Credo che farei fatica a dire quale è il mio romanzo preferito di sempre. Voglio dire, se tu me lo chiedessi così, su due piedi, due gambe, un naso e due braccia, credo che farei fatica e ti risponderei che si tratta di una domanda troppo complicata per rispondere senza pensarci per almeno trenta minuti, sei ore e ventinove mesi.
E tuttavia, se proprio fossi costretto a rispondere oggi, 1 ottobre 2023, io ti direi che Cent’anni di solitudine è Il Romanzo dei romanzi, La Storia dove tutto ciò che è umano, e vivo, e vero è stato raccontato con impareggiabile e leggiadra maestria.
Se ti dovessi rispondere oggi, su due piedi, due gambe, un naso e due braccia, ti direi che Cent’anni di solitudine rappresenta l’ineguagliabile manifesto della Fantasia. Non è “un” romanzo, è La Letteratura del ‘900.
Beato chi non l’ha ancora letto, perché può ancora goderselo partendo da zero. Beato chi lo rileggerà, perché ogni volta scoprirà sfumature e suoni e sapori nuovi, disseminati in questo infinito dedalo delle meraviglie.
Ho appena finito di vedere “Strappare Lungo i Bordi” – La serie di Zerocalcare – ecco, come promesso, la mia recensione critica, priva di spoiler.
Le tre cose che non mi sono piaciute.
1) Le parolacce. La parolaccia ci sta, ci può stare, nessuno lo nega. Zero le ha sempre usate. Però ultimamente esagera. Caro Michele, va bene che sei gggiovane e romano de Roma, ma non sei obbligato a scrivere dialoghi del tipo “A faccia da cxxxo non ce stai a capi un cxxxxo, sei popo uno strxxxx e mo’ m’hai rotto er cxxxo” (non sto esagerando). In rari ma fastidiosissismi momentii mi ha fatto tornare alla mente una poesiola del mai troppo compianto Roberto Freak Antoni intitolata “italiano ridens” che faceva più o meno così: “strxxxo, cxxxo, mxxxda, stxxxo, putxxxx… continuare ad libitum….” Quindi, Zero carissimo, stai un po’ a esagerà co sto turpiloquio. Magari datte na calmata, non lo so, va tutto bene, per carità, ma come dicono dalle parti mie: anche meno.
2) La recitazione. La serie è quasi del tutto “recitata” dall’Autore, che doppia se stesso e molti altri personaggi (quasi tutti). Ora, abbiamo capito che sai disegnare, che sai fare il regista, che sai fare i fumetti, i reportage giornalistici a fumetti e i romanzi a fumetti, insomma, sappiamo tutti che sei er mejo figo der bigonzo, ma perché devi fa proprio tutto te? Vojo dì, a sto punto pija na chitarra e sonate pure la colonna sonora, no? Insomma, Michele, te sto a dì che sarebbe stato meglio (molto meglio) usare un attore per doppiare la serie. C’hai la dizione de uno che parla con la bocca piena de vino e reciti peggio del pupazzetto tuo che c’ho sulla scrivania… è possibile che nessuno te l’abbia fatto notare?
3) La battuta “sudato come un Kebab”. La prima volta fa ride, ma dopo tre volte diventa un disturbo formale del pensiero.
Detto questo. Nella speranza che nessuno si arrampichi sugli specchi per contraddire le evidenze oggettive e scientifiche sin qui segnalate (ovviamente sono ironico), vi consegno il mio giudizio finale sulla serie “Strappare Lungo i Bordi”: è una bomba, si merita certamente un bel 30 (ma senza lode).
Ho riso molto (come mi aspettavo) e ho pianto (un po’ perché, come cantava Militant A qualche anno fa, “mi sono fatto morbido negli anni,” un po’ per empatia e drammatica immedesimazione biografica con la vicenda narrata).
Ad ogni modo, in questo cartoon, pur considerando i piccolisimi difetti menzionati, c’è tutto il genio sconfinato e tutta la immensa bravura di (Z)ZeroCalcare. “Strappare lungo i bordi” fa riflettere, è spietatamente autobiografico e generazionale, diverte e commuove…
A Michè, la lode a sto giro te la sei giocata, ma quanto poi esse bravo, mannaggia a te…
Unica preghiera, se puoi, meno parolacce. Che inizi a rompe er caxxo.
Il video me l’ha mandato Flavio. Si vedeva questo ragazzino di quattordici, quindici anni, in controluce, su un tetto, al tramonto, mentre suonava con grande passione la sua chitarra elettrica, invadendo Piazza Navona, al tramonto, con la infinita poesia di Sally di Vasco Rossi.
Per commentare il video, Flavio aveva aggiunto tre parole vigliacche: “Questo eri tu”.
Il volo pindarico di una grammatica improbabile, un colpo mancino di cui solo gli amici che ti conoscono da una vita sono capaci. “Questo eri tu“.
Effettivamente. Un adolescente di folta chioma e profilo greco intento a combattere i suoi demoni, attorcigliato attorno ad una chitarra dal suono distorto.
A rendere tutto più forte c’erano le note di Sally, il testo che esse evocano, così incredibilmente adatto alla melodia della canzone: “Perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopa la follia, sopra la follia”. La lancinante nostalgia di uno dei brani più belli mai scritti dal Blasco. “Per vivere davvero ogni momento, con ogni suo turbamento, come se fosse l’ultimo”. La sua maestria nel narrare con poche, precise, parole, un universo di emozioni, la storia di una vita.
Quel giorno ho immaginato per la prima volta Clizia, la protagonista del mio ultimo romanzo, l’ho vista chitarrista rock e appassionata fan di Vasco Rossi. Ho deciso che Sally sarebbe stata la colonna sonora del libro e sin dalle prime righe ho messo al fianco di Clizia il gatto Cagliostro, prendendo ovviamente spunto da un felino molto noto ai lettori di Dylan Dog.
Ieri sono venuto a sapere che i prossimi numeri di Dylan Dog saranno dedicati a tre splendide canzoni del Blasco: Jenny, Albachiara e, ovviamente, Sally.
La magia di universi paralleli che si incontrano, chissà come, chissà dove. Lo stupore di fili invisibili che si annodano.
La infinita capacità generativa delle opere d’arte, che scuotono, riempiono e fecondano la nostra anima.
Oggi la mia villa sul mare è silenziosa e serena come non mai, sono sceso nel seminterrato per mettere a posto i ricordi di una vita: il premio bancarella, il trofeo come pianista jazz più dotato di Roma, la coppa per il primo posto alle regionali di scacchi – nel 1996.
Rovistando nei vecchi scatoloni è saltata fuori anche una foto di venti anni fa, assieme a Scarlett Johansson, mi sono fermato a pensare a come sarebbe stata la nostra vita insieme, oggi, se non ci fossimo lasciati in quel modo assurdo e ridicolo, che forse un giorno vi racconterò.
Poi sono salito al primo piano, ho dato istruzioni alla servitù per il pranzo e mi sono messo a meditare davanti al mare, ora sono totalmente solo su questa piccola spiaggia privata fatta di sabbia bianca come l’anima dei puri, penso al futuro, mi interrogo sulle prossime mosse.
Nel pomeriggio prenderò un volo privato per tornare a Roma. Da oggi è disponibile in pre order il mio secondo romanzo e la casa editrice ci tiene che io sia reperibile. Si parla già di un adattamento cinematografico, vogliono che incontri Elio Germano e Andrea Delogu per sondare la loro disponibilità.
Ovviamente nulla di tutto ciò è vero.
Non ho (mai avuto) una villa, una spiaggia privata e la servitù. Non ho (mai) vinto le regionali di scacchi e (purtroppo) non ho mai incontrato Scarlett Johansson.
Perdonatemi, volevo solo capire cosa si prova a parlare di una cosa che non conosci e non hai mai avuto, come quando Meloni, Salvini e Berlusconi ci ammorbano con il rispetto per la “famiglia tradizionale”, discettando pubblicamente su concetti dei quali non capiscono nulla.
10.5.2021
“Onorevole Meloni, cosa è il gender?” “Non lo so, non l’ho mai capito”
È bello che al concerto del primo maggio qualcuno si occupi di politica, è bello che lo faccia un personaggio molto amato dai giovani e che le sue parole siano nette, chiare, inequivocabili.
Fedez ieri ha affermato tre cose che sono sotto gli occhi di tutti.
La lega sta facendo ostruzionismo per bloccare un disegno di legge che gode di larghissimo consenso nel Parlamento e nel Paese.
La lega vanta tra i suoi politici più di un omofobo – dal signore che avrebbe voluto mettere nel forno il figlio gay a quello che chiedeva ai gay di comportarsi “come persone normali”.
Gli ultracattolici intransigenti di destra sono, nella migliore delle ipotesi, una massa di ipocriti in buona fede.
Scandalo.
La Rai, che aveva chiesto al cantante una copia del suo discorso, lo ha contattato prima del concerto per convincerlo a non essere così esplicito e diretto.
Queste cose non si possono dire. Magari Salvini si offende.
Scopriamo quindi che la destra ama chiamare le cose “con il loro nome” solo quando deve rivendicare il diritto di insultare e discriminare altri esseri umani.