). Non ci saranno altri concerti da balcone. Non avremo più bisogno di infermieri martiri.

Difendiamo le preziose conquiste di questi giorni e, per il bene di tutti, andiamo avanti con vaccini e green pass.

7.9.2021

L’Istruzione riprende “in presenza”.

Riprendiamoci la nostra vita, uno spazio alla volta.

Educare (anche) i migliori

Quante persone, nel corso della propria carriera scolastica, sono state mandate dal Preside perché avevano fatto un ottimo compito in classe e quante invece per aver combinato qualcosa di sbagliato?

Questa è la domanda che si è posto Massimo Viganò, Preside dell’Istituto Primo Levi di Seregno (Monza e Brianza), prima di scrivere un bel messaggio di gratificazione e di incoraggiamento agli studenti più meritevoli della sua scuola.

“Voglio esprimere, anche a nome del Consiglio di Classe, apprezzamento per i notevoli risultati da lei conseguiti in questa prima parte dell’anno scolastico…” – recitava la prima parte, seguita da un incoraggiamento – “il suo impegno pone delle sicure basi per il proseguimento degli studi e un soddisfacente futuro professionale”.

Infine, il Dirigente si congedava esprimendo la certezza che il secondo periodo di valutazione sarebbe stato, per lo studente, altrettanto gratificante.

Sembra una sciocchezza, invece Viganò ha avuto un’idea a suo modo rivoluzionaria. Il nostro intero sistema scolastico è basato sulla paura per la sanzione negativa (la bocciatura, la nota…), prevedendo rari incentivi e altrettanto rare soddisfazioni per i ragazzi che invece ottengono ottimi risultati. Come afferma lo stesso Preside:

“Noi dirigenti di solito conosciamo per primi gli studenti più scalmanati, quelli che gli insegnanti ci mandano; è ovvio che chi ha uno svantaggio o ha bisogno di un aiuto particolare merita l’attenzione massima di tutti. Ma gli altri? Quelli che non conosciamo mai perché non danno problemi e studiano con ottimi risultati? Secondo me è giusto che anche loro sentano la nostra attenzione. E allora mi sono detto: perché no? E dopo gli scrutini ho scritto ai più bravi”.

Ottimo. Davvero.

Chiunque si occupa di educazione e di insegnamento dovrebbe prendere esempio da questa bella iniziativa.

Come amo ripetere, citando Plutarco, “gli studenti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere”.

Se non sono felici

Mi capita sempre più spesso di ricevere studenti affranti dall’idea che tutti gli altri candidati ad un esame ascoltino la loro interrogazione, che ne valutino le capacità e che conoscano l’esito dell’esame.

Certo, gli esami erano pubblici anche prima del covid. Ma una cosa è parlare con il docente avendo alle spalle altri candidati più o meno in grado di captare qualcosa di quel colloquio, altra è parlare in un microfono che consentirà a tutti di sentire alla perfezione ogni singola parola.

I ragazzi provano vergogna. Si sentono esposti, nudi.

Per i nostri studenti l’esame è sempre più simile ad un giudizio divino, un momento critico fatto di confronti, di invidie, di ansie e conflitti mai risolti. Era così anche prima, certo. Ma adesso è diventato molto più difficile mandar giù un risultato negativo – quando il compagno antipatico o l’amica civetta, “che ha detto esattamente ciò che ho detto io”, “che non ha studiato NULLA”, prende invece un bel trenta.

Pianti; attacchi di rabbia; crisi di panico.
Come se ne esce?

Insegnando ai nostri ragazzi che l’esame non è il giudizio universale; che tra i banchi non c’è nessuna gara e non esiste competizione: lo studio non è un talent, non c’è televoto e non ne resterà solo uno.

Liberiamoli dall’ossessione della vittoria, dall’ansia della prestazione. Togliamo dalle loro spalle il peso delle nostre frustrazioni. Non obblighiamoli ad ingoiare quintali di aspettative e di sensi di colpa.

Lasciamoli liberi di crescere, di sognare e di vivere. Rispettiamo le loro scelte e i loro tempi. Tutto ciò di cui hanno bisogno, per fiorire, è di essere accettati per come sono.

Date retta al prof., non preoccupatevi se i vostri figli non sono “vincenti”, preoccupatevi se non sono felici.

La grande onda

C’erano le cabine telefoniche, i flipper e i juke box. Avevamo la televisione in bianco e nero; le fotografie, per essere scattate, richiedevano un motivo valido, i selfie si facevano quando c’era bisogno di mettere una foto sui documenti.La nostra avanguardia, modernista e rivoluzionaria, erano le merendine del mulino bianco con tanto di regalino in ogni confezione; la trasmissione televisiva “drive-in”; le caramelle che scoppiettavano in bocca facendo reazione con la saliva.

Gli adulti avevano sempre ragione, i professori erano adulti al quadrato, i parenti erano adulti al cubo. I nostri nonni, che avevano fatto la Guerra, pensavano che la coca cola e il rock and roll fossero opera del demonio, consideravano sciatti e volgari i jeans. Nelle strade c’erano le cinquecento, le vespe e i maggiolini.Ci sono rimasti nel cuore i mondiali del 1982: Bearzot, Zoff, Conti, Collovati, Cabrini, Tardelli, Rossi, Gentile, Scirea, Antognoni, Graziani… Il nostro Presidente era Sandro Pertini.

Abbiamo assistito alla strage di Ustica, al sequestro Moro, alla bomba di Bologna; abbiamo seguito con apprensione le vicende delle Brigate Rosse, del mostro di Firenze, dei nar e della uno bianca. Siamo stati testimoni della caduta del muro di Berlino; dell’incidente di Chernobyl; dell’ascesa e del declino del berlusconismo.

Quando guardo i giovani d’oggi mi rendo conto che non ci separano solo venti o trent’anni di storia, ma dimensioni plurime di universi paralleli. Se oggi ti senti triste, se sei scoraggiato, afflitto o privo di speranze, ricordati che arrivano le medicine, finiscono le guerre, cadono le dittature.

Tutto può cambiare, radicalmente, in un batter d’occhio.

Roma 26.10.2020

Forza e coraggio, amici miei.

L’unica cosa certa del futuro è che lo affronteremo, e andremo avanti.