Se non sono felici

Mi capita sempre più spesso di ricevere studenti affranti dall’idea che tutti gli altri candidati ad un esame ascoltino la loro interrogazione, che ne valutino le capacità e che conoscano l’esito dell’esame.

Certo, gli esami erano pubblici anche prima del covid. Ma una cosa è parlare con il docente avendo alle spalle altri candidati più o meno in grado di captare qualcosa di quel colloquio, altra è parlare in un microfono che consentirà a tutti di sentire alla perfezione ogni singola parola.

I ragazzi provano vergogna. Si sentono esposti, nudi.

Per i nostri studenti l’esame è sempre più simile ad un giudizio divino, un momento critico fatto di confronti, di invidie, di ansie e conflitti mai risolti. Era così anche prima, certo. Ma adesso è diventato molto più difficile mandar giù un risultato negativo – quando il compagno antipatico o l’amica civetta, “che ha detto esattamente ciò che ho detto io”, “che non ha studiato NULLA”, prende invece un bel trenta.

Pianti; attacchi di rabbia; crisi di panico.
Come se ne esce?

Insegnando ai nostri ragazzi che l’esame non è il giudizio universale; che tra i banchi non c’è nessuna gara e non esiste competizione: lo studio non è un talent, non c’è televoto e non ne resterà solo uno.

Liberiamoli dall’ossessione della vittoria, dall’ansia della prestazione. Togliamo dalle loro spalle il peso delle nostre frustrazioni. Non obblighiamoli ad ingoiare quintali di aspettative e di sensi di colpa.

Lasciamoli liberi di crescere, di sognare e di vivere. Rispettiamo le loro scelte e i loro tempi. Tutto ciò di cui hanno bisogno, per fiorire, è di essere accettati per come sono.

Date retta al prof., non preoccupatevi se i vostri figli non sono “vincenti”, preoccupatevi se non sono felici.

IL PAESE SI LAMENTA

Chiudi le discoteche – “Maledetti bastardi, ci tolgono la libertà!”; “Hanno mandato gli infetti nei locali di destra”; “Il virus è mutato, ormai non ha più carica virale”.

Obbligo di mascherina all’aperto – “Non è una mascherina è una museruola!”; “Maledetti bastardi, ci tolgono la libertà!”; “Se cammini solo in un campo di grano la mascherina è inutile”.

Chiudono le scuole – “Ma stiamo scherzando?! La scuola è il posto più sicuro al mondo!”; “È un diritto costituzionaaaaleeee!”; “Maledetti bastardi, ci tolgono la libertà!”

Raccomandano di non organizzare feste – “A casa mia faccio il c**o che voglio”; “Conte deve tornare a dare via il cuo” (Vittorio Sgarbi); “Dittatura sanitaria!”; “Comunisti! Ladri! Uccidete il Paese!”.

Coprifuoco – “Basta, tutti in piazza! Rivoluzione!”; “Bruciamo i cassonetti, danneggiamo le auto della polizia e picchiamo i giornalisti, così fermeremo l’epidemia e daremo un futuro migliore ai nostri figli!”.

Oggi abbiamo circa ventimila nuovi contagi al giorno e la gente inizia a morire in macchina, davanti agli ospedali, in attesa di essere visitata/ricoverata (ieri, ad Avezzano).

“È colpa del Governo perché non ha fatto abbastanza”.

Sapete che nuova c’è? Vestitevi da bonzi e andate a raccogliere ortiche assieme ai gesuiti euclidei di cui cantava Battiato.

Sono mesi che ci fracassate l’anima con le vostre lamentele isteriche per ogni singolo, minimo, tentativo di arginare l’epidemia.

Adesso è colpa del Governo?

Assolutamente, perché non ha ancora usato l’esercito.

Roma 25.10.2020

Mala Tempora Currunt

L’adulto di cui avevi bisogno

Oggi, mentre facevo due tiri a canestro dopo “n” anni di assenza ingiustificata dai campi, mi sono tornati in mente, a valanga, tanti episodi di quando ero adolescente; in particolare, mi è tornata in mente una storia un po’ amara, ma significativa, che avevo, in qualche modo, “rimosso”.

Quando facevo il secondo anno, al liceo, la squadra della scuola cambiò allenatore – sebbene l’anno prima avessimo stravinto il torneo con gli altri licei privati di Roma. Stavo tanto bene con il primo allenatore quanto male col secondo. Ricordo che una volta andammo a giocare contro il San Paolo e lui non mi fece entrare neanche cinque minuti, il che, quando si parla di partite tra ragazzini, è davvero molto umiliante, insomma, non so come vadano le cose ora, ma ai miei tempi era ovvio che tutti avessero almeno la possibilità di scendere in campo cinque minuti e toccare la palla. Mi ricordo che alla fine mi guardò stupito e mi disse: “ah, ma tu non hai giocato?” 

Alzai le spalle e risposi che non era un problema, anche se, a dirla tutta, c’ero rimasto parecchio male. Vabbè, per protesta mi allenai con maggiore intensità nelle settimane seguenti. Comunque il coach faceva finta di non vedere. Non c’era proprio feeling. Parlava con tutti tranne che con me, correggeva o elogiava tutti tranne me, quasi non ricordava il mio nome: una volta disse a un compagno che durante l’allenamento doveva fare molta attenzione a marcare “coso” – suscitando molte e sonore risate. 

Dopo mesi di incomprensioni non mi presentai a una partita. Lui, per ripicca, non mi convocò per la seguente e io smisi semplicemente di andare agli allenamenti. 

Totale: la squadra vinse il torneo anche quell’anno e fecero una premiazione in grande stile, in palestra, davanti a tutta la scuola. In quella occasione diedero una medaglia a tutti i ragazzi che avevano in qualche modo orbitato attorno alla squadra, persino a due che avevano fatto solo le preselezioni a settembre, senza mai partecipare ad un solo allenamento. 

Insomma furono premiati tutti, tranne coso – che invece aveva fatto mesi di allenamenti e anche vinto qualche partita. Anche in quel caso evitai di protestare, non dissi nulla per non dargli soddisfazione, ma non è stata esattamente una bella giornata. 

Oggi vorrei tanto ringraziare quel coach di cui ho dimenticato il nome per avermi fatto capire come non ci si comporta da adulti, cosa non è e cosa non fa un insegnante.

Perché per quanto possa starti antipatico un ragazzo, per quanto possa essere spigoloso o indisciplinato, il tuo ruolo sarà sempre e comunque quello di prenderti cura di lui per educarlo. E non quello di giocare a braccio di ferro per vedere chi è più forte

Al mio ex coach, dovunque sia, vorrei solo dire che quel giorno non mi ha dato la medaglia, ma, suo malgrado, mi ha offerto comunque una grande lezione. 

Roma 7.8.2020

Cerca sempre di essere l’adulto di cui avresti avuto bisogno quando eri un ragazzo.

Le droga più potente tra tutte

A Terni, due adolescenti sono morti nel loro letto, nel sonno, dopo aver assunto un mix letale di droghe. Pare che cercassero la codeina mentre uno spacciatore ha venduto loro del metadone.

Pare che abbiano successivamente mixato il metadone con altro. Lo spacciatore è stato prontamente rintracciato dalle forze dell’ordine ed ha confessato, a norma di codice penale, rischia una pena pesantissima, adeguata al dolore che ha causato.

Non riesco neanche a pensare a quei genitori che, la mattina, hanno inutilmente provato a risvegliare i propri figli.

Alle urla agghiaccianti delle madri.

Come docente ed educatore, vorrei solo dire una cosa ai giovani: carissimi ragazzi, state lontani dalle pasticche e dalle polverine, non giocate a fare il piccolo chimico, non fidatevi di spacciatori e tossicodipendenti.

Innamoratevi follemente dell’arte, della natura, dei viaggi. Innamoratevi follemente di altri ragazzi e ragazze come voi. Investite il vostro tempo nella politica, nello sport, nella cultura.

La droga è un cappio al collo, il paradiso dei falliti, la scorciatoia facile per arrivare da nessuna parte.

Siate sempre lucidi e presenti.
Siate liberi.

Il mondo vi appartiene ed ha un disperato bisogno di voi.

Avere vent’anni

Mi sono laureato in Giurisprudenza il 7 luglio del 2000, esattamente venti anni fa, quando non esistevano i social network, sognavamo il nokia3310 e ci facevamo reciprocamente i mutini per dire “hey, sto pensando a te”.

A quei tempi non esistevano i CFU né le lauree triennali, ma per aiutarti ad entrare prima nel mondo del lavoro lo Stato Italiano si prendeva dai dieci mesi a un anno di vita – vuoi come militare, vuoi come obiettore.

L’anno in cui mi sono laureato mi sono rotto il legamento crociato, ho avuto la varicella e sono stato investito da un taxi. Poca roba, paragonata al fatto che la Lazio vinse lo scudetto – fine del film horror.

Il 2000, per me, fu un anticipo di 2020.

La laurea fu comunque una grande liberazione, non vedevo l’ora di abbandonare quelle aule vecchie, quei corridoi sporchi, quei mastodontici e polverosi libri… Tutto quello che volevo fare, a quei tempi, era continuare a suonare nei locali con il mio quartetto jazz – e insegnare musica.

Alla vita non chiedevo davvero altro.

Oggi, se mi guardo indietro, mi domando come abbia fatto ad arrivare sin qui.

Mentre festeggio questa ricorrenza con cappuccino e cornetto ipercalorico alla nutella ripieno di nutella e nutella, vorrei dire una cosa, dal profondo del cuore, a tutti i ragazzi che si stanno laureando in questi giorni: qualsiasi cosa vi dicano i “grandi”, qualsiasi infinita predica, invereconda stupidaggine o squallido trucco usino per farvi cambiare strada, voi non ascoltare nessuno, inseguite i vostri sogni, difendeteli senza pietà, fate sempre e soltanto ciò che amate.

Datemi retta, non c’è ricchezza o posto di lavoro o pensione, in questo misero mondo, che valga un terzo dei desideri che portate nel cuore.

Forza e coraggio, ragazzi, il futuro vi appartiene.

Roma 7.7.2020

A renderci capaci di tutto non è la forza di cui disponiamo, ma l’intensità del nostro desiderio.