Dimmi Con Chi Vai. Una Guida Per Correggere I Difetti Degli Altri

Ieri mattina stavo (ri)vedendo il grande Lebowski – uno dei capolavori dei fratelli Coen. Riflettevo su quanto fosse ben assortita la coppia che il protagonista Drugo forma con il suo miglior amico. Il primo è un vero e proprio hippie: è pacifista, sereno, ironico, pronto a scherzare su tutto e tutti. Il secondo è un guerrafondaio che non perde occasione per attaccare briga con chiunque, alzare la voce, aggredire o, addirittura, tirare fuori la pistola per minacciare di morte i suoi sventurati nemici. Se ci pensate bene, si tratta di un vecchio espediente narrativo: moltissime coppie comiche sono nate in base a questo schema. Prendete due personaggi e assegnate loro ruoli opposti e complementari. La miscela sarà esplosiva perché ciascuno, mettendo in scena i propri difetti, esalterà i tic, le nevrosi, la follia dell’altro personaggio. Spesso questa complementarietà caratteriale sarà rappresentata anche a livello fisico, corporale. Se uno dei due è magro, l’altro è grasso; se uno è basso, l’altro è alto; se uno è bello, l’altro è brutto. A mero titolo di esempio, pensiamo a  Stanlio e Olio, Franco e Ciccio, Renzi e Brunetta.

Con Chi Vai

Scherzi a parte, la faccenda ha anche un versante drammatico. Quando un mio amico andò al primo incontro con il suo analista, quest’ultimo lo pregò di tornare con la moglie. Il mio amico la prese con ironia e domandò se fosse un espediente per raddoppiare la parcella, sentendosi rispondere che una buona parte dei problemi psichici che aveva dipendevano dai problemi della persona con cui passava più tempo. Perché accanto a un uomo stressato ci sarà sempre una donna ansiosa, accanto a una donna depressa ci sarà sempre un uomo egoista, accanto a un uomo silenzioso ci sarà sempre una donna logorroica. Accanto a una donna perfetta, ci sarà Salvini.

Tutto questo mi ha suggerito una serie di riflessioni che vorrei provare a mettere in ordine e condividere con voi.

1) Il trionfo dell’ottimismo. Spesso ad attrarsi e successivamente legarsi non sono due persone mature, sane, felici, ma due malattie, due solitudini, due sofferenze. Il risultato è che ciascuno rimane chiuso nel suo ego, mentre le rispettive nevrosi fanno conoscenza, iniziano a copulare e decidono di mettere su famiglia. Un meccanismo che potrebbe essere descritto con i versi di un celebre poema del sempre gioioso Robert Smiht (The Cure) “this is why i hate you/and how i understand/that no-one ever knows or loves another” (questo è il motivo per cui ti odio/e il modo in cui capisco/che nessuno conosce o ama davvero nessuno). Voglio dire, capita che le persone non facciano amicizia e non si innamorino, ma scelgano più semplicemente la propria vittima, il proprio carnefice. Siamo angeli con un’ala sola, possiamo volare solo abbracciati. Ma anche no.

2) Psicologia. Avete presente lo psicologo di cui abbiamo parlato prima? A prima vista la sua reazione sembrerebbe perfettamente sensata. Ma se dopo aver parlato con la moglie avesse chiesto di parlare con la migliore amica della moglie, con suo padre o con la sorella del suo vicino di casa saremmo stati meno propensi a pensare che fosse una persona seria. Gli avremmo consigliato di cercarsi uno psicologo. “Dio li fa e poi li accoppia”. Vero, ma questo non significa che due persone uguali stiano bene insieme. Per lo più, le coppie di lunga durata sono composte da calzini spaiati.

2.1) Sapete quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina? Uno. Ma ci vorrà un sacco di tempo, costerà un sacco di soldi e soprattutto la lampadina deve voler essere cambiata. Consentitemi la battuta. Lungi da me gettare discredito sulla categoria. Sono il primo a credere fermamente nella utilità di questa scienza. Ad esempio, la scorsa settimana ho parlato a lungo dei miei problemi col mio psicologo. Ha detto che siccome apprezzate e condividete i miei post, vuole vedere anche voi (cit.)

3) Tutto torna. Torniamo seri: io credo che se vogliamo vivere serenamente dobbiamo iniziare a dubitare della nostra capacità di cambiare gli altri. Prima di tutto, le persone devono essere comprese. Una volta comprese, tutto quello che possiamo sperare di fare è di accettarle e anticiparne le mosse con un certo grado di sicurezza. Se c’è una cosa facile da capire, in queste dinamiche, è che tutto si ripete. Gli ipocriti, i cattivi, gli invidiosi non sono cambiati rispetto al giorno in cui li abbiamo conosciuti. Si sono rivelati. Mentre i vecchi traditori che sono ancora al nostro fianco non sono affatto redenti. Sono diventati più bravi a mentire. La colpa non è (tutta) di queste persone. Essi agiscono secondo la propria natura. La colpa è (anche) nostra che non riusciamo comprenderne – o non vogliamo accettarne – i limiti. Come recita un antico detto slavo: “se mi inganni una volta, devi vergognarti tu. La seconda volta, dovrò vergognarmi io”.

3.1) In questi giorni si parla tanto di coppie, unioni, matrimoni. Nessuno dice che molte coppie falliscono perché sono fondate su di un semplice equivoco: “Le donne sposano gli uomini sperando che cambino. Gli uomini sposano le donne sperando che non cambino. Resteranno entrambi delusi”. Detto tra noi, non ricordo bene chi sia l’autore di questo aforisma. Avrei giurato che fosse Oscar Wilde, ma qualcuno, in rete, cita Einstein. Non ha troppa importanza. In fondo, da quando esistono i social network tutti gli autori si sono (con)fusi in un unico grande mostro senza volto. Come Anonymous, Luther Blissett o il Partito Democratico.

4) Conclusioni. Smettiamola dunque di voler cambiare a tutti i costi gli altri e mettiamo noi stessi al centro del mondo. Se gli altri ti deludono è perché ti sei illuso. Se ti trattano male è perché ti fai trattare male. Come dicono i toscani: dove c’è un furbo c’è un bischero (a proposito di toscani che la sanno lunga: bentornato Mister!). Insomma, se vuoi attivare e conservare relazioni sane, prima di tutto, pensa a curare te stesso. Funziona. Inizierai da subito a frequentare una persona migliore.

Parla con me

“Il nostro fallimento non dipende dalle sconfitte che abbiamo subito,
ma dalle discussioni che non abbiamo mai fatto”.
Berna, graffito in un centro giovanile.

0. Introduzione
Mi piace molto la citazione che ho posto in epigrafe. Quando la leggi la prima volta, sembra talmente vera e giusta da risultare quasi banale, scontata. Ma le cose non stanno esattamente così. Mi riferisco soprattutto al fatto che la seconda metà della frase è asimmetrica: il contrario di sconfitte è vittorie. Ovviamente, non avrebbe avuto senso scrivere che il fallimento di qualcuno dipende dalle vittorie che non ha mai ottenuto. Eppure, dopo la virgola, mi sarei aspettato di trovare un riferimento “alle battaglie che non abbiamo mai combattuto” piuttosto che alle discussioni che non abbiamo mai fatto. Perché, come amava ripetere Ernesto Guevara – detto il Che- “le battaglie non si perdono, si vincono sempre”.
Mettiamola così: se proviamo a fare qualcosa abbiamo almeno il cinquanta per cento di possibilità di riuscire, ma se voltiamo la testa dall’altra parte ed evitiamo di andare in battaglia, possiamo essere certi che non ce la faremo mai. Per questo motivo, si dice che arrivati ad una certa età è meglio avere rimorsi piuttosto che rimpianti. Ad ogni modo, la frase che ho citato esprime qualcosa di più importante del “semplice”: abbiamo sbagliato perché abbiamo rinunciato a lottare.

Noi

1. Silence, Please!
La frase che ho citato invita dunque a discutere, mentre le persone, troppo spesso, scelgono il silenzio: la cosa più odiosa e stupida in assoluto – con buona pace di molti lungometraggi esistenzialisti francesi. Nella maggior parte dei casi, il silenzio non è elegante, non è significativo, non è etico. Il silenzio è solo la cosa più facile e borghese che esista. Quando penso che stai sbagliando, io ho il dovere di prenderti da parte e costringerti a parlare. Ho il dovere di dirti le cose che non vorresti sentirti dire. Perché si cresce “in opposizione”. Perché il mio pensiero ostile vuole essere l’ostacolo – il gradino – sul quale appoggerai il tuo piede per salire più in alto. Perché un sinonimo di “rispondere” è “contestare”. Perché noi viviamo nella società del politicamente corretto, in cui alcune cose esistono, ma non possono essere dette. Ci illudiamo che, non chiamando le cose con il proprio nome, queste cesseranno progressivamente di esistere per trasformarsi magicamente in qualcosa di più bello e garbato. Ma i problemi non si risolvono rendendoli invisibili. Anzi.
Sotto altro e diverso punto di vista, la gente discute molto, ma lo fa nei luoghi sbagliati, nei modi sbagliati, per i motivi sbagliati e, soprattutto, con le persone sbagliate. Basta fare un giro su internet per rendersene conto. Gli utenti di Facebook e Youtube danno continuamente vita ad arditissime ed agguerrite battaglie teoretiche, spesso singolarmente, ancor più spesso, in gruppo. “Tu da che parte stai, con Samantha o con Selvaggia?”; “Questo gruppo non fa vero Rap”; “Se DiCaprio non ha mai vinto un Oscar è perché il mio pesce rosso recita meglio di lui”.
E le foibe? E i Marò?
Dietro ad uno schermo, protetti dalla foglia di fico di un nickname, sono tutti leoni, pronti a combattere e morire per le idee in cui credono – non importa quanto stupide ed assurde esse siano. Ma la verità è che queste persone scrivono solo per sfogare la propria aggressività repressa, non sono in alcun modo interessate al dialogo.
Non sono di certo queste le discussioni che fanno crescere.
Primo: le discussioni importanti si fanno in privato – evitando che ci sia un qualsiasi tipo di pubblico pronto a schierarsi da una parte o dall’altra – e, se possibile, dal vivo. Secondo: le discussioni importanti si fanno scegliendo bene le parole, perché tanto più è serio l’oggetto della discussione tanto più facilmente si rischia di degenerare. Terzo: una cosa fondamentale che insegnano ai bambini che imparano uno sport di squadra come il basket o il calcio è che in campo non si grida. Perché chi parla, perde fiato. Dobbiamo scegliere con cura le nostre battaglie, nessuno ci ridarà gli anni che abbiamo perso a discutere sul nulla. Quarto: molte persone preferiscono passare ore a discutere con uno sconosciuto in un bar – o su internet – piuttosto che redarguire i propri figli.
Ci sono tre modi per rovinare la vita di un figlio: 1) criticare continuamente tutto quello che fa – a prescindere; 2) ignorare deliberatamente qualsiasi cosa faccia; 3) adulare incondizionatamente ogni sua azione. Se il primo ed il secondo errore provocano danni, il terzo è letale. Adulare incondizionatamente un figlio è il modo migliore per farne uno stolto, confondendo l’amore con il quieto vivere ed evitando accuratamente che cresca.
Le persone con cui dovremmo discutere maggiormente sono proprio le persone che ci stanno vicino, quelle che rispettiamo ed amiamo.

2. Conclusioni
Tornando all’inizio di questo articolo – e concludendo il discorso – io credo che la frase da cui siamo partiti si riferisca alle discussioni che non abbiamo mai voluto fare sulle nostre idee. A me sembra che solo in questo modo il riferimento al fallimento possa acquistare un senso. Non è vero che le persone anziane non hanno voglia di mettersi in discussione, ma è vero piuttosto che le persone invecchiano quando perdono la voglia di mettersi in discussione. Nel corso della nostra vita, sarà pur capitato che qualcuno venisse a bussare alla porta di casa per farci notare che ci stavamo comportando in maniera sbagliata. Se è accaduto, è probabile che in quella occasione abbiamo reagito da stupidi: negando istintivamente di aver commesso un errore al posto di restare sereni o, tutt’al più, mostrare gratitudine. La cosa più bella che possiamo ricevere è una critica.
Se viene fatta in buona fede, ogni critica merita di essere presa sul serio: è un atto d’amore ed un favore. Perché solo un cretino potrebbe aiutare un nemico a migliorare se stesso.



“Restiamo in contatto”. La Solitudine delle Uova di Lompo.

MareLe nostre rubriche sono stracolme di numeri di telefono, indirizzi e.mail e contatti, tuttavia, la società in cui viviamo si presenta come la somma di infinite solitudini. Ad avviso di molti autori, sarebbero stati proprio i social network ad amplificare la distanza tra gli esseri umani, tradendo clamorosamente tutte le promesse.

Detto in altre parole, è come se le persone si sentissero sole e si stupissero perché gli amici che hanno su Facebook non sono veri amici. A ben vedere, si tratta di una lagnanza parecchio strana, per almeno tre ragioni:

1. – Facebook  ci consente di fare “richiesta di amicizia” ad altri utenti, ma si tratta solo di stabilire un contatto virtuale. Vogliamo seriamente accusare il social network per averci tratti in inganno? Anche nella vita reale, non possiamo prendere alla lettera tutto quello che ci viene detto. Solo per fare alcuni esempi: 1) “siamo stati in riunione tutta la notte”,  significa, in realtà, “la mia nuova segretaria porta la terza di reggiseno, ed ha venti anni meno di te”;  2) “restiamo in contatto”, significa, in realtà, “se solo provi a richiamarmi, ti denuncio per stalking”; 3) “non ti preoccupare, è solo un amico”, significa, in realtà, “se tu dovessi morire domani, il nostro primogenito non avrebbe perso suo padre”.

2. – I veri amici sono sempre stati una merce rara, anche al di fuori di internet. A riprova di questa affermazione sarebbe possibile utilizzare una infinita serie di citazioni dotte. Le prime che mi vengono in mente sono: “amici dovrebbero potersi chiamare solo coloro i quali, sapendo quanti anni gli restano da vivere, se li scambiano vicendevolmente, per equipararli” (Elias Canetti); “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” (Geremia 17,5-8); “Non ti fidare mai, non sono gli uomini a tradire, ma i loro guai” (Vasco Rossi).

3. – Dobbiamo smettere di pensare che la condivisione sui social network sia una merce a basso costo che acquistiamo quando non possiamo permetterci un amico in carne ed ossa, come se i nostri contatti fossero un mero succedaneo: le uova di lompo che spalmiamo sulla tartina della nostra vita emozionale, sperando che, un giorno, anche noi potremmo permetterci champagne e caviale di ottima qualità. Le relazioni virtuali meritano di essere considerate per quello che sono, non per quello che non possono, strutturalmente, offrire. Facebook non è un circolo ricreativo, non è un bar, non è un luogo e non è nemmeno una marmellata, o un fungo.

Quando avremo finito di descrivere ciò che internet non è, forse, potremo iniziare a capire cosa possiede di innovativo e di originale. Come ha magistralmente spiegato Bergson, un giudizio negativo non è un vero giudizio. Se io scrivessi, ad esempio, che la luna non è il sole, commetterei due errori: il primo consisterebbe nel dire qualcosa di assolutamente scontato, il secondo, nel distogliere l’attenzione da quello che dovrebbe essere l’oggetto della mia indagine – la luna- per ribadire l’importanza di un altro e diverso oggetto. Per dirla con un noto aforisma zen: quando il saggio indica la luna, l’idiota guarda il dito.