Il bambino grasso

Lui è Filippo Sensi, ieri ha ottenuto la totale attenzione della Camera dei Deputati raccontando la sua esperienza di bambino bullizzato perché obeso. Lo hanno sempre chiamato “cicciabomba”, “panzone”, “trippone”, “palla di lardo”. E lui, per lunga parte della sua vita, ha sentito il peso dello sguardo altrui che lo giudicava, sentendosi umiliato, deriso, escluso. Così, si è rifugiato nel cibo, ingrassando ulteriormente. Questo è uno dei più noti e tipici meccanismi di aggravamento dell’obesità.

Adesso Filippo è dimagrito – è stato costretto a farlo per pressanti motivi di salute – ma veste ancora le stesse taglie di un tempo, dice che è una bella soddisfazione e anche che gli dà sicurezza. Vorrei inviargli un forte abbraccio a nome di tutti i bambini “non fisicamente perfetti”, a nome di quelli bassi, quelli con i denti storti, quelli con gli occhiali… i troppo grassi, i troppo magri… insomma, a nome di chiunque sia stato mai preso in giro, escluso e bullizzato per il suo essere “diverso”.

Queste cose fanno molto male. Soprattutto da piccoli.

Grazie per aver portato il fenomeno del fatshaming e del bodyshaming in aula, onorevole. È importante che lo Stato faccia tutto il possibile per tutelare la dignità delle persone.

Roma 31.1.2020

Diffondiamo cultura e consapevolezza.

Si conosoce solo ciò che si ama

Oggi è il primo giorno di scuola per tanti studenti. Domani, anche io inizierò il mio corso, per il quindicesimo anno. In questo momento mi piacerebbe ricordare ai colleghi – e prima di tutti a me stesso – una bella massima di Plutarco: gli studenti non sono contenitori da riempire, ma fuochi da accendere.

Mi piace molto questa frase – tanto di aver deciso di farle implicitamente eco nel titolo del mio primo romanzo -mi fa venire in mente un’altra perla, altrettanto saggia, di S. Agostino, “si conosce solo ciò che si ama”.

Questo è dunque il nostro compito: trasmettere la passione, la curiosità, l’amore per la cultura, fare in modo che quel fuoco resti vivo – o inizi a bruciare – e che accompagni la crescita dei ragazzi, la loro maturazione personale.

In-segnare significa, letteralmente, scrivere dentro il cuore e la mente di qualcuno, non è un compito facile: ci vuole perizia, precisione, attenzione… basta una frase sbagliata per mandare tutto e per sempre in frantumi.

Insomma, amici carissimi, ci attende un anno di duro lavoro, ma sappiamo bene che, per quanto possiamo lavorare sodo, con dedizione e amore, resteremo per sempre i primi allievi dei nostri studenti, i loro, più affezionati e nostalgici, debitori.

Debiti Formativi

Quando avevo quattordici anni fui rimandato in matematica. Con cinque. Unico rimandato a settembre in matematica di tutta la classe. Iniziai a pensare di lasciare il liceo per mettermi a fare l’apprendista benzinaio, mi ammalai seriamente di insonnia, smisi di mangiare e persi rapidamente cinque chili – il che, considerato il mio peso dell’epoca, significava che stavo letteralmente scomparendo. Insomma, la presi bene.

Studiai comunque tutta l’estate. I miei genitori avevano pianificato di passare un periodo al mare, siccome il docente che mi dava ripetizioni sosteneva che non avremmo dovuto interrompere i nostri incontri, per tre volte a settimana prendevo il treno, tornavo a Roma, prendevo il bus, prendevo la metro, andavo a ripetizioni, riprendevo il bus, riprendevo la metro, riprendevo il treno e raggiungevo, la notte, la mia famiglia al mare.

Al compito di settembre presi sette. Ma la professoressa si rifiutò di ammettermi al secondo anno con quel voto. La giustificazione fu: altrimenti i ragazzi che sono stati promossi a giugno con sei si offendono. Non sto scherzando.

Decisi così che la matematica mi odiava ingiustamente e quindi io avrei odiato altrettanto ingiustamente lei, smettendo di studiarla. Non ha senso, lo so, ma gli adolescenti sono capaci di fare ragionamenti parecchio strani. La verità è che ho sofferto tanto per l’umiliazione di quel cinque che non divenne mai sette.

Tutto questo mi è tornato in mente quando ho saputo dello studente di Napoli che ieri, dovendo recuperare tre materie, si è lanciato dal quarto piano.

Professori, compagni, parenti… nessuno è riuscito ad afferrarlo prima che si lanciasse nel vuoto, nessuno era sotto quella finestra per evitare che si facesse male… Stiamogli quindi accanto ora. Mi rivolgo soprattutto ai suoi compagni: non lasciatelo solo. Fategli capire che gli volete bene, che lo stimate ancora, che non lo giudicate per ciò che ha fatto, perché nella vita tutti possono commettere un errore.

Lo studio non è una gara, non è una competizione, non è una guerra. Può capitare di essere rimandati o bocciati. Ciascuno ha il suo percorso, i suoi risultati e i suoi tempi. Soprattutto, una persona vale molto di più dei voti che prende a scuola, del ruolo che ricopre nella società e dello stipendio che percepisce.

Il valore di un uomo si misura esclusivamente in base alla grandezza del suo cuore.

Le colpe dei padri

Nella mensa di una scuola di Verona fanno accomodare una bambina a tavola con i suoi compagni, ma siccome i genitori non pagano la mensa, le servono un pacchetto di cracker e una scatoletta di tonno. Sentendosi umiliata, la bambina scoppia in lacrime davanti a tutti.

Questa è la società in cui viviamo.

A tutti quelli che dicono “eh ma i soldi in qualche modo li devono trovare” faccio presente solo due cose.

1. Nel Paese dei condoni fiscali, dell’evasione strutturale e del fatturato sommerso, siamo bravissimi a fare gli integerrimi tutori della legalità solo quando si tratta di prendersela con i più deboli.

2. Il principio “non paghi non mangi” vi appare inattaccabile? Benissimo. Allora da domani i figli degli evasori resteranno fuori dalle scuole, dagli ospedali o dai parchi pubblici, e saranno obbligati a circolare con un cartello appeso al collo con su scritto “i miei genitori rubano allo Stato italiano”.

Così magari capite che in un Paese civile non ci si vendica sulla pelle dei ragazzini.

Cialtroni.

La Mensa

Lodi, Italia (2018), I genitori che vogliono ottenere un considerevole sconto per lo scuolabus e la mensa scolastica devono limitarsi a compilare un’autocertificazione, gli extracomunitari sono tenuti a presentare anche un attestato rilasciato dal Consolato del proprio Paese di origine da cui risulta che sono nullatenenti anche “a casa loro”.

Per ottenere questo documento sono necessari cinque o sei passaggi burocratici – con tanto di traduttori giurati. Il risultato è che trecento bambini vengono separati dai loro compagni all’ora di pranzo e, a differenza di tutti gli altri, non ricevono una merendina a ricreazione.

Dobbiamo quindi fare un grande plauso al Sindaco di Lodi: basta con questi miliardari africani che vengono a fare finta di essere poveri, lo sappiamo tutti che tra i radical chic del Burkina Faso è molto in voga venire a fare i braccianti nei campi di pomodori in Italia, ché qui vanno in giro in bicicletta, mentre a casa loro hanno i suv e le collane di diamanti.

Sono chiaramente ironico: questa storia è a dir poco nauseante.

Sarebbe bello se l’odio e la discriminazione razziale non colpissero i bambini, ma guarda caso sono sempre loro a pagare il prezzo più alto per la cattiveria degli adulti.

Roma A.D. 2018

Io mi domando e dico: ma la mattina, quando vi guardate allo specchio, non vi fate leggermente schifo?