Si conosoce solo ciò che si ama

Oggi è il primo giorno di scuola per tanti studenti. Domani, anche io inizierò il mio corso, per il quindicesimo anno. In questo momento mi piacerebbe ricordare ai colleghi – e prima di tutti a me stesso – una bella massima di Plutarco: gli studenti non sono contenitori da riempire, ma fuochi da accendere.

Mi piace molto questa frase – tanto di aver deciso di farle implicitamente eco nel titolo del mio primo romanzo -mi fa venire in mente un’altra perla, altrettanto saggia, di S. Agostino, “si conosce solo ciò che si ama”.

Questo è dunque il nostro compito: trasmettere la passione, la curiosità, l’amore per la cultura, fare in modo che quel fuoco resti vivo – o inizi a bruciare – e che accompagni la crescita dei ragazzi, la loro maturazione personale.

In-segnare significa, letteralmente, scrivere dentro il cuore e la mente di qualcuno, non è un compito facile: ci vuole perizia, precisione, attenzione… basta una frase sbagliata per mandare tutto e per sempre in frantumi.

Insomma, amici carissimi, ci attende un anno di duro lavoro, ma sappiamo bene che, per quanto possiamo lavorare sodo, con dedizione e amore, resteremo per sempre i primi allievi dei nostri studenti, i loro, più affezionati e nostalgici, debitori.

Debiti Formativi

Quando avevo quattordici anni fui rimandato in matematica. Con cinque. Unico rimandato a settembre in matematica di tutta la classe. Iniziai a pensare di lasciare il liceo per mettermi a fare l’apprendista benzinaio, mi ammalai seriamente di insonnia, smisi di mangiare e persi rapidamente cinque chili – il che, considerato il mio peso dell’epoca, significava che stavo letteralmente scomparendo. Insomma, la presi bene.

Studiai comunque tutta l’estate. I miei genitori avevano pianificato di passare un periodo al mare, siccome il docente che mi dava ripetizioni sosteneva che non avremmo dovuto interrompere i nostri incontri, per tre volte a settimana prendevo il treno, tornavo a Roma, prendevo il bus, prendevo la metro, andavo a ripetizioni, riprendevo il bus, riprendevo la metro, riprendevo il treno e raggiungevo, la notte, la mia famiglia al mare.

Al compito di settembre presi sette. Ma la professoressa si rifiutò di ammettermi al secondo anno con quel voto. La giustificazione fu: altrimenti i ragazzi che sono stati promossi a giugno con sei si offendono. Non sto scherzando.

Decisi così che la matematica mi odiava ingiustamente e quindi io avrei odiato altrettanto ingiustamente lei, smettendo di studiarla. Non ha senso, lo so, ma gli adolescenti sono capaci di fare ragionamenti parecchio strani. La verità è che ho sofferto tanto per l’umiliazione di quel cinque che non divenne mai sette.

Tutto questo mi è tornato in mente quando ho saputo dello studente di Napoli che ieri, dovendo recuperare tre materie, si è lanciato dal quarto piano.

Professori, compagni, parenti… nessuno è riuscito ad afferrarlo prima che si lanciasse nel vuoto, nessuno era sotto quella finestra per evitare che si facesse male… Stiamogli quindi accanto ora. Mi rivolgo soprattutto ai suoi compagni: non lasciatelo solo. Fategli capire che gli volete bene, che lo stimate ancora, che non lo giudicate per ciò che ha fatto, perché nella vita tutti possono commettere un errore.

Lo studio non è una gara, non è una competizione, non è una guerra. Può capitare di essere rimandati o bocciati. Ciascuno ha il suo percorso, i suoi risultati e i suoi tempi. Soprattutto, una persona vale molto di più dei voti che prende a scuola, del ruolo che ricopre nella società e dello stipendio che percepisce.

Il valore di un uomo si misura esclusivamente in base alla grandezza del suo cuore.

Le colpe dei padri

Nella mensa di una scuola di Verona fanno accomodare una bambina a tavola con i suoi compagni, ma siccome i genitori non pagano la mensa, le servono un pacchetto di cracker e una scatoletta di tonno. Sentendosi umiliata, la bambina scoppia in lacrime davanti a tutti.

Questa è la società in cui viviamo.

A tutti quelli che dicono “eh ma i soldi in qualche modo li devono trovare” faccio presente solo due cose.

1. Nel Paese dei condoni fiscali, dell’evasione strutturale e del fatturato sommerso, siamo bravissimi a fare gli integerrimi tutori della legalità solo quando si tratta di prendersela con i più deboli.

2. Il principio “non paghi non mangi” vi appare inattaccabile? Benissimo. Allora da domani i figli degli evasori resteranno fuori dalle scuole, dagli ospedali o dai parchi pubblici, e saranno obbligati a circolare con un cartello appeso al collo con su scritto “i miei genitori rubano allo Stato italiano”.

Così magari capite che in un Paese civile non ci si vendica sulla pelle dei ragazzini.

Cialtroni.

La Mensa

Lodi, Italia (2018), I genitori che vogliono ottenere un considerevole sconto per lo scuolabus e la mensa scolastica devono limitarsi a compilare un’autocertificazione, gli extracomunitari sono tenuti a presentare anche un attestato rilasciato dal Consolato del proprio Paese di origine da cui risulta che sono nullatenenti anche “a casa loro”.

Per ottenere questo documento sono necessari cinque o sei passaggi burocratici – con tanto di traduttori giurati. Il risultato è che trecento bambini vengono separati dai loro compagni all’ora di pranzo e, a differenza di tutti gli altri, non ricevono una merendina a ricreazione.

Dobbiamo quindi fare un grande plauso al Sindaco di Lodi: basta con questi miliardari africani che vengono a fare finta di essere poveri, lo sappiamo tutti che tra i radical chic del Burkina Faso è molto in voga venire a fare i braccianti nei campi di pomodori in Italia, ché qui vanno in giro in bicicletta, mentre a casa loro hanno i suv e le collane di diamanti.

Sono chiaramente ironico: questa storia è a dir poco nauseante.

Sarebbe bello se l’odio e la discriminazione razziale non colpissero i bambini, ma guarda caso sono sempre loro a pagare il prezzo più alto per la cattiveria degli adulti.

Roma A.D. 2018

Io mi domando e dico: ma la mattina, quando vi guardate allo specchio, non vi fate leggermente schifo?

Armature di Cristallo.

Mi faccio largo sicuro in questa folla di debosciati che emette un rumore indecente. Il fatto è che la mattina sono tutti eccitati. Non ci riescono proprio a fare finta di essere superiori, annoiati o tristi, come fanno per il resto del giorno. Le ragazze starnazzano come anatre, mentre i maschi urlano, sguaiati e assordanti come maiali in un mattatoio. Benedetti figlioli. Che cosa ci sarà di così eccitante in questa ennesima mattinata di scuola? Faccio finta di niente, ma vi osservo con la coda dell’occhio. Dentro di me, in basso, in un luogo profondo che ho cura di nascondere e difendere, lo so benissimo come stanno le cose: la verità è che vi voglio bene. A tutti. Uno per uno. Siete una parte essenziale della mia vita. Con tutti i vostri difetti, i vostri drammi, la vostra fisiologica immaturità. Vivete per gli sguardi degli altri. In pubblico, fate a gara a a chi si mostra più ottuso e insensibile. Non è colpa vostra, imitate modelli scadenti: spettacoli televisivi triviali, padri scappati di casa alla prima difficoltà, madri sempre più sole. E tristi. Ingoiate ogni giorno quintali di paure e di tensioni irrisolte. Non mi stupisce che qualcuno di voi si rasi persino la testa e si inventi naziskin. All’esterno indossate armature di cristallo per nascondere la guerra che vivete tutti i giorni dentro di voi. Qualsiasi cosa facciate, qualsiasi sciocchezza, per quanto mi riguarda restate comunque vittime innocenti. Uno per uno. Sto bene qui con voi. Anche se non è mai facile trovare la giusta misura.

L’ho imparato una ventina di anni fa, durante la mia prima esperienza come supplente. Mi spedirono in un liceo di Frascati, a due ore e mezzo di traffico da casa. Il mercoledì facevo un’ora di lezione e cinque ore di viaggio. In base ai miei calcoli, il mercoledì lo Stato italiano mi pagava meno di quanto non spendessi io per raggiungere il mio luogo di lavoro. Per pranzare, mi portavo da casa un panino che consumavo rabbiosamente nel traffico immorale del  gran raccordo anulare, chiedendomi che senso avessero tutti questi sacrifici. Mi domandavo se non avesse ragione mio padre: fare il professore di lettere è un gesto di autolesionismo, diceva. Un gradino prima del suicidio. Eppure, ero felice, perché avevo la mia classe.  Dopo poche lezioni già non studiava nessuno. Avevano preso la mia disponibilità per debolezza e se ne erano approfittati. Piccole canaglie. Ho faticato sette camicie per riprendere in mano la situazione. Da allora, è stato tutto un aggiustare la mira, trovare l’equilibrio, tarare i sorrisi, gli sguardi, il tono di voce. Con gli anni ho capito che i ragazzi non ti devono necessariamente volere bene, anzi. Ho capito che per fare il loro bene devi prima di tutti difenderli e difenderti. Creare zone di decompressione. Tracciare confini. Istituire e rispettare una distanza di sicurezza. Non devi diventare un altro dei tanti amici vecchi che già hanno, uno dei numerosi adulti tristi che, al posto di aiutarli a crescere, preferiscono scendere al loro livello per giocare a fare i compagnucci. Un totale disastro educativo e morale. Per quanto mi riguarda, è meglio che i ruoli siano chiari. Non fraintendetemi, non confondo autorità e autorevolezza, ma preferisco essere odiato che rappresentare un ostacolo per la loro crescita. “In-segnare” significa “scrivere dentro”. Ci vuole la mano ferma, la pazienza e la perizia di un chirurgo.

Nel bel mezzo di questo pensiero mi sfreccia davanti Spallaccini la Preside. Oggi ha indossato il suo completino rosso fuoco. Dalla postura del corpo immagino che abbia puntato una preda. Di fatti, è già a metà del corridoio che sta urlando qualcosa in faccia  a due ragazzine della I D. Probabilmente avevano acceso una sigaretta, oppure, si stavano baciando. Non lo so, da qui non riesco a capire bene. Intuisco però che le ragazzine sono rimaste di sasso. Deve essersene resa conto anche lei, perché smette di urlare, tira su il mento, si aggiusta rapidamente la giacca e riprende immediatamente a sculettare, tacchettando,  autorevole, verso il suo ufficio. Ama sbattere i tacchi per terra quando cammina. Credo che la faccia sentire più alta di venti centimetri. Passando davanti alla porta della I D, lancio uno sguardo distratto e rapido alle ragazze: una delle due ha le guance rosse e gli occhi lucidi, mentre l’altra tiene la testa basta come se l’avessero beccata a rubare qualcosa in un supermercato… “formare”… “educare”… Chi ci capisce più niente? Quale è, esattamente, il mio ruolo, in questa scuola che sta cadendo letteralmente a pezzi? Devo essere io a dir loro di non fumare? Devo sgridarli perché si baciano in classe? Anche se fosse, non è questo il modo. L’anno scorso li ho visti mentre scrivevano sul muro della scuola “Spallaccini Burgunda Zulu”. Benedetti figlioli – ho pensato – ma cosa diavolo fate, usate lo spray rosa su un muro di granito rosso? Che scelta cromatica è? Mi sono girato dall’altra parte e mi sono acceso una sigaretta. Una cosa è mantenere le distanze, altra è sfogare le proprie frustrazioni sui ragazzi. Non accetto il sadismo ingiustificato di chi ha sognato tutta la vita di sentirsi finalmente al comando. Una cosa è in-segnare, altra cosa è imporre ad una intera scuola le proprie malsane ossessioni autoritarie. Questa non è una caserma, non è un carcere. Due anni fa commisi l’errore di chiedere alla Spallaccini se amasse Foucault, mi rispose  di no. Non ascoltava musica straniera, disse. Solo cantautori italiani.

Sono arrivato in fondo al corridoio, mi fermo un attimo sulla soglia della mia prima ora. Lancio un’occhiata alla classe, ci sono più o meno tutti. Oggi hanno la supplente di inglese, mi gioco le chiavi di casa che proveranno a fare lo scherzo della lente. Benedetti figlioli. Non sanno che sono uscito di casa quindici minuti prima del solito, appositamente per intercettare la collega in sala professori. E avvisarla.