La lettera di Alice

L’altro giorno sono entrato in una libreria a due piani del centro di Roma (Termini) per controllare, in incognito, se avessero o meno il mio romanzo. Le novità della Sperling & Kupfer erano schierate all’entrata del negozio, in bella vista, ma “Fuoco è tutto ciò che siamo” non c’era. Ho chiesto allora aiuto a un commesso che, dopo aver controllato il computer, mi ha assicurato che avevano preso il libro; abbiamo quindi iniziato a girare per il negozio, cercando praticamente ovunque, per fortuna, dopo una decina di minuti abbiamo incrociato un altro ragazzo:

Commesso 1:”A Paoloooo, ma le novità della Sperling nun stanno davanti?”
Commesso 2: “Solo quelli famosi!

Abbiamo quindi ripreso a cercare e dopo altri dieci minuti di ricerche abbiamo trovato “Fuoco è tutto ciò che siamo”. All’ultimo ripiano di una libreria (il più basso).
Coperto da una pila di altri libri (in seconda fila).

Ho pensato tra me e me: è uscito una settimana fa, ho un blog molto seguito e sono di Roma… forse a qualcuno questo libro interessa… mannaggia a voi, poi vi lamentate che non vendete!

Così, per pietà del mio romanzo – e del ragazzo che mi aveva accompagnato in questa estenuante ricerca – ho comprato una copia e mi sono avviato alla cassa.

Quando ho chiesto di coprire il prezzo, il commesso ha aperto e richiuso il libro due volte per poi domandare stupito:

Ma che sei te l’autore?”
“Ehm, sì, sono io, volevo comprare una copia per mandarla a un mio amico”
“Ma che davvero? Direttore, Direttore! Emo fatto na figuraccia!”.

Appena arrivato, il Direttore mi ha chiesto di firmare qualche copia (a proposito, se vi interessa…), mi ha assicurato che avrebbero posizionato il romanzo dove avrebbe dovuto stare e che non aveva davvero idea di come fosse finito lì (io, invece, qualche idea me la sono fatta).

Quando stavo per uscire si è avvicinato nuovamente il commesso.

“Nun se preoccupi, è successo pure a Ammaniti, quello me diceva: lei nun sa chi sono io!”

A quel punto una gagliarda vecchietta ha captato qualcosa della conversazione ed è intervenuta battagliera, mostrandomi tutto il suo sdegno: “Mi scusi tanto, giovanotto, ma neanche io so chi sia lei, mi scusi tanto eh!

“Non si preoccupi, signora, non lo so neanche io, fatemi andare a casa per favore”.

Per fortuna, quando sono arrivato a casa, mi attendeva questa bellissima mail.

Gentile Prof. Saraceni,
Ho infranto la regola che mi sono imposta, secondo la quale non leggo romanzi di scrittori contemporanei, poiche’ essendo la vita troppo breve e il tempo per leggere troppo poco, non posso rischiare di morire senza aver letto prima i grandi capolavori della letteratura passata.
Tuttavia ho voluto interrompere la lettura de “I Buddenbrock” di Thomas Mann, un libro sul burnout che mi serve per la tesi e un saggio su Ludovico Ariosto, per leggere il suo romanzo.
Scelta decisamente azzeccata. “Fuoco e’ tutto cio’ che siamo” e’ un romanzo diverso. Originale. Stimolante. Intellettuale. Intimista.
L’ho letto tutto d’un fiato, facendo fatica a staccarmi.
Mi e’ piaciuto molto il riferimento a immagini musicali, cinematografiche, psicologiche, mai banali, mai scontate.
E’ un libro scritto con intelligenza, con raffinatezza e quella dose di ironia che non guasta.
Lei ha un’innata capacita’ di esprimersi con la scrittura. Lo fa da anni con il suo blog e ora con questo libro. Lei ha un dono Prof., mi prometta che continuera’ a deliziarci con le sue opere.
Io le prometto che le riservero’ un posto d’onore nella mia libreria, tra Dostoevskij e Dumas….

Grazie Prof e buone vacanze,

Alice Rovesti

La fantastica recensione di Alice, davvero inaspettata, mi ha consentito di fare pace con il mondo ed evitare di suicidarmi con un piatto di carbonara vegana.

Vorrei ringraziare di cuore Alice e tutti gli altri utenti che in questi giorni mi stanno scrivendo per raccontarmi cosa ne pensano di “Fuoco è tutto ciò che siamo”, siete la mia più grande forza e il mio maggiore orgoglio.

Andiamo avanti così, alla grande e soprattutto insieme.

Non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta

Buone notizie :)

Ho quarant’anni e spicci, ma il 2018, per me, si sta rivelando l’anno delle prime volte: il primo esame nel corso di laurea che avrei sempre voluto studiare, la prima lezione del Master che avrei sempre voluto frequentare, il primo invito in RAI, la prima conferenza TED… oggi è arrivata anche la cosa a cui tenevo maggiormente, da sempre, il primo contratto editoriale, per un romanzo, con una delle più importanti case editrici italiane.

Ho lavorato a questo progetto per quasi quattro anni, prendendo un numero altissimo di porte in faccia, facendo sacrifici su sacrifici e commettendo un numero altrettanto elevato di errori.

Consentitemi quindi di darvi oggi un consiglio: qualsiasi cosa desideriate per la vostra vita professionale o privata, credete ferocemente nei vostri sogni e in voi stessi. Siate ottusamente impermeabili ai rifiuti e alle umiliazioni. Ardete nel fuoco sacro delle vostre passioni. Andate fino in fondo, sempre, senza perdere mai la speranza. Perché la verità è che non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta.

Grazie di cuore per esserci, amici, questa grande gioia la condivido con tutti voi.

❤️

Dylan Dog. L’indagatore dell’incubo.

          Dylan Dog, mensile, Sergio Bonelli Editore.
          Dellamorte Dellamore, Tiziano Sclavi, Cammina, Milano 1991, 167 pp., L. 22.000.

      Una delle cose più belle che possono fare per te i tuoi amici è di farti conoscere un film, un disco, un romanzo. Mi fa sempre piacere ricordare cosa mi hanno consigliato, e, se sono stati consigli azzeccati, resto loro per sempre grato. Ad esempio, so bene che Dylan Dog lo devo a Flavio. Un giorno, nel lontano 1989, mi disse che avrei assolutamente dovuto leggerne un numero, e siccome io ero parecchio scettico – ero convinto che non mi sarebbe in alcun modo piaciuto o interessato – mi prestò tre o quattro albi, obbligandomi a leggerli.  Fino ad allora, avevo letto Topolino, Lupo Alberto, le strisce di Bonvi, le vignette di Forattini, Alan Ford e Linus. Da quel giorno, Dyd divenne il mio unico eroe e punto di riferimento. Assieme a me, un’intera generazione si appassionò all’Indagatore dell’incubo, tanto che la tiratura raggiunse in pochi numeri le 150.000 mila copie battendo molti altri record. Dyd divenne presto uno dei fumetti più venduti in Italia, vendendo anche più copie del celeberrimo Tex.

     Insomma, Dyd  divenne un fenomeno di costume, un eroe conosciuto e venerato da moltissimi piccoli e grandi lettori – al pari dei più celebri e antichi supereroi americani. Questo straordinario successo dipese da una serie di fattori vincenti e difficilmente replicabili. Prima di tutto, il fascino del protagonista: un ragazzo sulla trentina tormentato dai suoi incubi che lotta contro fantasmi, licantropi, vampiri e mostri di vario genere e natura – provando, così, a risolvere gli incubi degli altri. Dylan  è un ex poliziotto, ex alcolista, un uomo dal passato torbido e oscuro, un amante della musica heavy metal e della musica classica, un suonatore di clarinetto  in grado di suonare un solo brano per ore – il trillo del diavolo – un appassionato di modellismo, da sempre impegnato a costruire il suo infinito galeone, un personaggio colmo di fissazioni, di tic e di nevrosi – ipocondriaco,  vegetariano, soffre di vertigini e di mal di mare – che sembra non essere mai uscito dall’adolescenza, perché della adolescenza ha mantenuto intatte le ingenuità e gli inflessibili princìpi. In secondo luogo, la simpatia dei co-protagonisti: il fedele amico, “maggiordomo” e assistente Groucho – liberamente ispirato a un membro dei fratelli Marx, gruppo comico tra più famosi degli anni ’20 – il personaggio che “alleggerisce” l’atmosfera delle avventure di Dyd con le sue battute, il deus ex machina di tante storie, sempre pronto a lanciare la pistola al capo nei momenti di maggiore difficoltà e l’altrettanto mitico Bloch – la figura paterna di un eroe senza genitori, l’ispettore di polizia calvo e in sovrappeso, eternamente sull’orlo della pensione, che prova, quando possibile, a far ragionare il suo migliore amico. Piccola curiosità: accanto a Dylan ci sono due personaggi il cui nome rimanda ad altrettanti filosofi comunisti (Groucho Marx – Ernst Bloch). Infine, la Fata Morgana, la donna perfetta  – la madre – che il protagonista sembra cercare invano negli occhi delle sue molteplici fidanzate e amanti.

     Oltre alla complessità psicologica dei personaggi, davvero poco comune per un fumetto, il grande successo di Dyd è certamente dipeso dalla qualità dei disegni. Una delle cose che mi sorprese era che non esisteva un solo Dylan Dog, non esisteva un solo modo di immaginare e disegnare i personaggi – che restavano comunque riconoscibili – perché i disegnatori cambiavano ogni mese e le differenze erano davvero notevoli. Al punto che ciascuno di noi  aveva i suoi disegnatori preferiti. Io, ad esempio, amavo le inimitabili tavole di Corrado Roi e quando decisi di disfarmi della mia collezione – ebbene sì, l’ho fatto – misi da parte solo gli album che aveva firmato questo indiscutibile e geniale artista della china.

         Ho smesso di leggere Dyd perché le storie iniziavano ad annoiarmi. Alla fine della fiera, lo scienziato, il ricco e il borghese erano sempre cattivi, mentre “i diversi” – di ogni genere e specie – erano quasi sempre buoni, ma discriminati dalla società ipocrita e perbenista; il meccanismo retorico dei “mostri buoni” , le metafore psicologiche, i rizomi e i dilemmi filosofici si assomigliavano un po’ troppo e iniziavano a darmi a noia. Mi congedai quindi dal mio eroe, convinto che non avrei mai letto un altro fumetto così ben scritto e disegnato fino al giorno in cui non mi imbattei nell’ultima annata di John Doe – ma questa è un’altra storia di cui magari parleremo un giorno. Tornando a Dyd, mi rendo conto che questo non è un romanzo, ma ho pensato che fosse giusto inserirlo nei miei #100 libri perché si tratta di uno dei fumetti più venduti in Italia, perché viene tradotto e venduto all’estero, perché ne hanno tratto qualche videogame e due film e soprattutto perché il suo antenato è Della Morte dell’Amore – il romanzo di Tiziano Sclavi, primo ideatore e vero padre di Dyd – che gli appassionati del fumetto non possono lasciarsi sfuggire.

           Voto: 9.

        Se non l’avete mai letto, fatevi un regalo, andate in edicola e compratene quattro o cinque numeri a caso, ne resterete affascinati.

American Psycho – #100Libri

American Psycho, Bret Easton Ellis, tr. it. G. Culicchia,  Einaudi, pp.517, euro 14.

AP è un romanzo crudo, splatter, dissacratore e violento. Il protagonista si chiama Patrick Bateman – casualmente, ha lo stesso cognome di Norman Bateman, protagonista del celeberrimo Psycho.  Degno erede del vecchio Norman, Patrick è un sadico serial killer che si diverte a torturare le proprie vittime nei modi più impensati e fantasiosi – utilizzando trapani, bisturi e persino animali. Le scene in cui vengono seviziate e uccise diverse persone innocenti sono disgustose, cruente e colme di dettagli inquietanti. Tuttavia, l’autore ha saputo creare un climax perfetto – partendo dalle poche macchie di sangue che incuriosiscono – e in un certo qual modo “attirano” – il lettore nei primi capitoli per arrivare a forme di violenza letteralmente bestiale e disumana sul finale. Ciò che rende AP un libro particolarmente inquietante non è tanto la narrazione di questa violenza, quanto l’estrema lucidità di Patrick, la sua fredda, calcolata, spietata capacità di mimetizzarsi, parlare e agire come un perfetto damerino – in questo, ricorda molto i protagonisti dell’altrettanto inquietante Funny Games (film del 1997 diretto da M. Haneke). Al contrario di molti suoi “colleghi” – e del suo predecessore Hitchcockiano – Bateson non è però un asociale, non è sporco, né brutto, né, in alcun modo, “strano”. Bret Easton Ellis spiazza il lettore, puntando tutto su di un personaggio non comune per questo genere narrativo, ma comunque estremamente credibile. Viene quindi spontaneo collegare mentalmente American Psycho ai racconti di Flannery O’Connor – in cui personaggi “normalmente buoni” compiono gesta eticamente riprovevoli.

Giustamente, molti critici hanno interpretato AP come una critica all’avvento di quella società edonistica, consumista – e paurosamente vuota che ha caratterizzato il finire del XX secolo. Stiamo parlando più esattamente degli anni ’80, della guerra fredda, della cocaina, della musica pop e dei fast food. Stiamo parlando della generazione in reazione alla quale nacque, successivamente, il movimento grunge (“sporchi fuori e puliti dentro”). A suo modo, Patrick Bateson è l’emblema di quell’epoca, conduce una vita del tutto regolare e rispettabile: frequenta ristoranti stellati e locali alla moda, veste in maniera impeccabile e soprattutto parla come un libro stampato – lo notiamo ogni volta che discute con i suoi amici o recensisce la musica che ama ascoltare, adottando uno stile del tutto simile a quello delle riviste patinate. A mio avviso, questa capacità di cambiare registro stilistico è una delle grandi doti dell’autore: qui notiamo la sua grande bravura nel descrivere la psiche – la follia – del personaggio principale senza dare giudizi di sorta e soprattutto senza mai imboccare il lettore.

Bret Easton Ellis è considerato uno degli scrittori più capaci e dotati del XXI secolo, non è un caso se Chuck Palahiunk abbia dichiarato esplicitamente di essersi ispirato alle sue opere. Inoltre, possiamo leggere in questo romanzo un precursore della stessa violenza estetica che renderà celebri i film di Quentin Tarantino. Per chiudere con un ultimo rimando al cinema: da questo libro è stato tratto un film, ma, a mio avviso, Patrick Bateson assomiglia più al DiCaprio di The Wolf of Wall Street che al pur bravo Christian Bale, protagonista di una versione cinematografica che, pur essendo curata e tutto sommato ben confezionata, non ha conservato nulla della genialità indiscussa del romanzo.

Voto: 8 e 1/2.

Parliamoci chiaramente, AP è un libro dell’orrore.
Non leggetelo se temete che possa turbarvi, perché sicuramente lo farà. 

 

 

Il gabbiano Jonathan Livingston

Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach, Fotografie di Russell Munson, BUR, Milano 1994, pp.103, L. 10.000.

Il gabbiano JL è una storia breve o, se preferite, una piccola favola. Racconta di un gabbiano che non si accontenta di fare quello che fanno gli altri membri del suo stormo – interessati soltanto al cibo. JL è un anticonformista, un genio ribelle che non accetta i valori “borghesi” della società in cui vive. Rileggendolo, mi sono tornate in mente le parole di una canzone dei Litfiba che recita: “lavorare per contare non si può dire che sia godere/meglio impazzire che stare qui a vegetare”. In effetti, JL non capisce cosa facciano tutto il giorno gli altri gabbiani e per quale motivo stiano sprecando la propria esistenza. Ciò che egli ama di più, nella vita, è volare. Mentre gli altri si accontentano di piaceri semplici, JL si dimentica persino di mangiare: passa intere a perfezionare il suo stile, per essere sempre più veloce ed eseguire pericolose acrobazie e volteggi. A causa di queste sue ambizioni, verrà prima severamente redarguito e poi letteralmente esiliato dal branco. Tuttavia, non avrà alcun rimorso. JL continuerà a rincorrere il suo sogno, incurante delle opinioni degli altri – un po’ come i protagonisti dello struggente La La Land – fino al giorno in cui due gabbiani – che egli inizialmente crede essere due angeli – non lo verranno a prendere per condurlo in un altro branco, dove tutti amano volare esattamente quanto lui. In questa nuova famiglia, JL incontrerà il suo vero Maestro, che gli spiegherà come vivere sempre qui e ora, consentendogli di superare ogni limite comportandosi come se fosse già arrivato dove desidera essere – immagino che a molti di voi sia venuta in mente la famosa teoria dell’altrettanto famoso “The Secret”, tenete presente, però, che il gabbiano JL è stato pubblicato per la prima volta nel 1970. Evito di svelarvi tutta la trama, di questo racconto mi hanno colpito due temi.

Il primo è il fatto è che JL sembra interpretare la libertà come assoluta assenza di vincoli. Esplicitamente, afferma di non essere libero perché non riesce a superare i limiti che gli sono stati imposti dalla natura. Da un lato, questa ribellione lo rende un personaggio epico – esemplare – perché ci insegna a non demordere, a non ascoltare chi ci dice che non possiamo fare qualcosa, o raggiungere un certo risultato – esattamente come il protagonista di Alla ricerca della felicità insegna al suo piccolo bambino: non devi mai permettere a nessuno di dirti che non puoi fare qualcosa. Dall’altro, questo rifiuto del concetto di limite sembra supporre una concezione rozzamente adolescenziale della libertà. L’essere umano può sperimentare una libertà limitata. La libertà, per un uomo, non è il contrario delle limitazioni: la nostra libertà è naturalmente finita e vincolata. Per questo motivo, pensare di essere liberi da qualsiasi vincolo equivale a pensare di non essere uomini. O di non essere vivi.

Il secondo tema che mi ha colpito di questo racconto è l’idea della reincarnazione alla quale esso allude. Jl vive infatti diversi livelli di consapevolezza. Sebbene egli non muoia mai, la sua anima letteralmente ascende a vette sempre superiori. Come tutti sapete, la metempsicosi è quella teoria per cui ciascuno di noi vive molte vite, incarnandosi di volta in volta in altre e diverse forme. Se la leggiamo così come è scritta, può far sorridere. Non tutti riescono a credere di essere stati, in una vita precedente, un lombrico – o che saranno una farfalla nella prossima. Eppure, ci sono persone convinte di essere già vissute – magari nel XVI secolo – e che l’anima che portano dentro troverà altri corpi da abitare dopo la morte. Consideriamo però che queste teorie possono essere lette anche in senso metaforico e psicologico. Di fatti, siamo tutti costretti a ripetere “all’infinito” gli stessi errori – restare incastrati in un livello evolutivo – fino a quando non troviamo la chiave giusta per guarire – e passare al livello evolutivo successivo. Fino a quel momento, si tratta di continuare a prendere schiaffi da “quella mano, sempre troppo uguale, che non sai evitare” (Ligabue).

Inoltre, ciascuno di noi, nella propria vita, può essere posseduto dalla rabbia, dallo stress, dalla paura, dalla depressione… queste malattie ci costringono a vivere da bestia feroce, da coniglio, o addirittura, da minerale – ci possono portare a non uscire più di casa, a non avere relazioni con gli altri esseri umani. Sino a quando, da soli o grazie all’aiuto di un’altra persona, non riusciamo a rompere il circolo vizioso in cui siamo entrati per arrivare ad una fase superiore – metaforicamente: una vera e propria reincarnazione in un livello evolutivo più alto. Considerando la questione sotto altro e diverso punto di vista, esistono fior fior di studiosi pronti a scommettere che le nevrosi possano trasmettersi geneticamente, così come altre malattie. Ecco allora la reincarnazione: il nonno del nonno aveva paura dell’acqua, lo zio dello zio era bipolare – anche se a quei tempi avrebbero detto solo “strambo” – e il pronipote si ritrova ad aver ereditato quella stessa fobia.  Anche in questo caso, ragionando metaforicamente, possiamo pensare che esista una sorta di metempsicosi. Il Demone della depressione, che tanto aveva fatto soffrire un tuo vecchio avo, è arrivato sino a te per via genetica, adesso tocca a te sconfiggerlo, per consentire alla tua anima di migrare verso un altro corpo – i tuoi figli – libera e più consapevole.

Insomma, Il gabbiano JL è chiaramente una favola, ma offre molti spunti di riflessione. Vi consiglio di leggerlo, perché si tratta di un grande classico della letteratura, perché ha  sicuramente qualcosa da insegnare e perché il libro è corredato da splendide foto di gabbiani.

Voto: 7 e mezzo

Soprattutto, leggetelo se volete riflettere sul vostro stile di volo. Come il libro che ho recensito la scorsa settimana, Il gabbiano JL può essere finito in brevissimo tempo, ma vi lascerà una eredità duratura.