Nel Nome Di Umberto.

Da ieri mattina, i social network sono stati letteralmente invasi da frasi, battute, meme, attestati di stima e ricordi personali su Umberto Eco. Lercio ha celebrato la dipartita di questo grande intellettuale con tre o quattro delle sue prime pagine: la più raffinata, a dire il vero già pubblicata tempo fa, annunciava: “Umberto Eco scopre il sinonimo di sinonimo e cade in una dimensione parallela”, la più rispettosa affermava: “Morto Umberto Eco. Gli Angeli soddisfatti: finalmente qualcuno che può davvero insegnarci qualcosa”, mentre la più simpatica recitava: “Anche Gasparri onora la memoria di Eco: non l’ho mai conosciuto”. Dal canto suo, l’utente medio di Facebook si è detto tremendamente dispiaciuto, elencando i dischi di Eco che ha  più amato nella sua vita e maledicendo il 2016 perché nel breve volgere di ventiquattro ore si è portato via tante cose belle: Harper Lee, Umberto Eco e la speranza che Francesco Totti fosse, in realtà, un cyborg. Da tutto questo abbiamo capito che: 1) amiamo incondizionatamente il Nome della Rosa, “raro esempio di film bello quanto il libro”; 2) pochissimi di noi hanno finito di leggere il Pendolo di Foucault – personalmente, non ho nemmeno iniziato a oscillare; 3) Ci sono altissime probabilità che Eco esistesse anche prima di morire. Ma stranamente ne eravamo tutti meno consapevoli.

Così come è accaduto per Bowie, la rete si è dunque mobilitata per rendere omaggio a un “grande” che non c’è più. Una simile ondata emotiva è perfettamente comprensibile. In una certa misura, si tratta di un “fenomeno” persino giusto, apprezzabile. Sotto altro e diverso punto di vista, lascia l’amaro in bocca. In particolare, è brutto costatare che ci ricordiamo della letteratura solo quando muoiono gli intellettuali, ci rendiamo conto che esistono i malati di sla solo quando vengono invitati a suonare un pianoforte a Sanremo, apprezziamo i nostri ricercatori solo quando vengono barbaramente uccisi in un Paese straniero. Peraltro, si tratta di un ricordo effimero, la cui breve vita può essere paragonata a quella di una sigaretta, di un caffè o di una promessa del Governo Renzi. Scherzi a parte, si tratta di un ricordo da social network: una volta che abbiamo condiviso il post, maledetto l’anno bisestile, criticato il commento altrui, litigato con il vicino di casa e bannato il figlio del portiere che aveva osato intromettersi nella discussione, torniamo a fare beatamente ciò che stavamo facendo prima per aiutare la cultura, i malati di sla e i giovani ricercatori: esattamente nulla.

La seconda amara riflessione è che sono sempre i migliori ad andarsenee non chiudono mai la porta. In queste occasioni, tutti restano atterriti a fissare il vuoto. Un attimo dopo, affermano senza timore di smentita che tra le nuove leve non c’è nessuno in grado di prendere il posto lasciato libero da chi appena abbandonato la stanza. Tutto ciò è parecchio triste perché unisce al danno la beffa. Il danno è che il mondo non è mai stato un posto per giovani. La beffa è che la colpa di tutto ciò viene data esattamente ai giovani. Da sempre, il nuovo arrivato deve lottare per affermarsi. Si tratta di un meccanismo di selezione della specie del tutto ovvio e naturale. Ma se guardiamo ai dati economici degli ultimi cinquant’anni, se consideriamo la storia di questo Paese, non possiamo non notare che siamo ormai nella stessa situazione in cui versa l’abbronzatura di Carlo Conti: abbiamo da tempo superato la linea di demarcazione normalità e perversione.

La terza amara riflessione è che i più grandi artisti suoneranno sempre in cantina, non andranno mai a Sanremo.  Nella sua essenza, il Mercato è reazionario, conservatore, retrogrado. Il Mercato obbliga lo scrittore a riscrivere sempre lo stesso romanzo, il musicista a suonare sempre la stessa canzone, l’attore a recitare sempre la stessa battuta.  Come scrisse una mia collega americana “il latte dell’innovazione dirompente non viene munto dalle vacche del denaro”. Non a caso, le più importanti innovazioni tecnologiche degli ultimi dieci anni sono state pensate, progettate e realizzate da adolescenti che volevano solo fare bella figura con la ragazzina del primo banco.

Arriviamo così alla conclusione, tornando all’inizio di questo breve articolo. Come tutti sapete,  Eco affermò che la rete è popolata di imbecilli che un tempo non avrebbero mai avuto diritto di parola. Che brutto pensiero. Intanto, questo giudizio potrebbe essere esteso a tutti gli ambiti, a tutti i media e a tutte le epoche. Intendo dire che gli imbecilli hanno sempre avuto diritto di parola, hanno sempre avuto canali di comunicazione e hanno  sempre trovato immense masse di idioti pronti a seguirli. Se non fosse stato così, non avremmo mai commesso errori colossali, come, a mero titolo di esempio, sterminare gli Indios, lanciare la Bomba atomica o far pubblicare un romanzo a Fabio Volo.

Insomma, non è internet ad essere popolata di imbecilli, è la società in cui viviamo ad esserlo.  Ovviamente, su internet troveremo notizie inventate, persone ignoranti, volgari e aggressive. Altrettanto ovviamente, troveremo tutto questo in radio, in televisione, al bar o in edicola. Però, a differenza dei luoghi che ho appena citato, qui potremmo trovare anche la traduzione del termine tedesco “Wanderlust”; decine di critiche del primo saggio di Heidegger, il tutorial per smacchiare i vestiti, imparare a suonare il pianoforte o costruire un rifugio antiatomico. Insomma, web batte mondo due a uno. Intendo dire che grazie a Internet abbiamo a nostra disposizione un mezzo di comunicazione tendenzialmente ecologico, tendenzialmente democratico e tendenzialmente gratuito. Questa è, senza ombra di dubbio, la più grande rivoluzione culturale della intera storia del genere umano. Questa, o l’invenzione delle gomme da cancellare profumate alla vaniglia. Sono ancora indeciso.

Il Ponte.

1. Chi vuoi che incontri?
Sei e venticinque di un mercoledì mattina qualsiasi.
Sono a Teramo.
Mi sono alzato presto per andare al parco fluviale a fare jogging.
Mentre mi cambio, noto che sulla  mia felpa – sull’unica felpa che ho qui a Teramo – c’è una orribile macchia di sugo che, partendo con subdola discrezione dalla spalla sinistra, si spinge coraggiosamente all’avventura, sino ad espandersi, orgogliosa, al centro del petto.

Tutto questo è parecchio disdicevole.

Per un attimo, mi chiedo se sia il caso di uscire di casa, rischiando di fare una figuraccia. Poi, decido di andare lo stesso.
In fondo, sono le sei e trenta.
Fa un freddo cane.
Chi vuoi che incontri a quest’ora?

Bridge

Dopo circa mezz’ora di jogging mi sento mezzo cuore in gola e mezzo nello stomaco.
Stanno iniziando a farmi male muscoli che non ricordavo di avere.
Puntuale come la morte, da lontano, mi raggiunge un grido.

-“Prooof! Proooooof!”

Sono in campo aperto, e non avrei comunque la forza per scappare.
Mi volto e affronto il mio destino.
Da uomo.

Due ragazze di circa vent’anni stanno correndo verso di me.
La più alta agita il braccio destro in aria perché la veda, e continua ad urlare.
L’altra la (in)segue a fatica, strusciando i piedi per terra e tenendosi il fianco.

Mi passo una mano tra i capelli e provo ad assumere una posa dignitosa.

-“Prof.! Ti seguo su Facebook! Leggo il blog! Sei un grande Prof! Me lo fai un autografo?”.
-“Un cosa? Siete mie studentesse?”.
-“Non ancora Prof. Io sto al primo anno! Se tutto va bene ci incontriamo nel 2019. Marina, invece, studia biotecnologie”.

L’amica, che aveva messo entrambe le mani sulle ginocchia per prendere fiato, si sente chiamata in causa, alza il capo e dice:

-“Ti posso fare una domanda Prof.?”.
-“Certo, dimmi tutto.”.
-“Perché scrivi le cose su internet?”.

Negli ultimi mesi, mi hanno fatto questa domanda un milione di volte, ma non mi sono abituato: mi mette a disagio, mi sento come se mi stessero rimproverando.

-“Beh… per lo stesso motivo per cui lo fanno tutti… voi perché siete su Facebook?”.

Si guardano, perplesse. Poi, tornano a fissarmi con aria interrogativa.
Decido di rispondere io.

-“Perché è bello comunicare, interagire… condividere le proprie idee con gli altri!”.
-“Si, certo Prof… Ma a parte questo?”

-“In effetti, c’è anche un aspetto narcisistico: mi piace leggere i commenti, vedere che molte persone apprezzano ciò che scrivo…”.

Niente da fare. Sono più perplesse di prima.

-“Va bene, Prof…. però…”.

Devo tagliare corto, altrimenti non mi lasceranno più andare.

Le multinazionali canadesi del tabacco mi pagano 39 centesimi ogni quindici like!”.

Bocche che si spalancano, pupille che si allargano.
Intuisco di averle spiazzate.
Devo assolutamente approfittarne.

Mi rigiro e riprendo a correre.
Quando sono a distanza di sicurezza urlo:

-Scusatemi ragazze! Altrimenti perdo il ritmo!
-Prof. e l’autografo?
-Sul libretto. Se riuscirà a superare l’esame.

2. Conclusioni
Mentre torno a casa rifletto su due cose.
La prima è che siamo talmente abituati a pagare per qualsiasi cosa da rifiutare inconsciamente l’idea che qualcuno possa impegnarsi  a fare qualcosa per il solo gusto di farlo, gratuitamente.

La seconda è che sto sinceramente pensando di inserire qualche banner pubblicitario sul sito. Non diventerò ricco, ma almeno la smetteranno di farmi sempre la stessa domanda.

Bonus track: The shocking truth
Chi fa il mio lavoro corre il rischio di isolarsi.
Con il tempo, perdiamo letteralmente il contatto con la realtà.
Compriamo casa in montagna per riuscire ad osservare il mondo dall’alto, senza rischiare alcun contagio con la polverele infinite bassezze che essa implica e suppone.
Usiamo i libri come mattoni, per costruire e fortificare una muraglia: la barriera dietro cui nasconderci e ripararci dal resto del mondo.
Mentre io ho sempre pensato che la cultura dovesse servire per abbattere esattamente quel muro.
E costruire un ponte.

Tutti Vedranno Cosa ti Ho Fatto. Riflessioni Su Internet e Cyberbullismo

0. Guardare significa comprendere
La maggior parte degli esseri umani elabora e comunica informazioni per immagini. Non a caso, la parola “considerare” deriva dalla unione di due termini latini e significa, letteralmente, “osservare le stelle”; mentre la parola “teoria” viene dal greco e contiene, al suo interno, un verbo che significa “guardare”.

Accanto a queste semplici osservazioni linguistiche, troviamo altre e più importanti suggestioni. Riflettiamo, ad esempio, sul fatto che Adamo ed Eva capiscano di essere nudi e decidano conseguentemente di coprirsi dopo aver mangiato il frutto che avrebbe loro “aperto gli occhi”. Correndo a nascondersi dallo sguardo divino.

Tutti

1. Occhi che si nascondono. E toccano
Organo liquidotrasparente per eccellenza, l’occhio svolge una duplice funzione, permettendoci di comprendere il mondo e, al tempo stesso, comunicare con l’ambiente circostante – rivelando agli altri esseri umani i nostri pensieri, o lo stato d’animo in cui ci troviamo.

Lo sguardo degli altri ci tocca.
Ne percepiamo l’amore quando comunica tenerezza.
Ne subiamo la violenza quando esprime disprezzo.
Ne avvertiamo la pressione quando ci sentiamo osservati.

Potremmo provare un brivido di disagio nel caso in cui non fossimo nella condizione di ricambiareGuardando negli occhi chi ci sta scrutando.

Se non possiamo opporci allo sguardo altrui, ci scopriamo deboli ed indifesi.

Esposti.

2. Il Legno Storto
Ultimamente, la cronaca nera è tornata ad occuparsi di atti di cyberbullismo.
Il fenomeno è indubbiamente preoccupante e, sembrerebbe, in costante ascesa.
Spesso, le vittime vengono perseguitate e minacciate via web, altrettanto frequentemente, vengono umiliate a causa della condivisione di immagini e filmati che ne espongono al pubblico ludibrio la goffaggine.

Non di rado, si tratta di persone deboli ed indifese.
O diversamente abili.

Quando penso a queste cose mi rendo conto di quanto avesse ragione Kant: nell’uomo c’è qualcosa di storto. Deve esserci, nella nostra natura, un tratto perverso, miserabile e demoniaco, che ci spinge immancabilmente verso il basso.

Forti con i deboli e deboli con i forti. Meno umani delle bestie feroci.

Evitiamo tuttavia di cadere nella facile retorica del mostro.
Sebbene ci costi ammetterlo la verità è che i cyberbully sono “ragazzi normali”.
Giovani come tanti che un giorno – per noia, ignoranza o superficialità – hanno passato la linea che separa goliardia e violenza.

3. Una novità antica.
Parliamoci chiaramente, il bullismo è sempre esistito – anche, se, ai miei tempi, si chiamava “nonnismo”.

Nei primi giorni di Liceo Scientifico, un mio compagno restava in classe durante la ricreazione, perché aveva il terrore di essere “battezzato” dagli studenti degli anni superiori. Ben prima che nascesse internet, molti ragazzi sono stati indotti al suicidio durante il servizio militare.

Eppure, la rivoluzione digitale ha cambiato anche questo aspetto della nostra vita.

La condivisione sui social rappresenta qualcosa di peculiare: una (ulteriore) violenza ed una (ulteriore) umiliazione che viene crudelmente imposta alla vittima. Una sorta di pena accessoria che ne amplifica il dolore, mettendone a dura prova la psiche.

Per questo motivo, penso che le scuole di ogni ordine e grado abbiano il dovere di educare ad un utilizzo corretto dei social network, prevedendo un corso di cittadinanza digitale.

Le nuove tecnologie della comunicazione mettono nelle mani di tutti – anche dei più giovani – un potentissimo strumento di diffusione del pensiero. Esponendo gli utenti dei social network, ed in particolare gli adolescenti, ad almeno due pericoli, altrettanto gravi e concreti: il primo è che i ragazzi feriscano i propri coetanei, pubblicando immagini che ne ledono irrimediabilmente la reputazione. Il secondo, altrettanto fondato, è che danneggino sé stessi, mostrando alla rete di quali nefandezze sono capaci.

4. Il fiore di Facebook.
Tutto ciò premesso, vorrei che si evitasse di dare semplicisticamente la colpa ad internet.

Riflettiamo su di un dato di fatto: solo in lingua italiana, esistono migliaia di gruppi di ascolto e supporto per chi ha sùbito una violenza. Esistono migliaia di forum a tutela dei diritti dei minori, delle donne, dei malati. Se non ci fossero internet ed i social network in particolare, tantissime persone non saprebbero letteralmente dove andare a sbattere la testa per condividere angosce e problemi.

Siamo dunque pari? Assolutamente no.

Il cyberbullismo è una deviazione, non la regola.

Ciò è vero prima di tutto in senso statistico.

Secondo di tutto, è vero dal punto di vista filosofico.

L’analisi fenomenologica e strutturale dei social network dimostra che essi nascono per creare legami sociali positivi – altrimenti non ci sarebbe alcuna possibilità di bloccare utenti, segnalare profili o interi gruppi.

Se gli utenti utilizzano questa incredibile possibilità di sviluppo per vessare e torturare i propri simili, questo non ha niente a che fare con i presunti limiti di internet, ma dipende dal fatto che gli esseri umani sono liberi, stupidi e – spesso – cattivi.

Persino i fiori possono diventare un’arma letale.
Nelle mani di un assassino.

Più Ignoranti Di Una Capra

Sono sicuro che avrete già sentito dire da qualcuno che “i giovani d’oggi sono più ignoranti di una capra; passano la vita su Facebook, figurati se hanno letto Cent’anni di solitudine; si vanno a drogare in discoteca, figurati se hanno mai ascoltato un disco di Keith Jarrett; frequentano solo il parco, figurati se sono mai entrati in una biblioteca”. E così via…

A mio avviso, questi giudizi non sono ingenerosi.  Sono completamente sbagliati.
Si tratta di beceri luoghi comuni che, nel migliore dei casi, dimostrano esclusivamente la superficialità di chi li pronuncia.

Nel peggiore, sono un chiaro sintomo di malafede.
Proviamo a vedere insieme perché.

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1)“I giovani d’oggi sono ignoranti” è una generalizzazione e, come tutte le generalizzazioni, puzza di qualunquismo. Voglio dire, sostenere che i giovani sono ignoranti è come affermare che i rom rubano, che le persone di colore hanno il ritmo nel sangue o che gli anziani sono rimbambiti. Quando giudichiamo intere categorie di persone ci allontaniamo immancabilmente dalla verità. I giudizi sommari ed i luoghi comuni sono come Cacciari e le trasmissioni della Gruber: in linea di principio, sarebbero due cose diverse, ma nella realtà dei fatti sembra che l’uno non possa fare a meno dell’altro.

2) Molte persone sono convinte che le nuove generazioni sarebbero più ignoranti delle precedenti e la colpa dovrebbe essere attribuita – “udite udite” – a internet e ai social network in particolare. Si tratta di un giudizio molto sensato. Mi ricorda la barzelletta del matto che batte continuamente le mani per scacciare gli elefanti. Si avvicina un dottore e domanda: “mi scusi, perché lei batte le mani?”, il matto risponde: “per scacciare gli elefanti Dottore!”, “Ma benedetto figliolo, in questa clinica non ci sono elefanti!” , “Appunto Dottore! Appunto!”.

Se non vi è piaciuta è perché siete troppo anziani ed avete perso il senso dell’umorismo.

Scherzi a parte, vorrei essere molto chiaro al riguardo: chiunque affermi che le generazioni attuali sono più ignoranti delle generazioni passate afferma una sciocchezza di dimensioni bibliche. Non a caso, il premio Nobel Jeremy Rifkin sostiene che siamo entrati nell’epoca del capitalismo culturale. Secondo voi è normale che si vendano libri negli autogrill, libri nei supermercati, libri dal giornalaio? Se rispondete di sì è perché siete nati negli anni ’90. Ai miei tempi se volevi un libro dovevi andare a cercare in libreria. Oggi sono i libri che ti corrono dietro. Ieri mattina sono stato costretto a dare fuoco ad una copia di “Cinquanta sfumature di grigio” che continuava a citofonarmi per avere uno scambio di idee.

Innegabilmente, noi viviamo nella società delle informazioni. Informazioni diffuse, gratuite e libere. Siamo d’accordo che essere informati non significa avere cultura, ma senza possedere le informazioni non c’è nessuna possibilità di costruirsi una cultura.

Insomma, la facilità con cui possiamo reperire qualsiasi dato pone le basi perché le persone migliorino le proprie conoscenze – si trattasse anche solo del colore del cappello di Pippa Middleton.

3) Secondo incontrovertibili dati economici la condizione dei giovani è andata via via peggiorando. A partire  dalla metà dagli anni ’80, il nostro Paese si è lentamente avvitato su se stesso. Gli avvocati, i dentisti, gli architetti ed altre centinaia di lobby professionali hanno iniziato a fare di tutto per rendere sempre più difficile l’arrivo di nuove reclute ed il ricambio generazionale che ne sarebbe naturalmente conseguito.  Per questo motivo, i nostri  ragazzi trovano un lavoro, si sposano ed “invecchiano” più lentamente di tutti gli altri.

Quest’estate mi è capitato spesso di entrare in un locale pubblico in compagnia di alcuni amici ed essere accolto da frasi come: “arrivo subito, ragazzi”. Oppure, “cosa volete ordinare, ragazzi?”. Ho provato un certo fastidio ed ho pensato: “Come ragazzi? Ho 40 anni suonati. Potrei essere tuo padre. Anzi, va’ un po’ a chiamare la mamma che ci togliamo subito il dubbio!”. Poi, mi sono ricordato che in Italia l’adolescenza finisce in un periodo che oscilla tra i 62 anni ed i 64 anni, mentre nel resto del mondo, dopo i trenta, sei “troppo vecchio anche per morire” (cit. Vite a Consumo ).

Dal punto di vista culturale, il blocco del mercato del lavoro ha prodotto innegabili effetti “positivi”: per (sperare di) trovare (un qualsiasi) lavoro, i ragazzi di oggi devono portare a compimento la scuola dell’obbligo, l’Università, almeno un Master ed una Scuola di Specializzazione; devono conoscere almeno due lingue (più tutti i dialetti del Nord) e devono possedere comprovate competenze informatiche.

A tal proposito, ieri ho letto su Facebook questa simpatica battuta: “Hai ragione papà, non devo prenderti in giro perché chiedi a me di insegnarti ad usare un computer, in fondo, tu mi hai insegnato ad usare un cucchiaio”.

Se tutto questo è vero, perché si parla sempre male dei giovani? Palahniuk scrive che tutto ciò dipende dal risentimento: ogni generazione vorrebbe essere l’ultima e scopre, con un certo fastidio, di non aver detto l’ultima parola su nulla.

Gibran ci esorta ad accettare i giovani per come essi sono, senza pretendere che rispettino le nostre aspettative:

“I tuoi figli non sono figli tuoi,
sono figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo, ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee,
perché essi hanno le loro proprie idee.
Tu puoi dare loro dimora al loro corpo, non alla loro
anima,
perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non è dato entrare, neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro, ma non volere
che essi somiglino a te,
perché la vita non ritorna indietro e non si ferma
a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani”.

Insomma, lasciate in pace i ragazzi. Se sbagliano qualcosa – qualsiasi cosa – la colpa maggiore è sempre di chi non li ha saputi educare.

Parla con me

“Il nostro fallimento non dipende dalle sconfitte che abbiamo subito,
ma dalle discussioni che non abbiamo mai fatto”.
Berna, graffito in un centro giovanile.

0. Introduzione
Mi piace molto la citazione che ho posto in epigrafe. Quando la leggi la prima volta, sembra talmente vera e giusta da risultare quasi banale, scontata. Ma le cose non stanno esattamente così. Mi riferisco soprattutto al fatto che la seconda metà della frase è asimmetrica: il contrario di sconfitte è vittorie. Ovviamente, non avrebbe avuto senso scrivere che il fallimento di qualcuno dipende dalle vittorie che non ha mai ottenuto. Eppure, dopo la virgola, mi sarei aspettato di trovare un riferimento “alle battaglie che non abbiamo mai combattuto” piuttosto che alle discussioni che non abbiamo mai fatto. Perché, come amava ripetere Ernesto Guevara – detto il Che- “le battaglie non si perdono, si vincono sempre”.
Mettiamola così: se proviamo a fare qualcosa abbiamo almeno il cinquanta per cento di possibilità di riuscire, ma se voltiamo la testa dall’altra parte ed evitiamo di andare in battaglia, possiamo essere certi che non ce la faremo mai. Per questo motivo, si dice che arrivati ad una certa età è meglio avere rimorsi piuttosto che rimpianti. Ad ogni modo, la frase che ho citato esprime qualcosa di più importante del “semplice”: abbiamo sbagliato perché abbiamo rinunciato a lottare.

Noi

1. Silence, Please!
La frase che ho citato invita dunque a discutere, mentre le persone, troppo spesso, scelgono il silenzio: la cosa più odiosa e stupida in assoluto – con buona pace di molti lungometraggi esistenzialisti francesi. Nella maggior parte dei casi, il silenzio non è elegante, non è significativo, non è etico. Il silenzio è solo la cosa più facile e borghese che esista. Quando penso che stai sbagliando, io ho il dovere di prenderti da parte e costringerti a parlare. Ho il dovere di dirti le cose che non vorresti sentirti dire. Perché si cresce “in opposizione”. Perché il mio pensiero ostile vuole essere l’ostacolo – il gradino – sul quale appoggerai il tuo piede per salire più in alto. Perché un sinonimo di “rispondere” è “contestare”. Perché noi viviamo nella società del politicamente corretto, in cui alcune cose esistono, ma non possono essere dette. Ci illudiamo che, non chiamando le cose con il proprio nome, queste cesseranno progressivamente di esistere per trasformarsi magicamente in qualcosa di più bello e garbato. Ma i problemi non si risolvono rendendoli invisibili. Anzi.
Sotto altro e diverso punto di vista, la gente discute molto, ma lo fa nei luoghi sbagliati, nei modi sbagliati, per i motivi sbagliati e, soprattutto, con le persone sbagliate. Basta fare un giro su internet per rendersene conto. Gli utenti di Facebook e Youtube danno continuamente vita ad arditissime ed agguerrite battaglie teoretiche, spesso singolarmente, ancor più spesso, in gruppo. “Tu da che parte stai, con Samantha o con Selvaggia?”; “Questo gruppo non fa vero Rap”; “Se DiCaprio non ha mai vinto un Oscar è perché il mio pesce rosso recita meglio di lui”.
E le foibe? E i Marò?
Dietro ad uno schermo, protetti dalla foglia di fico di un nickname, sono tutti leoni, pronti a combattere e morire per le idee in cui credono – non importa quanto stupide ed assurde esse siano. Ma la verità è che queste persone scrivono solo per sfogare la propria aggressività repressa, non sono in alcun modo interessate al dialogo.
Non sono di certo queste le discussioni che fanno crescere.
Primo: le discussioni importanti si fanno in privato – evitando che ci sia un qualsiasi tipo di pubblico pronto a schierarsi da una parte o dall’altra – e, se possibile, dal vivo. Secondo: le discussioni importanti si fanno scegliendo bene le parole, perché tanto più è serio l’oggetto della discussione tanto più facilmente si rischia di degenerare. Terzo: una cosa fondamentale che insegnano ai bambini che imparano uno sport di squadra come il basket o il calcio è che in campo non si grida. Perché chi parla, perde fiato. Dobbiamo scegliere con cura le nostre battaglie, nessuno ci ridarà gli anni che abbiamo perso a discutere sul nulla. Quarto: molte persone preferiscono passare ore a discutere con uno sconosciuto in un bar – o su internet – piuttosto che redarguire i propri figli.
Ci sono tre modi per rovinare la vita di un figlio: 1) criticare continuamente tutto quello che fa – a prescindere; 2) ignorare deliberatamente qualsiasi cosa faccia; 3) adulare incondizionatamente ogni sua azione. Se il primo ed il secondo errore provocano danni, il terzo è letale. Adulare incondizionatamente un figlio è il modo migliore per farne uno stolto, confondendo l’amore con il quieto vivere ed evitando accuratamente che cresca.
Le persone con cui dovremmo discutere maggiormente sono proprio le persone che ci stanno vicino, quelle che rispettiamo ed amiamo.

2. Conclusioni
Tornando all’inizio di questo articolo – e concludendo il discorso – io credo che la frase da cui siamo partiti si riferisca alle discussioni che non abbiamo mai voluto fare sulle nostre idee. A me sembra che solo in questo modo il riferimento al fallimento possa acquistare un senso. Non è vero che le persone anziane non hanno voglia di mettersi in discussione, ma è vero piuttosto che le persone invecchiano quando perdono la voglia di mettersi in discussione. Nel corso della nostra vita, sarà pur capitato che qualcuno venisse a bussare alla porta di casa per farci notare che ci stavamo comportando in maniera sbagliata. Se è accaduto, è probabile che in quella occasione abbiamo reagito da stupidi: negando istintivamente di aver commesso un errore al posto di restare sereni o, tutt’al più, mostrare gratitudine. La cosa più bella che possiamo ricevere è una critica.
Se viene fatta in buona fede, ogni critica merita di essere presa sul serio: è un atto d’amore ed un favore. Perché solo un cretino potrebbe aiutare un nemico a migliorare se stesso.