I bimbi grandi non piangono.

La nostra società è molto preoccupata di migliorare l’educazione delle bambine, perché a tutti sembra ingiusto che le femmine vengano relegate, sin da piccole, in un ruolo subordinato e limitante che ne frustra drammaticamente le ambizioni e ne compromette lo sviluppo. La critica all’educazione femminile si basa solitamente sul fatto che alle bambine viene proposto il ruolo di “angeli del focolare”, mentre nessuno si preoccuperebbe di spronarle ad essere attive protagoniste e padrone del proprio destino. Questa vetusta educazione sessista è sbagliata, perché colma di pregiudizi e tremendamente superata. Per lo stesso motivo per cui ne mettiamo in dubbio la validità, dobbiamo, tuttavia, mettere in discussione anche l’educazione maschile. Anche questa pedagogia – come quella femminile – si basa su antichissimi e dannosi stereotipi. Anche questa – come quella femminile, meriterebbe di essere profondamente rivisitata. Se proviamo a considerare criticamente ciò che viene insegnato ai bambini, comprendiamo infatti che esistono alcuni spinosi argomenti che meritano di essere affrontati quanto più urgentemente possibile.

Il primo, è che da sempre ai bambini viene insegnato che essere “veri uomini” significa essere in grado soffocare e reprimere le proprie emozioni, soprattutto, viene loro insegnato che essere uomini significa imparare a trattenere le lacrime, perché “i bimbi grandi non piangono”. Anche quando i maschi non vengono apertamente spronati a tenersi tutto dentro, nessuno fa niente per insegnare loro a comprendere, condividere e comunicare come si sentono – cosa che invece riesce benissimo, e spontaneamente, alle femmine. Il risultato è che, una volta cresciuti, i maschi avranno il doppio delle probabilità delle femmine di sviluppare una fobia. Il risultato è che gli uomini sono incapaci di sfogarsi, arrivano quindi facilmente a livelli di stress interiore tali che ne favoriscono la vera e propria implosione.

Il secondo punto è che ai maschi viene insegnato in ogni modo che essere uomini significa essere “competitivi”. Questo secondo punto si trova chiaramente in relazione con il primo, rappresentandone, sotto molti di vista, un presupposto e una conseguenza. Di fatti, se l’altro maschio è un nemico con il quale dovrò combattere per procurarmi il cibo, per quale motivo dovrei mostrarmi debole? Se lo facessi, tutti saprebbero come e dove colpirmi. Dalle favole, ai fumetti, ai cartoni animati, tutti propongono ai bambini un modello educativo in cui l’eroe è sì maschio, ma è generalmente solo e lotta contro il mondo intero per affermare la propria individualità. Il risultato è che un bambino impara da subito che il mondo si divide in vincenti e perdenti. E prega sin dalla più tenera infanzia di non finire mai dalla parte sbagliata della barricata, perché intuisce che la parte più intima della sua identità dipenderà dalle vittorie che porterà a casa. Non c’è bisogno che sottolinei quanto tutto questo possa essere pericoloso.

Il terzo problema è rappresentato dalla violenza sessuale. Immagino che molti di voi saranno rimasti stupiti e avranno dovuto rileggere più volte quest’ultima frase. Non ho sbagliato a scrivere. C’è un’emergenza violenza sessuale di cui nessuno parla. In particolare, non ne parlano le vittime – come diretta conseguenza dei punti uno e due. Non mi riferisco solo ai numerosi casi di stupri dovuti a nonnismo-cameratismo-bullismo, ma, soprattutto, al numero impressionante di di detenuti e soldati che viene stuprato ogni giorno nel mondo. Ma questo, in fondo, non ci interessa, perché  anche in questo caso si tratta di persone che, in qualche modo, “se la sono andata a cercare”. In realtà, non sta scritto da nessuna parte che un detenuto, o un soldato, debba subire questo trattamento orribile e disumano. A fronte di numeri che fanno letteralmente rabbrividire, noi abbiamo “zero” campagne di informazione e prevenzione, “zero” fondi statali, “zero” centri di ascolto e di aiuto per le vittime.

Spero quindi che la festa del papà, in quanto unica festa “maschile” dell’anno, possa servire per riflettere su questi problemi. Se riuscissimo a dedicare un briciolo di attenzione anche a questi temi, potremmo veramente sperare di migliorare la vita di tutti.

 

Autore: Guido Saraceni

Professore di Filosofia del Diritto e di Informatica Giuridica, Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Teramo - In viaggio.

5 thoughts on “I bimbi grandi non piangono.”

  1. Sono sostanzialmente d’accordo con il resto dell’articolo, solo non mi piace questo paragrafo “Dalle favole, ai fumetti, ai cartoni animati, tutti propongono ai bambini un modello educativo in cui l’eroe è sì maschio, ma è generalmente solo e lotta contro il mondo intero per affermare la propria individualità. Il risultato è che un bambino impara da subito che il mondo si divide in vincenti e perdenti.”. Primo perché non è vero che “tutti” propongono modelli maschili (vedi Sailor moon o Elsa di Frozen) o soli (vedi I cavalieri dello zodiaco o Dragon Ball), secondo perché più che l’antitesi vincenti-perdenti propongono quella tra buoni e cattivi. Saluti

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    1. Buongorno Elvira, la ringrazio per il commento. In quella frase la parola “tutti” è sicuramente una generalizzazione – difatti, più avanti trova l’aggettivo “generalmente” riferito alla solitudine del supereroe. Ha fatto bene a rimarcare che esistono alcune eccezioni. Io pensavo alla sconfinata e virile solitudine di Superman, Batman, L’Uomo Ragno, Capitan America, Jeeg Robot, Il Cavaliere Mascherato, L’Uomo Tigre, Rambo, Dylan Dog… Lei ha ragione, esistono anche supereroi femminili – ma sono numericamente inferiori e molto meno famosi di quelli maschili – esistono anche gruppi di eroi – come i Fantastici Quattro, ma vale la stessa obiezione di prima. Soprattutto, tenga presente che l’antitesi vincenti-perdenti è un riflesso di quella buoni-cattivi: i buoni vincono, i cattivi perdono. Da tutto questo deriva che i vincenti sono buoni, mentre i perdenti sono cattivi.

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  2. È un articolo interessante che mi trova totalmente d’accordo sul tema centrale. Trovo però che il tono, sottolineato anche con l’ultima frase “come unica festa maschile” abbia una punta di vittimismo. L’intenzione del migliorare l’educazione a favore di un maggior rispetto per la donna è rivolta sia all’educazione di bambine sia a quelle dei bambini. Non c’è la voglia di far prevalere le donne sugli uomini, ma piuttosto di spronare qualunque bambino a diventare ciò che desidera e per cui è portato. Se ho frainteso ciò che voleva dire mi scuso, ho riletto due volte l’articolo per capire se fosse soltanto una mia prima reazione prevenuta, ma ho avuto le stesse sensazioni anche alla seconda lettura. È giusto che lei faccia emergere dei problemi che le sono cari, ma il mio intento è quello dire che se una donna cerca di migliorare la propria situazione non sta contemporaneamente dicendo “voi uomini non avete nessun problema”.

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    1. Grazie per il commento Alice, non c’è nessuna punta di “vittimismo”: il presupposto di questo articolo è che nessuno si occupa di questi temi perché il dibattito pubblico è totalmente sbilanciato sulla “questione femminile”. Non a caso, si moltiplicano le feste e le ricorrenze in favore delle donne, mentre i maschi – solo i padri! – vengono festeggiati una volta ogni 365 giorni. A te sembra normale? A me no. Si tratta di un dato di fatto. A giudicare dalle campagne di informazione e prevenzione, dai fondi stanziati, dal numero di convegni e di libri, sembra che non esista una “questione maschile” e che essere maschi significhi non dover mai fare i conti con problemi pedagogici o di discriminazione. Ad ogni modo, il mio articolo non intende in alcun modo sminuire la portata delle rivendicazioni del femminismo. Nè, tantomeno, immaginare che ci sia competizione tra maschi e femmine. Ma rimarcare che è l’educazione di bambini e bambine che merita di essere riformata e liberata da dannosi
      stereotipi di genere – non solo quella femminile.

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  3. È l’evoluzione del ruolo dell’uomo da “padre” a “manager”, mutazione che si riflette un po’ in tutte le altre formazioni sociali; anche un buon politico nell’immaginario collettivo somiglia di più ad un amministratore delegato (meglio, un curatore fallimentare) che ad un austero padre della Patria.
    Grazie, anche perché è difficile leggere articoli che invece di fare opinione fanno riflettere.

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