Nel Nome Del Padre.

L’antica saggezza biblica ci ha insegnato che gli errori dei padri ricadranno sui figli. Si tratta di una frase estremamente sintetica, ma colma di significati. Proviamo a riflettere insieme.

1. Giustizia.
Quando leggiamo questa frase, la prima idea che abbiamo è che essa faccia riferimento ad una sorta di imperscrutabile legge del destino per cui i figli saranno condannati per errori che non hanno commesso.  In un primo senso, parecchio semplice ed intuitivo, questa frase ha quindi il sapore della pena divina che sancisce una profonda ingiustizia. Di fatti, uno dei principi più importanti di un sistema legale moderno e civile è che la responsabilità penale è personale: che colpa abbiamo noi se i nostri padri sono stati deboli, cattivi o incapaci? Perché dobbiamo saldare il conto per le loro malefatte?  Tuttavia, se ci togliamo gli occhiali dell’avvocato e consideriamo la questione da un altro punto di vista, ci rendiamo conto che questa frase può essere letta in maniera diversa. E sicuramente meno urticante.

Di fatti, essa non fa altro che illustrare una inequivocabile e chiarissima legge naturale per cui ciò che viene prima è causa di ciò che viene dopo. In questa seconda accezione, che potremmo chiamare “la teoria del debito pubblico”, non si tratta tanto di essere costretti a pagare per le colpe dei padri, quanto di dover porre rimedio alle colpe dei propri antenati – a prescindere dal fatto che fossero madri o padri. In questa seconda accezione, la frase diventa forse più tollerabile. Anche se risulta comunque parziale e pessimista, perché dimentica di evidenziare l’altra faccia della medaglia, ovvero che i figli mangeranno i frutti dl un campo che è stato arato con il sudore dei padri.

Insomma, se dobbiamo lamentarci di qualcosa – la qualità del cibo e dell’aria, i posti di lavoro, la entità delle pensioni che non riceveremo –  possiamo giustamente puntare il dito contro chi ci ha preceduto. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che se posiamo essere felici di qualcosa – come, ad esempio, l’aumento della vita media, l’ingegneria genetica o la crescente qualità delle pizze surgelate -, lo dobbiamo alla lungimirante saggezza degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto.

2. Ambiente.
Dal punto di vista sociologico, questa frase significa invece che un bambino sarà sempre giudicato per la famiglia di provenienza. A scuola, in chiesa, in un campo di calcio, ovunque si trovi, le persone che lo circondano avranno un pregiudizio basato sulla ricchezza, sulla fama o sul lignaggio dei genitori. Ogni bambino si porta dietro la lunga ombra del proprio cognome. In maniera tanto stupida quanto spontanea, tutti noi saremmo portati ad affidare un progetto di ricerca al figlio di Einstein,  il cappello da Chef al figlio Cannavacciuolo, una fabbrica di ruspe al figlio di Salvini.

3. Fare come te.
In senso più sottile, questa frase sta a significare che ogni bambino pagherà per le nevrosi, i tic e le manie di suo padre. In questo caso, la frase afferma qualcosa di più sottile e profondo. Non si tratta esattamente di errori, di colpe, che i padri hanno commesso più o meno volontariamente, ma della possibilità che i loro demoni contagino i figli, segnandone in maniera netta ed irrimediabile il destino. Come insegna la saggezza popolare: “il frutto non cade lontano dall’albero”; “tale padre, tale figlio”; “per fortuna Formigoni ha fato voto di castità”.

Scherzi a parte, non può essere negato che gli uomini imparano per imitazione. Tutti noi cresciamo facendo ciò che abbiamo visto fare agli altri. Questo meccanismo è profondo e parecchio radicato, al punto che agisce in maniera del tutto inconsapevole. Automatica. Non dobbiamo necessariamente decidere di imitare quello che fanno le persone che ci sono accanto, lo facciamo e basta. Perché crescere per imitazione fa parte della nostra natura. Pensate a come nascono e si diffondono le rivoluzioni, le mode e le bufale che condividiamo su Facebook.  Pensate a quanto è facile piangere ad un funerale, quando tutti attorno a noi piangono. O ridere quando Gasparri scrive su Twitter. Qualcuno direbbe che tutto ciò accade per il lavorio incessante dei nostri neuroni specchio, ma questo ci porterebbe davvero troppo lontano e probabilmente fuori tema. Il fatto è che un bambino osserva suo padre, perché il padre è l’uomo saggio, buono e potente che egli vorrebbe diventare in futuro. La cosa più importante, al riguardo, è che si insegna con l’esempio molto più che con le parole.

Alla ricerca di Nemo. Per quanto possa sembrare paradossale, il richiamo e lo stimolo ad imitare non giunge solo da una figura paterna presente, vicina, visibile, ma arriva altrettanto e forse più chiaramente da un padre assente, lontano, irraggiungibile. Non mi riferisco solo a quelle situazioni in cui il figlio non si trova fisicamente con suo padre ed avverte dunque la fame, l’urgenza quasi fisica, reale, concreta, di parlare con lui – immaginando dove sia o cosa stia facendo mentre è assente -, ma parlo di quei padri che, pur vivendo con i propri figli, si sottraggono più o meno consapevolmente al proprio ruolo. Questi padri sono i padri che generano figli imitatori. Immancabilmente, il bambino non troverà niente di meglio da fare che ripercorrere i passi dell’adulto, incamminandosi sulla stessa strada. Più o meno coscientemente, ne sceglierà gli studi, la professione e le passioni, illudendosi, in tal modo, di poter (ri)costruire un dialogo che manca o è mancato in passato.

Esattamente come Telemaco, ogni figlio si lancia alla ricerca del padre.

Come ho letto da qualche parte:

Un padre disse al figlio: “fa attenzione a dove metti i piedi!”
Il figlio rispose: “sta’ attento tu, perché io seguirò i tuoi passi”.

A Cena con Marco. Il Riassunto della Settimana.

Ieri sera sono andato a cena con il mio vecchio amico Marco. Siamo stati in un ristorante in cui non ero mai stato prima, in zona Ostiense, vicino alla Piramide Cestia. Ottimo rapporto qualità/prezzo, clientela eterogenea, arredo in stile pub irlandese, musica in filodiffusione… il tutto avvolto da una godibile atmosfera da Capitale Europea che per i locali romani non è proprio così ovvia e scontata. Come me, Marco è cresciuto qui, ma vive e lavora all’estero. Approfittiamo quindi delle rare occasioni in cui siamo contemporaneamente a Roma per rivederci e fare quattro chiacchiere.

In fondo, entrambi viviamo sospesi tra due città. Lui viaggia tra Roma e Parigi, mentre io mi divido tra Roma e Teramo… tuttavia, io ho il privilegio di poter lavorare anche a Avezzano.
E questo, in un certo qual modo, bilancia le cose.

Dopo aver parlato di argomenti troppo personali per essere riportati su un blog – a proposito, so che mi stai leggendo: ti ho mandato il numero di quel terapista di coppia sul tuo falso profilo di Facebook – abbiamo fatto il punto della situazione, commentando le notizie più eclatanti della settimana.

Notizie

– Come vanno le cose a Roma?
– Come vuoi che vadano? Crollano i palazzi e non abbiamo più neanche Marino a cui dare la colpa.
– Ahahah! Io invece ho pensato che se dovesse nevicare sentirò la mancanza della micidiale macchina organizzativa di Alemanno. La foto del Sindaco con la pala è una delle cose più divertenti che abbia visto dai tempi in cui La Russa indossò la tuta mimetica.
– Ridi ridi, ma la verità è che siamo stati commissariati. In questo momento governa una persona stata scelta dall’alto, ma che non ha votato nessuno.
-Esattamente come Renzi.
-L’ultima volta che mi hanno lasciato votare è stato quando ho eletto l’Amministratore del Condominio. E non sono neanche troppo sicuro che la vecchietta del secondo piano non abbia subito pressioni dall’Unione Europea.
-Parliamo di altro, ti prego, ché se ci mettiamo a parlare di Roma mi deprimo.

-Hai ragione. Hai sentito di questa storia degli Oscar?
-No, che storia?
-Pare che gli attori di colore si siano rifiutati di andare alla cerimonia perché non ci sono candidati afroamericani.
-Insomma, si tratta di una protesta contro il razzismo di Hollywood?
-Esattamente.
-No. Non lo sapevo, però mi hanno detto che non andrà neanche Sarri.
-L’allenatore del Napoli?
-Ha dichiarato che anche se non ci saranno negri, sarà comunque pieno di finocchi.
-Ti ho mai detto che il tuo humor è peggiorato da quando sei diventato una web star? Ti dispiace se parliamo per un attimo di cose serie?

-Dimmi.
-Pare che novantadue persone al mondo possiedono metà della ricchezza disponibile.
-Non è possibile.
-Assolutamente. 92 persone. Era in prima pagina sul Manifesto.
-Non ci credo.
-Impressionante, vero?
-Impressionante che la gente si stupisca.
-In che senso?
-Sono anni che l’economia è sempre più globale: la distribuzione si mangia la produzione. I grossi diventano giganti, i piccoli diventano sempre più piccoli e vengono schiacciati come formiche. La classe media sta scomparendo. E sarà sempre peggio. Possibile che gli italiani si sveglino solo ora?
-Sino ad oggi erano troppo occupati a indignarsi per cose più serie di questa.
-Ad esempio?
-Ad esempio, il Sindaco di Quarto non ha reso pubbliche le pressioni mafiose a cui sarebbe stato sottoposto per aver forse fatto un mezzo abuso edilizio. L’opinione pubblica si è indignata, il Sindaco è stato prontamente isolato e la classe dirigente italiana ha dimostrato di possedere i giusti anticorpi per reagire alle infiltrazioni mafiose.
-Stai parlando della stessa classe dirigente che ha da poco nominato un signore condannato per il rogo della Thyssen a Direttore Generale dell’ILVA ?
-Esattamente.
-Poi dici che il mio humor è peggiorato.
-Certo. Il mio è sempre stato pessimo.
-Uno a uno, palla al centro.

-Hai notato i ragazzi del tavolo a fianco?
-No. Cos’hanno?
-Sono silenziosi. Avranno si e no venti anni… sono qui da due ore e non fanno che consumarsi i polpastrelli sui rispettivi cellulari. Ai miei tempi, quando andavamo a mangiare con gli amici facevamo più casino di una puntata di uomini e donne condotta da Sgarbi.
-A proposito di devianza giovanile, Rudi Guede è  finalmente apparso in televisione per una lunga intervista.
-L’ho vista…
-Mentre Pietro Maso ha dichiarato: adesso mi dedicherò agli altri. Chissà quanto prende per una suocera.
– Questa l’hai letta su internet. Fammi indovinare… Spinoza?
– Prugna.
– Vabbè, c’ero andato vicino. Poi ci sarebbe la storia delle unioni civili, il Papa ha detto che non vanno confuse con il matrimonio.
– Vorrà risparmiare sul regalo…
– Ahaha! Anche questa non è farina del tuo sacco. Prugna?
– Kotiomkin.
– Ad ogni modo, ho letto l’ultimo status che hai pubblicato, quello sulla moda dello spotted… le ragazze universitarie che scrivono il nome dell’Ateneo sul corpo. Quando ho visto le foto, ho pensato: possibile che siamo caduti così in basso? Viviamo in un mondo così povero di valori? Così tremendamente triviale? Se proprio dovete usare l’hashtag  #escile, allora, toglietevi, questo, dannato, reggiseno.
– Hai ragione. Io invece ho pensato che fosse una mossa politica
– In che senso?
– Credevo fossero le primarie di Forza Italia.

-Scusa, Potresti evitare per un attimo di fare battute che hai letto su Facebook?
-Va bene, citerò allora una frase di Gibran: “Dio mi liberi dalla saggezza che non piange e dalla filosofia che non ride”.
-Bella. Sei sempre un grande. Vedi che se ti impegni viene fuori l’uomo di cultura. Non dirmi da quale libro l’hai presa, voglio indovinare… Il Profeta?
-No.
Il Giardino del Profeta?
-No.
Le ali spezzate?
-Twitter.

Il Ponte.

1. Chi vuoi che incontri?
Sei e venticinque di un mercoledì mattina qualsiasi.
Sono a Teramo.
Mi sono alzato presto per andare al parco fluviale a fare jogging.
Mentre mi cambio, noto che sulla  mia felpa – sull’unica felpa che ho qui a Teramo – c’è una orribile macchia di sugo che, partendo con subdola discrezione dalla spalla sinistra, si spinge coraggiosamente all’avventura, sino ad espandersi, orgogliosa, al centro del petto.

Tutto questo è parecchio disdicevole.

Per un attimo, mi chiedo se sia il caso di uscire di casa, rischiando di fare una figuraccia. Poi, decido di andare lo stesso.
In fondo, sono le sei e trenta.
Fa un freddo cane.
Chi vuoi che incontri a quest’ora?

Bridge

Dopo circa mezz’ora di jogging mi sento mezzo cuore in gola e mezzo nello stomaco.
Stanno iniziando a farmi male muscoli che non ricordavo di avere.
Puntuale come la morte, da lontano, mi raggiunge un grido.

-“Prooof! Proooooof!”

Sono in campo aperto, e non avrei comunque la forza per scappare.
Mi volto e affronto il mio destino.
Da uomo.

Due ragazze di circa vent’anni stanno correndo verso di me.
La più alta agita il braccio destro in aria perché la veda, e continua ad urlare.
L’altra la (in)segue a fatica, strusciando i piedi per terra e tenendosi il fianco.

Mi passo una mano tra i capelli e provo ad assumere una posa dignitosa.

-“Prof.! Ti seguo su Facebook! Leggo il blog! Sei un grande Prof! Me lo fai un autografo?”.
-“Un cosa? Siete mie studentesse?”.
-“Non ancora Prof. Io sto al primo anno! Se tutto va bene ci incontriamo nel 2019. Marina, invece, studia biotecnologie”.

L’amica, che aveva messo entrambe le mani sulle ginocchia per prendere fiato, si sente chiamata in causa, alza il capo e dice:

-“Ti posso fare una domanda Prof.?”.
-“Certo, dimmi tutto.”.
-“Perché scrivi le cose su internet?”.

Negli ultimi mesi, mi hanno fatto questa domanda un milione di volte, ma non mi sono abituato: mi mette a disagio, mi sento come se mi stessero rimproverando.

-“Beh… per lo stesso motivo per cui lo fanno tutti… voi perché siete su Facebook?”.

Si guardano, perplesse. Poi, tornano a fissarmi con aria interrogativa.
Decido di rispondere io.

-“Perché è bello comunicare, interagire… condividere le proprie idee con gli altri!”.
-“Si, certo Prof… Ma a parte questo?”

-“In effetti, c’è anche un aspetto narcisistico: mi piace leggere i commenti, vedere che molte persone apprezzano ciò che scrivo…”.

Niente da fare. Sono più perplesse di prima.

-“Va bene, Prof…. però…”.

Devo tagliare corto, altrimenti non mi lasceranno più andare.

Le multinazionali canadesi del tabacco mi pagano 39 centesimi ogni quindici like!”.

Bocche che si spalancano, pupille che si allargano.
Intuisco di averle spiazzate.
Devo assolutamente approfittarne.

Mi rigiro e riprendo a correre.
Quando sono a distanza di sicurezza urlo:

-Scusatemi ragazze! Altrimenti perdo il ritmo!
-Prof. e l’autografo?
-Sul libretto. Se riuscirà a superare l’esame.

2. Conclusioni
Mentre torno a casa rifletto su due cose.
La prima è che siamo talmente abituati a pagare per qualsiasi cosa da rifiutare inconsciamente l’idea che qualcuno possa impegnarsi  a fare qualcosa per il solo gusto di farlo, gratuitamente.

La seconda è che sto sinceramente pensando di inserire qualche banner pubblicitario sul sito. Non diventerò ricco, ma almeno la smetteranno di farmi sempre la stessa domanda.

Bonus track: The shocking truth
Chi fa il mio lavoro corre il rischio di isolarsi.
Con il tempo, perdiamo letteralmente il contatto con la realtà.
Compriamo casa in montagna per riuscire ad osservare il mondo dall’alto, senza rischiare alcun contagio con la polverele infinite bassezze che essa implica e suppone.
Usiamo i libri come mattoni, per costruire e fortificare una muraglia: la barriera dietro cui nasconderci e ripararci dal resto del mondo.
Mentre io ho sempre pensato che la cultura dovesse servire per abbattere esattamente quel muro.
E costruire un ponte.

 Il processo penale mediatico: una perversione della nostra società.

Come saprete, Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007. La Corte di Cassazione ha dunque scritto la parola “fine” su di una vicenda processuale a dire il vero parecchio contorta. Di fatti, Stasi era stato inizialmente assolto – in primo ed in secondo grado- ma nel 2013 la Cassazione ne ha annullato la senteza di assoluzione. Richiedendo che fossero presi in considerazione un capello ed alcuni residui di DNA trovati sul corpo della vittima e mai analizzati. A prescindere dalle caratteristiche precipue della vicenda – della quale conosco solo ciò che è stato scritto sui giornali – credo che il processo Stasi possa aiutarci a riflettere sull’attuale crisi della giustizia penale e sulla discutibile industria mediatica che da essa trae linfa vitale.

Processo

“Ciak” si gira. Nell’epoca della comunicazione globale, i processi penali sono diventati estremamente “spettacolari”. La cronaca nera fa audience, colonizza interi palinsesti televisivi e, cosa ancor più importante, fa vendere i giornali. Questa ricchissima industria mediatica si mette in moto a seguito di un atroce delitto, resta attiva durante le indagini, racconta la fase istruttoria ed accompagna gli snodi fondamentali del  processo sino alla sentenza definitiva. Dopo, quella stessa vicenda che è stata così lungamente e dettagliatamente narrata dai mezzi di comunicazione di massa viene promossa ad un livello superiore e trasformata in best seller, in film, se non addirittura in una “serie” televisiva. Siamo talmente affascinati dalla cronaca  nera che alcuni delitti hanno dato vita ad un vero e proprio “filone”, conquistando milioni di lettori e di spettatori – paradigmatici, in tal senso, gli omicidi del mostro di Firenze o le gesta della Banda della Magliana.

Di certo,  il processo penale ha sempre avuto un carattere “pubblico” – per rendersene conto basterebbe leggere qualche pagina della celebre monografia  che Foucault dedicò al rapporto tra corpo e potere. Sino a non moti anni fa, i condannati venivano torturati, scuoiati, arsi vivi ed uccisi nelle pubbliche piazze del nostro continente. Affinché  il dolore e l’umiliazione del reo convincessero i cittadini che rispettare la legge fosse “opportuno”, oltre che giusto. Eppure, questa esibizione seguiva il processo – mentre oggi ne anticipa e ne accompagna  lo svolgimento. Ancora, una delle conquiste dello  Stato moderno – una delle caratteristiche fondamentali della nostra civiltà giuridica- è consistita proprio nell’aver abbandonato l’antica concezione della pena come spettacolo intimidatorio, per abbraciare, in suo luogo, una visione maggiormente rispettosa dei diritti e della dignità del condannato.

Le indagini. Se è vero che alcune trasmissioni televise nascono con il fine dichiarato di raccogliere informazioni ed aiutare le indagini, non è troppo difficile ipotizzare che questo gigantesco circo mediatico, con il suo bagaglio di indiscrezioni, ipotesi e rivelazioni esclusive, possa ostacolare  il lavoro di magistrati e forze dell’ordine,  “corrompendo” quella delicatissima fase investigativa che, precedendo il processo vero e proprio, ne influenzerà in maniera determinate lo sviluppo e la conclusione.

Il processo. Quando qualcuno afferma che i processi vengono influenzati dai mezzi di informazione,  penso sempre che si tratti di una esagerazione. Un magistrato è una persona che si confronta quotidiamente con un compito davvero arduo, ma di fondamentale importanza per la società: conciliare leggi e giustizia. Immagino che i magistrati abbiano tante preoccupazioni e tante cose per la testa. Per questo motivo,  faccio fatica a credere che ascoltino continuamente la televisione o la radio. Eppure, sono gli stessi giudici a reclamare una minore pressione mediatica – esemplare, al riguardo, il caso di Yara. Anche perché alla definizione di un giudizio concorrono molti ed importanti soggetti  -come ad esempio i  testimoni o i periti- che potrebbero non essere altrettanto immuni alla pressione mediatica. Ciò vuol dire che anche il processo, non solo le indagini, rischia di essere rovinato dal baccano di giornali e televisioni.

La pena. La pena dovrebbe essere una conseguenza, non una caratteristica, nè, tantomeno un presupposto del processo. Uno dei rischi maggiori della attuale spettacolarizzazione consiste nel fatto che gli indagati vengono giudicati – e spesso condannati- molto prima che si concluda il primo grado di giudizio. In tal modo, colpevoli ed innocenti vengono sottoposti ad una pena accessoria che il codice non prevede: la gogna mediatica.

Per tutti questi motivi, sarebbe bene che i media smettesserro di riservare una morbosa attenzione  alla cronaca nera. Ma questo accadrà molto difficilmenete, perché l’informazione è una merce ed è molto più facile che sia il mercato a “cambiare”  la legge, piuttosto che la legge il mercato.

Si Gioca Come Si Vive. Riflessioni sugli Studi Universitari

Al bar, incontro  Alvaro Spacconi, detto Alvarone.

Spacconi ha una trentina di anni, è alto due metri e pesa circa 120 chili. Per vivere fa tante cose, ma la sua occupazione principale è quella di capotifoso. Attualmente è in sciopero, quindi mi capita spesso di incrociarlo al bar.

Ci sediamo allo stesso tavolino, io ordino un cappuccino, lui una birra.

Lanciati

Alvarone è un uomo schietto, cinico, dotato della classica ironia romana. Il suo unico difetto è che ogni cinque parole mi rifila una amichevole pacca sulla spalla. Il che significa che dopo mezz’ora di conversazione ho il braccio completamente fuori uso.

-Proffe, ahahah, come stai? – prima pacca – T’ho pensato tanto ieri: hai sentito che ha detto er sor Palloni?
-Chi?
-Er Ministro! Palloni!
-Ah, si ho sentito, ho sentito.
-A me me pare che c’ha ragione. Sti giovani d’oggi nun c’hanno voja de fa… nun c’hanno voja de lavorà… bastà che guardi come sta messa la curva, chè pe falli cantà, la domencia, ce vole la frusta… nun c’hanno er coreeee! – seconda pacca – Questi penseno a studìà, se penseno da esse tutti scienziati… La verità è che sti giovani d’oggi so’ come er sor Marino.
-In che senso?
Nun lo sanno nemmeno loro si so’ vivi o si so’ morti. Ahahaha – terza pacca.

-Guarda, a me le dichiarazioni del Ministro non sono piaciute per niente. Prima di tutto perché suppongono che i ragazzi si debbano iscrivere all’Università per trovare lavoro.
-E nun è vero?
-No, all’Università ti iscrivi se hai voglia di studiare. Sono due cose diverse.
-Nun ho capito.

-Se il problema fosse il mercato del lavoro, allora il Ministro avrebbe potuto semplicemente dire: fate come me, non prendetela la laurea, che tanto non serve a niente.
-A perché me stai a dì che er Ministro nun c’ha la laurea?
-No, è un perito agrario.
-Quindi c’ha ragione! Vor dì che poi diventà Ministro pure senza la Laurea!

-E certo che ha ragione, l’Italia è quel Paese dove per fare l’infermiere ci vuole una laurea, mentre per fare il Ministro della Sanità è sufficiente la quinta elementare.
-…
Però mi pare di capire che i posti da Ministro sono pochi.
-Ahahah, grande proffe – quarta pacca.

-Vabbè. Ma sti ragazzi nun potrebbero fa quarcosa de serio invece de venì a perde tempo all’Università. Perché nun fanno i muratori, gli idraulici, i pizzettari?
-A me questo discorso sta benissimo. Se un ragazzo ha voglia di lavorare è giusto che segua la propria vocazione e si metta da subito ad imparare un mestiere. I lavori onesti sono tutti dignitosi e tutti possono essere svolti con passione e professionalità. Ma il Ministro non ha detto non iscrivetevi all’Università – anche se forse l’ha pensato. Ha detto laureatevi in fretta dando esami a caso. Che è molto peggio.
-Aspè, qua te stai a sbaja te. A  me me pare de capì che er Ministro ha fatto un paragone tra l’Università e le prime esperienze sessuali.
-Non ti seguo.
Meglio presto e male che tardi e bene – Ahahah – quinta pacca.

-Carina questa. Ma dimmi una cosa: tu ti faresti operare da un medico che si è laureato presto e male o preferisti un chirurgo che si è specializzato tardi, ma con il massimo dei voti?
-Er chirurgo.
-E se dovesse capitarti di avere qualche incomprensione con gli agenti di PS, preferiresti che ti difendesse un avvocato che si è laureato male a 21 anni o uno che si è laureato a 28 con 110 e lode?
Er secondo, tutta la vita.

-Mi segui? Invitare i giovani a laurearsi presto e male è un atto criminale. Secondo me la cosa più importante che possiamo insegnare ai ragazzi è che tutto quello che fanno, e ripeto “tutto quello che fanno”, lo devono fare sempre con la massima consapevolezza. Non intendo dire che debbano prendere sempre il massimo dei voti: quello che conta non è il risultato, ma il percorso. Guidare la macchina, leggere un libro, bere un bicchier d’acqua, dobbiamo fare tutto con la massima cura, coscienza, consapevolezza. Perché questo è l’unico modo per dare valore al nostro tempo.
-Me sa che c’ha ragione, proffe – sesta pacca – m’hai ricordato er Bandito.
-Chi?
-Che fai? Me caschi sulle basi Prof?! Burdisso, il difensore della Roma di Ranieri.
-Ah… Burdisso, certo… che c’entra?

-Un giorno er mister stava a fa la ramanzina alla squadra. Je stava a dì che se dovevano da impegnà, che dovevano da sudare in allenamento. Quindi er Mister je dice: “ricordateve sempre che la domenica se gioca come ci si allena”. A quer punto er Bandito fa un passo avanti e, nello stupore di tutti je risponne: “sbagliato mister, si gioca come si vive”. Hai capito proffe? – settima pacca.

Inizio a non sentire più il mignolo. Devo trovare una via d’uscita.

-Adesso te la racconto io una storia.

Un professore universitario mette sulla cattedra un contenitore trasparente, e chiede alla classe se il contenitore sia pieno o vuoto. La classe risponde in coro che il contenitore è vuoto.
Allora il docente prende tre grossi sassi da sotto la cattedra, li mette nel contenitore e domanda:
– Adesso è vuoto o pieno?
I ragazzi rispondo in coro che il vaso è pieno.
– Sbagliato.
Il docente prende un sacchetto di ghiaia, lo versa nel contenitore e domanda:
– Ora? Il contenitore è pieno o vuoto?
Gli studenti iniziano ad intuire che si tratta di una domanda a trabocchetto, ma rispondono lo stesso: ora è pieno.
– Sbagliato.
Il docente tira fuori da sotto la cattedra un sacchetto di sabbia e la versa nel contenitore.
– Adesso?
-Finalmente pieno.
-Avete sbagliato di nuovo.

Il docente prende una bottiglia di birra, la stappa, la versa nel contenitore e dice: adesso è pieno.
Quindi domanda alla classe: cosa abbiamo imparato da questa storia?

Un ragazzo seduto al primo banco alza la mano: abbiamo imparato che non importa quante energie pensiamo di aver dedicato allo studio, ci sarà  sempre un piccolo spazio libero da riempire con il nostro impegno

– Sbagliato, abbiamo imparato come utilizzare il nostro tempo. Se avessi iniziato versando la sabbia non ci sarebbe stato più spazio per mettere altro. Questo significa che dovete pensare prima di tutto alle cose importanti della vostra vita, altrimenti le piccole cose occuperanno tutto lo spazio a vostra disposizione e vi sembrerà di non avere mai tempo a sufficienza.
La classe è parecchio impressionata.
Dopo qualche minuto di silenzio uno studente dell’ultimo banco alza la mano e chiede:

– Prof, e la birra?

Qualsiasi cosa decidiate di fare, c’è sempre tempo per una birra.

Alvarone sorride pacifico. Sta riflettendo. Il momento è prezioso e non va sprecato.

Quindi la prossima birra la offro io. Ora però fammi andare che è tardi.