Come sopravvivere ad una discussione online. Il segreto dello sciocco che tace.

Vorrei proporre alla vostra attenzione cinque semplici regole e tre aforismi che, a mio avviso, dovremmo tenere sempre a mente quanto decidiamo di discutere con qualcuno on-line.

Grazie ad internet, tutti sono in grado di diffondere liberamente le proprie idee – a prescindere dalla qualifica professionale, dal titolo di studio, dal colore della pelle o dal lignaggio sociale.  Purtroppo, questa sconfinata libertà d’espressione favorisce la nascita di violente discussioni. In, particolare, le pagine dei social network si trasformano spesso in un vero e proprio ring, sul quale gli utenti si scontrano senza esclusione di colpi – bass

In tal modo, quello che potrebbe essere un ottimo strumento per conoscere gente nuova si trasforma in un ottimo strumento per smettere di frequentare vecchi amici.

Io, grazie a Facebook, ho definitivamente rotto con un mio saccente collega, con la professoressa di italiano del liceo e con mio cugino Andrea.  Se mettiamo da parte il caso di mio cugino -abbiamo litigato per il calcio- le altre discussioni riguardavano cose di poco conto e avrebbero potuto tranquillamente essere evitate.

Tutto ciò premesso e considerato, vorrei proporre alla vostra attenzione cinque semplici regole e tre aforismi che, a mio avviso, dovremmo tenere sempre a mente per affrontare serenamente le discussioni on-line. E restare in contatto con i nostri rispettivi cugini.

1) Leggiamo più volte lo status, il commento o la replica altrui. Una discussione non è una gara di velocità. L’impressione peggiore che possiamo dare alle persone con cui stiamo discutendo è che mentre parlano non ascoltiamo una parola, aspettiamo soltanto che arrivi il nostro turno.

2) Teniamo sempre presente dove siamo. La pagina di un altro utente, fosse anche tuo figlio, è di proprietà di un altro utente, commentare il suo status è come entrare a casa sua. Primo: si bussa; secondo: non si mettono i piedi sul tavolo.

3) Teniamo sempre presente con chi stiamo parlando. Se proviamo a spiegare a Carlo Cracco come si cucina un uovo, diamo idea di non essere troppo consapevoli di noi stessi – e non è mai una bella impressione.

4) Limitiamo il numero dei nostri interventi. Non tutti sono interessati alle nostre esternazioni. Ma molti potrebbero esserne seccati. Se proprio vogliamo dialogare seriamente con un altro utente,  possiamo abbandonare la discussione pubblica e continuare in privato – con un messaggio diretto solo a quella persona o, meglio ancora, davanti ad una buona birra.

5) Cerchiamo di evitare le querele. Sembrerà strano, ma in questo Paese esistono leggi a tutela della dignità e della reputazione degli esseri umani. Solo due esempi, la norma che incrimina il reato di ingiuria e quella sul reato di diffamazione, entrambi i reati possono essere commessi “a mezzo internet”.

Detto questo, vi segnalo tre aforismi. Scegliete quello che vi piace di più, scrivetelo su un post-it ed attaccatelo allo schermo del vostro computer:

Il primo è un motto zen che ci invita a “non discutete mai con un cretino, la gente potrebbe non capire la differenza”.

Il secondo insegna che non dobbiamo “mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”.

Il terzo, il mio preferito, recita: “non c’è niente di meglio che ascoltare uno sciocco quando tace” – ovviamente, il modo migliore per far tacere uno sciocco consiste nel non rivolgergli la parola.

Profili e Web Credibility. La Legge di Hitchcock.

“Al giorno d’oggi, la web credibility ha preso il posto della reputazione di strada: ciò che più conta, tanto per le aziende quanto per i privati cittadini, è costruire e difendere la propria reputazione virtuale”

Nelle grandi metropoli è sempre più difficile trovare luoghi di incontro e di condivisione. Tutto ciò dipende dalla scellerata evoluzione urbanistica degli ultimi cinquanta anni ed anche dal fatto che, al giorno d’oggi, le persone si conoscono, si confrontano – e spesso si scontrano – in quel grande nonluogo che è il world wide web.

Come diretta conseguenza, la web credibility ha preso il posto della reputazione di strada: ciò che più conta, tanto per le aziende quanto per i privati cittadini, è costruire e difendere la propria reputazione virtuale.

Non si tratta di un compito facile, soprattutto se consideriamo che le informazioni condivise su internet hanno le gambe lunghe, e sono  in grado di andare in giro da sole.

Prima di un colloquio di lavoro, quasi tutte le società fanno controllare il profilo dei candidati sui social network; il condomino con il quale non scambiate più di due parole ogni tre settimane, sa tutto della vostra vita, e ne discute con il giornalaio; il professore al quale avete scritto una e.mail chiedendo di giustificarvi, perché, essendo fortemente influenzati, non avreste potuto assistere alla lezione del venerdì, ha poi visto le foto del fantastico week end che avete trascorso sulla neve.

Per evitare che il vostro profilo si rivolti contro di voi,  dovete fare attenzione ed accettare richieste di amicizia solo dai parenti e dalle persone che conoscete bene – divertente vero? Inoltre, dovete provare a bloccare la catena infinita dei tag e delle citazioni, il che, sostanzialmente, significa evitare di essere fotografati nelle feste, nelle cene, allo stadio, sui mezzi pubblici o durante le partite di calcetto. Il che, a sua volta, implica non avere amici; non mettere il naso fuori di casa, oppure, indossare un passamontagna. Sempre, anche ad agosto. In spiaggia.

Vi consiglio, dunque, di tenere bene a mente una piccola regola che ho battezzato

 La legge di Alfred Hitchcock

a prescindere da dove siate diretti,

il vostro profilo arriverà sempre prima di voi.

Adesso correte a rimuovere quel vecchio video in cui imitate Celentano con la cravatta di Paperino, prima che sia troppo tardi.

001. Privacy e Snack: Il Giorno In Cui Sono Diventato Virale.

Domenica 30 novembre la mia pagina pubblica  su facebook poteva contare su 840 contatti. Per lo più, si trattava di studenti che avevano cliccato su “mi piace” per avere notizie “in tempo reale” sulla mia attività accademica, restando aggiornati sull’orario delle lezioni, sulle conferenze o sulla data in cui si sarebbero svolti i test di valutazione. A quei tempi, il mio post più famoso aveva raggiunto circa duecento utenti, ottenendo poco più di un centinaio di like.

Sabato 6 dicembre un mio post aveva raggiunto 980.287  persone, guadagnando l’entusiastica approvazione di 9.760 utenti. Nell’arco di sei giorni, la mia pagina pubblica era passata da 840 a 4.700 like; ero stato citato da Selvaggia Lucarelli – che, definendomi “mito vivente”, si era offerta di “pulirmi la lavagna alla fine della lezione”- da giornalettismo, dal rompipallone, da cliomakeup fan page, dal post.it; da ustation e da tantissimi altri siti e blogger più o meno influenti.

Cosa era accaduto?

Domenica mattina ho notato che alcuni miei contatti avevano deciso di pubblicare sul proprio profilo uno status a tutela della privacy. Sono rimasto colpito dal fatto che gli studenti del mio corso di informatica giuridica potessero credere di tutelare in tal modo la propria privacy ed ho conseguentemente pubblicato il seguente status:

“Avviso agli studenti di informatica giuridica- chi tra di voi ha pubblicato sul suo profilo una sorta di autocertificazione a tutela della privacy è pregato di chiudere per sempre l’account facebook – per evitare di procurare danni a persone o cose- lasciare la Facoltà di Giurisprudenza ed iscriversi a Scienze degli Snack al Formaggio. Andiamo male ragazzi, molto, molto male.”

Non l’avessi mai fatto. Queste poche righe hanno moltiplicato per mille le mie interazioni sui social network, attirando l’attenzione della carta stampata e delle radio – Il Messaggero, Donna Moderna, Rai Radio Due (Share), RadioFrequenza (Pensavo peggio), Radio Popolare (De gustibus).

In pochi giorni, ho iniziato a ricevere richieste di interazione da tutta Italia.

In questo modo, ho potuto sperimentare sulla mia pelle alcuni concetti chiave che, normalmente, spiego durante le lezioni di informatica giuridica.

L’autore di un post virale riceve, in primo luogo, i complimenti degli utenti “normali”, (“Se ai miei tempi avessi avuto un prof. come lei non avrei mai abbandonato l’università”; “Prof., perché non viene ad insegnare nel mio Ateneo?”; “Mi dica dove insegna che mi iscrivo domani”); queste attestazioni di stima fanno certamente piacere, ma diventano parecchio imbarazzanti quando consistono in impegnative proposte matrimoniali o peggio ancora procreative (“Facciamo un bambino insieme?” – Risposta: 0_o – “Intende dire che ne vuole farne due?”)

Di fatto, i messaggi più seri ed affettuosi -che non è il caso di citare- mi sono stati invitati da persone che stanno attraversando un momento di difficoltà. Tutto ciò sembrerebbe comprovare un’antica teoria in base alla quale le nuove tecnologie informazionali funzionerebbero da amplificatori della solitudine, perché, avvicinando chi è lontano, allontanano chi è vicino – in realtà, il discorso è molto più complicato di quanto potrebbe sembrare… mi riprometto di trattarne in un futuro post su social network e solitudine.

Inoltre, sono stato contattato da alcune persone che volevano sfruttare i miei “quindici minuti di fama” per risolvere i propri problemi personali, come, ad esempio, ritrovare il cane, oppure, ottenere finalmente giustizia dallo Stato italiano.

Altri ancora mi hanno aggredito verbalmente con insistenti richieste, fornendomi nuovi e più calzanti esempi per spiegare alla mia classe i concetti di troll e di off topic: “vogliamo dire qualcosa a favore del matrimonio tra omosessuali? Perché non parla degli omosessuali, Professore?” ed ancora “una donna è libera di ritirare quando vuole il proprio consenso, non deve essere di certo costretta a subire un rapporto sessuale” (!)

Infine, mi sono guadagnato il mio personalissimo e nutrito esercito di haters: gli studenti di Scienze della Comunicazione hanno pensato che, nel mio post, io avessi voluto operare una velata allusione – una “allusione di secondo grado” – alla loro Facoltà. Niente di più sbagliato. Il mio unico obiettivo era di redarguire scherzosamente i miei studenti, invitandoli a ragionare da giuristi, prima di condividere uno status.

Fermo restando che non intendo scusarmi per qualcosa che non ho fatto, ci tengo a ribadire che ho il massimo rispetto per la Facoltà di Scienze della Comunicazione e per i suoi studenti.

Però anche voi, ragazzi, cercate di essere meno permalosi, e rispettate gli Snack al Formaggio.

 

Guido Saraceni