Non si affitta ai meridionali

La cronaca di queste ultime ore riporta il caso di Deborah, ragazza pugliese, cui una signora milanese si rifiuta di affittare casa – adducendo, come giustificazione, di essere “razzista” e “salviniana”.

Fermo restando che nessuno può obbligare il proprietario ad affittare casa ad un soggetto non gradito, questo rifiuto non può assumere la forma di una discriminazione e dunque di un insulto. Per essere chiari, il proprietario non può dichiarare candidamente: non affitto ai meridionali perché – come i rom e gli extracomunitari – “sono tutti uguali e io sono razzista”.

Questo genere di rifiuto, che si sostanzia in una offesa e in una discriminazione, è giuridicamente scorretto e può quindi determinare diverse e significative conseguenze.

Detto questo, ringraziamo la signora di Milano per il suo sguaiato analfarazzismo da “orgogliosa leghista della prima ora” – come dice lei – perché ci consente di ricordare a tutti quanto siano oggettivamente odiosi certi partiti politici e i loro insulsi elettori.

Roma A. D. 2019

Restiamo umani

Il grande Karma dei mondi piccoli.

thailand-453393_1280Fino a qualche tempo fa, Stanley Milgram era conosciuto soprattutto per le sue ricerche sull’obbedienza. Più esattamente, era famoso per aver dimostrato – grazie ad un geniale  esperimento di psicologia sociale- che qualsiasi essere umano, inserito  all’interno di un contesto tecnocratico ed autoritario, avrebbe potuto trasformarsi in un freddo aguzzino, eseguendo, senza opporre resistenza, gli ordini dei suoi superiori – anche nel caso in cui questi ordini avrebbero potuto causare dolore o sofferenza ad un’altra persona.

Al margine della sua ricerca, Milgram stabilì che tanto più un soggetto è costretto a pensare a se stesso come al piccolo ingranaggio di un grande meccanismo, tanto meno egli si sentirà responsabile delle conseguenze che, svolgendo pedissequamente il proprio compito, ha contribuito a determinare.

Oggi, questo stesso autore viene citato soprattutto per la teoria dei sei gradi di separazione.

In cosa consiste la tesi di Milgram è presto detto: prova a pensare ad un essere umano che vorresti conoscere, una persona qualsiasi, come, ad esempio, Il Presidente degli Stati Uniti d’America, Steven Spielberg, Il Papa. Secondo la teoria dei sei gradi di separazione è sufficiente che tu riesca a contattare un numero massimo di cinque “intermediari” per attraversare l’intera società ed arrivare finalmente a stringere la mano del tuo obiettivo.

Milgram dimostrò la correttezza di questa ipotesi – secondo alcuni ispirata da un racconto dello scrittore ungherese Frygies Karinthy-  provando a fare in modo che un pacco postale, inizialmente affidato ad uno sconosciuto, venisse recapitato ad un cittadino americano scelto a caso dall’elenco telefonico.

Prendendo spunto da quel primo esperimento, molte e diverse ricerche si sono succedute nel corso degli ultimi anni, confermando, tutte, l’intuizione di Milgram: il mondo in cui viviamo è davvero piccolo ed estremamente connesso.

Come diretta conseguenza, i virus, le mode e le leggende metropolitane passano rapidamente di bocca in bocca, di computer in computer, di cervello in cervello, facendo il giro del pianeta in un batter d’occhio.

Mettendo una accanto all’altra le teorie sin qui brevemente citate, potremmo ricavare qualche interessante spunto in ambito etico. La tesi dei sei gradi dimostra infatti che la distanza tra gli esseri umani è mera apparenza, inganno, illusione. La verità -invisibile agli occhi- è che noi siamo Uno.  Le nostre parole, i nostri sentimenti, le nostre azioni quotidiane riverberano all’infinito, come cerchi nell’acqua, arrivando a coinvolgere persone delle quali ignoriamo tutto, persino l’esistenza.

Tutto quello che siamo e che esprimiamo possiede ali robuste, ed uno spirito vagabondo.

Per questo motivo, se volessimo davvero cambiare il mondo, non dovremmo necessariamente partire per fare volontariato in un Paese lontano, basterebbe che iniziassimo ad essere uomini qui, ed ora.

R.S.V.P. – Le notifiche più odiate sui Social Network

Sono sempre stato convinto che i giochi siano una cosa serissima: passiamo gran parte della nostra vita giocando, pensando ad un gioco o guardando altri giocare. Forse per questo motivo, Tolstoj ha scritto che nulla come il gioco rivela il carattere delle persone. Ovviamente, non tutti i giochi sono uguali…

Sono sempre stato convinto che i giochi sono una cosa serissima: passiamo gran parte della nostra vita giocando,  pensando ad un gioco o guardando altri giocare. Forse per questo motivo, Tolstoj ha scritto che nulla come il gioco rivela il carattere delle persone. Ovviamente, i giochi non sono tutti uguali. Esistono, ad esempio, giochi che sembrano non avere alcuna regola –  pensiamo ai bambini che corrono felici su un prato; giochi disciplinati da poche e semplici norme -come il calcio- e giochi talmente complicati che sembrano fatti esclusivamente di regole – come i giochi di ruolo e di strategia.

Se volessimo invece operare una distinzione in base al tipo di attività, noteremmo che esistono giochi di imitazione, in cui lo scopo è quello di “comportarsi come”, “vestire come” o “parlare come” qualcun altro; giochi prettamente intellettuali,  giochi incentrati sulla forza fisica e giochi di alea – in cui il giocatore deve prevedere come si svolgerà o terminerà un determinato evento sul quale non può in alcun modo influire.

A prescindere dalla correttezza e dalla completezza di questa rapida tassonomia, quel che è certo è che il mondo dei giochi è stato letteralmente stravolto dall’avvento dell’informatica.

Inizialmente, il mercato era dominato dalle macchine da bar, poi, arrivarono gli “scacciapensieri”, le primissime console, gli home computer ed infine la Playstation e la Xbox.  Ad oggi,  la più gran parte dei giocatori  è rappresentata dagli utenti di smartphone e social network –  un popolo sessualmente ed anagraficamente eterogeneo profondamente ossessionato dai propri giochini preferiti.

E qui arrivano le dolenti note.

Il mio amico Flavio fa parte di un gruppo di giocatori di Boom Beach. Esattamente, egli è a capo dell’accademia –ogni gruppo ha una sua accademia, dove vengono addestrate le reclute. Mentre facciamo acquisti nei centri commerciali, mentre pranziamo, mentre siamo in fila per comprare il biglietto del cinema, capita che Flavio alzi la mano e, con tono solenne, mi dica: “aspetta, dammi due minuti, devo svolgere una missione”. La prima volta che ha fatto così ho pensato che dovesse andare in bagno, poi, ho visto che tirava fuori dalla tasca il cellulare ed ho capito che c’era qualcosa che non tornava.

Il fatto è che questi giochi hanno un successo clamoroso. Da dove nasce, allora, la frustrazione che proviamo quando gli altri utenti ci invitano?

Al giorno d’oggi, tutti soffriamo di una particolare forma di ansia. Ovunque siamo, scrutiamo continuamente il nostro cellulare, in attesa che arrivi una qualche notizia; aspettiamo, ad esempio, che Facebook ci comunichi che un altro utente ha accettato la nostra richiesta, oppure ha risposto ad un messaggio o parteciperà ad un evento da noi organizzato. Insomma, tutti attendiamo un segnale di vita, qualcosa che dimostri che non siamo davvero soli nell’universo. Per questo motivo, quando l’oggetto di una notifica è: “tizio ti ha invitato a giocare a”, cadiamo vittime di un cupo e profondissimo sconforto.

Niente di grave, per carità, ma come scrive il bravissimo Erri de Luca: “la somma di molte carezze è un’abrasione”. Per questo motivo, vi invito a non prendervi gioco delle aspettative degli altri utenti, evitando di inviare milioni di notifiche al giorno. Dovete accettare il fatto che non tutti amano le vostre fattorie, le vostre caramelle ed i vostri soldati. In fondo, si  tratta solo di insulsi giochini che fanno perdere tempo  alla gente che lavora.

Non stiamo mica parlando di Ruzzle.

Come sopravvivere ad una discussione online. Il segreto dello sciocco che tace.

Vorrei proporre alla vostra attenzione cinque semplici regole e tre aforismi che, a mio avviso, dovremmo tenere sempre a mente quanto decidiamo di discutere con qualcuno on-line.

Grazie ad internet, tutti sono in grado di diffondere liberamente le proprie idee – a prescindere dalla qualifica professionale, dal titolo di studio, dal colore della pelle o dal lignaggio sociale.  Purtroppo, questa sconfinata libertà d’espressione favorisce la nascita di violente discussioni. In, particolare, le pagine dei social network si trasformano spesso in un vero e proprio ring, sul quale gli utenti si scontrano senza esclusione di colpi – bass

In tal modo, quello che potrebbe essere un ottimo strumento per conoscere gente nuova si trasforma in un ottimo strumento per smettere di frequentare vecchi amici.

Io, grazie a Facebook, ho definitivamente rotto con un mio saccente collega, con la professoressa di italiano del liceo e con mio cugino Andrea.  Se mettiamo da parte il caso di mio cugino -abbiamo litigato per il calcio- le altre discussioni riguardavano cose di poco conto e avrebbero potuto tranquillamente essere evitate.

Tutto ciò premesso e considerato, vorrei proporre alla vostra attenzione cinque semplici regole e tre aforismi che, a mio avviso, dovremmo tenere sempre a mente per affrontare serenamente le discussioni on-line. E restare in contatto con i nostri rispettivi cugini.

1) Leggiamo più volte lo status, il commento o la replica altrui. Una discussione non è una gara di velocità. L’impressione peggiore che possiamo dare alle persone con cui stiamo discutendo è che mentre parlano non ascoltiamo una parola, aspettiamo soltanto che arrivi il nostro turno.

2) Teniamo sempre presente dove siamo. La pagina di un altro utente, fosse anche tuo figlio, è di proprietà di un altro utente, commentare il suo status è come entrare a casa sua. Primo: si bussa; secondo: non si mettono i piedi sul tavolo.

3) Teniamo sempre presente con chi stiamo parlando. Se proviamo a spiegare a Carlo Cracco come si cucina un uovo, diamo idea di non essere troppo consapevoli di noi stessi – e non è mai una bella impressione.

4) Limitiamo il numero dei nostri interventi. Non tutti sono interessati alle nostre esternazioni. Ma molti potrebbero esserne seccati. Se proprio vogliamo dialogare seriamente con un altro utente,  possiamo abbandonare la discussione pubblica e continuare in privato – con un messaggio diretto solo a quella persona o, meglio ancora, davanti ad una buona birra.

5) Cerchiamo di evitare le querele. Sembrerà strano, ma in questo Paese esistono leggi a tutela della dignità e della reputazione degli esseri umani. Solo due esempi, la norma che incrimina il reato di ingiuria e quella sul reato di diffamazione, entrambi i reati possono essere commessi “a mezzo internet”.

Detto questo, vi segnalo tre aforismi. Scegliete quello che vi piace di più, scrivetelo su un post-it ed attaccatelo allo schermo del vostro computer:

Il primo è un motto zen che ci invita a “non discutete mai con un cretino, la gente potrebbe non capire la differenza”.

Il secondo insegna che non dobbiamo “mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”.

Il terzo, il mio preferito, recita: “non c’è niente di meglio che ascoltare uno sciocco quando tace” – ovviamente, il modo migliore per far tacere uno sciocco consiste nel non rivolgergli la parola.