Nove persone su dieci amano il cioccolato.

1.Mille caffè
Riflettendo sulla condizione in cui versava la Francia dopo la seconda guerra mondiale, Charles de Gaulle si chiedeva come fosse possibile “governare un Paese che conosce 246 varietà di formaggio”. Mi domando cosa avrebbe detto degli italiani e della nostra smisurata passione per il caffè. A differenza degli altri europei, noi conosciamo milioni di modi per torturare un barista: ristretto, amaro, lungo, freddo, corretto, in vetro, marocchino, shakerato, schiumato, macchiato… what else?

Da un lato, credo che questa irresistibile voglia di caffè dipenda dal fatto che “la caffeina è un’arma di resurrezione di massa” (cit. saraturchina, Twitter). Dall’altro mi piace pensare che sia la più evidente prova del fatto che il cibo non è semplice nutrimento, ma piacere, cultura, immagine, ricerca, estetica. Ossessione.

BOMBE

Di fatti, esistono milioni di monografie, trattati e libercoli scritti sull’argomento, tanto che, se volessimo chiudere il discorso con uno slogan, potremmo affermare che “il cibo è la risposta”. Eppure, sembra che la nostra società sbagli continuamente domanda. Mangiamo troppo (e male) per combattere lo stress; per noia, per farci male; per guarire da incolmabili carenze affettive o premiarci alla fine di una giornata di duro lavoro. Mangiamo poco (e male) per punire noi stessi o le persone che ci vivono accanto, per chiedere aiuto, apparire eleganti o per illuderci che non stiamo invecchiando.

Insomma, non mangiamo (solo) per nutrirci, ma per raggiungere  altri e ben più complicati obiettivi. Forse per questo motivo, un filmaccio americano accomunava, sin dal titolo, cibo, preghiera ed amore – mentre un ben più saggio ed antico proverbio cinese recita: quando mangi un piatto che non hai mai assaggiato, allunghi la tua vita di sette giorni.

La cosa certa è che nell’epoca della spettacolarizzazione globale anche il cibo si è trasformato in immagine: i palinsesti televisivi abbondano di programmi culinari ed i social network sono letteralmente invasi da foto del cibo. Quest’ultima moda è stata battezzata  “food porn”, alludendo, con la giusta dose di sarcasmo, alla condizione di patologia mentale in cui si trova chi passa ore ed ore ad ammirare e catalogare un oggetto che non è stato fatto per essere guardato, ma per essere consumato. La riduzione ad immagine degli investimenti erotici ed affettivi rappresenta una caratteristica fondamentale dell’epoca in cui stiamo vivendo. Una di quelle innocue tendenze di cui ci siamo tutti ammalati e che con molta probabilità porterà alla fine della specie umana.

Voglio dire:  è certo è che una larga parte della nostra salute fisica e mentale dipende da cosa portiamo – o non portiamo –  alla bocca, ma è altrettanto chiaro che la società contemporanea chiede al cibo di recitare un ruolo sbagliato, camminando in equilibrio precario sul confine tra normalità e patologia. È come se il cibo venisse incaricato di “tenere un discorso che non gli compete e per il quale non dispone delle parole”. Per questo motivo, molte diete sono destinate a fallire, “in gioco non è la gola, ma l’insicurezza circa la propria esistenza che non ha trovato dove ancorarsi” (U. Galimberti).

2. Una pietra diventa pane
Il tema dell’ingordigia riveste un’importanza fondamentale all’interno della religione ebraica e cristiana. Non solo la Genesi lega il peccato originale e la conseguente cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre al fatto di aver mangiato una mela, ma sfogliando la Bibbia possiamo trovare molti ed altrettanto significativi esempi di ingordigia peccaminosa: Noè, incapace di smettere di bere, si mostra nudo ai suoi figli; Esaù cede la primogenitura a Giacobbe per un piatto di lenticchie; Lot, ebbro di vino, commette incesto con le sue figlie; la fede del popolo di Israele vacilla una volta conosciuta la fame nel deserto, mentre il Diavolo chiederà a Cristo di interrompere il digiuno trasformando una pietra in pane.  In tutti questi casi, i testi sacri utilizzano la metafora del cibo per alludere ad altri e ben più profondi significati. Per questo motivo, Enzo Bianchi ha scritto che l’ingordigia è la madre di tutti i vizi, chiarendo che “ogni patologia umana si innesta” su di un “bisogno primario per eccellenza: quello del nutrimento, della fruizione e del piacere”. In senso lato e metaforico,  potremmo dunque affermare che ogni vizio è, nella sua più intima essenza, un vizio di gola. Perché ogni vizio si alimenta della nostra insaziabile voracità: la lussuria è il frutto di una fame smisurata, esattamente come lo è la superbia, l’invidia o l’avarizia.

3. Dulcis in fundo
Concludiamo con una breve antologia di battute sul cibo.

Navigando su internet non è affatto difficile imbattersi nell’argomento “cibo”. Ancor di più, sembra che gli utenti dei social network abbiano un vero e proprio “chiodo fisso”, dato che fotografano pietanze, condividono (video)ricette e scherzano continuamente sulle proprie passioni e debolezze culinarie. Per esempio, qualche tempo fa era in voga questa freddura: “quali sono i tuoi fiori preferiti? I fiori di zucca. Fritti”; mentre oggi è diventata molto popolare “sto seguendo due diete. Perché con una si mangia poco” condivisa ed apprezzata almeno quanto “dopo la prima settimana di dieta ho iniziato a provare dei sentimenti anche per lo shampoo alla vaniglia”, ma, a mio avviso, la migliore di tutti i tempi resta: “se si fa in quattro per farti felice, è una pizza“.

A Roma, su un muro del quartiere S. Lorenzo, ho letto la bellissima: “salva una pianta, mangia un vegano“, mentre in ambito  letterario, vi segnalo il libro Non si finisce mai di impanare (Stefano Piazza, edizioni Edt) di cui ho apprezzato particolarmente la seguente citazione: “nove persone su dieci amano il cioccolato. La decima mente”.

Infine, “ricordatevi sempre che non si ingrassa tra Natale e Capodanno. Ma tra Capodanno e Natale” (anonimo).

Si Gioca Come Si Vive. Riflessioni sugli Studi Universitari

Al bar, incontro  Alvaro Spacconi, detto Alvarone.

Spacconi ha una trentina di anni, è alto due metri e pesa circa 120 chili. Per vivere fa tante cose, ma la sua occupazione principale è quella di capotifoso. Attualmente è in sciopero, quindi mi capita spesso di incrociarlo al bar.

Ci sediamo allo stesso tavolino, io ordino un cappuccino, lui una birra.

Lanciati

Alvarone è un uomo schietto, cinico, dotato della classica ironia romana. Il suo unico difetto è che ogni cinque parole mi rifila una amichevole pacca sulla spalla. Il che significa che dopo mezz’ora di conversazione ho il braccio completamente fuori uso.

-Proffe, ahahah, come stai? – prima pacca – T’ho pensato tanto ieri: hai sentito che ha detto er sor Palloni?
-Chi?
-Er Ministro! Palloni!
-Ah, si ho sentito, ho sentito.
-A me me pare che c’ha ragione. Sti giovani d’oggi nun c’hanno voja de fa… nun c’hanno voja de lavorà… bastà che guardi come sta messa la curva, chè pe falli cantà, la domencia, ce vole la frusta… nun c’hanno er coreeee! – seconda pacca – Questi penseno a studìà, se penseno da esse tutti scienziati… La verità è che sti giovani d’oggi so’ come er sor Marino.
-In che senso?
Nun lo sanno nemmeno loro si so’ vivi o si so’ morti. Ahahaha – terza pacca.

-Guarda, a me le dichiarazioni del Ministro non sono piaciute per niente. Prima di tutto perché suppongono che i ragazzi si debbano iscrivere all’Università per trovare lavoro.
-E nun è vero?
-No, all’Università ti iscrivi se hai voglia di studiare. Sono due cose diverse.
-Nun ho capito.

-Se il problema fosse il mercato del lavoro, allora il Ministro avrebbe potuto semplicemente dire: fate come me, non prendetela la laurea, che tanto non serve a niente.
-A perché me stai a dì che er Ministro nun c’ha la laurea?
-No, è un perito agrario.
-Quindi c’ha ragione! Vor dì che poi diventà Ministro pure senza la Laurea!

-E certo che ha ragione, l’Italia è quel Paese dove per fare l’infermiere ci vuole una laurea, mentre per fare il Ministro della Sanità è sufficiente la quinta elementare.
-…
Però mi pare di capire che i posti da Ministro sono pochi.
-Ahahah, grande proffe – quarta pacca.

-Vabbè. Ma sti ragazzi nun potrebbero fa quarcosa de serio invece de venì a perde tempo all’Università. Perché nun fanno i muratori, gli idraulici, i pizzettari?
-A me questo discorso sta benissimo. Se un ragazzo ha voglia di lavorare è giusto che segua la propria vocazione e si metta da subito ad imparare un mestiere. I lavori onesti sono tutti dignitosi e tutti possono essere svolti con passione e professionalità. Ma il Ministro non ha detto non iscrivetevi all’Università – anche se forse l’ha pensato. Ha detto laureatevi in fretta dando esami a caso. Che è molto peggio.
-Aspè, qua te stai a sbaja te. A  me me pare de capì che er Ministro ha fatto un paragone tra l’Università e le prime esperienze sessuali.
-Non ti seguo.
Meglio presto e male che tardi e bene – Ahahah – quinta pacca.

-Carina questa. Ma dimmi una cosa: tu ti faresti operare da un medico che si è laureato presto e male o preferisti un chirurgo che si è specializzato tardi, ma con il massimo dei voti?
-Er chirurgo.
-E se dovesse capitarti di avere qualche incomprensione con gli agenti di PS, preferiresti che ti difendesse un avvocato che si è laureato male a 21 anni o uno che si è laureato a 28 con 110 e lode?
Er secondo, tutta la vita.

-Mi segui? Invitare i giovani a laurearsi presto e male è un atto criminale. Secondo me la cosa più importante che possiamo insegnare ai ragazzi è che tutto quello che fanno, e ripeto “tutto quello che fanno”, lo devono fare sempre con la massima consapevolezza. Non intendo dire che debbano prendere sempre il massimo dei voti: quello che conta non è il risultato, ma il percorso. Guidare la macchina, leggere un libro, bere un bicchier d’acqua, dobbiamo fare tutto con la massima cura, coscienza, consapevolezza. Perché questo è l’unico modo per dare valore al nostro tempo.
-Me sa che c’ha ragione, proffe – sesta pacca – m’hai ricordato er Bandito.
-Chi?
-Che fai? Me caschi sulle basi Prof?! Burdisso, il difensore della Roma di Ranieri.
-Ah… Burdisso, certo… che c’entra?

-Un giorno er mister stava a fa la ramanzina alla squadra. Je stava a dì che se dovevano da impegnà, che dovevano da sudare in allenamento. Quindi er Mister je dice: “ricordateve sempre che la domenica se gioca come ci si allena”. A quer punto er Bandito fa un passo avanti e, nello stupore di tutti je risponne: “sbagliato mister, si gioca come si vive”. Hai capito proffe? – settima pacca.

Inizio a non sentire più il mignolo. Devo trovare una via d’uscita.

-Adesso te la racconto io una storia.

Un professore universitario mette sulla cattedra un contenitore trasparente, e chiede alla classe se il contenitore sia pieno o vuoto. La classe risponde in coro che il contenitore è vuoto.
Allora il docente prende tre grossi sassi da sotto la cattedra, li mette nel contenitore e domanda:
– Adesso è vuoto o pieno?
I ragazzi rispondo in coro che il vaso è pieno.
– Sbagliato.
Il docente prende un sacchetto di ghiaia, lo versa nel contenitore e domanda:
– Ora? Il contenitore è pieno o vuoto?
Gli studenti iniziano ad intuire che si tratta di una domanda a trabocchetto, ma rispondono lo stesso: ora è pieno.
– Sbagliato.
Il docente tira fuori da sotto la cattedra un sacchetto di sabbia e la versa nel contenitore.
– Adesso?
-Finalmente pieno.
-Avete sbagliato di nuovo.

Il docente prende una bottiglia di birra, la stappa, la versa nel contenitore e dice: adesso è pieno.
Quindi domanda alla classe: cosa abbiamo imparato da questa storia?

Un ragazzo seduto al primo banco alza la mano: abbiamo imparato che non importa quante energie pensiamo di aver dedicato allo studio, ci sarà  sempre un piccolo spazio libero da riempire con il nostro impegno

– Sbagliato, abbiamo imparato come utilizzare il nostro tempo. Se avessi iniziato versando la sabbia non ci sarebbe stato più spazio per mettere altro. Questo significa che dovete pensare prima di tutto alle cose importanti della vostra vita, altrimenti le piccole cose occuperanno tutto lo spazio a vostra disposizione e vi sembrerà di non avere mai tempo a sufficienza.
La classe è parecchio impressionata.
Dopo qualche minuto di silenzio uno studente dell’ultimo banco alza la mano e chiede:

– Prof, e la birra?

Qualsiasi cosa decidiate di fare, c’è sempre tempo per una birra.

Alvarone sorride pacifico. Sta riflettendo. Il momento è prezioso e non va sprecato.

Quindi la prossima birra la offro io. Ora però fammi andare che è tardi.

Ira. Il Vizio dei Demoni

Roma, quartiere San Giovanni, sono al ristorante con il mio vecchio amico Andrea, ottimo pianista, esperto di arti marziali e gran mangiatore di sushi. L’argomento della conversazione è la collera. Gli sto raccontando un film.

-Insomma, si trovano nel bel mezzo del deserto. Il detective è in piedi e ha la pistola puntata sul serial killer, che, invece, è legato e inginocchiato di fronte a lui. Ad un certo punto arriva un camioncino, scende un uomo e consegna un pacco al detective.  Il detective apre il pacco e scopre che il killer ha ucciso sua moglie. Rimane sconvolto, ha la testa del sospettato sotto tiro e non sa se sparare o meno. Il serial killer, invece, resta  impassibile, anzi, lo provoca e gli dice: “avanti, uccidimi, trasformati in ira”.

-E poi? Che succede dopo?
-Poi niente. Non te lo dico
– Come non me lo dici?
– Non te lo dico, si tratta del finale del film.
– Ma sei serio?
– Certo, ti rovinerei la sorpresa. Non me lo perdoneresti mai.

Rabbia

-A parte questo, cosa hai da dire sulla collera?
-Quattro cose: pubblicità, tempo, sconfitta e salute.
-Adesso è tutto più chiaro.

-L’ira è un vizio parecchio diverso da tutti gli altri perché molto difficilmente si può dissimulare. Intendo dire che l’invidia – come l’avarizia, l’accidia o la lussuria- può essere facilmente nascosta. L’invidioso, al pari di altri viziosi, prova in tutti i modi a fare finta di essere sano – e spesso ci riesce. L’iracondo non può. Perché l’ira esiste nella sua più chiara ed evidente manifestazione, che è sempre pubblica, palese, esteriore. Chi non si mostra adirato non possiede questo vizio. Magari si tratta di qualcuno che cova vendetta, di qualcuno segretamente pieno di odio, ma non di una persona collerica. Aristotele aveva capito molto bene questa differenza. Perché l’odio può essere calcolo, razionalità, freddezza, mentre l’ira è un vulcano che esplode, un fiume che esonda, un Demone che irrompe sulla scena. Divampa sul volto, deforma la postura, cambia il volume ed il tono della voce. Per questo motivo, quando la Bibbia deve descrivere l’ira di Caino, utilizza un’espressione che, letteralmente, significa: “s’infiammò (bruciò)”. Aggiungendo che “il suo volto cadde a terra”.

– Quindi l’ira sarebbe tipicamente “esteriore”…
– Certo, dimmi a cosa pensi se ti dico “rabbia”.
– Mi viene in mente quel video di youtube in cui un uomo litiga con il computer e poi lo butta dalla finestra. Hai presente?
– Come no. Quando devo spiegare ai ragazzi la differenza tra hardware e software dico sempre che l’hardware è tutto ciò che puoi prendere a calci.
-…
-…

– Capisco, ma il tempo cosa c’entra?
-L’ira è subitanea, repentina, fulminante. Mentre gli altri vizi capitali ti avvelenano goccia a goccia, quotidianamente, l’ira è tanto più violenta quanto più rapida. Salta fuori all’improvviso, si sfoga esattamente come fa un fulmine e poi torna a scorrere silenziosa ed invisibile nelle più recondite profondità della coscienza. Il Demone dell’ira prende completamente ed immediatamente possesso del suo schiavo, ordinandogli di fare  qualcosa. Mi segui?
– Certo, mi viene in mente  Totti che rincorre Balotelli  e gli rifila un bel calcione, a palla lontana, durante la Finale di Coppa Italia – con il Presidente Napolitano che osserva sbigottito in tribuna.
-Tutti sappiamo che in quel caso il Capitano ha sbagliato…
-Ovviamente. Ha sbagliato perché l’ha preso di piatto, se l’avesse preso di punta non si sarebbe rialzato tanto facilmente.
-…
-…

La terza caratteristica dell’ira è che è essa sconfigge il soggetto che la prova. L’ira rende deboli, incapaci di intendere e volere. Non a caso, diciamo che una persona iraconda “ha perso le staffe” oppure, che era “fuori di sé”. Per questo motivo, una volta passata la crisi, l’iracondo prova vergogna per ciò che ha fatto. Rifletti su questo: l’essere umano mostra la propria nobile forza quando rimane sereno. Per questo motivo, quando deve descrivere l’ira, Evagrio parla di “vapori nebbiosi” di “nuvole che oscurano il sole”.
– Sono assolutamente d’accordo. Per esempio, l’altro giorno ero al bar e c’erano questi ragazzini che perdevano tempo e bevevano birra – avranno avuto quindici o sedici anni-, a un certo punto, uno di loro inizia a fare battute stupide sulla cameriera Apertamente, senza dissimulare in alcun modo la cosa.
-E tu che hai fatto?
-Mi sono alzato, sono andato da loro ed ho detto: ragazzi non mi sembra il caso di comportarsi in questo modo. E poi, rivolgendomi allo spiritoso: “adesso tu chiedi scusa“.
-E lui?
-Ha detto una cosa del tipo, “vedi di andare a fare il babbo da un’altra parte, zio“. A quel punto ho fatto fruttare gli insegnamenti del mio terapeuta: ho respirato con attenzione, sono andato a trovare il mio spirito guida ed ho iniziato a contare lentamente fino a dieci
-E poi?
-Ho detto che non ero né un babbo, né uno zio, ma avrebbe potuto considerarmi comunque un mezzo parente, dato che conoscevo benissimo sua madre.
-…
-…

-L’ultima caratteristica della collera è che essa ferisce (anche) il soggetto che la prova. Intendo dire, dal punto di vista strettamente clinico, una persona iraconda tende ad avere tutta una serie di problemi medici che gli altri viziosi non hanno. L’avaro vive a lungo – anche se vive male – esattamente come l’accidioso o il superbo, mentre l’iracondo deve prendersi cura del proprio cuore, perché non è detto che sopravviva ad un attacco di ira.

-Insomma questo è ciò che scriverai nel post di domenica prossima?
-Si, che te ne pare? Ti piace?
-Interessante. Adesso ti racconto io una cosa interessante. Hai presente prima, quando ti sei alzato per andare in bagno?
-Si, che è successo?
-Ho preso un pezzo di sushi dal tuo piatto ed ho spalmato una noce di wasabi sotto il pesce. Poi, l’ho rimesso al suo posto.
-E dove l’hai messa? Sotto il salmone? Sotto il tonno?
-Non te lo posso dire.
– Non fare il cretino.
-Ti rovinerei la sorpresa finale, non me lo perdoneresti mai.

“Lo Faccio Dopo”. Istruzioni per Riconoscere il Demone di “Accidia”.

1. Cosa intendiamo per “accidia”.
Secondo me “accidia” è un termine  parecchio appropriato, a suo modo, onomatopeico. Il suono è duro ed al tempo stesso molle – a causa della “i” centrale e, soprattutto, del dittongo finale. Se proviamo ad addentare questa parola, avvertiamo immediatamente una dolcezza acre che evoca lo stare sdraiati sul divano per ore a fissare il soffitto; interminabili viaggi dalla televisione al frigorifero nell’attesa che l’ispirazione per studiare o lavorare scenda magicamente dal cielo e si impossessi della nostra anima; intere giornate passate a crogiolarsi nel nulla, senza avere la forza o il desiderio di lavarsi i denti, farsi la barba, pettinarsi i capelli per uscire di casa. Attenzione, però l’accidia non è l’ozio, non si tratta di semplice pigrizia. Come sa benissimo Homer Simpson – ed i suoi infiniti allievi – il  pigro può essere tranquillo, sereno, felice. L’accidioso no, perché l’accidioso si tortura, infliggendosi il proprio castigo. Per questo, l’accidia rappresenta la ben più grave e perigliosa anticamera della depressione. Risultano davvero illuminanti, sul punto, le parole di uno tra i maggiori pensatori del novecento : “carceriere di me stesso invoco libertà ma so che la porta è chiusa a triplice mandata dall’interno, sono l’anima dannata messa a guardia del mio inferno” (Frankie H-Nrg). Insomma, l’accidia ha a che fare con lo smarrimento che avverte chi si è perso nel deserto: una sofferenza dell’anima, il tormento di chi sa che dovrebbe fare qualcosa, ma proprio non ce la fa – e si disprezza infinitamente per questo motivo. Se penso ad un esempio cinematografico, mi viene in mente Nanni Moretti che, indolente, si aggira ciondolante per casa e confessa alla figlia di annoiarsi a morte, perché nella vita nulla ha senso. Ma la ragazza, saggia ed impertinente, rimanda la palla nel campo del padre, rispondendo con un apparentemente tautologico: “ti annoi perché sei noioso”.
Sartre non avrebbe potuto scrivere di meglio.

Accidia3

Il fannullone iperattivo.
Non è lecito combattere l’accidia facendo semplicemente altre cose. Se leggiamo l’opinione dei classici, notiamo che una parte fondamentale di questo vizio consiste proprio nella smania di agire per stordirsi -per fuggire da sé.  Di nuovo, mi viene in mente il personaggio di un film di Moretti. Si tratta della ragazza a cui il protagonista domanda: “scusa, ma tu cosa fai nella vita?”, sentendosi rispondere con un vago ed estremamente allusivo: “giro, vedo gente, conosco, mi muovo… faccio delle cose”. L’accidioso sente il bisogno di incontrare qualcuno, di andare a trovare un malato, di intraprendere un viaggio, ma tradisce clamorosamente il senso di tutto ciò che fa. Animato dal disprezzo per il presente, per il luogo e per la condizione in cui si trova, egli vorrebbe solo distrarsi, guarire dal sentimento che lo affligge fiaccandone la volontà e la morale. Allora si getta a capofitto nel mondo – con l’urgenza bulimica che ottunde la ragione dell’affamato. Eppure, nel mondo non trova altro che la propria infinita tristezza, perché è stato proprio a causa del mondo e dei suoi eccessi che ha smarrito la retta via. Insomma, l’accidioso spera di trovare una risposta nella causa del suo stare male come l’ubriaco che sente la necessità di avere altro vino, ma non è più in grado di avvertirne il sapore.

Accidiosi lo siamo tutti, perché, tutti siamo, ciascuno a suo modo, “metà scimmia, metà aquila reale” (M.A.). Per salvarci da questo demone, dobbiamo stabilire e rispettare limiti inderogabili – nel lavoro, nella meditazione, nello svago. Se sembra uno sforzo inumano, dipende dal fatto che tendiamo a pensare di poterci salvare grazie alla semplice forza di volontà, mentre per essere sereni, attivi e costanti nel perseguire i nostri obiettivi abbiamo soprattutto bisogno di amore.

Alla fine di tutto questo.
Alcuni anni fa, mio padre mi raccontò la barzelletta del riccone che, un lunedì mattina, decide di lasciare il suo ufficio per andare a fare un giro al mare. Arrivato sulla spiaggia, prende una bella boccata d’ossigeno, sentendosi parecchio felice e realizzato. Tuttavia, mentre osserva compiaciuto il panorama, nota che sulla spiaggia c’è un altro uomo. A giudicare dalla barba lunga e dai vestiti logori, quel signore non deve passarsela proprio bene. Decide allora di mettere la propria sapienza al servizio del poveretto.

-Buongiorno, permetti una parola?
-Ma certo dottore, dica pure.

-Ti voglio spiegare come si sta al mondo, amico mio, affinché anche tu un giorno possa sentirti come mi sento io oggi
-Dica, dica.

-Quando io ero piccolo, avevo sei anni, ho inizato a lavorare nella bottega di mio nonno, mi pagavano 100 lire al giorno, ho lavorato molto duramente sai?
-E poi?

-Poi a dodici anni, con i soldi messi da parte, ho comprato un piccolo carretto per vendere gelati e così, mentre tutti i miei coetani giocavano e si divertivano, io lavoravo, sudavo e mettevo da parte.
-E poi?

-E poi, con quei soldi, ho aperto il primo negozio… ed ho sudato sette camicie, sai? Mentre tutti gli altri andavano in discoteca e si facevano pagare le vacanze dai genitori, io già ero un uomo maturo, con delle responsabilità.
-E poi?

-Poi ho aperto una catena di negozi ed ora che sono finalmente divenato il re del gelato artigianale posso mollare tuttto un lunedì mattina e venire qui, davanti a questo splendido mare, a fumare un sigarette e godermi il panorama.

-Dottò, io proprio quello stavo facendo!

I Sette Vizi Capitali. La Lussuria


Introduzione
Un giorno commisi l’imperdonabile errore di chiedere agli studenti del primo anno cosa fosse, secondo loro, la “hýbris”. La maggior parte della classe rimase basita, due pensavano che fosse un canale di mediaset premium (iris) mentre un altro voleva a tutti i costi convincermi che fosse la salsa di cetrioli normalmente utilizzata per condire il kebab – “mi fa una piadina? Con molta hýbris, grazie”. Ovviamente, mi riferivo al termine greco che allude alla colpa di aver superato i limiti connessi alla condizione umana: la cultura greca riteneva che gli esseri umani avrebbero potuto suscitare l’ira delle divinità per un eccesso di superbia, oppure, comportandosi come bestie. Per questo motivo, credo che la lussuria possa essere interpretata come hýbris. Parliamoci chiaramente: tutti i vizi implicano che il vizioso non abbia il senso della misura, ma nel caso di altre condotte – come, ad esempio l’invidia, l’accidia o l’avarizia – il parallelismo con la sregolatezza animale risulta sicuramente meno lampante e corretto.

Lussuria2

1. Pornography.
In linea di massima la lussuria richiede la presenza di (almeno) un complice. Eppure, si può essere tristemente e banalmente lussuriosi anche da soli. Tutto questo è ancor più vero nell’era di internet. Di fatti, la rete ha contribuito moltissimo alla diffusione della pornografia, mettendo sotto gli occhi di tutti l’infinita varietà delle perversioni sessuali. Pensate a ciò che volete – nomi, cose, animali, vegetali o città – sembra che non esista nulla che non possa essere inserito all’interno di un contesto erotico o, peggio ancora, pornografico. Come disse un mio amico che la sapeva lunga: “Se un giorno dovessero sparire tutti i siti pornografici da internet, resterebbe un solo sito con la scritta: “ridateci il porno”. Detto tra noi, credo che tutta questa pornografia non faccia bene agli internauti.
Avete presente la vecchia storiella per cui la pornografia rende ciechi? Si tratta di una di quelle cose che si dicono agli adolescenti per evitare che prendano cattive abitudini. A prima vista, sembrerebbe una sciocchezza a cui tutti abbiamo creduto almeno da piccoli – una favola paragonabile all’uomo nero che porta via i bambini che si comportano male o all’abolizione delle tasse sulla prima casa. La verità è che la pornografia rende davvero ciechi, non in senso medico, ma in senso filosofico. Di fatti, la visione di questo genere di immagini instaura una sorta di cortocircuito nella mente dei viziosi, impedendo loro di riconoscere il valore ed il senso del corpo (proprio ed altrui). Nella pornografia il corpo viene messo a nudo, ma paradossalmente si nasconde, eclissando il proprio significato più vero dietro la brutalità di un gesto inutile, perché meramente ludico e sportivo. Parliamoci chiaramente, quelli della mia generazione non avevano simili problemi. Noi preferivamo di gran lunga il reale al virtuale. Per questo motivo, pochi di noi hanno dovuto mettersi gli occhiali, mentre i giovani di uggi fanno fatiche anche a leggere quella che scrovono sui propri, insulsi, blog.

2. Il Mascalzone latino tra lussuria e parole.
Tempo fa, su internet, girava un post in cui venivano elencati tutti i modi per dire che una donna è una donna di facili costumi. Ne abbiamo a bizzeffe. Se consideriamo anche il vernacoliere, superiamo i 180 appellativi. Al contrario, esistono pochissimi modi di insultare un maschio asserendo che si tratta di un maschio di facili costumi – per lo più, si tratta di antichi e desueti termini dialettali.

Prestate attenzione a questo semplice ragionamento che chiamerò “il loop infinito della passeggiatrice”:
1) un maschio che ama camminare è un passeggiatore, una passeggiatrice è una donna allegra;
2) un uomo pieno di spirito e di vitalità è un uomo allegro,una donna allegra è una donna disponibile;
3) un maschio pronto a farsi in quattro per gli altri è un maschio disponibile, una femmina disponibile è una buona donna;
4) un uomo che fa volontariato è un uomo buono, una buona donna è una donnaccia;
5) un maschiaccio è un uomo antipatico e brutale, una donnaccia è una passeggiatrice.

Il fatto è che per la nostra cultura l’uomo che frequenta molte donne è un eroe, mentre una donna che frequenta molti uomini è una sciagurata. In tal modo, si palesa l’immensa ingenuità del maschio italiano che, da sempre, si illude di essere un seduttore di sante. Se volessimo trovare una differenza tra maschi e femmine, questa non starebbe di certo nella propensione al vizio, ma nel fatto che i primi “si vantano di fare cose che non hanno mai fatto, mentre le seconde hanno avventure che non racconteranno mai”.

3. Ispirazione
Queste brevissime considerazioni sulla lussuria mi sono venute in mente circa un mese fa, mentre stavo studiando il testo di un collega francese. Verso la metà del libro ho trovato un esplicito riferimento alla sregolatezza delle orge che si svolgono nella zona dei Castelli Romani. Sono rimasto parecchio stupito. Pensavo che i Castelli fossero famosi solo per la porchetta, il vino buono e la perniciosa presenza di tifosi laziali. Come prima cosa, ho dunque aggiornato il mio archivio mentale, aggiungendo a quanto menzionato l’hashtag #orge. Subito dopo, ho iniziato a pormi delle domande: cosa spinge i romani a darsi appuntamento in queste ville per lasciarsi andare alla più sfrenata e disinibita perversione? Per quale motivo persone apparentemente normali sentono il bisogno di scendere ad un tale livello di degradazione animale? Cosa scatta nella testa di questa gente?

Ma soprattutto, perché non mi invitano mai?