La Benedetta Dannazione di Chi è Nato Secondo

1. “L’abbiamo già visto”.
Per i genitori, l’infanzia del secondogenito è una replica di quanto hanno già visto fare dal primo – interessante quanto i sondaggi elettorali del Tg7. Intendo dire che tutto quello che egli fa, nel bene e nel male, è stato già studiato, affrontato e risolto una prima volta. Il suo primo giorno di scuola è, per i genitori, il “secondo primo giorno di scuola”, la sua prima malattia è la “seconda prima malattia”, le sue prime parole sono le “seconde prime parole”. Considerato che durante l’infanzia l’attenzione e l’approvazione dei genitori è importante più o meno come il sole, l’acqua, o l’aria, non dobbiamo stupirci se i lettini degli psicologi sono pieni di secondogeniti intenti a rimettere insieme i pezzi della propria vita. Non sto dicendo che il secondogenito è meno amato del primo, ma di certo egli non riesce ad ottenere le stesse attenzioni. Per il semplice fatto che i genitori, per quanto buoni, intelligenti e preparati, sono comunque esseri umani. E gli esseri umani ricordano con imperitura emozione il primo bacio. Non il secondo.

Il Secondo

2. Le cose difficili diventano facili.
Ancor di più, mentre il secondogenito è impegnato ad affrontare gli esami di quinta elementare, il primogenito sta affrontando gli esami di terza media, i primi compiti in classe del liceo, o, peggio ancora, i primi esami universitari. Mentre il secondogenito  organizza il suo matrimonio, l’intera famiglia è impegnata a festeggiare il secondo divorzio del primogenito. Insomma, tutto ciò che era difficile ed importante, tremendamente importante, quando veniva affrontato dal primo – al punto da rappresentare un vero e proprio affare di Stato – diventa noiosamente semplice ed ordinario nel momento in cui è il secondo a doversene occupare. Guarire da questo trauma è tanto facile quanto superare il trauma di aver perso una finale di Coppa dei Campioni. In casa. Ai rigori.

Ma c’è di più, e di peggio.

3. Piccoli dittatori crescono
Per un lungo periodo della sua infanzia, il secondogenito è costretto a subire le angherie e le prepotenze del primo. Di fatti, il primogenito viene spesso incaricato dai genitori di prendersi cura del secondo. Ma i bambini sono bambini, non sono fatti per sostituire gli adulti. Siccome sono solo bambini, sanno essere tremendamente prepotenti, egocentrici e dittatoriali. Per questo motivo, molti secondogeniti hanno imparato a giocare a pallone facendo il palo nelle partite dei primi. Avete presente quella pubblicità in cui un attempato ed azzimato signore traccia un cerchio per terra  – indicando, metaforicamente, che il proprio istituto di credito gira tutto intorno al cliente? In quella pubblicità recitano un primogenito – il signore che traccia un cerchio – ed un secondogenito: il bastone.

Lentamente, ma inesorabilmente, nella testa del secondogenito si formerà dunque l’idea per cui egli non è stato voluto, partorito ed amato, esattamente come il primogenito, ma è stato più semplicemente ingaggiato, Perché gli facesse da sparring partner.

4. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Infine, il secondogenito tende ad avere maggiori problemi nello sviluppo della propria identità: egli non sarà mai del tutto libero di fare una scelta. Andate a controllare. Accade in ogni famiglia. Il primogenito è un campione olimpionico? Il secondo odia quasi tutti gli sport – ad esclusione del sollevamento Cheese Burger. Il primogenito è bravo a scuola? Il secondo va a ripetizioni di latino da Antonio Cassano. Il primo si diploma al Conservatorio? Il secondo ascolta solo canzoni di Gigi D’Alessio reinterpretate da Fedez. Il fatto è che il secondogenito, avendo compreso che sarà sempre e per sempre secondo, non deciderà mai veramente cosa fare della propria vita, ma reagirà, più semplicemente, alle libere scelte identitarie compiute dal primo. Perché, come si usa dire, “è meglio essere primi all’Inferno che secondi in Paradiso”.

5. Conclusioni.
Quando erano piccoli, i secondogeniti hanno imparato che l’unico modo per attirare l’attenzione del mondo era fare qualcosa, qualsiasi cosa, eccezionalmente bene. Di fatti, il messaggio che viene recapitato al secondogenito è che la sua semplice presenza non basta. Fare le cose che ha già fatto il primo non basta. Egli comprende, intuisce o solamente sente che dovrà lottare duro per guadagnarsi il diritto di essere sotto i riflettori. E lo farà per tutta la vita. Tutto ciò premesso e considerato, il mondo – nella sua versione più bella, esaltante, stimolante e ricca –  è opera dei secondogeniti. Sono i secondi che si svegliano alle cinque di mattina per migliorare di uno 0,3 per cento le proprie capacità ed incrementare le possibilità che hanno di essere riconosciuti, ed amati.

6. Postilla
Non fatico molto ad immaginare le critiche che riceverò per questo post. “Noi abbiamo dovuto sopportare lo stress di essere sempre al centro dell’attenzione!”; “Noi abbiamo fatto la battaglia per il motorino, la battaglia per la discoteca, la battaglia contro gli spinaci e di tutte queste battaglie ha tratto profitto il secondo, che si è trovato la strada spianata”. Può essere vero… nessuno lo mette in dubbio… per carità, magari ne parlerò nel prossimo post… ma oggi non stiamo parlando di voi. Smettetela di pensare di essere al centro del mondo, per una buona volta!

Il Viaggiatore

MACCHINA“Devi cambiare d’animo, non di cielo. […] Perché ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano”.

Seneca, Epistole morali a Lucilio

1. Meraviglioso e pericoloso
Sembra che i termini inglesi “trip” e “travel” – così come il francese “travail”- traggano origine dal nome di uno strumento di tortura che gli antichi romani chiamavano tripalium. Mentre la parola italiana “viaggio” – derivando dal latino viaticum – farebbe riferimento all’eucarestia che veniva somministrata ai moribondi affinché potessero affrontare serenamente il passaggio dal mondo dei vivi al regno dei morti. Non mi stupisce che queste parole abbiano in qualche modo a che fare con il dolore e la sofferenza.

Di fatti, ogni viaggiatore deve affrontare molte difficoltà e molti pericoli, come, ad esempio, il rischio di incontrare i briganti, di contrarre una malattia esotica, o, più semplicemente, di smarrire la retta via e non riuscire a raggiungere la propria destinazione. Eppure, viaggiare è bello, è importante. Dio santifica e benedice i viaggiatori. Per questo motivo, moltissimi miti dell’antichità greca e romana insegnano che gli déi amano recarsi sulla terra travestiti da forestieri – per mettere alla prova i mortali, verificarne l’ospitalità ed eventualmente sanzionarne l’egoismo. Potremmo ipotizzare che l’aurea di sacralità di cui godono i viaggiatori dipenda dal fatto che essi si mettono “nelle mani di Dio”. Abbandonando ciò che possiedono, la tranquillizzante sicurezza del luogo in cui sono nati. Accettando il rischio di aprirsi e di perdersi nel mondo. Scoprendosi umani, deboli ed indifesi.

Gli uomini tendono ad essere abitudinari, precisi, ordinati. Fondano città, costruiscono case, erigono mura a difesa di un territorio nel quale gettano profonde radici. Si sentono figli di una nazione, al punto che credono di avere una terra madre da amare e rispettare ed una patria per cui versare il sangue e morire. Gli uomini tendono ad essere tradizionalisti, hanno paura di mettersi in gioco, di perdere ciò che possiedono nell’incontro con altre e diverse culture. Dal canto loro, i viaggiatori sono folli, imprevedibili, disordinati. Mettono continuamente alla prova i propri limiti – i propri confini– attraversando tempeste epocali ed infiniti periodi di siccità. Esattamente come i pesci, traggono ossigeno vitale dal movimento. Esattamente come la rosa di Gerico, possono nascere e morire infinite volte. Per questo motivo, i viaggiatori sono veri e propri eroi da ammirare ed imitare. Eppure, il ruolo che essi assumono è parecchio complicato e può dar luogo a diverse incomprensioni.

 2.Viaggiare non significa “fuggire”.
Mi rendo conto che il discorso che ho svolto sin qui potrebbe dare adito ad alcuni equivoci. In primo luogo, qualcuno potrebbe credere che, esaltando il valore del viaggio e dei viaggiatori, io abbia voluto stigmatizzare la vita di coloro i quali non vogliono o non possono concedersi il lusso di abbandonare la propria casa per un lungo periodo di tempo. Ma ciò che ho scritto è chiaramente metaforico ed allusivo. Possiamo viaggiare senza uscire dalla nostra nazione, dalla nostra città, dalle solite quattro mura. Così come possiamo percorrere migliaia e migliaia di chilometri ed avere comunque la mente chiusa, restando confinati nelle nostre antiche convinzioni. Come ha scritto Marcel Proust: “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’ avere nuovi occhi”.

La seconda possibile incomprensione, e forse la peggiore, è rappresentata dal fatto che il viaggio si presta ad essere confuso con il turismo: la banalizzazione commerciale di quella che dovrebbe essere un’occasione di maturazione e di crescita. Per questo motivo, è stato giustamente scritto che “il viaggiatore non sa dove sta andando. Il turista non sa dove è stato”. Non sono snob. Mi rendo perfettamente conto che andare in vacanza può essere utile, comodo e spesso anche necessario. Ma questo non significa che possiamo ignorare le differenze che separano Cuore di Tenebra da Abbronzatissima. Chi cerca spasmodicamente un ristorante italiano nel centro di Manila, chi spera di carpire il fascino metafisico dell’India tuffandosi nella piscina di un resort a cinque stelle e chi è disposto a perdersi nel centro di Marrakech solo per trovare un pub che trasmetta il posticipo del campionato di calcio, eviti, per favore, di definirsi “un viaggiatore”. Perché il viaggio è una cosa seria, e come tutte le cose serie, esige rispetto.

Da ultimo, dobbiamo fare in modo di non confondere il viaggio con la fuga. Intendo dire che la curiosità e la smania per la conoscenza non possono diventare la scusa dietro cui trincerarsi per evitare di vivere eticamente. Ovvero, per evitare di assumere qualsiasi vincolo, obbligo o legame. A differenza di passioni più frivole ed estemporanee, l’amicizia e l’amore richiedono tempo, ed una buona dose di dedizione. Avete presente il dialogo in cui la volpe spiega al Piccolo Principe come fare per addomesticarla? Il punto è che senza il rispetto quotidiano di una promessa, senza la stabilità di chi “resta”, è quasi impossibile che nascano l’affidamento e la fiducia necessarie a legare gli esseri umani. Il viaggiatore non possiede nulla, non erige mura a difesa del proprio territorio ed ama attraversare continuamente quei confini che altri uomini sorvegliano con attenzione, ma deve evitare che il viaggio diventi l’occasione per erigere altre e più alte mura. A tutela di una perfetta ed inconsolabile solitudine.

Tutti i Libri Sono Inutili

1. Contagio.
Io credo che tutti i libri siano inutili ed il più grande pregio che possiedono consista proprio nel contagiare il lettore con questa “inutilità”. Vuoi leggere? Devi tenere ferme le mani. In termini molto banali e concreti: non puoi costruire un ponte mentre leggi, non puoi pulire casa mentre leggi, non puoi fare l’amore mentre leggi. Soprattutto, mentre leggi non puoi scrivere. La lettura inchioda gli occhi e le dita. Quando apri un libro, la tua affannosa e perenne tendenza a “fare” viene messa in un angolo, si trova sotto scacco, svilita e definitivamente mortificata. Ecco perché molte persone leggono solo d’estate, in ferie, sotto l’ombrellone. Oppure, poco prima di andare a dormire o mentre sono sul treno. Insomma, molte persone leggono quando non hanno nulla da fare, collegando il gesto – ed il gusto – della lettura ad un momento di inattività. Sapete perché il libro, ai giorni nostri, è diventato un oggetto di largo consumo? Perché richiama alla mente esattamente questa esigenza di stare fermi, questa inutilità. Passiamo la vita tra mille –frenetici- impegni. Per questo motivo, subiamo il fascino di un oggetto che promette – o forse sarebbe meglio dire “impone”- ore di silenzio e di stasi. Comprando un libro facciamo un patto con noi stessi: promettiamo – o forse solo speriamo- che tra le mille avventure e disavventure quotidiane, sapremo trovare e proteggere un “tempo di vuoto”, da dedicare alla cura della nostra anima. Voi direte che quando leggiamo stiamo apprendendo qualcosa e che quindi stiamo comunque facendo qualcosa di utile. Direte che il lettore sembra fermo, ma si muove interiormente: preso per mano dall’autore, egli raggiunge ed esplora immensi territori. E’ vero. Ma non si tratta di un’attività come tutte le altre, questa è una attività essenzialmente passiva. Proverò a spiegarmi meglio nel prossimo paragrafo.

2. Fermo. Passivo.
I libri insegnano la passività. Questa è la prima, fondamentale, fatica che essi impongono. Di conseguenza, non tutti tollerano la lettura. Di fronte alla sola ipotesi di leggere un libro alcune persone provano noia, fastidio. Si tratta di coloro i quali sono troppo pieni di sé per ascoltare la voce di un altro. Si tratta di coloro i quali, mentre parli, pensano a come replicare, piuttosto che provare a capire cosa stai dicendo. Le persone egocentriche non amano leggere, perché leggere vuol dire “accogliere”. Vuol dire “ospitare”. Leggere significa propiziare il miracolo di un contatto. Fare in modo che dentro di noi, nel più intimo della nostra mente, si accenda ed inizi a brillare un’altra voce. La cosa più difficile di tutte è accettare senza paura che questo contatto avvenga. Se vuoi capire un libro, devi essere in grado di interrompere la tua voglia di fare ed il tuo continuo dialogo interiore: devi smettere di dire “io” per comprendere ciò che l’autore ha inteso comunicare. Nel modo, e con i tempi, che egli ha scelto.

A mio avviso, la principale lezione della lettura è tutta qui: nella peculiare ed illuminata cura della passività che essa suggerisce ed impone.

ZENDUE

La tazza di tè.
Un giorno, un maestro zen accolse due pellegrini che avevano fatto molta strada per raggiungerlo. Mentre preparava il tè, i suoi ospiti gli spiegarono che, in passato, avevano provato a studiare con molti maestri, ma nessuno li aveva aiutati a raggiungere l’illuminazione. Erano dunque giunti da molto lontano per supplicarlo di essere accolti come allievi. A quel punto, il maestro offrì loro due tazze fumanti di tè. Dopo il primo sorso, il più giovane degli aspiranti allievi tornò a chiedere, impaziente: allora, maestro, ci accoglierai nella tua scuola? Il Maestro rispose: se vuoi che ti conduca all’illuminazione, impara prima a svuotare la tua tazza.

Un Magnifico Regalo

So che molto probabilmente deluderò molti di voi, ma la verità è che io sono un egoista. A me piace vivere bene e, per vivere bene, prima di tutto, penso a me stesso. Scusatemi, a chi altro dovrei pensare? In fondo, la società è un branco di lupi affamati dove tutti sono in guerra con tutti. Ci sono almeno tre citazioni che mi girano in testa da qualche giorno ed esprimono in maniera nitida questo concetto. La prima è il motto latino homo homini lupus;  la seconda è una frase che recita: “il tuo amore per il prossimo è il tuo cattivo amore per te stesso”; la terza, è una banale domanda retorica: “quando c’ho il mal di stomaco, ce l’ho io mica te, o no?”. La prima frase è stata resa celebre da Thomas Hobbes, la seconda è di Friedrich Nietszche e la terza di Vasco Rossi. A prescindere da quale sia il vostro filosofo preferito, il dato di fatto è che l’egoismo è una cosa naturale. L’uomo è schiavo dell’istinto di conservazione e, per conservare se stesso, è naturalmente disposto a fare qualsiasi cosa. Considerato che io sono molto uomo, e ci tengo a conservarmi bene, ho messo a punto alcune strategie che mi consentono di godermi pienamente la vita.

La prima di queste strategie consiste nel perdonare chi mi ha fatto del male. Lasciate che vi spieghi: dietro questa azione – apparentemente nobile ed altruista- si cela un grande equivoco dovuto al fatto che il verbo “perdonare” viene comunemente pensato ed utilizzato come se si trattasse di un verbo transitivo. Voglio dire, normalmente noi diciamo che abbiamo perdonato qualcuno o qualcuno ci chiede di essere perdonato. Ma la verità è che quando perdoniamo un’altra persona, stiamo, in realtà lavorando su noi stessi. Perdonare è un’azione essenzialmente riflessiva che coinvolge solo marginalmente altri esseri umani. Non ne siete convinti? Pensate un attimo a questo dato di fatto: la persona che abbiamo perdonato potrebbe anche non saperne nulla del nostro perdono – potrebbe persino essere morta, oppure, trovarsi lontano, in un’altra città, in un altro Paese. Queste circostanze non toglierebbero nulla al valore del gesto che abbiamo compiuto. Perché la verità è che il primo – ed alle volte anche l’unico- a beneficiare del perdono è lo stesso soggetto che perdona. A che serve infatti provare astio e rancore? Secondo una saggia frase -la cui paternità è, a dire il vero, incerta- “serbare rancore è come bere veleno e sperare che il tuo nemico muoia”.  Le cose stanno esattamente così: il rancore è un veleno di cui non abbiamo alcun bisogno. Fino a quando sarai inquieto, sentirai il dolore e l’umiliazione del torto che hai subito. Così facendo, aiuterai il tuo nemico a tenere sotto scacco la tua anima. Per quanto possa sembrare paradossale, persino chi ha deciso di vendicarsi non deve provare rancore, perché, insegna la saggezza popolare, la vendetta è come una red bull, deve essere consumata ghiacciata.

Zen

Si racconta di un uomo che si recava ogni giorno a pregare Dio perché lo aiutasse a perdonare il fratello maggiore che, a suo dire, aveva commesso un gravissimo torto nei suoi confronti. Un bel giorno, quell’uomo entrò nel tempio e cambiò finalmente la sua preghiera: “Dio mio, Ti ringrazio dal profondo del cuore per avermi dato la forza di perdonare mio fratello. Da oggi, posso tornare a vivere serenamente, perché, grazie ai Tuoi insegnamenti ed alla santa interdizione del Tuo spirito, mi sento finalmente in pace con il mio antico nemico. Vorrei solo chiederTi un ultimo consiglio: sapresti dirmi cosa devo farne del cadavere?”.

Al contrario di quell’uomo, io sono un egoista ed ho quindi imparato a perdonare. Non per superficialità, ma perché so benissimo che “rimettere” il debito altrui curerà, prima di tutto, le ferite della mia anima. Come dice la parola stessa, il perdono è un magnifico dono – ed io adoro farmi dei regali.

Camminare senza pesi
Un giorno, due monaci zen stavano percorrendo una strada di montagna per raggiungere un monastero che distava molti chilometri dalla città. Su quello stesso sentiero, a pochi passi di distanza, camminava spedita anche una giovane e graziosa ragazza. I monaci fecero in modo di non prestarle la minima attenzione, nel rispetto dei doveri che erano stati loro insegnati. Quando, dopo aver molto camminato in silenzio, arrivarono nei pressi di una grande pozza piovana, videro che la ragazza si era fermata, palesemente imbarazzata ed incerta sul da farsi. A quel punto, uno dei due decise di sollevare la ragazza e di aiutarla ad attraversare la pozza. Una volta giunti dall’altra parte, la giovane ringraziò e, con molto garbo, si allontanò, prendendo un diverso sentiero. Dopo molti chilometri, uno dei monaci ruppe finalmente il silenzio e chiese all’altro: “Perché hai toccato quella ragazza? Non ricordi che le nostre regole impongono di non avere nessun contatto con le donne?” L’altro rispose: “Io ho lasciato quella ragazza alla fine della pozza che abbiamo trovato sul nostro cammino, molti chilometri fa. Tu, invece, la stai ancora portando con te.”.

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La Festa di Confucio. Riflessioni semiserie sul mondo del lavoro.

La scorsa settimana ho fatto quattro passi con mia cugina Simona. Ogni tanto, Simona si ricorda del suo vetusto e saggio cugino e viene a trovarmi. L’idea che si trova alla base delle nostre chiacchierate è che io risponda alle mille domande che affollano la sua mente di giovane studentessa universitaria e la aiuti, attraverso molti ed eruditi riferimenti filosofici, a capire che direzione sta prendendo la sua vita.

La scorsa settimana ho fatto quattro passi con mia cugina Simona. Ogni tanto, Simona si ricorda del suo vetusto e saggio cugino e viene a trovarmi. L’idea che si trova alla base delle nostre chiacchierate è che io risponda alle mille domande che affollano la sua mente di giovane studentessa universitaria e la aiuti, attraverso molti ed eruditi riferimenti filosofici, a capire che direzione sta prendendo la sua vita.

In realtà, passiamo la metà del tempo a prenderci in giro e l’altra metà a litigare. Comunque sia, alla fine della passeggiata, sono sempre le sue domande ad aver chiarito i miei dubbi.

Fiori

1. Dal Giornalaio

Il vecchio esercente sta discutendo animatamente di politica con un cliente. Più precisamente, si lamenta perché hanno aumentato le tasse e conseguentemente diminuito la sua pensione. Io e Simona ascoltiamo pazientemente, compriamo i nostri settimanali ed usciamo.

– Hai capito Simò? Lui si lamenta perché gli hanno diminuito la pensione! A parte che lavora… ma poi dico: ti lamenti? Al posto di essere felice perché hai una pensione… io verso i contributi da almeno quindici anni e non so se ce l’avrò mai, una pensione.
-Beato te.
-…
-Io non so se avrò mai un lavoro.
-Che c’entra? Studiare è già un lavoro, no?
-Affatto, lavoro è quando ti pagano.
-E “rigore è quando arbitro fischia”. Lavoro è quando sudi, ti impegni e fai qualcosa al massimo delle tue possibilità…
-Quindi tu sei stato recentemente assunto da Facebook?
-Ti ho mai detto che sei diventata una signorina acida?
-Dai, seriamente, pensi che io troverò mai un lavoro?
-Ma tesorinomio… certo che lo troverai!
-…
-Solo che dovrai emigrare.
-Cretino.

2. La Festa dei ladroni

Ci incamminiamo verso un centro commerciale che si trova a quindici minuti da casa mia. Accanto al centro commerciale c’è un Mac Donald’s. Accanto al Mac Donald’s, c’è Ikea. Poi dicono che le periferie sono trascurate. Se avessero aperto anche un multisala, avremmo tutto quello che serve per dichiarare l’indipendenza dal Comune di Roma e vivere felici in fiera ed italica autarchia. Raccolgo l’invito di Simona e provo ad essere serio.

 – La situazione è questa: il Paese è letteralmente spaccato, da sempre. La vera divisione non è tra ricchi e poveri, belli e brutti, maschi e femmine o giovani e vecchi. La summa divisio è tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti. I primi accusano i secondi di non lavorare, soprattutto se statali, i secondi accusano i primi di non pagare le tasse, soprattutto se imprenditori.
-E tu da che parte stai?
-Dalla parte di entrambi. Perché, a loro modo, hanno ragione entrambi. I lavoratori dipendenti non lavorano quasi mai al massimo delle proprie possibilità – per usare un eufemismo. E questo significa che rubano. I lavoratori autonomi hanno il vizio dell’evasione fiscale. E questo significa che rubano.
-Quindi la festa dei lavoratori sarebbe, in realtà, la festa dei ladroni?
-No. No. Per carità.
-…
-Casomai è la festa del Concertone di Piazza San Giovanni.
-Se non la smetti di fare battute torno a casa a piedi.
-Va bene, va bene. Keep calm. Secondo te perché imprenditori e dipendenti rubano?
-Perché sono ladri?
-Perché lo Stato mette queste persone nelle condizioni di poterlo o, peggio ancora, di doverlo fare. Hai presente quanto è alta la pressione fiscale nel nostro Paese? Se gli imprenditori pagassero le tasse, fallirebbero prima ancora di aprire. Il sistema politico vuole che questa gente viva nell’illegalità. Solo così possono essere ricattati.
-E gli statali?
-Punto primo: gli statali non vengono pagati. Uno statale guadagna la metà della metà della metà di quanto guadagnerebbe chiunque svolgesse le sue stesse identiche mansioni nel privato. Punto secondo: gli statali sono costretti a lavorare dentro strutture fatiscenti, nel rispetto di milioni di regole assurde, combattendo con pochi ma molto pericolosi colleghi scansafatiche che non possono, non vogliono o non sanno fare nulla. Indovina chi ha fatto costruire le strutture fatiscenti, ha creato le regole assurde ed ha fatto assumere gli scansafatiche?
-Insomma, tu giustifichi entrambi.
-Assolutamente no. Io ho solo individuato una causa. Ricordati sempre: “due torti non fanno una ragione”.
-Aspetta che questa me la segno, di chi è? Jovanotti?
-Confucio.

3. Al bar.

Entriamo nel centro commerciale. Al solito bar, io prendo un caffè, Simona prende un caffè macchiato freddo con latte scremato in un bicchierino di vetro. La sua non è un’ordinazione, è un algoritmo evolutivo.

– Insomma secondo te cosa bisognerebbe fare?
-Abbassare drasticamente le tasse, stabilire pene severe per gli evasori e far rispettare la legge. Pagare meno, pagare tutti.
-E con gli statali?
-Alzare gli stipendi, migliorare le strutture, semplificare la burocrazia e licenziare senza pietà chi non può, non vuole o non sa fare il proprio lavoro.
-Bello…. C’è posto anche per gli unicorni in questa tua visione politica?
-Non c’è niente di peggio che una giovane renziana che non sa sognare.
-Sognare? Ma di che parli? Non hai capito che c’è la crisi?
-Adesso sei tu che scherzi. I tempi facili non sono mai esistiti. In passato, i giovani dovevano fare i conti con altri ed altrettanto gravi problemi. Voglio dire: tuo padre è nato durante la guerra; prima della guerra c’è stata la dittatura, dopo la guerra c’è stato il terrorismo. Non sto dicendo che la situazione sia facile, sto dicendo che le sfide non ti devono spaventare. Ricordati sempre quello che diceva il Comandante Ernesto Guevara: “le battaglie non si perdono, si vincono. Sempre”.
-Il Comandante non tifava per l’Inter.
-…
-…
-Soprattutto, ti raccomando una cosa: non assecondare mai la legge generale che vuole che ciascuno si venda ad un prezzo inferiore di quello che vale.
-Aspetta… aspetta… anche questa è una citazione! Hegel?
-Jovanotti.