Quando Parliamo Dell’Amore. Il Mio Buffo (San) Valentino.

0. Premessa.
Ho pensato di dedicare il mio articolo settimanale ad una futile festa commerciale che consente a grandi e bambini di indossare una maschera e recitare un ruolo, fingendo, per qualche ora, di vivere in un mondo di fantasia e essere qualcuno che, in realtà, non sono.

Ovviamente, non sto parlando del Carnevale. In omaggio alla ben più sacra e significativa festa di San Valentino, ho scritto un post sull’amore.

 1. Di cosa parliamo quando parliamo dell’amore? Quando parliamo dell’amore parliamo di un sentimento. E più esattamente di quel sentimento forte e sconvolgente che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita. Quel sentimento che arriva imprevisto e come un tornado spazza via tutto, senza fare prigionieri, che rivoluziona la nostra intera esistenza, che si impone con tutta la forza incontestabile di una vocazione, di una chiamata alla quale non possiamo non rispondere – né, tantomeno, far scattare la segreteria telefonica. Come quando sentiamo il profumo della persona che amiamo, guardiamo nel profondo dei suoi occhi o sentiamo qualcuno pronunciare la fatidica frase: “sono arrivate le pizze”. Scherzi a parte, tutti conosciamo questa prima e fondamentale forma dell’amore che potremmo definire passionale, tramite essa, l’amore si impossessa degli esseri umani, ne modifica radicalmente le azioni, i desideri, il carattere.
La Passione d’amore apre dunque una ferita nella gabbia del nostro ego, rompe le catene della nostra solitudine, ci impone di pensare ad un altro essere umano,  mettendo sotto scacco tutte le nostre più ataviche e radicate difese. Paradossalmente, questo drammatico vento di tempesta – lo Sturm und Drang tanto caro agli adolescenti – ci rende felici. A questo amore che ferisce fa riferimento Khalil Gibran quando scrive che dobbiamo essere felici di soffrire per amore e sanguinare gioiosamente; questa stessa capacità lesiva viene simboleggiata dalla freccia di Cupido; di questo dolore si lamenta Tiziano Ferro quando ci allieta con le sue strazianti serenate.
L’amore come passione è una delle sensazioni più sconvolgenti che un essere umano possa provare. Parlando di questa forma dell’amore, uno dei più grandi teologi del Novecento ha scritto: se perdi te stesso, fosse anche per gli occhi di una zingara, sai per quale motivo corri dietro a Dio e cosa chiedi a Lui.  Per quanto possa sembrare strano, si tratta di un tema molto comune, tantissimi studiosi paragonano la condizione esistenziale in cui si trova chi brucia per la passione d’amore a quella vissuta dai mistici, che, entrando in relazione con l’Assoluto, perdono definitivamente la propria identità. A me capita davanti a un vasetto di Nutella, ma questa è un’altra storia.

 2. Quando parliamo dell’amore parliamo di un dovere.  Qui le cose si complicano tremendamente. Di fatti, quando sentiamo la parola dovere tutti pensiamo immediatamente alle cose più brutte, noiose e tristi della nostra vita, come ad esempio la morte (“ricordati che devi morire”), le tasse (“ricordati che devi pagare l’IVA”) o Sanremo (“ricordati che devi guardare attentamente Sanremo, così domani potrai scriverne male su Facebook”). Eppure, l’amore può essere considerato anche come se fosse un dovere, un impegno, una scelta. Questo significato ci viene tramandato dalla Bibbia, visto che nel Codice di Santità – che si trova nel Cuore del Pentateuco – è scritto di amare l’altro come se stessi. Questo è anche il più profondo insegnamento di Cristo: ama il prossimo tuo come te stesso, il comandamento più importante e difficile da mettere in pratica.
L’amore può essere quindi un obbligo, un impegno, una scelta. Non fraintendetemi, non intendo dire che dobbiamo coscientemente decidere di amare qualcuno che non sentiamo di amare. Intendo dire che possiamo decidere di prenderci cura di un sentimento, esattamente come ci prendiamo cura di una piantina. Tutto ciò che è piccolo, tenero e indifeso può crescere e divenire forte grazie alle nostre amorevoli cure quotidiane. La nostra serietà, la stabilità della nostra affezione, farà crescere la piantina sino a renderla un robusto albero da frutto. Avrete sicuramente visto quella vignetta in cui una ragazza chiede alla nonna: “ma come avete fatto tu e il nonno a stare insieme 45 anni?”. La nonna risponde: “siamo nati in un’epoca in cui le cose rotte si riparavano, non si buttavano”. Adesso capite perché più di metà dei matrimoni della generazione Ikea finisce in divorzio? Tutto quello che ci circonda è programmato per divenire obsoleto prima di subito. Solo così il mercato può indurci a lavorare, comprare, consumare, gettare per poi tornare a lavorare. Questa seconda fase dell’amore è  quindi una forma della resistenza ed è ovviamente molto più seria e profonda della prima, essa coinvolge la nostra razionalità, oltre ai nostri sentimenti, consentendoci di vivere una dimensione affettiva preclusa a chi suole cambiare partner come cambia il telefono cellulare. Nel passaggio dalla prima alla seconda fase Kierkegaard intravede il cambiamento dalla vita estetica alla vita etica, dalla adolescenza alla maturità, dalla biancheria di pizzo ai boxer di pile. Per poter vivere la pienezza dell’amore è dunque necessaria la fedeltà, la serietà, la volontà. Non vorrei scadere nel facile sentimentalismo, ma se mancano queste cose è praticamente impossibile trovare l’altra metà della nostra mela marcia.
E poi, sappiamo tutti che l’unico modo per essere certi di toccare il cuore delle persone è riuscire a divaricarne lo sterno.

 In conclusione, oggi ricorre S. Valentino, spero che possiate trascorrere una bellissima serata con la persona che vi fa battere il cuore, la persona per cui splendono i vostri occhi, la prima persona a cui pensate quando andate a dormire la sera e la prima persona che vi viene in mente quando aprite gli occhi la mattina.

Se invece sarete costretti a trascorrere la serata con il vostro fidanzato, poco male.
La distanza amplifica la passione, sarà tutto più bello, a partire da domani.

Locandina

Il Mio Decalogo.

La sig.ra Marcella S. da Quarto Oggiaro, Milano, mi scrive: “Gent.mo Professore, visto che lei è tanto bravo a criticare tutto quello che facciamo su Facebook, potrebbe dirci anche secondo lei cosa e come dovremmo scrivere?”. Certamente sig.ra S., di seguito, le propongo il mio infallibile decalogo per scrivere un post perfetto.

1) Scrivi frasi brevi e concise. Evita di condividere un post chilometrico, pieno di incidentali, costruito in maniera barocca, con tante di quelle parentesi che si aprono e si chiudono da non consentire ai tuoi lettori di intuire dove intendi andare a parare. A meno che tu non voglia coscientemente disorientare le persone che stanno leggendo, il che, diciamocelo chiaramente, potrebbe anche ritorcersi contro di te, perché se ti dilunghi eccessivamente, continuando a menare il can per l’aia, senza mai arrivare a un punto che sia uno, neanche per il gusto di prendere fiato – o peggio sputare per terra – costringi i tuoi contatti a rileggere molte volte prima che capiscano che, in fondo, non hai nulla da dire e ti spediscano a raccogliere ortiche assieme agli amici con cui scherzava il buon Battiato, in una vecchia canzone di tanti, tanti, anni fa. Soprattutto, evita le ripetizioni: scrivi frasi brevi e concise.

2) Parla di cose specifiche con specifica specificità. Siamo sempre pronti a giudicare ed etichettare tutto: è una mania. Sembra che ogni cosa, fatto, persona, nome, città o animale debba essere necessariamente catalogata e dunque inserita all’interno di un genere preconfezionato Distinguiti dalla massa: parla in maniera specifica di cose specifiche, perché ogni generalizzazione è falsa ed è sicuro indice di ignoranza. Soprattutto, le persone che generalizzano si lavano poco, sono sciocche e anche molto ingenue.

3) Sii gentile. Possibile che dobbiamo utilizzare Facebook come se fosse un orribile “sfogatoio”?   “Se te incontro pe’ strada, te stacco le braccia e te ce pijo a schiaffi”;  “Me te metto in tasca e te meno quanno c’ho tempo”; “Fa conto che er nome tuo all’anagrafe l’hanno segnato a matita”. Vi siete mai domandati quanto siete inutilmente aggressivi in una ipotetica scala che va da zero a Vittorio Sgarbi? Questo “luogo” ci offre la possibilità di entrare in contatto con tante persone, comunicare e condividere i nostri pensieri. Perché dovremmo sprecare una simile opportunità insultando gli altri? Mi rivolgo soprattutto a te fascio-comunista, catto-laico e carnivoro-vegano, sempre pronto a sfidarmi a duello per ogni sciocchezza, spero che ti blocchino l’account e che, mentre sei offline, ti brucino la fattoria di Farmville. Scherzi a parte, deponiamo le armi. E scambiamoci un segno “mi piace” (cit.).

4) Sii modesto. Diciamocelo chiaramente, “chi si loda si sbroda”. Non è bello leggere continuamente post in cui i nostri “amici” ci sbattono in faccia di aver ottenuto una promozione sul lavoro, di aver conseguito un Dottorato a Harvard, o, peggio ancora, la ricevuta della scommessa vinta domenica scorsa. Ci vuole un po’ di decenza, ragazzi. Est modus in rebus. Non sono diventato uno dei blogger più seguiti in Italia pubblicando ogni settimana le statistiche di wordpress.

5) Sii sempre esplicito e diretto. Se devi scrivere qualcosa, per favore, scrivila. Non ha senso sottintendere e minacciare gli altri utenti con linguaggio discutibilmente mafioso. Basta, per favore. Non abbiamo nè il tempo nè la voglia di seguire le tue complicatissime elucubrazioni mentali. Che poi, gira che ti rigira, sono sempre i soliti a pubblicare questo tipo di post. Gente che quando ti incontra per strada ti saluta sorridendo, ma appena volti le spalle sparla di te con il giornalaio. E sappiamo tutti di chi sto parlando.

6) Cura il tuo linguaggio. Non usare slogan pubblicitari o formule gergali di moda. Possibile che tu non abbia un modo personale di esprimerti? Possibile che ti siano entrati in tal modo nel cervello che non riesci più a formulare neanche un piccolo, miserrimo, pensierino per conto tuo? Facebook ti domanda a cosa stai pensando, non quale pubblicità hai visto ieri sera. La nostra lingua è la cosa più intima che abbiamo, è la nostra personalità. E poi boh, chi parla male, pensa e vive male. Per tutto il resto, c’è mastercard. Ma anche no. Applausi.

7) Non diffondere bufale e notizie inventate. Fa attenzione a controllare la veridicità di ciò che scrivi. Due mesi fa il nostro governo ha rischiato un clamoroso incidente nucleare con la Bulgaria perché una ragazza di Vercelli aveva condiviso su Facebook una notizia completamente inventata. Come questa.

8) Condividi pensieri che abbiano un minimo di interesse. Non intasare le bacheche altrui aggiornando continuamente le persone sulla tua – banalissima – vita privata. L’ultima volta che Facebook è stato offline sono caduto nel più profondo sconforto, ho pensato: “magari in questo preciso momento qualcuno dei miei contatti si sta preparando un caffè. Ma io non lo saprò mai”. Scherzi a parte, siamo certi che tu abbia una vita fuori di Facebook, ma forse hai dimenticato la password (cit.). Ora vi saluto, ogni domenica, dopo aver pubblicato il mio post, vado a prendermi un cappuccino al solito bar.

9) “Accade spesso che li omini, procurando di voler apparir istruiti, siano usi citar frasi a di trattati et libercoli che, in veritate, non ebbero mai modo di comperare o leggere. In tal modo,  si mostran tristemente ignoranti et vanesi, facendo una pessima figura sul faccia-librum”. N. Machiavelli. O forse era Petrarca. Ps: controlla le citazioni.

10) Non pretendere mai di insegnare agli altri cosa e come dovrebbero scrivere. Internet è bello perché ciascuno può dire e fare quello che gli pare senza curarsi minimamente di quello che fanno gli altri. Come nel Partito Democratico, ma con meno conflitti.

Dimmi Con Chi Vai. Una Guida Per Correggere I Difetti Degli Altri

Ieri mattina stavo (ri)vedendo il grande Lebowski – uno dei capolavori dei fratelli Coen. Riflettevo su quanto fosse ben assortita la coppia che il protagonista Drugo forma con il suo miglior amico. Il primo è un vero e proprio hippie: è pacifista, sereno, ironico, pronto a scherzare su tutto e tutti. Il secondo è un guerrafondaio che non perde occasione per attaccare briga con chiunque, alzare la voce, aggredire o, addirittura, tirare fuori la pistola per minacciare di morte i suoi sventurati nemici. Se ci pensate bene, si tratta di un vecchio espediente narrativo: moltissime coppie comiche sono nate in base a questo schema. Prendete due personaggi e assegnate loro ruoli opposti e complementari. La miscela sarà esplosiva perché ciascuno, mettendo in scena i propri difetti, esalterà i tic, le nevrosi, la follia dell’altro personaggio. Spesso questa complementarietà caratteriale sarà rappresentata anche a livello fisico, corporale. Se uno dei due è magro, l’altro è grasso; se uno è basso, l’altro è alto; se uno è bello, l’altro è brutto. A mero titolo di esempio, pensiamo a  Stanlio e Olio, Franco e Ciccio, Renzi e Brunetta.

Con Chi Vai

Scherzi a parte, la faccenda ha anche un versante drammatico. Quando un mio amico andò al primo incontro con il suo analista, quest’ultimo lo pregò di tornare con la moglie. Il mio amico la prese con ironia e domandò se fosse un espediente per raddoppiare la parcella, sentendosi rispondere che una buona parte dei problemi psichici che aveva dipendevano dai problemi della persona con cui passava più tempo. Perché accanto a un uomo stressato ci sarà sempre una donna ansiosa, accanto a una donna depressa ci sarà sempre un uomo egoista, accanto a un uomo silenzioso ci sarà sempre una donna logorroica. Accanto a una donna perfetta, ci sarà Salvini.

Tutto questo mi ha suggerito una serie di riflessioni che vorrei provare a mettere in ordine e condividere con voi.

1) Il trionfo dell’ottimismo. Spesso ad attrarsi e successivamente legarsi non sono due persone mature, sane, felici, ma due malattie, due solitudini, due sofferenze. Il risultato è che ciascuno rimane chiuso nel suo ego, mentre le rispettive nevrosi fanno conoscenza, iniziano a copulare e decidono di mettere su famiglia. Un meccanismo che potrebbe essere descritto con i versi di un celebre poema del sempre gioioso Robert Smiht (The Cure) “this is why i hate you/and how i understand/that no-one ever knows or loves another” (questo è il motivo per cui ti odio/e il modo in cui capisco/che nessuno conosce o ama davvero nessuno). Voglio dire, capita che le persone non facciano amicizia e non si innamorino, ma scelgano più semplicemente la propria vittima, il proprio carnefice. Siamo angeli con un’ala sola, possiamo volare solo abbracciati. Ma anche no.

2) Psicologia. Avete presente lo psicologo di cui abbiamo parlato prima? A prima vista la sua reazione sembrerebbe perfettamente sensata. Ma se dopo aver parlato con la moglie avesse chiesto di parlare con la migliore amica della moglie, con suo padre o con la sorella del suo vicino di casa saremmo stati meno propensi a pensare che fosse una persona seria. Gli avremmo consigliato di cercarsi uno psicologo. “Dio li fa e poi li accoppia”. Vero, ma questo non significa che due persone uguali stiano bene insieme. Per lo più, le coppie di lunga durata sono composte da calzini spaiati.

2.1) Sapete quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina? Uno. Ma ci vorrà un sacco di tempo, costerà un sacco di soldi e soprattutto la lampadina deve voler essere cambiata. Consentitemi la battuta. Lungi da me gettare discredito sulla categoria. Sono il primo a credere fermamente nella utilità di questa scienza. Ad esempio, la scorsa settimana ho parlato a lungo dei miei problemi col mio psicologo. Ha detto che siccome apprezzate e condividete i miei post, vuole vedere anche voi (cit.)

3) Tutto torna. Torniamo seri: io credo che se vogliamo vivere serenamente dobbiamo iniziare a dubitare della nostra capacità di cambiare gli altri. Prima di tutto, le persone devono essere comprese. Una volta comprese, tutto quello che possiamo sperare di fare è di accettarle e anticiparne le mosse con un certo grado di sicurezza. Se c’è una cosa facile da capire, in queste dinamiche, è che tutto si ripete. Gli ipocriti, i cattivi, gli invidiosi non sono cambiati rispetto al giorno in cui li abbiamo conosciuti. Si sono rivelati. Mentre i vecchi traditori che sono ancora al nostro fianco non sono affatto redenti. Sono diventati più bravi a mentire. La colpa non è (tutta) di queste persone. Essi agiscono secondo la propria natura. La colpa è (anche) nostra che non riusciamo comprenderne – o non vogliamo accettarne – i limiti. Come recita un antico detto slavo: “se mi inganni una volta, devi vergognarti tu. La seconda volta, dovrò vergognarmi io”.

3.1) In questi giorni si parla tanto di coppie, unioni, matrimoni. Nessuno dice che molte coppie falliscono perché sono fondate su di un semplice equivoco: “Le donne sposano gli uomini sperando che cambino. Gli uomini sposano le donne sperando che non cambino. Resteranno entrambi delusi”. Detto tra noi, non ricordo bene chi sia l’autore di questo aforisma. Avrei giurato che fosse Oscar Wilde, ma qualcuno, in rete, cita Einstein. Non ha troppa importanza. In fondo, da quando esistono i social network tutti gli autori si sono (con)fusi in un unico grande mostro senza volto. Come Anonymous, Luther Blissett o il Partito Democratico.

4) Conclusioni. Smettiamola dunque di voler cambiare a tutti i costi gli altri e mettiamo noi stessi al centro del mondo. Se gli altri ti deludono è perché ti sei illuso. Se ti trattano male è perché ti fai trattare male. Come dicono i toscani: dove c’è un furbo c’è un bischero (a proposito di toscani che la sanno lunga: bentornato Mister!). Insomma, se vuoi attivare e conservare relazioni sane, prima di tutto, pensa a curare te stesso. Funziona. Inizierai da subito a frequentare una persona migliore.

A Cena con Marco. Il Riassunto della Settimana.

Ieri sera sono andato a cena con il mio vecchio amico Marco. Siamo stati in un ristorante in cui non ero mai stato prima, in zona Ostiense, vicino alla Piramide Cestia. Ottimo rapporto qualità/prezzo, clientela eterogenea, arredo in stile pub irlandese, musica in filodiffusione… il tutto avvolto da una godibile atmosfera da Capitale Europea che per i locali romani non è proprio così ovvia e scontata. Come me, Marco è cresciuto qui, ma vive e lavora all’estero. Approfittiamo quindi delle rare occasioni in cui siamo contemporaneamente a Roma per rivederci e fare quattro chiacchiere.

In fondo, entrambi viviamo sospesi tra due città. Lui viaggia tra Roma e Parigi, mentre io mi divido tra Roma e Teramo… tuttavia, io ho il privilegio di poter lavorare anche a Avezzano.
E questo, in un certo qual modo, bilancia le cose.

Dopo aver parlato di argomenti troppo personali per essere riportati su un blog – a proposito, so che mi stai leggendo: ti ho mandato il numero di quel terapista di coppia sul tuo falso profilo di Facebook – abbiamo fatto il punto della situazione, commentando le notizie più eclatanti della settimana.

Notizie

– Come vanno le cose a Roma?
– Come vuoi che vadano? Crollano i palazzi e non abbiamo più neanche Marino a cui dare la colpa.
– Ahahah! Io invece ho pensato che se dovesse nevicare sentirò la mancanza della micidiale macchina organizzativa di Alemanno. La foto del Sindaco con la pala è una delle cose più divertenti che abbia visto dai tempi in cui La Russa indossò la tuta mimetica.
– Ridi ridi, ma la verità è che siamo stati commissariati. In questo momento governa una persona stata scelta dall’alto, ma che non ha votato nessuno.
-Esattamente come Renzi.
-L’ultima volta che mi hanno lasciato votare è stato quando ho eletto l’Amministratore del Condominio. E non sono neanche troppo sicuro che la vecchietta del secondo piano non abbia subito pressioni dall’Unione Europea.
-Parliamo di altro, ti prego, ché se ci mettiamo a parlare di Roma mi deprimo.

-Hai ragione. Hai sentito di questa storia degli Oscar?
-No, che storia?
-Pare che gli attori di colore si siano rifiutati di andare alla cerimonia perché non ci sono candidati afroamericani.
-Insomma, si tratta di una protesta contro il razzismo di Hollywood?
-Esattamente.
-No. Non lo sapevo, però mi hanno detto che non andrà neanche Sarri.
-L’allenatore del Napoli?
-Ha dichiarato che anche se non ci saranno negri, sarà comunque pieno di finocchi.
-Ti ho mai detto che il tuo humor è peggiorato da quando sei diventato una web star? Ti dispiace se parliamo per un attimo di cose serie?

-Dimmi.
-Pare che novantadue persone al mondo possiedono metà della ricchezza disponibile.
-Non è possibile.
-Assolutamente. 92 persone. Era in prima pagina sul Manifesto.
-Non ci credo.
-Impressionante, vero?
-Impressionante che la gente si stupisca.
-In che senso?
-Sono anni che l’economia è sempre più globale: la distribuzione si mangia la produzione. I grossi diventano giganti, i piccoli diventano sempre più piccoli e vengono schiacciati come formiche. La classe media sta scomparendo. E sarà sempre peggio. Possibile che gli italiani si sveglino solo ora?
-Sino ad oggi erano troppo occupati a indignarsi per cose più serie di questa.
-Ad esempio?
-Ad esempio, il Sindaco di Quarto non ha reso pubbliche le pressioni mafiose a cui sarebbe stato sottoposto per aver forse fatto un mezzo abuso edilizio. L’opinione pubblica si è indignata, il Sindaco è stato prontamente isolato e la classe dirigente italiana ha dimostrato di possedere i giusti anticorpi per reagire alle infiltrazioni mafiose.
-Stai parlando della stessa classe dirigente che ha da poco nominato un signore condannato per il rogo della Thyssen a Direttore Generale dell’ILVA ?
-Esattamente.
-Poi dici che il mio humor è peggiorato.
-Certo. Il mio è sempre stato pessimo.
-Uno a uno, palla al centro.

-Hai notato i ragazzi del tavolo a fianco?
-No. Cos’hanno?
-Sono silenziosi. Avranno si e no venti anni… sono qui da due ore e non fanno che consumarsi i polpastrelli sui rispettivi cellulari. Ai miei tempi, quando andavamo a mangiare con gli amici facevamo più casino di una puntata di uomini e donne condotta da Sgarbi.
-A proposito di devianza giovanile, Rudi Guede è  finalmente apparso in televisione per una lunga intervista.
-L’ho vista…
-Mentre Pietro Maso ha dichiarato: adesso mi dedicherò agli altri. Chissà quanto prende per una suocera.
– Questa l’hai letta su internet. Fammi indovinare… Spinoza?
– Prugna.
– Vabbè, c’ero andato vicino. Poi ci sarebbe la storia delle unioni civili, il Papa ha detto che non vanno confuse con il matrimonio.
– Vorrà risparmiare sul regalo…
– Ahaha! Anche questa non è farina del tuo sacco. Prugna?
– Kotiomkin.
– Ad ogni modo, ho letto l’ultimo status che hai pubblicato, quello sulla moda dello spotted… le ragazze universitarie che scrivono il nome dell’Ateneo sul corpo. Quando ho visto le foto, ho pensato: possibile che siamo caduti così in basso? Viviamo in un mondo così povero di valori? Così tremendamente triviale? Se proprio dovete usare l’hashtag  #escile, allora, toglietevi, questo, dannato, reggiseno.
– Hai ragione. Io invece ho pensato che fosse una mossa politica
– In che senso?
– Credevo fossero le primarie di Forza Italia.

-Scusa, Potresti evitare per un attimo di fare battute che hai letto su Facebook?
-Va bene, citerò allora una frase di Gibran: “Dio mi liberi dalla saggezza che non piange e dalla filosofia che non ride”.
-Bella. Sei sempre un grande. Vedi che se ti impegni viene fuori l’uomo di cultura. Non dirmi da quale libro l’hai presa, voglio indovinare… Il Profeta?
-No.
Il Giardino del Profeta?
-No.
Le ali spezzate?
-Twitter.

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Il Museo del Louvre riceve 8,5 milioni di visitatori ogni anno. Questo blog è stato visto circa 210.000 volte nel 2015. Se fosse un’esposizione al Louvre, ci vorrebbero circa 9 giorni perché lo vedessero altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.