La Bugia Che Dici Più Spesso

Ricominciare da capo non è follia. La vera follia è abbandonarsi alla depressione e fare finta di essere felici”. Ho letto questa frase su internet, non so chi sia l’autore, però mi piace, mi fa venire in mente il verso di un grande poeta contemporaneo che recita: “la bugia che dici più spesso è sto bene” (Marracash).  Tutti noi attraversiamo periodi in cui sappiamo benissimo che le cose non vanno come dovrebbero andare, ma preferiamo comunque proseguire con le solite vecchie abitudini, mentendo agli altri e a noi stessi, piuttosto che accettare il rischio che ogni cambiamento, inevitabilmente, comporta.

Eppure io sono convinto che la nostra vita sarebbe migliore se solo riuscissimo a investire in coraggio le stesse energie che spendiamo, quotidianamente, in ipocrisia.

Violenza e Stereotipi

Nel week end una ventiduenne di Brindisi ha accoltellato un coetaneo al torace dopo aver lanciato una bottiglia di birra sul viso di un altro ragazzo. Entrambe le vittime avevano preso le parti di un venditore di rose che la ragazza stava ingiustamente umiliando. Scommetto che non avete letto questa notizia altrove – certo, l’informazione è stata monopolizzata da altri e più gravi eventi. Ma domandatevi per un attimo cosa sarebbe accaduto se fosse stato il venditore di rose ad accoltellare la ragazza. O se fosse stato un maschio a ferire due coetanee in quel modo. Pensate che la notizia sarebbe passata ugualmente inosservata? Anche ora che avete letto, non state forse pensando “non è possibile che una ragazza abbia fatto una cosa del genere, avrà avuto i suoi buoni motivi”? La verità è che “donna” non significa “vittima”, “bullo” non significa “uomo” e “bianco” non significa “buono”. Siamo talmente schiavi dei nostri pregiudizi da non riuscire più a percepire le mille sfumature che rendono questo mondo così affascinante e al tempo stesso così tremendamente complicato. 

Il punto è che la linea di confine tra buoni e cattivi è trasversale e squarcia irrimediabilmente tutte le nostre belle etichette preconfezionate.
Mi rendo conto che tutto ciò sia poco rassicurante, ma non è mai stato un compito della verità esserlo.

American Psycho – #100Libri

American Psycho, Bret Easton Ellis, tr. it. G. Culicchia,  Einaudi, pp.517, euro 14.

AP è un romanzo crudo, splatter, dissacratore e violento. Il protagonista si chiama Patrick Bateman – casualmente, ha lo stesso cognome di Norman Bateman, protagonista del celeberrimo Psycho.  Degno erede del vecchio Norman, Patrick è un sadico serial killer che si diverte a torturare le proprie vittime nei modi più impensati e fantasiosi – utilizzando trapani, bisturi e persino animali. Le scene in cui vengono seviziate e uccise diverse persone innocenti sono disgustose, cruente e colme di dettagli inquietanti. Tuttavia, l’autore ha saputo creare un climax perfetto – partendo dalle poche macchie di sangue che incuriosiscono – e in un certo qual modo “attirano” – il lettore nei primi capitoli per arrivare a forme di violenza letteralmente bestiale e disumana sul finale. Ciò che rende AP un libro particolarmente inquietante non è tanto la narrazione di questa violenza, quanto l’estrema lucidità di Patrick, la sua fredda, calcolata, spietata capacità di mimetizzarsi, parlare e agire come un perfetto damerino – in questo, ricorda molto i protagonisti dell’altrettanto inquietante Funny Games (film del 1997 diretto da M. Haneke). Al contrario di molti suoi “colleghi” – e del suo predecessore Hitchcockiano – Bateson non è però un asociale, non è sporco, né brutto, né, in alcun modo, “strano”. Bret Easton Ellis spiazza il lettore, puntando tutto su di un personaggio non comune per questo genere narrativo, ma comunque estremamente credibile. Viene quindi spontaneo collegare mentalmente American Psycho ai racconti di Flannery O’Connor – in cui personaggi “normalmente buoni” compiono gesta eticamente riprovevoli.

Giustamente, molti critici hanno interpretato AP come una critica all’avvento di quella società edonistica, consumista – e paurosamente vuota che ha caratterizzato il finire del XX secolo. Stiamo parlando più esattamente degli anni ’80, della guerra fredda, della cocaina, della musica pop e dei fast food. Stiamo parlando della generazione in reazione alla quale nacque, successivamente, il movimento grunge (“sporchi fuori e puliti dentro”). A suo modo, Patrick Bateson è l’emblema di quell’epoca, conduce una vita del tutto regolare e rispettabile: frequenta ristoranti stellati e locali alla moda, veste in maniera impeccabile e soprattutto parla come un libro stampato – lo notiamo ogni volta che discute con i suoi amici o recensisce la musica che ama ascoltare, adottando uno stile del tutto simile a quello delle riviste patinate. A mio avviso, questa capacità di cambiare registro stilistico è una delle grandi doti dell’autore: qui notiamo la sua grande bravura nel descrivere la psiche – la follia – del personaggio principale senza dare giudizi di sorta e soprattutto senza mai imboccare il lettore.

Bret Easton Ellis è considerato uno degli scrittori più capaci e dotati del XXI secolo, non è un caso se Chuck Palahiunk abbia dichiarato esplicitamente di essersi ispirato alle sue opere. Inoltre, possiamo leggere in questo romanzo un precursore della stessa violenza estetica che renderà celebri i film di Quentin Tarantino. Per chiudere con un ultimo rimando al cinema: da questo libro è stato tratto un film, ma, a mio avviso, Patrick Bateson assomiglia più al DiCaprio di The Wolf of Wall Street che al pur bravo Christian Bale, protagonista di una versione cinematografica che, pur essendo curata e tutto sommato ben confezionata, non ha conservato nulla della genialità indiscussa del romanzo.

Voto: 8 e 1/2.

Parliamoci chiaramente, AP è un libro dell’orrore.
Non leggetelo se temete che possa turbarvi, perché sicuramente lo farà. 

 

 

Il Piccolo Principe

“Il Piccolo Principe”, Antoine De Saint-Exupéry, tr.it. “con le illustrazioni dell’autore”, Bompiani, Milano 1995, 125 pp., L. 10,500.

1. Per fortuna che le cose vanno male.
Questo breve racconto – o piccola favola – inizia con un incidente. Il narratore, interno al racconto, è caduto con il suo aereo nel deserto. Dopo alcuni giorni di completa solitudine, incontra il Piccolo Principe, a sua volta caduto sulla terra dal pianeta b. Inizia così a dialogare con questo strano ometto di sei anni, che, raccontandogli del suo pianeta e dei suoi viaggi, gli impartisce una poetica lezione sulla vita e sui sentimenti. L’incipit è dunque una catastrofe. Come a riprendere una antica lezione hegeliana: la filosofia inizia quando le cose vanno male. Se la vita è tutta “rose e fiori” noi non abbiamo alcun motivo per fermarci a riflettere, quando invece le cose non funzionano come dovrebbero, gli uomini si fermano, smettono di lavorare, di costruire, di fare e sono costretti a riflettere, a provare a capire per quale motivo, a un certo punto della propria vita, un certo incidente li ha improvvisamente scaraventati nel deserto.

2. Solitudine.
Questo breve racconto – o piccola favola – parla essenzialmente della solitudine. Il Piccolo Principe ha sei anni, la stessa età in cui l’autore provò a disegnare un boa che non venne capito e apprezzato dagli adulti, e vive solo sul suo piccolo pianeta assieme a una bellissima rosa. Nel momento in cui decide di abbandonare il suo pianeta per esplorare l’universo, incontra sei adulti, che vivono su altrettanti pianeti. Sono tutti soli come lui e non potrebbe essere altrimenti. Alcuni di loro occupano letteralmente il pianeta con il proprio smisurato ego – il re è costretto a spostare il manto per consentire al piccolo principe di sedersi – altri sono troppo presi dagli affari, dalla scienza o dal lavoro per poter stabilire una relazione con un qualsiasi altro essere umano. L’unico uomo con cui il Piccolo Principe riesce davvero a stabilire un rapporto è l’aviatore che ha avuto un incidente, a rafforzare nel lettore l’idea che Antoine de Saint-Exupéry stia dialogando con se stesso. Insomma, il Piccolo Principe potrebbe essere proprio quel bambino che a sei anni dovette subire un trauma – fosse anche solo affrontare il severo giudizio degli adulti – e che ora ha bisogno di parlare, di stabilire un contatto con l’uomo adulto, per consentirgli di crescere e uscire dal deserto in cui è precipitato. Ma come è possibile che ciò accada?

3. (Anti)Liquido.
Il mai troppo compianto Zygmunt Bauman, uno dei sociologi più importanti e conosciuti del XXI secolo, ha basato una buona parte della sua carriera, e del suo meritato successo, sulla categoria della liquidità. La liquidità di cui scrisse Bauman è un concetto molto vicino alla contingenza, alla mancanza di stabilità, alla caducità. Con sguardo acuto e stile cristallino, egli ha ricercato e scovato questa mancanza di permanenza in ogni aspetto della società contemporanea: dal lavoro – un tempo fisso e stabile – ai legami parentali – un tempo sicuramente meno ballerini e complicati di oggi. Insomma, nell’epoca che stiamo vivendo ogni cosa si è fatta liquida, nel senso che tutto è destinato a cambiare con estrema velocità, a scivolare via senza lasciare traccia, come acqua su di un vetro. La teoria di Bauman è, a mio avviso, corretta – non a caso si trova perfettamente in linea con quanto scritto da altri e altrettanto importanti studiosi contemporanei – come, ad esempio, il celebre economista Jeremy Rifkin o il filosofo canadese Charles Taylor. Dal canto suo, il Piccolo principe conosce benissimo questo tema, in fondo, l’incontro con la volpe, che tutti giustamente ricordano come uno dei momenti più importanti di questo breve racconto – o piccola favola – insegna al protagonista l’importanza di ciò che è stabile, fisso, programmato. La volpe spiega al Piccolo Principe che l’amore per la sua rosa non dipende esclusivamente dalla bellezza o dal profumo della rosa. Nel mondo, esistono moltissime altre rose altrettanto belle e profumate. Ciò che rende la rosa speciale è la cura che il Piccolo Principe le ha dedicato nel corso del tempo: è esattamente questo prendersi cura costantemente di qualcuno o qualcosa, questo atteggiamento che oggi, con una parola che è passata di moda, potremmo chiamare “fedeltà”, a rendere speciale quella rosa. D’altronde, la fedeltà e la costanza si trovano alla base dello stesso legame tra la volpe e il Piccolo Principe. La volpe chiede al Piccolo Principe di essere addomesticata e specifica che questo potrà accadere solo con il passare del tempo e con il giusto impegno.

In uno dei suoi splendidi romanzi, Erri de Luca scrive che la parola “mantenere” è bella perché indica, oltre al significato ovvio di tenere fede ad una promessa, il gesto tenero e nobile di tenere per mano qualcuno. Ecco, dialogando con la volpe il Piccolo Principe capisce che non c’è amore senza impegno. Capisce che chi non è in grado di mantenere una promessa è destinato a rimanere per sempre solo.

Conclusioni.
Il cuore viene spesso considerato come se fosse il regno delle emozioni, di tutto ciò che è privo di logica. Al contrario, Pascal ha scritto che conosciamo solo ciò che amiamo. Allo stesso modo, il Piccolo Principe ci insegna che “si vede bene solo col cuore”. Ma il cuore, per poter vedere, ha bisogno di essere “addomesticato”, perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Questa frase viene ripetuta più volte nel corso racconto e ne rappresenta sicuramente il motto più conosciuto e citato, tanto che la bravissima MEG l’ha messa in musica e cantata, con impareggiabile classe e sensualità, nella splendida “Sfumature” dei 99 posse – fatevi un regalo, andate a cercare il brano su YouTube, ne vale davvero la pena.

Voto: 8
Un bellissimo racconto che merita di essere letto e meditato con attenzione.

100libri #2 Siddharta

Probabilmente non è il suo capolavoro, ma sicuramente Siddharta è il libro più letto di Herman Hesse – uno dei più importanti scrittori del XX secolo. Il romanzo, edito nel 1922, racconta la storia del figlio di un Bramino che, arrivato alla soglia della adolescenza, decide di abbandonare una vita fatta di agio e di privilegi per andare, da asceta, incontro al mondo. Siddharta rifiuta la sua cultura, la sua educazione, il suo ambiente nativo per metterne in discussione le regole e i valori. La storia trae dunque origine da un atto di  radicale ribellione. Se vi sembra di aver già sentito questo prologo è perché questo prologo, in sé considerato, non offre particolari spunti di originalità. Intendo dire: se riduciamo la trama al suo schema essenziale, notiamo che l’idea che si trova alla base del romanzo rappresenta un vero e proprio topos narrativo: l’adolescente di buona famiglia che, a seguito di una crisi mistica, si spoglia di tutti i suoi averi per andare alla ricerca della verità. Solo per fare tre esempi cronologicamente cadenzati: questo, prima di Siddharta, ha fatto S. Francesco e altri e importanti Santi; questo fa, a suo modo, Il giovane Holden di cui abbiamo discusso la scorsa settimana; questo fa il protagonista del bellissimo Into The Wild – che, se mai dovessi pubblicare una lista di 100 film da non perdere, sicuramente occuperebbe uno tra i primi posti. L’unica variante rispetto a questo schema è rappresentata dal fatto che Siddharta intraprende il suo viaggio di scoperta assieme all’amico Govinda. Ma a ben vedere, anche questo elemento è originale in senso parecchio relativo – i più grandi viaggi di scoperta che siano mai stati narrati raccontano sempre di due amici: da Dante e Virgilio a Don Chisciotte e Sancho Panza.

Il punto non è dunque la trama, in sé semplice e tutto sommato non troppo originale, ciò che rende questo romanzo davvero unico è la prosa dell’autore, la impareggiabile bravura di Hesse, la sua capacità di narrare una storia bellissima con stile liscio, scorrevole, preciso, ma al tempo stesso sensuale e filosofico. Hesse conosce bene l’Oriente e l’Oriente descrive con magistrale bravura, senza mai abusare della pazienza del lettore, senza mai abusare del suo tempo, intrecciando con estrema perizia elementi narrativi, poesia e meditazione zen.

Di questo Romanzo mi ha colpito particolarmente il punto in cui Siddharta scopre  che egli può liberamente decidere della sua vita, oltre qualsiasi vincolo familiare, culturale o ambientale. Nei primi capitoli il ragazzo scopre che se crede davvero in ciò che fa, i suoi ideali di purezza e di verità gli consentiranno di affrontare qualsiasi sacrificio. Ben prima di qualsiasi “The Secret” – e con una profondità del tutto sconosciuta al best seller di Byrne – Hesse racconta di come fossero gli “obiettivi” che il protagonista si era preposto ad attrarre verso di sé Siddharta – che si lasciava semplicemente cadere verso di essi, come un sasso viene attirato verso il fondo di uno stagno.  Non deve stupire che questo sia stato il libro culto della generazione sessantottina, che, stanca del miasma conservatore e retrogrado che si respirava in Italia, guardava ad Oriente per trovare una nuova e più vera spiritualità.

Siamo dunque di fronte ad un paradigmatico Romanzo di formazione. Hesse racconta una vista spesa alla ricerca dell’illuminazione, nel descrivere questo percorso, l’autore tocca molti e fondamentali punti di snodo da cui, prima o poi, siamo costretti a passare tutti, se vogliamo abbandonare l’infanzia e conquistare la maturità. A mio avviso, si tratta di uno dei capolavori indiscussi della narrativa moderna, insomma, c’è un motivo se Siddharta è il Santo laico di milioni di lettori nel mondo.

Leggetelo se amate l’Oriente, se volete capire cosa significa “maturità”, se volete guardare il mondo con gli occhi illuminati di un grande scrittore: questo romanzo non può davvero mancare nella vostra collezione di perle preziose.

Voto: 10.

Se vi è piaciuto questo libro amerete anche Narciso e Boccadoro, altro, indiscusso capolavoro firmato da Herman Hesse.

Una piccola curiosità: in questi giorni potete trovare in libreria la nuova edizione del romanzo, con il titolo leggermente modificato rispetto alla vecchia. Infatti, Adelphi ha aggiunto una consonante e ora traduzione italiana ha lo stesso identico titolo della versione originale tedesca.