Grazie Presidente

Tra le cose belle del 2018 ricorderemo sicuramente il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica.

Serio, preciso, concreto, Mattarella ha toccato un numero altissimo di temi importanti, lo ha fatto misurando le parole, eppure ha lanciato messaggi inequivocabili.

Tra le altre cose, il Presidente ha fatto gli auguri ai cinque milioni di immigrati che vivono in Italia, ha affermato che non c’è sicurezza senza comunità, ha rimarcato la centralità del  Parlamento, ha sostenuto che i militari non possono essere utilizzati per mansioni che ne sviliscano la professionalità e ha riservato un pensiero affettuoso ai bambini autistici.


Grazie di cuore, Presidente, una parte importante di questo Paese ha trovato grande conforto e motivo di speranza nei suoi lucidi pensieri.


I cittadini italiani saranno sempre al suo fianco per proteggere le istituzioni democratiche e arginare la violenza, l’ignoranza e la barbarie analfarazzista che ormai sembrano dilagare ovunque.

Roma A. D. 2019

Iniziamo col piede giusto

Laicità e Democrazia

In base al principio di laicità, i leader religiosi non possono, in quanto tali, legiferare, giudicare o governare. Queste funzioni vengono affidate dal nostro ordinamento a coloro i quali sono stati eletti – direttamente o indirettamente – oppure, hanno dato prova di possedere specifici titoli e competenze. Ovviamente, tutto ciò non significa che il Papa non possa affermare ciò che vuole, come vuole e quando vuole, su qualsiasi – e ripeto “qualsiasi” – tema o argomento. Ci mancherebbe. Viviamo in una democrazia caratterizzata – tra le altre cose – dalla libertà di espressione del pensiero.

Ciò che faccio fatica a sopportare, al contrario, è che una accolita di pluri-divorziati e pluri-fidanzati (per tacere di altre e ben più gravi vicende di cronaca penale) possa venire a farci la predica sulla strenua difesa della “famiglia tradizionale” – ammesso che questa espressione abbia ancora un senso oggi. Il Papa ribadisce un’antica e rispettabilissima dottrina, mentre loro, come al solito, ne fanno squallido sciacallaggio politico, a caccia di voti.

Insomma, le donne incinte e i bambini vi interessano solo quando non viaggiano su una barca piena di disperati.

Cialtroni ❤️

La Bugia Che Dici Più Spesso

Ricominciare da capo non è follia. La vera follia è abbandonarsi alla depressione e fare finta di essere felici”. Ho letto questa frase su internet, non so chi sia l’autore, però mi piace, mi fa venire in mente il verso di un grande poeta contemporaneo che recita: “la bugia che dici più spesso è sto bene” (Marracash).  Tutti noi attraversiamo periodi in cui sappiamo benissimo che le cose non vanno come dovrebbero andare, ma preferiamo comunque proseguire con le solite vecchie abitudini, mentendo agli altri e a noi stessi, piuttosto che accettare il rischio che ogni cambiamento, inevitabilmente, comporta.

Eppure io sono convinto che la nostra vita sarebbe migliore se solo riuscissimo a investire in coraggio le stesse energie che spendiamo, quotidianamente, in ipocrisia.

Violenza e Stereotipi

Nel week end una ventiduenne di Brindisi ha accoltellato un coetaneo al torace dopo aver lanciato una bottiglia di birra sul viso di un altro ragazzo. Entrambe le vittime avevano preso le parti di un venditore di rose che la ragazza stava ingiustamente umiliando. Scommetto che non avete letto questa notizia altrove – certo, l’informazione è stata monopolizzata da altri e più gravi eventi. Ma domandatevi per un attimo cosa sarebbe accaduto se fosse stato il venditore di rose ad accoltellare la ragazza. O se fosse stato un maschio a ferire due coetanee in quel modo. Pensate che la notizia sarebbe passata ugualmente inosservata? Anche ora che avete letto, non state forse pensando “non è possibile che una ragazza abbia fatto una cosa del genere, avrà avuto i suoi buoni motivi”? La verità è che “donna” non significa “vittima”, “bullo” non significa “uomo” e “bianco” non significa “buono”. Siamo talmente schiavi dei nostri pregiudizi da non riuscire più a percepire le mille sfumature che rendono questo mondo così affascinante e al tempo stesso così tremendamente complicato. 

Il punto è che la linea di confine tra buoni e cattivi è trasversale e squarcia irrimediabilmente tutte le nostre belle etichette preconfezionate.
Mi rendo conto che tutto ciò sia poco rassicurante, ma non è mai stato un compito della verità esserlo.

American Psycho – #100Libri

American Psycho, Bret Easton Ellis, tr. it. G. Culicchia,  Einaudi, pp.517, euro 14.

AP è un romanzo crudo, splatter, dissacratore e violento. Il protagonista si chiama Patrick Bateman – casualmente, ha lo stesso cognome di Norman Bateman, protagonista del celeberrimo Psycho.  Degno erede del vecchio Norman, Patrick è un sadico serial killer che si diverte a torturare le proprie vittime nei modi più impensati e fantasiosi – utilizzando trapani, bisturi e persino animali. Le scene in cui vengono seviziate e uccise diverse persone innocenti sono disgustose, cruente e colme di dettagli inquietanti. Tuttavia, l’autore ha saputo creare un climax perfetto – partendo dalle poche macchie di sangue che incuriosiscono – e in un certo qual modo “attirano” – il lettore nei primi capitoli per arrivare a forme di violenza letteralmente bestiale e disumana sul finale. Ciò che rende AP un libro particolarmente inquietante non è tanto la narrazione di questa violenza, quanto l’estrema lucidità di Patrick, la sua fredda, calcolata, spietata capacità di mimetizzarsi, parlare e agire come un perfetto damerino – in questo, ricorda molto i protagonisti dell’altrettanto inquietante Funny Games (film del 1997 diretto da M. Haneke). Al contrario di molti suoi “colleghi” – e del suo predecessore Hitchcockiano – Bateson non è però un asociale, non è sporco, né brutto, né, in alcun modo, “strano”. Bret Easton Ellis spiazza il lettore, puntando tutto su di un personaggio non comune per questo genere narrativo, ma comunque estremamente credibile. Viene quindi spontaneo collegare mentalmente American Psycho ai racconti di Flannery O’Connor – in cui personaggi “normalmente buoni” compiono gesta eticamente riprovevoli.

Giustamente, molti critici hanno interpretato AP come una critica all’avvento di quella società edonistica, consumista – e paurosamente vuota che ha caratterizzato il finire del XX secolo. Stiamo parlando più esattamente degli anni ’80, della guerra fredda, della cocaina, della musica pop e dei fast food. Stiamo parlando della generazione in reazione alla quale nacque, successivamente, il movimento grunge (“sporchi fuori e puliti dentro”). A suo modo, Patrick Bateson è l’emblema di quell’epoca, conduce una vita del tutto regolare e rispettabile: frequenta ristoranti stellati e locali alla moda, veste in maniera impeccabile e soprattutto parla come un libro stampato – lo notiamo ogni volta che discute con i suoi amici o recensisce la musica che ama ascoltare, adottando uno stile del tutto simile a quello delle riviste patinate. A mio avviso, questa capacità di cambiare registro stilistico è una delle grandi doti dell’autore: qui notiamo la sua grande bravura nel descrivere la psiche – la follia – del personaggio principale senza dare giudizi di sorta e soprattutto senza mai imboccare il lettore.

Bret Easton Ellis è considerato uno degli scrittori più capaci e dotati del XXI secolo, non è un caso se Chuck Palahiunk abbia dichiarato esplicitamente di essersi ispirato alle sue opere. Inoltre, possiamo leggere in questo romanzo un precursore della stessa violenza estetica che renderà celebri i film di Quentin Tarantino. Per chiudere con un ultimo rimando al cinema: da questo libro è stato tratto un film, ma, a mio avviso, Patrick Bateson assomiglia più al DiCaprio di The Wolf of Wall Street che al pur bravo Christian Bale, protagonista di una versione cinematografica che, pur essendo curata e tutto sommato ben confezionata, non ha conservato nulla della genialità indiscussa del romanzo.

Voto: 8 e 1/2.

Parliamoci chiaramente, AP è un libro dell’orrore.
Non leggetelo se temete che possa turbarvi, perché sicuramente lo farà.