Come Leggono i Bambini

 

1. Test

Conocsete sicuarmetne lo stuido sulla irirelvazna dell’oridne delle letetre in una paorla. Seocdno qeutsa ricecra  bsata che la pimra e l’utimla lettrea  di una paorla sinao cortetre per permtetre al nosrto cevrello di corgergere la sequezna e di comrpednere paorle di sesno compuito.

Che ne dite, funziona?

      Ora leggete le frasi seguenti:

   Questo è un
   un blog interessante   

  Questa è la
 la goccia che
 scava la roccia

Guido Saraceni
sa leggere nel
nel pensiero

 

Vi siete accorti delle parole ripetute due volte? In tutti e tre gli esempi? La maggior parte di voi sarà tornata indietro a (ri)leggere almeno uno degli  esempi ed avrà notato, con stupore, le ripetizioni. È normale, la nostra mente funziona così. Tendiamo a risparmiare energie, a semplificarci la vita. Se, dopo aver letto la prima riga, già sappiamo come finisce una frase, che senso ha leggere con attenzione ogni singola parola? Se siamo perfettamente in grado di “ricostruire” il significato di una parola dopo aver identificato la prima e l’ultima lettera, che senso ha leggerle tutte con attenzione? Perderemmo tempo ed energia.

2. Avete presente cosa accade ad una persona che guida mentre pensa ad altro? Non mi sto riferendo al fatto che quella persona non utilizzerà gli indicatori di direzione comunemente detti “frecce” – in Italia non lo fa nessuno – e neanche al fatto che quella persona guiderà, con estrema lentezza, nella corsia sinistra. Anche questo è tipico del nostro stile di guida “creativo”. Mi riferisco al fatto che quella persona arriverà a destinazione senza aver minimamente pensato al percorso. Una volta scesa dall’auto potrà anche fermarsi a riflettere sul fatto che ha guidato in maniera completamente “inconsapevole”, chiedendosi: “ma come ho fatto ad arrivare sin qui?”. “È molto semplice, amico, hai inserito il “pilota automatico” ed il tuo cervello ha svolto il programma con disinvoltura e precisione, mentre tu riflettevi su altro”.

So che si tratta di un paragone ardito, ma gli animali si comportano allo stesso modo: a fronte di un determinato stimolo, reagiscono in maniera meccanica, eseguendo un certo “programma”. Diremmo che è nella loro natura. Diremmo che è il loro istinto.

3. Ora, il problema è che noi applichiamo lo stesso meccanismo che utilizziamo per riconoscere le parole alle persone che ci circondano. La prima volta che incontriamo qualcuno prestiamo attenzione al tono di voce, agli abiti, agli occhi. In quel momento, noi leggiamo alcune lettere di quella parola, ascoltiamo il suono che essa emette. Quando pensiamo di aver riconosciuto lettere a sufficienza, quando crediamo di aver riconosciuto un certo segnale, il nostro cervello completa il compito per conto nostro, mettendo in atto il programma automatico collegato ad un determinato input.

Così, con il passare del tempo, arrivano le più cocenti delusioni. “Io pensavo che tu fossi leale”; “credevo mi amassi”; “speravo di aver trovato l’uomo – la donna- della mia vita”. Certo. Ma quanto tempo, quanta attenzione hai davvero impiegato a leggere quella persona? Più andiamo avanti con l’età più diventiamo tutti medici, professori universitari, agenti editoriali. Ovvero, più andiamo avanti con l’età più siamo sicuri di saper dire, ad una prima occhiata, cosa ha un paziente, se un ragazzo ha studiato o meno, se un manoscritto avrà fortuna… Ci vantiamo di essere esperti e scrupolosi, ma la verità è che abbiamo deciso tutto dalla prima impressione. Dopo, abbiamo solo cercato le prove che confermassero la prima idea che c’eravamo fatti.

E si sa che chi cerca trova.

4. Dovremmo invece saper restare bambini. Avete presente come leggono i bambini? I bambini leggono una lettera alla volta. Procedono adagio, mettendo un passo dietro l’altro, con estrema attenzione, come se stessero camminando sul ciglio di un burrone. Poi, quando hanno finito, rileggono tutto da capo. Bellissima, poetica, santa capacità di guardare il mondo senza pregiudizi e di vederlo per quello che è, come solo i poeti ed i pazzi sanno fare. Mi viene in mente una scena di un film di Francesca  Archibugi in cui il protagonista – un professore universitario – si ferma ad ascoltare sua nipote che suona il pianoforte, sottolineando la commovente attenzione che la bambina riserva alla scala di do. Un tasto alla volta, perché tutte le note meritano di “respirare”, devono essere ascoltate ed apprese, con la giusta dose di stupore e di cura. Come se da quella scala dipendesse la salvezza del genere umano.

Perdere il contatto con il mondo significa invece mettere il pilota automatico. Fare in modo che tutto diventi più semplice, veloce, comodo. Ma aumentano anche i pregiudizi. Per questo motivo, parafrasando le liriche di un brano del primo album di Daniele Silvestri, potremmo dire che invecchiare significa “giudicare il cantante di turno già da una nota”. Voglio dire che, con il passare degli anni, noi tendiamo ad accelerare i nostri processi cognitivi e decisionali. In tal modo, ci illudiamo di poter fare bene e guadagnare tempo – ma la verità è che spenderemo tutto il tempo che abbiamo “guadagnato” in questo modo cercando di riparare ai disastri causati dalla nostra totale mancanza di  attenzione e di consapevolezza.

A mano a mano che la macchina prende velocità, il profilo delle cose viene inghiottito dallo sfondo, lasciamo così alle nostre alle spalle l’immenso spettacolo della vita e le sue infinite sfumature. Restare vivi significa allora avere cura dei nostri occhi,  mantenendo sul mondo quello sguardo acuto, magico ed attento che tutti abbiamo sperimentato quando eravamo bambini.

Undici Cammelli, Una Sola Fiction.

Ora che il padre era morto, i tre figli avrebbero finalmente avuto diritto a dividere tra loro l’eredità: undici cammelli.
Decisero che ne avrebbero discusso la domenica mattina, al mercato, di fronte a sette testimoni scelti tra i più autorevoli ed anziani abitanti del villaggio. Nel pieno rispetto della tradizione.
A prendere la parola fu Davide, il primogenito.
“Cari fratelli, la legge del nostro Paese prevede che al primogenito spetti la metà esatta dell’eredità. Avrei diritto quindi a cinque cammelli e mezzo. Considerato che io sono il primogenito e dunque il più importante, la mia proposta è questa: lasciate che io prenda sei cammelli e dividete tra voi ciò che resta”.
A quel punto, Giobbe rispose:
“La legge del nostro Paese prevede che a me spetti un quarto dell’eredità. Ma un quarto di undici è pari a due virgola settantacinque. Sono sempre stato troppo piccolo per ricevere onori e troppo grande per essere coccolato. Per questo motivo, vi pregherei di risarcirmi arrotondando in eccesso ciò che mi spetta. E dividere tra voi ciò che resta”.
Infine, Giuseppe disse:
“La legge del nostro Paese prevede che a me spetti un sesto dell’eredità. Dunque, un sesto di undici. Considerato che mi spetterebbe un cammello virgola otto e che voi avete già avuto molto dalla vita, vi pregherei di non applicare alla lettera la norma: datemi dunque due cammelli, e dividete tra voi ciò che resta”
La situazione era chiara, ciascuno avrebbe voluto ottenere qualcosa in più, ciascuno aveva le sue valide motivazioni e nessuno intendeva cedere.

I tre fratelli iniziarono quindi a discutere ed andarono avanti per undici settimane, fino a quando, nel villaggio, non arrivò un giudice.

Village

Il giudice si chiamava Saul ed arrivò a Samarcanda in groppa al suo unico cammello.
Nessuno sapeva da dove provenisse né dove fosse diretto.
Ma tutti conoscevano bene la sua fama di esperto cultore della legge e raffinato conoscitore del cuore degli uomini.
Per questo motivo, Saul fu accolto con estrema cura.
Alla fine di un lauto banchetto organizzato in suo onore, il capo del villaggio si avvicinò al giudice e raccontò la storia dei tre fratelli.
Dopo aver brevemente riflettuto, Saul disse che avrebbe risolto la controversia.
Aggiunse che nessuno si sarebbe lamentato della sua decisione.

Il giorno seguente ordinò che fossero condotti presso di lui i tre fratelli, gli undici cammelli ed i sette testimoni.
L’intero villaggio accorse per ascoltare la sentenza.
Saul pronunciò le formule di rito.

Poi, disse:

“Cari amici, mi avete accolto in questo villaggio con molti onori ed amicizia. Ho quindi deciso che metterò a disposizione di questi fratelli il mio unico cammello. Adesso, il loro asse ereditario ammonta a dodici splendidi esemplari. Facciamo dunque i conti: al primogenito spetta la metà dell’eredità, avrà quindi diritto a ben sei cammelli. Al secondogenito spetta un quarto, avrà quindi diritto a tre cammelli. Infine, a Giuseppe spetta un sesto dell’eredità, avrà quindi diritto a due cammelli. Questa è la mia sentenza, nel nome di Dio, giustizia è fatta.”

I tre fratelli non credevano alle proprie orecchie.
Si affrettarono quindi a prendere ciò che spettava loro.
Ma sei più tre più due fa undici.
Nello stupore generale, Saul risalì sul unico cammello.
E si rimise in viaggio.

Questa antica storiella araba, che ho trascritto a parole mie, è davvero interessante e ci consente di riflettere su molte e delicate questioni.

La prima è sicuramente l’idea che un giudice non può limitarsi ad applicare la legge, altrimenti la giustizia si trasforma in qualcosa di freddo e matematico. Al contrario, il giudice deve saper interpretare la legge, ovvero, mettere in gioco la propria cultura, le proprie idee, la propria personalità. Insomma, il giudice deve necessariamente mettere in gioco il proprio cammello, “regalando” alle parti qualcosa di molto personale. Altrimenti, verrebbe meno al proprio compito. Alla propria missione.

La seconda è che il giudice è uno straniero. Questo ne garantisce l’imparziale oggettività. Paradossalmente, l’unica persona in grado di comprendere e risolvere il problema più spinoso del villaggio non appartiene al villaggio.

L’ultima è che questo racconto ci può aiutare a comprendere cosa sia una fictio juris: un antico procedimento logico in base al quale i giuristi suppongono come vero qualcosa di non vero, pur di colmare una lacuna e risolvere una controversia.

In questi giorni, ho corretto i compiti di informatica giuridica dei miei studenti. Sono rimasto mediamente soddisfatto e ho potuto accordare molti bei voti. Purtroppo, sono anche stato costretto a leggere che molti anni fa la magistratura condannava le frodi informatiche sulla base dell’art.640 del codice penale (truffa) “COME SE FOSSE UNA FICTION”.

Cosa volete che vi dica?
In momenti come questi rimpiango di non aver fatto il musicista.

Il nuovo anno è appena iniziato e già andiamo male ragazzi.
Molto.
Molto male
.