Educare (anche) i migliori

Quante persone, nel corso della propria carriera scolastica, sono state mandate dal Preside perché avevano fatto un ottimo compito in classe e quante invece per aver combinato qualcosa di sbagliato?

Questa è la domanda che si è posto Massimo Viganò, Preside dell’Istituto Primo Levi di Seregno (Monza e Brianza), prima di scrivere un bel messaggio di gratificazione e di incoraggiamento agli studenti più meritevoli della sua scuola.

“Voglio esprimere, anche a nome del Consiglio di Classe, apprezzamento per i notevoli risultati da lei conseguiti in questa prima parte dell’anno scolastico…” – recitava la prima parte, seguita da un incoraggiamento – “il suo impegno pone delle sicure basi per il proseguimento degli studi e un soddisfacente futuro professionale”.

Infine, il Dirigente si congedava esprimendo la certezza che il secondo periodo di valutazione sarebbe stato, per lo studente, altrettanto gratificante.

Sembra una sciocchezza, invece Viganò ha avuto un’idea a suo modo rivoluzionaria. Il nostro intero sistema scolastico è basato sulla paura per la sanzione negativa (la bocciatura, la nota…), prevedendo rari incentivi e altrettanto rare soddisfazioni per i ragazzi che invece ottengono ottimi risultati. Come afferma lo stesso Preside:

“Noi dirigenti di solito conosciamo per primi gli studenti più scalmanati, quelli che gli insegnanti ci mandano; è ovvio che chi ha uno svantaggio o ha bisogno di un aiuto particolare merita l’attenzione massima di tutti. Ma gli altri? Quelli che non conosciamo mai perché non danno problemi e studiano con ottimi risultati? Secondo me è giusto che anche loro sentano la nostra attenzione. E allora mi sono detto: perché no? E dopo gli scrutini ho scritto ai più bravi”.

Ottimo. Davvero.

Chiunque si occupa di educazione e di insegnamento dovrebbe prendere esempio da questa bella iniziativa.

Come amo ripetere, citando Plutarco, “gli studenti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere”.

L’adulto di cui avevi bisogno

Oggi, mentre facevo due tiri a canestro dopo “n” anni di assenza ingiustificata dai campi, mi sono tornati in mente, a valanga, tanti episodi di quando ero adolescente; in particolare, mi è tornata in mente una storia un po’ amara, ma significativa, che avevo, in qualche modo, “rimosso”.

Quando facevo il secondo anno, al liceo, la squadra della scuola cambiò allenatore – sebbene l’anno prima avessimo stravinto il torneo con gli altri licei privati di Roma. Stavo tanto bene con il primo allenatore quanto male col secondo. Ricordo che una volta andammo a giocare contro il San Paolo e lui non mi fece entrare neanche cinque minuti, il che, quando si parla di partite tra ragazzini, è davvero molto umiliante, insomma, non so come vadano le cose ora, ma ai miei tempi era ovvio che tutti avessero almeno la possibilità di scendere in campo cinque minuti e toccare la palla. Mi ricordo che alla fine mi guardò stupito e mi disse: “ah, ma tu non hai giocato?” 

Alzai le spalle e risposi che non era un problema, anche se, a dirla tutta, c’ero rimasto parecchio male. Vabbè, per protesta mi allenai con maggiore intensità nelle settimane seguenti. Comunque il coach faceva finta di non vedere. Non c’era proprio feeling. Parlava con tutti tranne che con me, correggeva o elogiava tutti tranne me, quasi non ricordava il mio nome: una volta disse a un compagno che durante l’allenamento doveva fare molta attenzione a marcare “coso” – suscitando molte e sonore risate. 

Dopo mesi di incomprensioni non mi presentai a una partita. Lui, per ripicca, non mi convocò per la seguente e io smisi semplicemente di andare agli allenamenti. 

Totale: la squadra vinse il torneo anche quell’anno e fecero una premiazione in grande stile, in palestra, davanti a tutta la scuola. In quella occasione diedero una medaglia a tutti i ragazzi che avevano in qualche modo orbitato attorno alla squadra, persino a due che avevano fatto solo le preselezioni a settembre, senza mai partecipare ad un solo allenamento. 

Insomma furono premiati tutti, tranne coso – che invece aveva fatto mesi di allenamenti e anche vinto qualche partita. Anche in quel caso evitai di protestare, non dissi nulla per non dargli soddisfazione, ma non è stata esattamente una bella giornata. 

Oggi vorrei tanto ringraziare quel coach di cui ho dimenticato il nome per avermi fatto capire come non ci si comporta da adulti, cosa non è e cosa non fa un insegnante.

Perché per quanto possa starti antipatico un ragazzo, per quanto possa essere spigoloso o indisciplinato, il tuo ruolo sarà sempre e comunque quello di prenderti cura di lui per educarlo. E non quello di giocare a braccio di ferro per vedere chi è più forte

Al mio ex coach, dovunque sia, vorrei solo dire che quel giorno non mi ha dato la medaglia, ma, suo malgrado, mi ha offerto comunque una grande lezione. 

Roma 7.8.2020

Cerca sempre di essere l’adulto di cui avresti avuto bisogno quando eri un ragazzo.