Dimmi Con Chi Vai. Una Guida Per Correggere I Difetti Degli Altri

Ieri mattina stavo (ri)vedendo il grande Lebowski – uno dei capolavori dei fratelli Coen. Riflettevo su quanto fosse ben assortita la coppia che il protagonista Drugo forma con il suo miglior amico. Il primo è un vero e proprio hippie: è pacifista, sereno, ironico, pronto a scherzare su tutto e tutti. Il secondo è un guerrafondaio che non perde occasione per attaccare briga con chiunque, alzare la voce, aggredire o, addirittura, tirare fuori la pistola per minacciare di morte i suoi sventurati nemici. Se ci pensate bene, si tratta di un vecchio espediente narrativo: moltissime coppie comiche sono nate in base a questo schema. Prendete due personaggi e assegnate loro ruoli opposti e complementari. La miscela sarà esplosiva perché ciascuno, mettendo in scena i propri difetti, esalterà i tic, le nevrosi, la follia dell’altro personaggio. Spesso questa complementarietà caratteriale sarà rappresentata anche a livello fisico, corporale. Se uno dei due è magro, l’altro è grasso; se uno è basso, l’altro è alto; se uno è bello, l’altro è brutto. A mero titolo di esempio, pensiamo a  Stanlio e Olio, Franco e Ciccio, Renzi e Brunetta.

Con Chi Vai

Scherzi a parte, la faccenda ha anche un versante drammatico. Quando un mio amico andò al primo incontro con il suo analista, quest’ultimo lo pregò di tornare con la moglie. Il mio amico la prese con ironia e domandò se fosse un espediente per raddoppiare la parcella, sentendosi rispondere che una buona parte dei problemi psichici che aveva dipendevano dai problemi della persona con cui passava più tempo. Perché accanto a un uomo stressato ci sarà sempre una donna ansiosa, accanto a una donna depressa ci sarà sempre un uomo egoista, accanto a un uomo silenzioso ci sarà sempre una donna logorroica. Accanto a una donna perfetta, ci sarà Salvini.

Tutto questo mi ha suggerito una serie di riflessioni che vorrei provare a mettere in ordine e condividere con voi.

1) Il trionfo dell’ottimismo. Spesso ad attrarsi e successivamente legarsi non sono due persone mature, sane, felici, ma due malattie, due solitudini, due sofferenze. Il risultato è che ciascuno rimane chiuso nel suo ego, mentre le rispettive nevrosi fanno conoscenza, iniziano a copulare e decidono di mettere su famiglia. Un meccanismo che potrebbe essere descritto con i versi di un celebre poema del sempre gioioso Robert Smiht (The Cure) “this is why i hate you/and how i understand/that no-one ever knows or loves another” (questo è il motivo per cui ti odio/e il modo in cui capisco/che nessuno conosce o ama davvero nessuno). Voglio dire, capita che le persone non facciano amicizia e non si innamorino, ma scelgano più semplicemente la propria vittima, il proprio carnefice. Siamo angeli con un’ala sola, possiamo volare solo abbracciati. Ma anche no.

2) Psicologia. Avete presente lo psicologo di cui abbiamo parlato prima? A prima vista la sua reazione sembrerebbe perfettamente sensata. Ma se dopo aver parlato con la moglie avesse chiesto di parlare con la migliore amica della moglie, con suo padre o con la sorella del suo vicino di casa saremmo stati meno propensi a pensare che fosse una persona seria. Gli avremmo consigliato di cercarsi uno psicologo. “Dio li fa e poi li accoppia”. Vero, ma questo non significa che due persone uguali stiano bene insieme. Per lo più, le coppie di lunga durata sono composte da calzini spaiati.

2.1) Sapete quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina? Uno. Ma ci vorrà un sacco di tempo, costerà un sacco di soldi e soprattutto la lampadina deve voler essere cambiata. Consentitemi la battuta. Lungi da me gettare discredito sulla categoria. Sono il primo a credere fermamente nella utilità di questa scienza. Ad esempio, la scorsa settimana ho parlato a lungo dei miei problemi col mio psicologo. Ha detto che siccome apprezzate e condividete i miei post, vuole vedere anche voi (cit.)

3) Tutto torna. Torniamo seri: io credo che se vogliamo vivere serenamente dobbiamo iniziare a dubitare della nostra capacità di cambiare gli altri. Prima di tutto, le persone devono essere comprese. Una volta comprese, tutto quello che possiamo sperare di fare è di accettarle e anticiparne le mosse con un certo grado di sicurezza. Se c’è una cosa facile da capire, in queste dinamiche, è che tutto si ripete. Gli ipocriti, i cattivi, gli invidiosi non sono cambiati rispetto al giorno in cui li abbiamo conosciuti. Si sono rivelati. Mentre i vecchi traditori che sono ancora al nostro fianco non sono affatto redenti. Sono diventati più bravi a mentire. La colpa non è (tutta) di queste persone. Essi agiscono secondo la propria natura. La colpa è (anche) nostra che non riusciamo comprenderne – o non vogliamo accettarne – i limiti. Come recita un antico detto slavo: “se mi inganni una volta, devi vergognarti tu. La seconda volta, dovrò vergognarmi io”.

3.1) In questi giorni si parla tanto di coppie, unioni, matrimoni. Nessuno dice che molte coppie falliscono perché sono fondate su di un semplice equivoco: “Le donne sposano gli uomini sperando che cambino. Gli uomini sposano le donne sperando che non cambino. Resteranno entrambi delusi”. Detto tra noi, non ricordo bene chi sia l’autore di questo aforisma. Avrei giurato che fosse Oscar Wilde, ma qualcuno, in rete, cita Einstein. Non ha troppa importanza. In fondo, da quando esistono i social network tutti gli autori si sono (con)fusi in un unico grande mostro senza volto. Come Anonymous, Luther Blissett o il Partito Democratico.

4) Conclusioni. Smettiamola dunque di voler cambiare a tutti i costi gli altri e mettiamo noi stessi al centro del mondo. Se gli altri ti deludono è perché ti sei illuso. Se ti trattano male è perché ti fai trattare male. Come dicono i toscani: dove c’è un furbo c’è un bischero (a proposito di toscani che la sanno lunga: bentornato Mister!). Insomma, se vuoi attivare e conservare relazioni sane, prima di tutto, pensa a curare te stesso. Funziona. Inizierai da subito a frequentare una persona migliore.

Come Leggono i Bambini

 

1. Test

Conocsete sicuarmetne lo stuido sulla irirelvazna dell’oridne delle letetre in una paorla. Seocdno qeutsa ricecra  bsata che la pimra e l’utimla lettrea  di una paorla sinao cortetre per permtetre al nosrto cevrello di corgergere la sequezna e di comrpednere paorle di sesno compuito.

Che ne dite, funziona?

      Ora leggete le frasi seguenti:

   Questo è un
   un blog interessante   

  Questa è la
 la goccia che
 scava la roccia

Guido Saraceni
sa leggere nel
nel pensiero

 

Vi siete accorti delle parole ripetute due volte? In tutti e tre gli esempi? La maggior parte di voi sarà tornata indietro a (ri)leggere almeno uno degli  esempi ed avrà notato, con stupore, le ripetizioni. È normale, la nostra mente funziona così. Tendiamo a risparmiare energie, a semplificarci la vita. Se, dopo aver letto la prima riga, già sappiamo come finisce una frase, che senso ha leggere con attenzione ogni singola parola? Se siamo perfettamente in grado di “ricostruire” il significato di una parola dopo aver identificato la prima e l’ultima lettera, che senso ha leggerle tutte con attenzione? Perderemmo tempo ed energia.

2. Avete presente cosa accade ad una persona che guida mentre pensa ad altro? Non mi sto riferendo al fatto che quella persona non utilizzerà gli indicatori di direzione comunemente detti “frecce” – in Italia non lo fa nessuno – e neanche al fatto che quella persona guiderà, con estrema lentezza, nella corsia sinistra. Anche questo è tipico del nostro stile di guida “creativo”. Mi riferisco al fatto che quella persona arriverà a destinazione senza aver minimamente pensato al percorso. Una volta scesa dall’auto potrà anche fermarsi a riflettere sul fatto che ha guidato in maniera completamente “inconsapevole”, chiedendosi: “ma come ho fatto ad arrivare sin qui?”. “È molto semplice, amico, hai inserito il “pilota automatico” ed il tuo cervello ha svolto il programma con disinvoltura e precisione, mentre tu riflettevi su altro”.

So che si tratta di un paragone ardito, ma gli animali si comportano allo stesso modo: a fronte di un determinato stimolo, reagiscono in maniera meccanica, eseguendo un certo “programma”. Diremmo che è nella loro natura. Diremmo che è il loro istinto.

3. Ora, il problema è che noi applichiamo lo stesso meccanismo che utilizziamo per riconoscere le parole alle persone che ci circondano. La prima volta che incontriamo qualcuno prestiamo attenzione al tono di voce, agli abiti, agli occhi. In quel momento, noi leggiamo alcune lettere di quella parola, ascoltiamo il suono che essa emette. Quando pensiamo di aver riconosciuto lettere a sufficienza, quando crediamo di aver riconosciuto un certo segnale, il nostro cervello completa il compito per conto nostro, mettendo in atto il programma automatico collegato ad un determinato input.

Così, con il passare del tempo, arrivano le più cocenti delusioni. “Io pensavo che tu fossi leale”; “credevo mi amassi”; “speravo di aver trovato l’uomo – la donna- della mia vita”. Certo. Ma quanto tempo, quanta attenzione hai davvero impiegato a leggere quella persona? Più andiamo avanti con l’età più diventiamo tutti medici, professori universitari, agenti editoriali. Ovvero, più andiamo avanti con l’età più siamo sicuri di saper dire, ad una prima occhiata, cosa ha un paziente, se un ragazzo ha studiato o meno, se un manoscritto avrà fortuna… Ci vantiamo di essere esperti e scrupolosi, ma la verità è che abbiamo deciso tutto dalla prima impressione. Dopo, abbiamo solo cercato le prove che confermassero la prima idea che c’eravamo fatti.

E si sa che chi cerca trova.

4. Dovremmo invece saper restare bambini. Avete presente come leggono i bambini? I bambini leggono una lettera alla volta. Procedono adagio, mettendo un passo dietro l’altro, con estrema attenzione, come se stessero camminando sul ciglio di un burrone. Poi, quando hanno finito, rileggono tutto da capo. Bellissima, poetica, santa capacità di guardare il mondo senza pregiudizi e di vederlo per quello che è, come solo i poeti ed i pazzi sanno fare. Mi viene in mente una scena di un film di Francesca  Archibugi in cui il protagonista – un professore universitario – si ferma ad ascoltare sua nipote che suona il pianoforte, sottolineando la commovente attenzione che la bambina riserva alla scala di do. Un tasto alla volta, perché tutte le note meritano di “respirare”, devono essere ascoltate ed apprese, con la giusta dose di stupore e di cura. Come se da quella scala dipendesse la salvezza del genere umano.

Perdere il contatto con il mondo significa invece mettere il pilota automatico. Fare in modo che tutto diventi più semplice, veloce, comodo. Ma aumentano anche i pregiudizi. Per questo motivo, parafrasando le liriche di un brano del primo album di Daniele Silvestri, potremmo dire che invecchiare significa “giudicare il cantante di turno già da una nota”. Voglio dire che, con il passare degli anni, noi tendiamo ad accelerare i nostri processi cognitivi e decisionali. In tal modo, ci illudiamo di poter fare bene e guadagnare tempo – ma la verità è che spenderemo tutto il tempo che abbiamo “guadagnato” in questo modo cercando di riparare ai disastri causati dalla nostra totale mancanza di  attenzione e di consapevolezza.

A mano a mano che la macchina prende velocità, il profilo delle cose viene inghiottito dallo sfondo, lasciamo così alle nostre alle spalle l’immenso spettacolo della vita e le sue infinite sfumature. Restare vivi significa allora avere cura dei nostri occhi,  mantenendo sul mondo quello sguardo acuto, magico ed attento che tutti abbiamo sperimentato quando eravamo bambini.

Undici Cammelli, Una Sola Fiction.

Ora che il padre era morto, i tre figli avrebbero finalmente avuto diritto a dividere tra loro l’eredità: undici cammelli.
Decisero che ne avrebbero discusso la domenica mattina, al mercato, di fronte a sette testimoni scelti tra i più autorevoli ed anziani abitanti del villaggio. Nel pieno rispetto della tradizione.
A prendere la parola fu Davide, il primogenito.
“Cari fratelli, la legge del nostro Paese prevede che al primogenito spetti la metà esatta dell’eredità. Avrei diritto quindi a cinque cammelli e mezzo. Considerato che io sono il primogenito e dunque il più importante, la mia proposta è questa: lasciate che io prenda sei cammelli e dividete tra voi ciò che resta”.
A quel punto, Giobbe rispose:
“La legge del nostro Paese prevede che a me spetti un quarto dell’eredità. Ma un quarto di undici è pari a due virgola settantacinque. Sono sempre stato troppo piccolo per ricevere onori e troppo grande per essere coccolato. Per questo motivo, vi pregherei di risarcirmi arrotondando in eccesso ciò che mi spetta. E dividere tra voi ciò che resta”.
Infine, Giuseppe disse:
“La legge del nostro Paese prevede che a me spetti un sesto dell’eredità. Dunque, un sesto di undici. Considerato che mi spetterebbe un cammello virgola otto e che voi avete già avuto molto dalla vita, vi pregherei di non applicare alla lettera la norma: datemi dunque due cammelli, e dividete tra voi ciò che resta”
La situazione era chiara, ciascuno avrebbe voluto ottenere qualcosa in più, ciascuno aveva le sue valide motivazioni e nessuno intendeva cedere.

I tre fratelli iniziarono quindi a discutere ed andarono avanti per undici settimane, fino a quando, nel villaggio, non arrivò un giudice.

Village

Il giudice si chiamava Saul ed arrivò a Samarcanda in groppa al suo unico cammello.
Nessuno sapeva da dove provenisse né dove fosse diretto.
Ma tutti conoscevano bene la sua fama di esperto cultore della legge e raffinato conoscitore del cuore degli uomini.
Per questo motivo, Saul fu accolto con estrema cura.
Alla fine di un lauto banchetto organizzato in suo onore, il capo del villaggio si avvicinò al giudice e raccontò la storia dei tre fratelli.
Dopo aver brevemente riflettuto, Saul disse che avrebbe risolto la controversia.
Aggiunse che nessuno si sarebbe lamentato della sua decisione.

Il giorno seguente ordinò che fossero condotti presso di lui i tre fratelli, gli undici cammelli ed i sette testimoni.
L’intero villaggio accorse per ascoltare la sentenza.
Saul pronunciò le formule di rito.

Poi, disse:

“Cari amici, mi avete accolto in questo villaggio con molti onori ed amicizia. Ho quindi deciso che metterò a disposizione di questi fratelli il mio unico cammello. Adesso, il loro asse ereditario ammonta a dodici splendidi esemplari. Facciamo dunque i conti: al primogenito spetta la metà dell’eredità, avrà quindi diritto a ben sei cammelli. Al secondogenito spetta un quarto, avrà quindi diritto a tre cammelli. Infine, a Giuseppe spetta un sesto dell’eredità, avrà quindi diritto a due cammelli. Questa è la mia sentenza, nel nome di Dio, giustizia è fatta.”

I tre fratelli non credevano alle proprie orecchie.
Si affrettarono quindi a prendere ciò che spettava loro.
Ma sei più tre più due fa undici.
Nello stupore generale, Saul risalì sul unico cammello.
E si rimise in viaggio.

Questa antica storiella araba, che ho trascritto a parole mie, è davvero interessante e ci consente di riflettere su molte e delicate questioni.

La prima è sicuramente l’idea che un giudice non può limitarsi ad applicare la legge, altrimenti la giustizia si trasforma in qualcosa di freddo e matematico. Al contrario, il giudice deve saper interpretare la legge, ovvero, mettere in gioco la propria cultura, le proprie idee, la propria personalità. Insomma, il giudice deve necessariamente mettere in gioco il proprio cammello, “regalando” alle parti qualcosa di molto personale. Altrimenti, verrebbe meno al proprio compito. Alla propria missione.

La seconda è che il giudice è uno straniero. Questo ne garantisce l’imparziale oggettività. Paradossalmente, l’unica persona in grado di comprendere e risolvere il problema più spinoso del villaggio non appartiene al villaggio.

L’ultima è che questo racconto ci può aiutare a comprendere cosa sia una fictio juris: un antico procedimento logico in base al quale i giuristi suppongono come vero qualcosa di non vero, pur di colmare una lacuna e risolvere una controversia.

In questi giorni, ho corretto i compiti di informatica giuridica dei miei studenti. Sono rimasto mediamente soddisfatto e ho potuto accordare molti bei voti. Purtroppo, sono anche stato costretto a leggere che molti anni fa la magistratura condannava le frodi informatiche sulla base dell’art.640 del codice penale (truffa) “COME SE FOSSE UNA FICTION”.

Cosa volete che vi dica?
In momenti come questi rimpiango di non aver fatto il musicista.

Il nuovo anno è appena iniziato e già andiamo male ragazzi.
Molto.
Molto male
.

I miei Auguri di Natale.

Ieri notte ho sognato di entrare in uno strano negozio.
Dietro al bancone c’era uno splendido angelo, ricordo che aveva lunghi ricci dorati e due occhi azzurri e profondi come il mare aperto.

-Cosa vendete in questo negozio?
-Solo cose importanti, signore.
-Ad esempio?
-Amore puro ed incondizionato; imperturbabile serenità; gioia di primissima scelta…
-Wow. E quanto costano?
-Mi scusi, signore, ma dove pensa di essere entrato? Questo è il negozio di Dio, è tutto gratuito.
-Davvero posso portare via tutto ciò che voglio?
-Certamente, mi dica solo come posso servirla.
-Vediamo… mi dia un po’ di tutto ciò che avete: amore, serenità, amicizia… tolleranza, gioia, fiducia… perseveranza, pazienza… sincerità…
-Aspetti qui.

L’angelo sparì nel retrobottega e tornò dopo qualche minuto.
In mano, aveva una piccola bustina.
Ero stato chiaramente imbrogliato.
Lo guardai con sospetto.

-Tutto qui?
-Tutto qui.
-Lei mi sta dando solo ciò che merito. Vero?
-Sbagliato.
-Allora mi dica come è possibile che tutto ciò che le ho chiesto si trova in questa piccola bustina!
-Amico mio, qui non doniamo frutti. Ma semi.

Sun

Ciò che mi piace, di questo racconto, è il fatto che viene rimarcata la gratuità dei doni di Dio. Viviamo in un mondo completamente dominato dal principio commerciale della reciprocità: do ut des, facio ut facias, dico ut dicas. Tutto viene messo sul piatto della bilancia e ponderato con attenzione. Sarei anche disposto a mettermi in gioco in questa relazione, ma tu cosa mi offri in cambio? Potrei anche impegnarmi di più, ma cosa ne ricavo? Vorrei tanto restare fedele alle mie promesse, ma tu hai fatto o farai lo stesso con me? A fronte di questo diffuso e volgare mercanteggiare, il negozio di Dio offre merce di primissima scelta, senza chiedere nulla in cambio.

La verità è che le cose più importanti della vita non possono essere acquistate; che la felicità non è la retribuzione che riceviamo in cambio di ciò che diamo agli altri, ma la gioia nascosta nel fatto stesso di essere in grado di donare. Questa è la più alta e compiuta forma di libertà. Come è stato giustamente detto: di noi, resterà solo l’amore che abbiamo donato.

Inoltre, mi piace il richiamo finale ai semi. A dirla tutta, credo che sia la parte più importante della storia. Non solo perché si tratta di un azzeccatissimo colpo di scena. Ma perché questo riferimento ai semi sembra comprovare l’idea per cui le cose belle richiedono tempo, pazienza, cura. Solo così potranno gettare radici profonde e crescere forti. Invece, il Diavolo ha fretta, ci forza continuamente la mano perché “sa che il suo tempo sulla terra sta per scadere”. Il Diavolo vuole tutto. E lo vuole subito.

Infine, a me sembra che il riferimento ai semi rispecchi in maniera fedele il senso del Natale. Dio, l’onnipotente, decide di farsi uomo. Scende quindi dal cielo e nasce bambino in una condizione di estrema debolezza e precarietà. Dopo essersi fatto carne, trasformerà la sua vita in ostia. Qui, in questa esaltazione divina di tutto ciò che è piccolo, umile ed indifeso, io intravedo la più compiuta e lodevole essenza del messaggio cristiano.

Un Fantastico Tesoro

C’era una volta un vecchio che viveva da solo, in una piccola casa, ai confini di un grande Impero. Non possedeva nulla, a parte un paio di vecchi sandali, una capra, l’artrite ed un sogno ricorrente. Tutte le notti sognava un uomo importante che lo invitava ad andare a scavare sotto le mura della Capitale. Perché lì, certamente, avrebbe trovato un fantastico tesoro.

Una fredda mattina di settembre, mentre stava scrutando l’orizzonte, il vecchio decise che non era più il caso di aspettare e che in fondo, non aveva davvero nulla da perdere. Si domandò come avesse fatto a vivere in quel luogo per tutti quegli anni e si mise in cammino, portando con sé tutto ciò che aveva: i sandali, la capra, l’artrite. Ed un sogno ricorrente.

Dopo venticinque giorni e venticinque notti di cammino, il vecchio arrivò finalmente davanti alle mura della città, legò la capra ad un palo e si mise a scavare.

Ma scavare sotto le mura della città era considerato un grave reato ed un atto sacrilego. Per queso motivo, fu prontamente prelevato dai gendarmi, e trascinato con forza davanti all’Imperatore: insindacabile ed unico giudice dell’Impero. Il vecchio si difese raccontando il suo sogno ricorrente.

Al che, l’Imperatore scoppiò in una fragorosa risata.

“Quanto siete ingenui e stupidi voi gente di campagna! Anche io, tutte le notti, sogno un vecchio che mi consiglia di andare a scavare sotto una palma che si trova accanto ad una casetta diroccata, nella periferia più estrema e povera di questo grande impero. Ma non sono così sciocco da lasciare le mie mille cariche ed i mie sconfinati possedimenti per dare retta ad uno stupido sogno!”.

Ordinò quindi alle guardie di dare al vecchio trenta frustate, di restituirgli la sua capra e di rimandarlo a casa – che nella Capitale c’era già troppa gente strana, e non avevano certo bisogno di un altro pazzo.

Il vecchio subì con dignità questa punizione, riprese la sua capretta ed affrontò il lungo viaggio di ritorno. Quando, dopo venticinque giorni e venticinque notti di cammino, arrivò finalmente a casa, si mise subito a scavare sotto l’unica palma del suo misero giardino.

Fu così che, con grande stupore, trovò un forziere colmo di pietre preziose e di lingotti d’oro.

Panorama

Questa storia ha molti significati, il primo ed il più interessante è sicuramente che solo un’altra persona può rivelarci dove si trova il nostro  fantastico tesoro. Tutti noi siamo sicuri di conoscere alla perfezione la nostra casa e la terra su cui viviamo. Più cresciamo più ci convinciamo di sapere benissimo cosa sappiamo e cosa non sappiamo fare, ci convinciamo di aver ben chiaro quale è il nostro posto nel mondo e che nulla possa più sorprenderci. Invece, il protagonista di questa storia  scopre di possedere una ricchezza che non immaginava di avere  grazie al confronto – ed allo scontro – con un altro uomo.

Ad essere precisi, il vecchio scopre dove si trova nascosto il tesoro che gli appartiene da sempre, a seguito del giudizio – e della dolorosa punizione – che gli viene inflitta da un altro essere umano. Questo deve farci riflettere su cosa accade quando ci illudiamo di avere doti che gli altri non hanno. Come quando, da bambini, pensiamo che diventeremmo grandi calciatori, poeti o astronauti. Spesso queste ambizioni naufragano a causa del confronto con gli altri. Ti illudi di essere il nuovo Maradona fino a quando non vai a fare un provino per una grande squadra, e scopri che esistono altri bambini che sanno fare con i piedi quello che tu non riesci a fare con le mani. Badate bene, non sto dicendo che dobbiamo rinunciare ai nostri sogni quando ci rendiamo conto di non essere portati per una qualche attività, ma che gli altri possono confermare o smentire certe idee che ci siamo fatti su noi stessi.

Il terzo ed ultimo aspetto di questa storia che vorrei brevemente commentare è proprio questo riferimento al sogno come principio guida delle azioni umane. Si usa dire che la mentalità degli europei è past driven – nel senso che la nostra cultura sarebbe fortemente influenzata dalla tradizione e dal passato -, mentre la mentalità degli asiatici sarebbe reality driven e la mentalità degli americani dream driven. Mi piace molto questa tassonomia. Credo che tutti dovremmo domandarci a quale di questi gruppi apparteniamo – a prescindere da ciò che dice il passaporto.

Tutti, almeno una volta nella vita, dovremmo fare come il vecchio protagonista di questa storia, provando ad essere radicalmente dream driven. Soprattutto se un sogno ci obbliga a mettere in gioco ciò che siamo stati e quello che abbiamo costruito, abbandonando la nostra umile dimora per inseguire, con la determinazione dei folli, un sogno ricorrente.

Ps: ho ascoltato per la prima volta la storia del fantastico tesoro una decina di anni fa, durante una splendida lezione di dottorato tenuta da Francesco D’Agostino. Successivamente, l’ho ritrovata in un libro  di Martin Buber. Qui ho proposto la mia versione. La trama non è originale, le parole e qualche piccolo dettaglio, si.