Nel Nome Di Umberto.

Da ieri mattina, i social network sono stati letteralmente invasi da frasi, battute, meme, attestati di stima e ricordi personali su Umberto Eco. Lercio ha celebrato la dipartita di questo grande intellettuale con tre o quattro delle sue prime pagine: la più raffinata, a dire il vero già pubblicata tempo fa, annunciava: “Umberto Eco scopre il sinonimo di sinonimo e cade in una dimensione parallela”, la più rispettosa affermava: “Morto Umberto Eco. Gli Angeli soddisfatti: finalmente qualcuno che può davvero insegnarci qualcosa”, mentre la più simpatica recitava: “Anche Gasparri onora la memoria di Eco: non l’ho mai conosciuto”. Dal canto suo, l’utente medio di Facebook si è detto tremendamente dispiaciuto, elencando i dischi di Eco che ha  più amato nella sua vita e maledicendo il 2016 perché nel breve volgere di ventiquattro ore si è portato via tante cose belle: Harper Lee, Umberto Eco e la speranza che Francesco Totti fosse, in realtà, un cyborg. Da tutto questo abbiamo capito che: 1) amiamo incondizionatamente il Nome della Rosa, “raro esempio di film bello quanto il libro”; 2) pochissimi di noi hanno finito di leggere il Pendolo di Foucault – personalmente, non ho nemmeno iniziato a oscillare; 3) Ci sono altissime probabilità che Eco esistesse anche prima di morire. Ma stranamente ne eravamo tutti meno consapevoli.

Così come è accaduto per Bowie, la rete si è dunque mobilitata per rendere omaggio a un “grande” che non c’è più. Una simile ondata emotiva è perfettamente comprensibile. In una certa misura, si tratta di un “fenomeno” persino giusto, apprezzabile. Sotto altro e diverso punto di vista, lascia l’amaro in bocca. In particolare, è brutto costatare che ci ricordiamo della letteratura solo quando muoiono gli intellettuali, ci rendiamo conto che esistono i malati di sla solo quando vengono invitati a suonare un pianoforte a Sanremo, apprezziamo i nostri ricercatori solo quando vengono barbaramente uccisi in un Paese straniero. Peraltro, si tratta di un ricordo effimero, la cui breve vita può essere paragonata a quella di una sigaretta, di un caffè o di una promessa del Governo Renzi. Scherzi a parte, si tratta di un ricordo da social network: una volta che abbiamo condiviso il post, maledetto l’anno bisestile, criticato il commento altrui, litigato con il vicino di casa e bannato il figlio del portiere che aveva osato intromettersi nella discussione, torniamo a fare beatamente ciò che stavamo facendo prima per aiutare la cultura, i malati di sla e i giovani ricercatori: esattamente nulla.

La seconda amara riflessione è che sono sempre i migliori ad andarsenee non chiudono mai la porta. In queste occasioni, tutti restano atterriti a fissare il vuoto. Un attimo dopo, affermano senza timore di smentita che tra le nuove leve non c’è nessuno in grado di prendere il posto lasciato libero da chi appena abbandonato la stanza. Tutto ciò è parecchio triste perché unisce al danno la beffa. Il danno è che il mondo non è mai stato un posto per giovani. La beffa è che la colpa di tutto ciò viene data esattamente ai giovani. Da sempre, il nuovo arrivato deve lottare per affermarsi. Si tratta di un meccanismo di selezione della specie del tutto ovvio e naturale. Ma se guardiamo ai dati economici degli ultimi cinquant’anni, se consideriamo la storia di questo Paese, non possiamo non notare che siamo ormai nella stessa situazione in cui versa l’abbronzatura di Carlo Conti: abbiamo da tempo superato la linea di demarcazione normalità e perversione.

La terza amara riflessione è che i più grandi artisti suoneranno sempre in cantina, non andranno mai a Sanremo.  Nella sua essenza, il Mercato è reazionario, conservatore, retrogrado. Il Mercato obbliga lo scrittore a riscrivere sempre lo stesso romanzo, il musicista a suonare sempre la stessa canzone, l’attore a recitare sempre la stessa battuta.  Come scrisse una mia collega americana “il latte dell’innovazione dirompente non viene munto dalle vacche del denaro”. Non a caso, le più importanti innovazioni tecnologiche degli ultimi dieci anni sono state pensate, progettate e realizzate da adolescenti che volevano solo fare bella figura con la ragazzina del primo banco.

Arriviamo così alla conclusione, tornando all’inizio di questo breve articolo. Come tutti sapete,  Eco affermò che la rete è popolata di imbecilli che un tempo non avrebbero mai avuto diritto di parola. Che brutto pensiero. Intanto, questo giudizio potrebbe essere esteso a tutti gli ambiti, a tutti i media e a tutte le epoche. Intendo dire che gli imbecilli hanno sempre avuto diritto di parola, hanno sempre avuto canali di comunicazione e hanno  sempre trovato immense masse di idioti pronti a seguirli. Se non fosse stato così, non avremmo mai commesso errori colossali, come, a mero titolo di esempio, sterminare gli Indios, lanciare la Bomba atomica o far pubblicare un romanzo a Fabio Volo.

Insomma, non è internet ad essere popolata di imbecilli, è la società in cui viviamo ad esserlo.  Ovviamente, su internet troveremo notizie inventate, persone ignoranti, volgari e aggressive. Altrettanto ovviamente, troveremo tutto questo in radio, in televisione, al bar o in edicola. Però, a differenza dei luoghi che ho appena citato, qui potremmo trovare anche la traduzione del termine tedesco “Wanderlust”; decine di critiche del primo saggio di Heidegger, il tutorial per smacchiare i vestiti, imparare a suonare il pianoforte o costruire un rifugio antiatomico. Insomma, web batte mondo due a uno. Intendo dire che grazie a Internet abbiamo a nostra disposizione un mezzo di comunicazione tendenzialmente ecologico, tendenzialmente democratico e tendenzialmente gratuito. Questa è, senza ombra di dubbio, la più grande rivoluzione culturale della intera storia del genere umano. Questa, o l’invenzione delle gomme da cancellare profumate alla vaniglia. Sono ancora indeciso.

Il Ponte.

1. Chi vuoi che incontri?
Sei e venticinque di un mercoledì mattina qualsiasi.
Sono a Teramo.
Mi sono alzato presto per andare al parco fluviale a fare jogging.
Mentre mi cambio, noto che sulla  mia felpa – sull’unica felpa che ho qui a Teramo – c’è una orribile macchia di sugo che, partendo con subdola discrezione dalla spalla sinistra, si spinge coraggiosamente all’avventura, sino ad espandersi, orgogliosa, al centro del petto.

Tutto questo è parecchio disdicevole.

Per un attimo, mi chiedo se sia il caso di uscire di casa, rischiando di fare una figuraccia. Poi, decido di andare lo stesso.
In fondo, sono le sei e trenta.
Fa un freddo cane.
Chi vuoi che incontri a quest’ora?

Bridge

Dopo circa mezz’ora di jogging mi sento mezzo cuore in gola e mezzo nello stomaco.
Stanno iniziando a farmi male muscoli che non ricordavo di avere.
Puntuale come la morte, da lontano, mi raggiunge un grido.

-“Prooof! Proooooof!”

Sono in campo aperto, e non avrei comunque la forza per scappare.
Mi volto e affronto il mio destino.
Da uomo.

Due ragazze di circa vent’anni stanno correndo verso di me.
La più alta agita il braccio destro in aria perché la veda, e continua ad urlare.
L’altra la (in)segue a fatica, strusciando i piedi per terra e tenendosi il fianco.

Mi passo una mano tra i capelli e provo ad assumere una posa dignitosa.

-“Prof.! Ti seguo su Facebook! Leggo il blog! Sei un grande Prof! Me lo fai un autografo?”.
-“Un cosa? Siete mie studentesse?”.
-“Non ancora Prof. Io sto al primo anno! Se tutto va bene ci incontriamo nel 2019. Marina, invece, studia biotecnologie”.

L’amica, che aveva messo entrambe le mani sulle ginocchia per prendere fiato, si sente chiamata in causa, alza il capo e dice:

-“Ti posso fare una domanda Prof.?”.
-“Certo, dimmi tutto.”.
-“Perché scrivi le cose su internet?”.

Negli ultimi mesi, mi hanno fatto questa domanda un milione di volte, ma non mi sono abituato: mi mette a disagio, mi sento come se mi stessero rimproverando.

-“Beh… per lo stesso motivo per cui lo fanno tutti… voi perché siete su Facebook?”.

Si guardano, perplesse. Poi, tornano a fissarmi con aria interrogativa.
Decido di rispondere io.

-“Perché è bello comunicare, interagire… condividere le proprie idee con gli altri!”.
-“Si, certo Prof… Ma a parte questo?”

-“In effetti, c’è anche un aspetto narcisistico: mi piace leggere i commenti, vedere che molte persone apprezzano ciò che scrivo…”.

Niente da fare. Sono più perplesse di prima.

-“Va bene, Prof…. però…”.

Devo tagliare corto, altrimenti non mi lasceranno più andare.

Le multinazionali canadesi del tabacco mi pagano 39 centesimi ogni quindici like!”.

Bocche che si spalancano, pupille che si allargano.
Intuisco di averle spiazzate.
Devo assolutamente approfittarne.

Mi rigiro e riprendo a correre.
Quando sono a distanza di sicurezza urlo:

-Scusatemi ragazze! Altrimenti perdo il ritmo!
-Prof. e l’autografo?
-Sul libretto. Se riuscirà a superare l’esame.

2. Conclusioni
Mentre torno a casa rifletto su due cose.
La prima è che siamo talmente abituati a pagare per qualsiasi cosa da rifiutare inconsciamente l’idea che qualcuno possa impegnarsi  a fare qualcosa per il solo gusto di farlo, gratuitamente.

La seconda è che sto sinceramente pensando di inserire qualche banner pubblicitario sul sito. Non diventerò ricco, ma almeno la smetteranno di farmi sempre la stessa domanda.

Bonus track: The shocking truth
Chi fa il mio lavoro corre il rischio di isolarsi.
Con il tempo, perdiamo letteralmente il contatto con la realtà.
Compriamo casa in montagna per riuscire ad osservare il mondo dall’alto, senza rischiare alcun contagio con la polverele infinite bassezze che essa implica e suppone.
Usiamo i libri come mattoni, per costruire e fortificare una muraglia: la barriera dietro cui nasconderci e ripararci dal resto del mondo.
Mentre io ho sempre pensato che la cultura dovesse servire per abbattere esattamente quel muro.
E costruire un ponte.

“Restiamo in contatto”. La Solitudine delle Uova di Lompo.

MareLe nostre rubriche sono stracolme di numeri di telefono, indirizzi e.mail e contatti, tuttavia, la società in cui viviamo si presenta come la somma di infinite solitudini. Ad avviso di molti autori, sarebbero stati proprio i social network ad amplificare la distanza tra gli esseri umani, tradendo clamorosamente tutte le promesse.

Detto in altre parole, è come se le persone si sentissero sole e si stupissero perché gli amici che hanno su Facebook non sono veri amici. A ben vedere, si tratta di una lagnanza parecchio strana, per almeno tre ragioni:

1. – Facebook  ci consente di fare “richiesta di amicizia” ad altri utenti, ma si tratta solo di stabilire un contatto virtuale. Vogliamo seriamente accusare il social network per averci tratti in inganno? Anche nella vita reale, non possiamo prendere alla lettera tutto quello che ci viene detto. Solo per fare alcuni esempi: 1) “siamo stati in riunione tutta la notte”,  significa, in realtà, “la mia nuova segretaria porta la terza di reggiseno, ed ha venti anni meno di te”;  2) “restiamo in contatto”, significa, in realtà, “se solo provi a richiamarmi, ti denuncio per stalking”; 3) “non ti preoccupare, è solo un amico”, significa, in realtà, “se tu dovessi morire domani, il nostro primogenito non avrebbe perso suo padre”.

2. – I veri amici sono sempre stati una merce rara, anche al di fuori di internet. A riprova di questa affermazione sarebbe possibile utilizzare una infinita serie di citazioni dotte. Le prime che mi vengono in mente sono: “amici dovrebbero potersi chiamare solo coloro i quali, sapendo quanti anni gli restano da vivere, se li scambiano vicendevolmente, per equipararli” (Elias Canetti); “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” (Geremia 17,5-8); “Non ti fidare mai, non sono gli uomini a tradire, ma i loro guai” (Vasco Rossi).

3. – Dobbiamo smettere di pensare che la condivisione sui social network sia una merce a basso costo che acquistiamo quando non possiamo permetterci un amico in carne ed ossa, come se i nostri contatti fossero un mero succedaneo: le uova di lompo che spalmiamo sulla tartina della nostra vita emozionale, sperando che, un giorno, anche noi potremmo permetterci champagne e caviale di ottima qualità. Le relazioni virtuali meritano di essere considerate per quello che sono, non per quello che non possono, strutturalmente, offrire. Facebook non è un circolo ricreativo, non è un bar, non è un luogo e non è nemmeno una marmellata, o un fungo.

Quando avremo finito di descrivere ciò che internet non è, forse, potremo iniziare a capire cosa possiede di innovativo e di originale. Come ha magistralmente spiegato Bergson, un giudizio negativo non è un vero giudizio. Se io scrivessi, ad esempio, che la luna non è il sole, commetterei due errori: il primo consisterebbe nel dire qualcosa di assolutamente scontato, il secondo, nel distogliere l’attenzione da quello che dovrebbe essere l’oggetto della mia indagine – la luna- per ribadire l’importanza di un altro e diverso oggetto. Per dirla con un noto aforisma zen: quando il saggio indica la luna, l’idiota guarda il dito.