L’adulto di cui avevi bisogno

Oggi, mentre facevo due tiri a canestro dopo “n” anni di assenza ingiustificata dai campi, mi sono tornati in mente, a valanga, tanti episodi di quando ero adolescente; in particolare, mi è tornata in mente una storia un po’ amara, ma significativa, che avevo, in qualche modo, “rimosso”.

Quando facevo il secondo anno, al liceo, la squadra della scuola cambiò allenatore – sebbene l’anno prima avessimo stravinto il torneo con gli altri licei privati di Roma. Stavo tanto bene con il primo allenatore quanto male col secondo. Ricordo che una volta andammo a giocare contro il San Paolo e lui non mi fece entrare neanche cinque minuti, il che, quando si parla di partite tra ragazzini, è davvero molto umiliante, insomma, non so come vadano le cose ora, ma ai miei tempi era ovvio che tutti avessero almeno la possibilità di scendere in campo cinque minuti e toccare la palla. Mi ricordo che alla fine mi guardò stupito e mi disse: “ah, ma tu non hai giocato?” 

Alzai le spalle e risposi che non era un problema, anche se, a dirla tutta, c’ero rimasto parecchio male. Vabbè, per protesta mi allenai con maggiore intensità nelle settimane seguenti. Comunque il coach faceva finta di non vedere. Non c’era proprio feeling. Parlava con tutti tranne che con me, correggeva o elogiava tutti tranne me, quasi non ricordava il mio nome: una volta disse a un compagno che durante l’allenamento doveva fare molta attenzione a marcare “coso” – suscitando molte e sonore risate. 

Dopo mesi di incomprensioni non mi presentai a una partita. Lui, per ripicca, non mi convocò per la seguente e io smisi semplicemente di andare agli allenamenti. 

Totale: la squadra vinse il torneo anche quell’anno e fecero una premiazione in grande stile, in palestra, davanti a tutta la scuola. In quella occasione diedero una medaglia a tutti i ragazzi che avevano in qualche modo orbitato attorno alla squadra, persino a due che avevano fatto solo le preselezioni a settembre, senza mai partecipare ad un solo allenamento. 

Insomma furono premiati tutti, tranne coso – che invece aveva fatto mesi di allenamenti e anche vinto qualche partita. Anche in quel caso evitai di protestare, non dissi nulla per non dargli soddisfazione, ma non è stata esattamente una bella giornata. 

Oggi vorrei tanto ringraziare quel coach di cui ho dimenticato il nome per avermi fatto capire come non ci si comporta da adulti, cosa non è e cosa non fa un insegnante.

Perché per quanto possa starti antipatico un ragazzo, per quanto possa essere spigoloso o indisciplinato, il tuo ruolo sarà sempre e comunque quello di prenderti cura di lui per educarlo. E non quello di giocare a braccio di ferro per vedere chi è più forte

Al mio ex coach, dovunque sia, vorrei solo dire che quel giorno non mi ha dato la medaglia, ma, suo malgrado, mi ha offerto comunque una grande lezione. 

Roma 7.8.2020

Cerca sempre di essere l’adulto di cui avresti avuto bisogno quando eri un ragazzo.

Fuoco è tutto ciò che siamo

“Trova ciò che ami e lascia che ti uccida”.

Questa frase di Bukowski mi è sempre piaciuta molto, credo che abbia un significato profondo, anche se, a suo modo, ambiguo. Si fa presto infatti a fraintendere, a pensare che il vecchio Charles stesse parlando dell’alcol, del sesso o delle droghe. Potrebbe sembrare un invito a perdere i freni inibitori, ad essere smodati, irresponsabili e folli sino alle più estreme conseguenze. Forse tanti giovani d’oggi la citano per questo motivo, chissà… io credo invece che il senso sia un altro e che non abbia davvero niente a che fare con la vita spericolata: il punto è che l’amore, qualsiasi forma di amore, impone un “decentramento” del sé. Amare significa infatti imparare a distogliere l’attenzione da se stessi, guardare altrove, smettere di preoccuparsi esclusivamente del proprio egoistico tornaconto. Badate bene, non intendo dire che amare significa diventare lo zerbino e lo schiavo di un’altra persona, ma che per amare dobbiamo rompere le catene, uscire dalla comoda gabbia che tutti ci costruiamo intorno, per andare verso il mondo, verso le cose, verso gli altri. In questo senso, quando trovi ciò che ami devi lasciare che ti uccida: l’amore è il il sicario dell’egoismo e dell”immaturità, lo spietato killer della convenienza personale.

Il 21 maggio uscirà in tutte le librerie il mio primo romanzoda oggi è disponibile in pre-order su Amazon, trovate il link qui sotto. Il libro narra di giovani studenti, di professori, di social network, di dipendenza, di musica, di amicizia, di cinema… ma sopra ogni altra cosa, è una storia d’amore nel senso che ho appena accennato e discusso. Si tratta del resoconto di un calore che arde nel profondo di ciascuno di noi. Spesso ne avvertiamo il crepitare durante l’adolescenza, quando siamo avvezzi alle passioni totalizzanti, ai sogni ambiziosi, alle imprese impossibili… Ma i più fortunati tra noi sanno che quel fuoco non morirà con il passare degli anni, resterà vivo, e tornerà anche parecchio utile, per illuminarne il cammino e riscaldarne le notti.

Perché bruciare è tutto ciò che facciamo.

E fuoco, amici miei, è tutto ciò che siamo.

 

Il Cuore della Questione

Sono le 7.45 di mattina di un livido lunedì 21 settembre. L’aria che si respira per strada è pulita, frizzante. Soffia un giocoso vento autunnale che si diverte a fare i mulinelli con la spazzatura. Una busta di plastica danza ipnotica davanti ai miei occhi come in quel film americano che abbiamo visto tutti. Se non ricordo male, il protagonista diceva che quella busta era di una bellezza commovente. Io vedo solo una busta che svolazza in una grigia strada di periferia e mi domando cosa li paghiamo a fare gli spazzini. Ma si sa che noi giovani siamo cinici per colpa degli hamburger e dei videogame. Alla fermata c’è un congruo numero di dannati in attesa del bus, come me. Per un attimo temo di non essermi coperto abbastanza, ma forse è solo una questione di orario e quando usciremo da scuola farà ancora caldo da sudare altro che no. Ad esempio due giorni fa ero a casa del Fly con l’Orco, Bara, il Chris e tutti gli altri. A un certo punto il Pelo dice: c’avete mai pensato a quanta parte della nostra vita perdiamo aspettando il 512? Abbiamo immediatamente sospeso il torneo di playstation e ci siamo messi a fare due conti. Alla fine è saltato fuori che perdiamo circa quindici giorni l’anno aspettando che arrivi questo maledettissimo autobus. Siamo rimasti di sasso. A voi sembrano pochi. Ma la verità è che perdere quindici giorni l’anno aspettando che arrivi l’autobus per andare a scuola è un crimine contro l’umanità.

Che poi mio padre dice che i mezzi pubblici sono carri bestiame. E c’ha pure ragione. Però di comprare il motorino non c’è verso perché Romaèunagiungla e devi avere mille occhi. Ad esempio con la macchina puoi anche fare un incidente e non succede nulla mentre col motorino setitoccanovoli. Lui però da giovane ce l’aveva, il motorino. Ma quelli erano altri tempi. Le strade erano deserte, il giornale costava centocinquanta lire e potevi anche fare il bagno nel Tevere. Cosa ci volete fare, il futuro non è più quello di una volta. Il risultato è che quando posso rimedio uno strappo da Bara – che invece il motorino ce l’ha perché i genitori sono divorziati e c’hanno i sensi di colpa quindi lo viziano. Lo so che in teoria non si potrebbe andare in due. Ma noi non andiamo in due, andiamo in quattro. Ad esempio, davanti, ritto come un totem, mettiamo il basso di Bara, poi c’è Bara, dietro a Bara ci sono io, aggrappato con una mano alla sua vita, mentre con l’altra reggo la chitarra elettrica. Siamo i veri supereroi contro la municipale altro che no. Bara dice che se ci dovessero mai fermare, suo padre inventerebbe una bestemmia così elaborata che lo chiamerebbero in Vaticano per avere delucidazioni.  Alle volte sospetto che a lui invece farebbe piacere, se ci fermassero, ci sequestrassero il mezzo e tutto quanto… Arriva il bus. Finalmente. Mi stacco indolente dal palo. Faccio due passi, giusto il tempo di piazzarmi al centro della carreggiata e mettere a fuoco il numero del mezzo pubblico che procede con strafottenza verso di me, sbuffando e ansimando come un dinosauro dal fondo di Via di Grotta Perfetta. Ora posso leggere chiaramente la cifra: 5.1.8. Palo.

Mi sembrava strano che proprio oggi arrivasse in orario. La verità è che il 512 non arriva mai, se lo aspetti. Credo che questa sia una ben precisa regola che è stata stabilita da qualche parte, in una di quelle oscure stanze del potere accessibili solo a chi ha superato i venti anni di età, guida la macchina, lavora e può permettersi di fare praticamente tutto quello che vuole nella vita altro che no. Me li immagino mentre discutono nella loro assemblea annuale degli uomini liberi.”Signori, vi prego, un attimo di silenzio:  parliamo dei pivelli, quanto li facciamo aspettare alla fermata del bus? Io propongo che aspettino almeno mezz’ora. Dobbiamo fare in modo che non dimentichino mai quale è il loro posto nella società. Di fatti, a loro è stato assegnato l’ambito posto dei quasiultimi.  Subito dopo le  badanti, ma un gradino più in alto dei raccoglitori di pomodori. Ultimi no, altrimenti potrebbero illudersi di contare qualcosa. Mi raccomando, signori, il cuore della questione è il quasi.”. Non sto male, no, sono solo un po’ stressato. Il fatto è che a sedici anni sei il re del nulla: troppo giovane per essere libero come un adulto e troppo grande per essere viziato come un bambino. Ad esempio perdo circa quindici giorni l’anno aspettando che arrivi un carro bestiame. Voi come vi sentireste, al posto mio?

Del 512 non c’è neanche l’ombra, in compenso, arriva riccioli d’oro. Finalmente. Le sorrido guardandola dritto negli occhi. Anche lei sorride e abbassa lo sguardo. Tuttavia, a differenza delle sua amiche non lo fa per controllare quali scarpe ho ai piedi. Vuoi perché riccioli d’oro è diversa, vuoi perché sa benissimo che anche oggi ho messo le solite scarpe da ginnastica da 19 euro e 90 centesimi. In saldo. Compro sempre le stesse scarpe da tre anni. Lo sanno tutti. Ho iniziato a farlo quando i miei coetanei hanno iniziato a salutare solo chi aveva le scarpe di un certo tipo. Roba che tu li saluti e loro ti guardano i piedi prima di rispondere. Questo è uno dei motivi per cui i miei coetanei mi fanno schifo e compassione allo stesso tempo. Cosa ci volete fare, noi adolescenti siamo capaci di emozioni complesse. Fatto sta che riccioli d’oro mi lancia uno sguardo complice e mi chiede se ho da fumare.

Le sorrido allungandole il pacchetto, sappiamo tutti e due cosa sta per accadere, perché la regola è che il 512 non arriva mai. A meno che tu non abbia appena acceso una sigaretta. (continua…)