Un bel respiro

Leggendo ciò che scriviamo su Facebook appare chiaro che la nostra maggiore passione è quella di trovare un colpevole da stigmatizzare. A fronte di ogni notizia, problema, cataclisma… la nostra principale preoccupazione è sempre la stessa. Siamo letteralmente ossessionati da questa domanda: chi ha sbagliato, di chi è la colpa? Forse tutto ciò dipende da un meccanismo antropologico “vittimario” molto ben analizzato e descritto nei libri del grande antropologo Renè Girardforse, dipende dal fatto che siamo cresciuti guardando telefilm come Perry Mason, Colombo e la Signora in Giallo…  

Ad ogni modo, ieri sera ho letto questa frase: chi incolpa sempre gli altri ha una lunga strada da fare, chi incolpa sempre se stesso è a metà del cammino, chi non incolpa nessuno è già arrivato.

Bella, vero?

Ci sono cose che semplicemente “accadono” – a prescindere da qualsiasi colpa, desiderio o responsabilità umana. Spendiamo un sacco di tempo e di energie a cercare un colpevole. Quando dovremmo più semplicemente fare un bel respiro, profondo.

E andare avanti.

L’anello debole.

Per capire quanto vale il gruppo in cui lavori non considerare la bravura degli elementi migliori, tieni a mente le prestazioni dei peggiori.
Ricordati che la forza di una catena equivale a quella del suo anello più debole. In caso di stress, sarà il primo a saltare, impedendo a tutti gli altri di lavorare. Questa stessa regola vale per gli esseri umani: prova ad osservate in maniera distaccata gli errori che commetti quando sei molto stanco o stressato. Scoprirai così il volto del demone che ti sfida: l’anello debole che chiede di essere compreso e curato. Prima che comprometta, da solo, anni e anni di duro lavoro.

Maturità Zen.

Un koan è un indovinello senza soluzione che i Maestri Zen consegnano ai propri allievi, affinché, meditando incessantemente su di esso, raggiungano l’illuminazione. Uno dei più famosi recita: se un albero cade nella foresta, e tu non sei lì a sentirlo, emette un suono? Serve per riflettere sul rapporto tra ego e realtà. Esiste una realtà, un mondo, a prescindere dalla nostra percezione? La risposta sembrerebbe scontata. Eppure, le urla dei nostri fratelli che muoiono in una terribile guerra a pochi chilometri da noi non sembrano arrivare sin qui. Il loro sangue non ha, per noi, un colore.

Scrissi queste parole nel mio tema di maturità, nel giugno di un ormai lontanissimo Anno del Signore 1993. Tutto scorre, dicevamo pochi giorni fa. Dopo ventiquattro anni, non sembra essere rimasto nulla dei sogni, delle amicizie, degli amori di allora. Eppure, se mi fermo cinque minuti a pensare, posso ancora assaporare i sapori, i suoni e gli odori di quella fantastica estate. La vita è così: niente è per sempre, ma tutto è infinito. È paradossale. Come un albero secolare che, cadendo, squarcia la quiete della foresta in una limpida notte di giugno. Senza emettere un suono.

Un tatuaggio è per sempre. 

Panta Rei – in greco, πάντα ῥεῖ. Se dovessi farmi un tatuaggio sceglierei probabilmente queste parole. Significano, ovviamente, che tutto scorre. Non esiste nulla di definitivo. O, se preferite, niente è per sempre. Vi rattrista? A me no. Affatto. Mi vengono in mente il muro di Berlino, l’apartheid, il militare obbligatorio e i compiti in classe di matematica. Insomma, mi viene in mente una lista di cose insopportabili che mi sembravano fatte per durare in eterno. Invece, panta rei, tutto scorre. Un bel giorno ci lasceremo definitivamente alle spalle l’ISIS, la mafia, e mille malattie che oggi sembrano incurabili, come il diabete, la cellulite, la pizza con l’ananas e Barbara D’Urso. Fino a quel momento, ricordiamoci sempre del più noto insegnamento di Alan Kay: l’unico modo per prevedere il futuro è di costruirlo. Lavorando sodo, giorno dopo giorno. Buona settimana, amici, e ricordatevi sempre: Panta Rei.

Il primo che commenta “And singing in the rain” paga cappuccino e cornetto per tutti.

La Mia Parte

Una antica favola africana racconta del giorno in cui scoppiò un grande incendio nella foresta.
Tutti gli animali abbandonarono le loro tane e scapparono spaventati.
Mentre se la dava letteralmente a gambe, il leone vide un colibrì che stava volando nella direzione sbagliata.
“Dove credi di andare?” – chiese il Re della Foresta – “c’è un incendio, dobbiamo scappare!”.
Il colibrì rispose: “Vado al lago, per raccogliere acqua da buttare acqua sull’incendio”.
Il leone domandò prontamente: “Sarai mica impazzito? Non crederai di poter spegnere un incendio gigantesco con quattro gocce d’acqua?”
Al che, il colibrì concluse: “Io faccio la mia parte”.

Forest 1

Credo che questa sia una delle storielle più istruttive che conosco, una di quelle favole che tutte le maestre dovrebbero raccontare e spiegare ai propri allievi. A prima vista, potrebbe sembrare un volantino del movimento cinque stelle, ma se leggiamo bene incontriamo molte suggestioni. Tutte interessanti. Da un lato c’è questo Leone/Schettino che, a fronte di un pericoloso incendio, dimostra di non avere troppo coraggio, scappando prima e più velocemente di tutti gli altri; dall’altro, un piccolo colibrì che, con il suo esempio, insegna agli altri animali che se tutti facessero la propria parte l’incendio sarebbe domato e la casa comune sarebbe salva.

Tutto questo mi fa venire in mente una frase di Madre Teresa di Calcutta che recita: “Quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano, ma se non ci fosse quella goccia, all’oceano mancherebbe”; mi fa pensare ad un antico adagio cinese: “un viaggio di mille chilometri inizia con il primo passo”; infine, mi richiama alla mente un racconto di Stephen King che si conclude con queste parole: uccidere i vampiri è come smettere di bere, da qualche parte bisogna pure iniziare.

Le frasi che ho appena citato espongono concetti diversi, ma, a loro modo, collegati. L’insegnamento di Madre Teresa rappresenta un invito a riconsiderare l’importanza di tutto ciò che, apparentemente, è piccolo ed insignificante. L’oceano è fatto da miliardi di gocce, un libro di mille pagine si compone di singole parole, il caldo asfissiante di questi giorni da tanti gradi, messi uno accanto all’altro… Nella coscienza di tutti noi alberga un disfattista che, svalutando le piccole cose, ci suggerisce costantemente di prendere la strada sbagliata, affermando che non saranno questi venti euro di risparmio a fare la nostra ricchezza, che non sarà rinunciare a questa singola sigaretta a salvare la nostra salute, che evitare di buttare questa piccola carta per terra non renderà più pulita la città in cui viviamo, visto che comunque ci sono gli altri a sporcare – e poi salta fuori Gassman che, tweettando da un’altra nazione, ci invita a prendere la ramazza e ripulire… Si tratta di una voce che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito e seguito, ma non si tratta di una buona voce, credetemi.

Una battuta che piace tanto agli americani racconta che quando chiesero a Paperon de’ Paperoni come avesse fatto a mettere da parte la sua fortuna, il più ricco dei paperi rispose: un dollaro alla volta.

Dal canto suo, Lao Tse ci ricorda che l’inizio è sempre umile, piccolo, insignificante. Quante volte, a fronte di un qualsiasi progetto, ci siamo fermati prima ancora di iniziare, perché il punto di arrivo sembrava troppo grande, troppo complicato, impossibile da realizzare? In quei momenti dobbiamo ricordare a noi stessi la prima legge del samurai: se non sai da dove iniziare, inizia dagli angoli. Ovvero, inizia da ciò che è periferico, facile da controllare, ben definito. La cosa importante non è il risultato che otterrai dopo un’ora, un giorno, un mese di lavoro, la cosa importante è che concentrandoti su qualcosa di fattibile troverai la forza di iniziare. Quindi si tratta di imparare a scomporre, a dividere, ogni progetto in tanti piccoli obiettivi minori – gli psicologi la chiamano, la tecnica dei piccoli passi.  Come urlava un allenatore di palla a nuoto interpretato dal bravissimo Silvio Orlando, in un film di qualche anno fa, “un gol alla volta! Dobbiamo recuperare un gol alla volta!”.

Da ultimo, Stephen King. Il Re dell’orrore ha scritto molto di vampiri e sui vampiri. Con una certa lungimiranza, King sosteneva che gli adolescenti adorassero i vampiri almeno venti anni prima che le biblioteche di mezzo mondo iniziassero ad ospitare interi scaffali dedicati ai nipotini del conte Dracula. Ad avviso del Re, questa simpatia ha una motivazione sessuale sulla quale non intendo dilungarmi – per chi fosse interessato, il testo di riferimento è Danse Macabre, Theoria, Roma-Napoli 1992 -; quello che invece vorrei approfondire è il parallelismo che egli instaura tra lo smettere di bere – il liberarsi di un vizio – e l’uccidere una moltitudine di vampiri. Si tratta di una metafora felice perché, come saprete, un vampiro non può entrare in casa di un essere umano, a meno che non sia stato invitato.

Il fatto è che combattere contro qualcosa o qualcuno che ti succhia il sangue potrebbe apparire talmente arduo da toglierti la voglia di iniziare. In quei momenti di scoramento prova a ripensare al colibrì, a Madre Teresa ed a Lao Tse.

L’alternativa è arrendersi.
Non è mai stata una buona soluzione.