La vera storia di SanPa – tra luci ed ombre

Mi ricordo bene la stagione dell’eroina. Di ragazzi “sbandati”, per strada, se ne vedevano davvero tanti. Scheletrici, lo sguardo perso nel vuoto, vagavano come zombie per le città. Erano alla deriva, disposti a tutto per farsi. Quando ero bambino mi facevano paura. Al tempo stesso, catechizzato dalle infinite prediche degli adulti che mi circondavano, provavo una pena immensa per loro e per le loro famiglie.

A quei tempi la comunità di San Patrignano era considerata da molti una benedizione divina e Vincenzo Muccioli, suo carismatico fondatore, era, per larghissima parte dell’opinione pubblica, un vero eroe.

Oggi la docu-serie in onda su Netflix racconta anche il lato oscuro della comunità: le catene, i pestaggi, i suicidi e l’omicidio di Roberto Maranzano. Intervistando alcuni e rilevanti ex ospiti, il documentario mette in luce gli aspetti meno noti – e certamente meno condivisibili – del “metodo terapeutico” che utilizzava Muccioli.

Ho trovato di cattivo gusto il finale, che evito qui di citare, per il modo in cui insinua e ammicca, alludendo ad un tema parecchio delicato che avrebbe meritato altri tempi e una ben più ponderata trattazione.

Per il resto, credo che SANPA sia un ottimo resoconto di uno spaccato importante della nostra storia. Perché non si schiera apertamente con i difensori né con gli accusatori di Muccioli – dando diritto di parola anche a chi, come Red Ronnie, ha sempre difeso, in tutto e per tutto, la Comunità.

Resta la certezza che San Patrignano, in quegli anni, abbia letteralmente salvato la vita a migliaia di ragazzi, strappandoli dall’inferno della tossicodipendenza, mista alla convinzione che in quel campo siano stati fatti moltissimi passi avanti e dunque oggi abbiamo la assoluta certezza che le tossicodipendenze si possano curare senza necessariamente sconfinare nell’autoritarismo cameratesco che tanti danni ha fatto nella comunità di più grande e famosa d’Italia.

Nessuna vendetta

Quando ho letto che Pietro Genovese è stato condannato a otto anni di carcere per aver investito e ucciso Gaia e Camilla, ho immaginato orde assatanate di giuristi del web lamentarsi per la clemenza della Corte – senza avere la minima idea di cosa stabilisca il codice penale in caso di omicidio stradale o di cosa abbiano dichiarato periti e testimoni durante il processo.

Poi ho letto le dichiarazioni di Gabriella Saracino – madre di Gaia.

“Sono felice per la sentenza, ma sinceramente dispiaciuta per Genovese”.

Questa frase non contiene alcuna contraddizione, anzi, possiede un elevatissimo valore civile, giuridico e morale.

La madre di Gaia prova un sentimento di soddisfazione che non ha niente a che fare con la sofferenza del condannato, ma riguarda, più esattamente, la necessità di dare un “senso” e un ordine al mondo.

Perché la Giustizia non è odio, rivalsa, vendetta.

Per assurdo, queste stesse parole avrebbe potuto pronunciarle anche la madre di Pietro: mi dispiace per mio figlio, ma sono felice per la sentenza.

Perché la Giustizia vola più in alto dei nostri interessi personali e rende un servizio a tutti, sempre e comunque.

Roma 21.12.2020

Fiat Iustitia Ne Pereat Mundus
[Sia Fatta Giustizia Per Salvare Il Mondo]

Complimenti per lo stomaco

Ieri sono morte quasi novecento persone.

“Quando torniamo in classe? Basta con la DAD!”

Siamo nel bel mezzo della seconda ondata e tutti sono sicuri che ne avremo una terza.

“Ma davvero quest’anno non posso sciare? Ma che vita è?”

Il vaccino non risolverà magicamente tutti i nostri problemi, tanti italiani dichiarano di non volersi vaccinare, e comunque non è ancora disponibile.

“Perché chi vive a Milano può cambiare quartiere mentre io che vivo a Colledellelagne non posso andare a trovare mio cugino che vive a Roccadipietra bassa?”

Il DPCM già ora prevede che sia possibile uscire dal proprio comune per andare a trovare un parente anziano che ha bisogno di cure. L’attuale divieto non ha niente a che fare con vecchi nonni o genitori malati che altrimenti sarebbero soli. Ma il problema principale dell’italiano durante la pandemia non è arginare in tutti i modi il contagio rendendo difficili gli assembramenti, il problema principale è “perché loro sì e io no”.

Avete ragione, avrebbero dovuto impedire anche di uscire dal proprio quartiere. Altro che comuni. Domandatevi come hanno fatto i cinesi a sconfiggere il virus.

“Esagerato!” “Terrorista!” “Professorone comunista e dittatore!”

Ieri sono morte quasi novecento persone.


E voi avete ancora voglia di festeggiare.

La parola “ipocrita”

Da ora in poi, quando cercherete la parola “ipocrita” sul vocabolario, troverete la foto di József Szájer, europarlamentare ungherese, dello stesso partito conservatore e bigotto di Orban, che venerdì sera è stato beccato dalla polizia di Bruxelles mentre si dava alla pazza gioia in un gay party con alcol, droga e altri 25 uomini.

In tempo di covid non è il caso di organizzare orge.

Non è il caso di dedicare la propria attività politica a negare i diritti degli omosessuali e poi passare il tempo libero a fare sesso con altri uomini.

Alla fin fine questi omofobi sono tutti uguali: non sono semplicemente ottusi, hanno anche tanta paura di riconoscere la propria natura.

E guarda caso sono tutti di destra.

La schiena dritta

Napoli – Alfonso Durante aveva settantacinque anni ed era un infermiere in pensione. Aveva deciso di tornare in servizio rispondendo all’appello di un sistema sanitario allo stremo a causa del covid. Quando i suoi parenti gli chiedevano chi gliel’avesse fatto fare, Alfonso rispondeva serafico: non lo faccio per l’ospedale, lo faccio per i pazienti.

Questa è la generazione che Toti definiva “improduttiva”, questi sono i vecchietti tutto sommato inutili per cui, secondo il consigliere comunale di Pavia, staremmo rovinando la vita di tanti giovani.

Gente che corre verso l’incendio per aiutare gli altri, invece di voltare le spalle e scappare a gambe levate.

Alfonso si è ammalato di covid ed è morto, da vero eroe.

Mentre tanti italiani fremono per la riapertura delle benedette piste da sci.