Una festa importante

Mio nonno era romano e romanista. Antifascista. Metteva la brillantina sui capelli, teneva la camicia sbottonata sul petto villoso e sapeva disegnare con la mano ferma e leggera, da grande artista. Come tanti, era rimasto schiavo del lavoro di suo padre: l’avevano fatto entrare “a bottega” da piccolo, ne era uscito poco prima di morire.

Mio nonno era abruzzese, forte e gentile, aveva la schiena dritta e la mente limpida come il cielo di primavera. Da bambino, aveva abbandonato la famiglia per andare a studiare con lo “zio prete”. Poi, un passo alla volta, era diventato l’intellettuale da tutti conosciuto e stimato, l’autorità indiscussa, la sentenza di cassazione. Gentile con le persone umili, totalmente estraneo all’arroganza dei potenti.

Uno zio mi ha insegnato ad andare in bicicletta, uno mi ha fatto appassionare alla psicologia, un altro si confrontava con me, per ore, quando mi assillavano i dubbi esistenziali dell’adolescenza.

Ho conosciuto un professore di liceo che mi faceva venire voglia di conquistare il mondo, un sacerdote che mi ha aiutato nei momenti difficili, un Maestro che mi ha insegnato l’accademia.

Ho un amico che mi protegge dal cielo, uno che mi ricorda da dove vengo e uno che mi stima per ciò che sono e che faccio.

Oltre all’unico, vero e insostituibile padre, nella nostra vita, abbiamo la fortuna di incontrarne molti altri.

Rendiamo omaggio anche a loro.

Per fare un uomo, un solo padre non basta.

PS: Facebook mi ricorda che ho pubblicato questo post lo scorso anno, per celebrare San Giuseppe. Ho pensato che fosse il caso di riproporlo oggi. Il 70% dei morti per coronavirus sono maschi, molti di loro sono stati padri, ne sentiremo per sempre la mancanza.

Saranno per sempre con noi.

I bimbi grandi non piangono.

La nostra società è molto preoccupata di migliorare l’educazione delle bambine, perché a tutti sembra ingiusto che le femmine vengano relegate, sin da piccole, in un ruolo subordinato e limitante che ne frustra drammaticamente le ambizioni e ne compromette lo sviluppo. La critica all’educazione femminile si basa solitamente sul fatto che alle bambine viene proposto il ruolo di “angeli del focolare”, mentre nessuno si preoccuperebbe di spronarle ad essere attive protagoniste e padrone del proprio destino. Questa vetusta educazione sessista è sbagliata, perché colma di pregiudizi e tremendamente superata. Per lo stesso motivo per cui ne mettiamo in dubbio la validità, dobbiamo, tuttavia, mettere in discussione anche l’educazione maschile. Anche questa pedagogia – come quella femminile – si basa su antichissimi e dannosi stereotipi. Anche questa – come quella femminile, meriterebbe di essere profondamente rivisitata. Se proviamo a considerare criticamente ciò che viene insegnato ai bambini, comprendiamo infatti che esistono alcuni spinosi argomenti che meritano di essere affrontati quanto più urgentemente possibile.

Il primo, è che da sempre ai bambini viene insegnato che essere “veri uomini” significa essere in grado soffocare e reprimere le proprie emozioni, soprattutto, viene loro insegnato che essere uomini significa imparare a trattenere le lacrime, perché “i bimbi grandi non piangono”. Anche quando i maschi non vengono apertamente spronati a tenersi tutto dentro, nessuno fa niente per insegnare loro a comprendere, condividere e comunicare come si sentono – cosa che invece riesce benissimo, e spontaneamente, alle femmine. Il risultato è che, una volta cresciuti, i maschi avranno il doppio delle probabilità delle femmine di sviluppare una fobia. Il risultato è che gli uomini sono incapaci di sfogarsi, arrivano quindi facilmente a livelli di stress interiore tali che ne favoriscono la vera e propria implosione.

Il secondo punto è che ai maschi viene insegnato in ogni modo che essere uomini significa essere “competitivi”. Questo secondo punto si trova chiaramente in relazione con il primo, rappresentandone, sotto molti di vista, un presupposto e una conseguenza. Di fatti, se l’altro maschio è un nemico con il quale dovrò combattere per procurarmi il cibo, per quale motivo dovrei mostrarmi debole? Se lo facessi, tutti saprebbero come e dove colpirmi. Dalle favole, ai fumetti, ai cartoni animati, tutti propongono ai bambini un modello educativo in cui l’eroe è sì maschio, ma è generalmente solo e lotta contro il mondo intero per affermare la propria individualità. Il risultato è che un bambino impara da subito che il mondo si divide in vincenti e perdenti. E prega sin dalla più tenera infanzia di non finire mai dalla parte sbagliata della barricata, perché intuisce che la parte più intima della sua identità dipenderà dalle vittorie che porterà a casa. Non c’è bisogno che sottolinei quanto tutto questo possa essere pericoloso.

Il terzo problema è rappresentato dalla violenza sessuale. Immagino che molti di voi saranno rimasti stupiti e avranno dovuto rileggere più volte quest’ultima frase. Non ho sbagliato a scrivere. C’è un’emergenza violenza sessuale di cui nessuno parla. In particolare, non ne parlano le vittime – come diretta conseguenza dei punti uno e due. Non mi riferisco solo ai numerosi casi di stupri dovuti a nonnismo-cameratismo-bullismo, ma, soprattutto, al numero impressionante di di detenuti e soldati che viene stuprato ogni giorno nel mondo. Ma questo, in fondo, non ci interessa, perché  anche in questo caso si tratta di persone che, in qualche modo, “se la sono andata a cercare”. In realtà, non sta scritto da nessuna parte che un detenuto, o un soldato, debba subire questo trattamento orribile e disumano. A fronte di numeri che fanno letteralmente rabbrividire, noi abbiamo “zero” campagne di informazione e prevenzione, “zero” fondi statali, “zero” centri di ascolto e di aiuto per le vittime.

Spero quindi che la festa del papà, in quanto unica festa “maschile” dell’anno, possa servire per riflettere su questi problemi. Se riuscissimo a dedicare un briciolo di attenzione anche a questi temi, potremmo veramente sperare di migliorare la vita di tutti.

 

Nel Nome Del Padre.

L’antica saggezza biblica ci ha insegnato che gli errori dei padri ricadranno sui figli. Si tratta di una frase estremamente sintetica, ma colma di significati. Proviamo a riflettere insieme.

1. Giustizia.
Quando leggiamo questa frase, la prima idea che abbiamo è che essa faccia riferimento ad una sorta di imperscrutabile legge del destino per cui i figli saranno condannati per errori che non hanno commesso.  In un primo senso, parecchio semplice ed intuitivo, questa frase ha quindi il sapore della pena divina che sancisce una profonda ingiustizia. Di fatti, uno dei principi più importanti di un sistema legale moderno e civile è che la responsabilità penale è personale: che colpa abbiamo noi se i nostri padri sono stati deboli, cattivi o incapaci? Perché dobbiamo saldare il conto per le loro malefatte?  Tuttavia, se ci togliamo gli occhiali dell’avvocato e consideriamo la questione da un altro punto di vista, ci rendiamo conto che questa frase può essere letta in maniera diversa. E sicuramente meno urticante.

Di fatti, essa non fa altro che illustrare una inequivocabile e chiarissima legge naturale per cui ciò che viene prima è causa di ciò che viene dopo. In questa seconda accezione, che potremmo chiamare “la teoria del debito pubblico”, non si tratta tanto di essere costretti a pagare per le colpe dei padri, quanto di dover porre rimedio alle colpe dei propri antenati – a prescindere dal fatto che fossero madri o padri. In questa seconda accezione, la frase diventa forse più tollerabile. Anche se risulta comunque parziale e pessimista, perché dimentica di evidenziare l’altra faccia della medaglia, ovvero che i figli mangeranno i frutti dl un campo che è stato arato con il sudore dei padri.

Insomma, se dobbiamo lamentarci di qualcosa – la qualità del cibo e dell’aria, i posti di lavoro, la entità delle pensioni che non riceveremo –  possiamo giustamente puntare il dito contro chi ci ha preceduto. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che se posiamo essere felici di qualcosa – come, ad esempio, l’aumento della vita media, l’ingegneria genetica o la crescente qualità delle pizze surgelate -, lo dobbiamo alla lungimirante saggezza degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto.

2. Ambiente.
Dal punto di vista sociologico, questa frase significa invece che un bambino sarà sempre giudicato per la famiglia di provenienza. A scuola, in chiesa, in un campo di calcio, ovunque si trovi, le persone che lo circondano avranno un pregiudizio basato sulla ricchezza, sulla fama o sul lignaggio dei genitori. Ogni bambino si porta dietro la lunga ombra del proprio cognome. In maniera tanto stupida quanto spontanea, tutti noi saremmo portati ad affidare un progetto di ricerca al figlio di Einstein,  il cappello da Chef al figlio Cannavacciuolo, una fabbrica di ruspe al figlio di Salvini.

3. Fare come te.
In senso più sottile, questa frase sta a significare che ogni bambino pagherà per le nevrosi, i tic e le manie di suo padre. In questo caso, la frase afferma qualcosa di più sottile e profondo. Non si tratta esattamente di errori, di colpe, che i padri hanno commesso più o meno volontariamente, ma della possibilità che i loro demoni contagino i figli, segnandone in maniera netta ed irrimediabile il destino. Come insegna la saggezza popolare: “il frutto non cade lontano dall’albero”; “tale padre, tale figlio”; “per fortuna Formigoni ha fato voto di castità”.

Scherzi a parte, non può essere negato che gli uomini imparano per imitazione. Tutti noi cresciamo facendo ciò che abbiamo visto fare agli altri. Questo meccanismo è profondo e parecchio radicato, al punto che agisce in maniera del tutto inconsapevole. Automatica. Non dobbiamo necessariamente decidere di imitare quello che fanno le persone che ci sono accanto, lo facciamo e basta. Perché crescere per imitazione fa parte della nostra natura. Pensate a come nascono e si diffondono le rivoluzioni, le mode e le bufale che condividiamo su Facebook.  Pensate a quanto è facile piangere ad un funerale, quando tutti attorno a noi piangono. O ridere quando Gasparri scrive su Twitter. Qualcuno direbbe che tutto ciò accade per il lavorio incessante dei nostri neuroni specchio, ma questo ci porterebbe davvero troppo lontano e probabilmente fuori tema. Il fatto è che un bambino osserva suo padre, perché il padre è l’uomo saggio, buono e potente che egli vorrebbe diventare in futuro. La cosa più importante, al riguardo, è che si insegna con l’esempio molto più che con le parole.

Alla ricerca di Nemo. Per quanto possa sembrare paradossale, il richiamo e lo stimolo ad imitare non giunge solo da una figura paterna presente, vicina, visibile, ma arriva altrettanto e forse più chiaramente da un padre assente, lontano, irraggiungibile. Non mi riferisco solo a quelle situazioni in cui il figlio non si trova fisicamente con suo padre ed avverte dunque la fame, l’urgenza quasi fisica, reale, concreta, di parlare con lui – immaginando dove sia o cosa stia facendo mentre è assente -, ma parlo di quei padri che, pur vivendo con i propri figli, si sottraggono più o meno consapevolmente al proprio ruolo. Questi padri sono i padri che generano figli imitatori. Immancabilmente, il bambino non troverà niente di meglio da fare che ripercorrere i passi dell’adulto, incamminandosi sulla stessa strada. Più o meno coscientemente, ne sceglierà gli studi, la professione e le passioni, illudendosi, in tal modo, di poter (ri)costruire un dialogo che manca o è mancato in passato.

Esattamente come Telemaco, ogni figlio si lancia alla ricerca del padre.

Come ho letto da qualche parte:

Un padre disse al figlio: “fa attenzione a dove metti i piedi!”
Il figlio rispose: “sta’ attento tu, perché io seguirò i tuoi passi”.