La Mia Recensione Doppia

Se ancora non siete andati a vedere Perfetti Sconosciuti vuol dire che siete in forte ritardo. Di seguito, vi propongo la mia recensione  – evitando di anticipare il finale e/o altri colpi di scena. Più esattamente, vi propongo la mia recensione doppia. Così finalmente capirete perché odio essere bipolare.
È bellissimo.

1) La recitazione di Valerio Mastandrea. Si tratta di una “giovane promessa” che ha iniziato la propria carriera facendo brevi comparsate al Maurizio Costanzo Show dove interpretava la parte del coatto di periferia – insomma, non recitava affatto. Nel film, egli dimostra di essere molto cresciuto da allora e di aver imparato a recitare benissimo. Per molti spettatori, si tratta di una scoperta che vale il prezzo del biglietto – anche se Mastandrea aveva fornito altre ed altrettanto convincenti prove in passato: basti pensare al drammatico “Un giorno perfetto” (2008). Insomma, il ragazzo si è imposto come saltimbanco da due lire e poi ha sfruttato la fama ottenuta per studiare, crescere e migliorare la propria arte, esattamente come ha fatto Jovanotti.
Molti sostengono che anche Renzi seguirà questo schema, ma a quanto pare siamo ancora fermi alla fase Give me Five!

1) La recitazione di Valerio Mastandrea. Troppo facile. A ben vedere, non ci sono altri attori nel film. Badate bene, lo dico con il massimo rispetto per Giallini, per Battiston e per tutti gli altri coprotagonisti. Il problema non è la indiscussa vena artistica di queste persone, il problema è ciò che è stato loro chiesto.  In realtà, nessuno di loro è chiamato a recitare. Sono caratteristi. Hanno un personaggio ben cucito e confezionato sul corpo, sul volto, sui vestiti. Non a caso, sembrano appena usciti da altri film dove indossavano più o meno gli stessi panni, utilizzando esattamente lo stesso tono, lo stesso registro. Credo che tutto questo non sia capitato, ma che sia stata una scelta consapevole. Con molta probabilità, il fine era di dare forza a Mastandrea, aumentando il grado di drammaticità del suo personaggio, in modo che il suo messaggio, il suo ruolo, le sue battute potessero risultare sembrare ancora più nette e forti. Insomma, siamo di fronte ad un facile espediente retorico. Ma se avessi voluto assistere ad uno spettacolo in cui tutti si inchinano per far sembrare qualcuno più alto di quello che è, sarei rimasto a casa a guardare Mentana ed il suo telegiornale.

2) La sceneggiatura. Un gruppo di amici sulla quarantina si ritrova a cena a casa di una coppia formata da un chirurgo plastico e una psicologa. Dopo poco, la padrona di casa propone di mettere sul tavolo i rispettivi cellulari e di condividere senza alcun pudore o remora ogni tipo di messaggio dovesse arrivare nel corso della serata – mettendo in viva voce le telefonate. Immediatamente, alcuni personaggi iniziano a innervosirsi, temendo che gli altri, o il proprio partner, possano venire a conoscenza di avvenimenti, amicizie o relazioni che dovrebbero più convenientemente restare private. Si tratta di una situazione potenzialmente esplosiva. A partire dai primi piccoli e tutto sommato innocui segreti, come la partita di calcetto a cui tutti (o quasi) vengono invitati, lo spettatore viene coinvolto in un crescendo di colpi di scena che arriva a toccare, nel finale, un considerevole livello di drammaticità. Insomma, il film fa ridere e piangere allo stesso tempo. Esattamente come Matteo Salvini.

2) La sceneggiatura. Si racconta di un giovane musicista che voleva a tutti i costi sottoporre una propria opera al giudizio di Mozart. Mentre Mozart, dal canto suo, non voleva saperne di valutarne il lavoro. Dopo molte e insistenti richieste, il ragazzo riesce a convincere il grande compositore a concederli una misera chance. Mozart prende seriamente l’impegno e decide di riservarsi il giusto tempo per valutare lo spartito. Dopo qualche settimana il grande compositore chiama il giovane, lo riceve nuovamente nel suo studio e gli dice: “amico mio, in questa composizione ci sono tante cose belle e tante cose nuove”. Il ragazzo è visibilmente commosso. Ma Mozart subito dopo aggiunge: “peccato che le cose belle non siano nuove e le cose nuove non siano belle”. Quando ho visto questo film ho pensato al momento in cui ho smesso di leggere i fumetti di Dylan Dog perché la sceneggiatura era diventata troppo prevedibile. A me sembra che ormai in Italia ci sia una tendenza narrativa parecchio consolidata per cui  alcuni personaggi sono sempre sensibili, sinceri e buoni, mentre altri sono necessariamente brutali, falsi e cattivi. Non è una bella cosa. Si tratta della più sottile e perversa forma di discriminazione. Voglio dire: affermare che tutte le persone grasse sono infide e volgari è tanto discriminante e sciocco quanto affermare che tutte le persone grasse sono sensibili e leali. Forse lo è ancora di più, perché nel secondo caso non siamo in grado di cogliere, stigmatizzare e combattere una generalizzazione che nel primo caso risulta invece evidente e facilmente censurabile.

3) La colonna sonora. Sottolinea con leggerezza i passaggi cruciali del film, senza risultare mai sopra le righe o peggio ancora invadente. Un lavoro ben confezionato.

3) La colonna sonora. Non c’è. Scivola via come acqua su un vetro. Io non dico che avrebbero dovuto scomodare Morricone, ma provare a scrivere qualcosa di minimamente originale avrebbe potuto essere di aiuto.

Conclusioni
Questo è un Paese vecchio e completamente avvitato su sé stesso
che non riesce più a provocare né proporre nulla di nuovo in nessun campo. Andate a vedere questo film se ancora riuscite ad ascoltare Sanremo, a tollerare Fazio, le barzellette di Berlusconi o l’innovativo giornalismo di Lilli Gruber. Altrimenti, statevene alla casa a guardare Compagni di Scuola (Verdone, 1988). Molto meglio l’originale che l’imitazione di una imitazione.

Conclusioni.
Vale davvero la pena di andare a vedere questo film. Lo spunto tematico è parecchio interessante. La trama è godibile. Gli attori sono all’altezza della situazione. Insomma è una ottima commedia italiana, buona per ridere, riflettere e discutere con gli amici.

Il Giorno In Cui Le Cose Impazzirono

Un bel giorno le cose impazzirono. I fiumi si fermarono, i palloni smisero di rimbalzare, le bacheche di Facebook iniziarono a raccontare la vita reale delle persone. In un primo momento, gli uomini pensarono che fosse il loro cervello ad avere qualcosa che non andava. Poi, parlando gli uni con gli altri, capirono che erano proprio le cose ad essere improvvisamente impazzite.

“Scusate, signori, la vedete anche voi questa foto di Luca Giurato che declama l’Odissea?”. “Ma certo, si trova giusto accanto alla felpa di Salvini che balla il tango con una pizza napoletana”.

A quel punto, gli uomini decisero di organizzare una delegazione che avrebbe dovuto parlare con le cose per sistemare la situazione una volta per tutte. Si incontrarono dunque in una grossa stanza che si trovava alla estrema periferia sud/est di Roma, dove, per qualche strana ragione, c’erano ancora lampadine che emettevano luce invece di distribuire coriandoli, sedie che ti consentivano di sederti senza approfittarne per allungare le mani e tavoli che stavano zitti zitti al posto loro.

Il primo a parlare fu un anziano e saggio professore universitario: “care cose, così non si può più andare avanti. La nostra vita è diventata uno strazio. Le finestre si aprono solo nei giorni dispari, le posate appaiono e scompaiono, le gomme da masticare sono diventate più dure dei mattoni… insomma, o tornate a fare il vostro lavoro o saremo costretti a dichiararvi tutte allucinazioni”.

Le cose risposero con una grossa, grassa, risata irriverente.

“E chi sareste voi per dichiarare noi allucinazioni? Chi vi ha dato questo potere?” chiese uno stereo che da un mese riproduceva solo brani di Tiziano Ferro. “Voi fate parte del mondo esattamente come noi. E se fossimo invece noi a dichiarare voi allucinazioni?”

Gli uomini rimasero parecchio spiazzati.

Prese allora la parola un giovane focoso e guerrafondaio. Rosso in viso, iniziò a dimenare i pugni per aria e urlare: “basta! Come vi permettete? La dovete fare finita! Non avete proprio capito come stanno le cose: o tornate subito a fare il vostro lavoro, oppure prenderemo le armi e per voi non ci sarà più scampo!”.

“Mi scusi, baldo giovane dai folti capelli a caschetto, ma lei suppone che le armi stiano dalla sua parte…” – rispose prontamente una pistola – “mentre noi non siamo altro che cose. Come tutte le altre cose ci stiamo ribellando alla vostra arroganza”. E per dare una dimostrazione che faceva sul serio, emise un getto di caffè caldo dalla canna fumante. Il giovane capì di averla fatta grossa e smise prontamente di parlare.

“Qui non si tratta di arroganza”, disse dunque il vecchio, “si tratta di rispettare le leggi di natura!”.

Altra fragorosa risata.

“Le leggi di cosa?” – chiese una patatina scoppiettante. “Mi scusi, buon uomo, ma di quali leggi sta parlando? Voi siete una parte della natura, esattamente come noi. Per quale motivo dovreste essere in grado di imporci queste regole?”

“Ma noi non vogliamo imporvi un bel niente!”, rispose una bella ragazza dai lunghi capelli biondi, “noi abbiamo appreso queste regole osservandovi per secoli, vi abbiamo studiato, vi abbiamo criticato, via abbiamo messe in discussione e alla fine abbiamo capito come dovete funzionare: i bicchieri sono fatti per accogliere l’acqua, le torte per essere mangiate ai compleanni, le birre per essere bevute in compagnia di baldi giovani  che amano il rock, la pizza e il calcio”.

Questa volta non ci fu nessuna risata.
Le cose si fecero molto serie.

A prendere la parola fu la tintura per capelli di Lilli Gruber.

“Questo è il problema, bella ragazza, voi avete smesso di guardarci tanti anni fa, ormai non ci considerate più, non ci studiate più come un tempo. Passate la vita curvi sui vostri schermi e pensate che vi mostrino esattamente come stanno le cose. Noi vogliamo solo che torniate a guardarci come ci guardavate tanti anni fa”.

Gli uomini capirono dunque quale era stato il loro sbaglio e promisero alle cose che avrebbero prestato nuovamente attenzione.
Promisero solennemente che sarebbero tornati a guardare e discutere e riflettere.

A quel punto, le finestre si spalancarono, i fiumi ripresero a correre, i palloni a rimbalzare, i fiori a sbocciare.
E tutti vissero felici e contenti.

La favola che vi ho appena raccontato “a parole mie”, è stata pensata da Ermanno Bencivenga e pubblicata nel libro La filosofia in sessantadue favole, Mondadori, Milano 2015. A me sembra che si tratti di un ottimo modo per spiegare cosa significa “fare filosofia”. Riflettere filosoficamente vuol dire infatti avere cura delle cose, metterne in dubbio il funzionamento. Lavare via la polvere e le lacrime dai nostri occhi per tornare a guardare il mondo che ci circonda con il magico incanto che provavamo da bambini. Inoltre, questa favola ci aiuta a riflettere sull’espressione: leggi naturali. La cosa più stupida che possano fare gli esseri umani è pensare di poter inventare queste leggi, ovvero di imporre al mondo norme e regole, esattamente come fanno con gli altri esseri umani. Voglio dire, noi possiamo obbligare le persone a rispettare i semafori, a fare la fila alla cassa, a pagare il canone rai nella bolletta del cellulare, ma non possiamo obbligare il sole a sorgere solo di inverno, le stelle a comporre il nome della persona che amiamo o il vento ad aumentare di intensità per asciugare i panni stesi al sole. Non possiamo obbligare la natura a comportarsi come vorremmo che si comportasse, perché alla natura non si comanda, se non ubbidendole.

Come aveva capito benissimo la patatina scoppiettante, l’uomo fa parte della natura, quindi non può arrogarsi il diritto di parlare grossolanamente in suo nome. Ma questo non significa che una natura non esista, o che non sia possibile discutere, interrogarsi e riflettere su quale essa sia.

Nel Nome Di Umberto.

Da ieri mattina, i social network sono stati letteralmente invasi da frasi, battute, meme, attestati di stima e ricordi personali su Umberto Eco. Lercio ha celebrato la dipartita di questo grande intellettuale con tre o quattro delle sue prime pagine: la più raffinata, a dire il vero già pubblicata tempo fa, annunciava: “Umberto Eco scopre il sinonimo di sinonimo e cade in una dimensione parallela”, la più rispettosa affermava: “Morto Umberto Eco. Gli Angeli soddisfatti: finalmente qualcuno che può davvero insegnarci qualcosa”, mentre la più simpatica recitava: “Anche Gasparri onora la memoria di Eco: non l’ho mai conosciuto”. Dal canto suo, l’utente medio di Facebook si è detto tremendamente dispiaciuto, elencando i dischi di Eco che ha  più amato nella sua vita e maledicendo il 2016 perché nel breve volgere di ventiquattro ore si è portato via tante cose belle: Harper Lee, Umberto Eco e la speranza che Francesco Totti fosse, in realtà, un cyborg. Da tutto questo abbiamo capito che: 1) amiamo incondizionatamente il Nome della Rosa, “raro esempio di film bello quanto il libro”; 2) pochissimi di noi hanno finito di leggere il Pendolo di Foucault – personalmente, non ho nemmeno iniziato a oscillare; 3) Ci sono altissime probabilità che Eco esistesse anche prima di morire. Ma stranamente ne eravamo tutti meno consapevoli.

Così come è accaduto per Bowie, la rete si è dunque mobilitata per rendere omaggio a un “grande” che non c’è più. Una simile ondata emotiva è perfettamente comprensibile. In una certa misura, si tratta di un “fenomeno” persino giusto, apprezzabile. Sotto altro e diverso punto di vista, lascia l’amaro in bocca. In particolare, è brutto costatare che ci ricordiamo della letteratura solo quando muoiono gli intellettuali, ci rendiamo conto che esistono i malati di sla solo quando vengono invitati a suonare un pianoforte a Sanremo, apprezziamo i nostri ricercatori solo quando vengono barbaramente uccisi in un Paese straniero. Peraltro, si tratta di un ricordo effimero, la cui breve vita può essere paragonata a quella di una sigaretta, di un caffè o di una promessa del Governo Renzi. Scherzi a parte, si tratta di un ricordo da social network: una volta che abbiamo condiviso il post, maledetto l’anno bisestile, criticato il commento altrui, litigato con il vicino di casa e bannato il figlio del portiere che aveva osato intromettersi nella discussione, torniamo a fare beatamente ciò che stavamo facendo prima per aiutare la cultura, i malati di sla e i giovani ricercatori: esattamente nulla.

La seconda amara riflessione è che sono sempre i migliori ad andarsenee non chiudono mai la porta. In queste occasioni, tutti restano atterriti a fissare il vuoto. Un attimo dopo, affermano senza timore di smentita che tra le nuove leve non c’è nessuno in grado di prendere il posto lasciato libero da chi appena abbandonato la stanza. Tutto ciò è parecchio triste perché unisce al danno la beffa. Il danno è che il mondo non è mai stato un posto per giovani. La beffa è che la colpa di tutto ciò viene data esattamente ai giovani. Da sempre, il nuovo arrivato deve lottare per affermarsi. Si tratta di un meccanismo di selezione della specie del tutto ovvio e naturale. Ma se guardiamo ai dati economici degli ultimi cinquant’anni, se consideriamo la storia di questo Paese, non possiamo non notare che siamo ormai nella stessa situazione in cui versa l’abbronzatura di Carlo Conti: abbiamo da tempo superato la linea di demarcazione normalità e perversione.

La terza amara riflessione è che i più grandi artisti suoneranno sempre in cantina, non andranno mai a Sanremo.  Nella sua essenza, il Mercato è reazionario, conservatore, retrogrado. Il Mercato obbliga lo scrittore a riscrivere sempre lo stesso romanzo, il musicista a suonare sempre la stessa canzone, l’attore a recitare sempre la stessa battuta.  Come scrisse una mia collega americana “il latte dell’innovazione dirompente non viene munto dalle vacche del denaro”. Non a caso, le più importanti innovazioni tecnologiche degli ultimi dieci anni sono state pensate, progettate e realizzate da adolescenti che volevano solo fare bella figura con la ragazzina del primo banco.

Arriviamo così alla conclusione, tornando all’inizio di questo breve articolo. Come tutti sapete,  Eco affermò che la rete è popolata di imbecilli che un tempo non avrebbero mai avuto diritto di parola. Che brutto pensiero. Intanto, questo giudizio potrebbe essere esteso a tutti gli ambiti, a tutti i media e a tutte le epoche. Intendo dire che gli imbecilli hanno sempre avuto diritto di parola, hanno sempre avuto canali di comunicazione e hanno  sempre trovato immense masse di idioti pronti a seguirli. Se non fosse stato così, non avremmo mai commesso errori colossali, come, a mero titolo di esempio, sterminare gli Indios, lanciare la Bomba atomica o far pubblicare un romanzo a Fabio Volo.

Insomma, non è internet ad essere popolata di imbecilli, è la società in cui viviamo ad esserlo.  Ovviamente, su internet troveremo notizie inventate, persone ignoranti, volgari e aggressive. Altrettanto ovviamente, troveremo tutto questo in radio, in televisione, al bar o in edicola. Però, a differenza dei luoghi che ho appena citato, qui potremmo trovare anche la traduzione del termine tedesco “Wanderlust”; decine di critiche del primo saggio di Heidegger, il tutorial per smacchiare i vestiti, imparare a suonare il pianoforte o costruire un rifugio antiatomico. Insomma, web batte mondo due a uno. Intendo dire che grazie a Internet abbiamo a nostra disposizione un mezzo di comunicazione tendenzialmente ecologico, tendenzialmente democratico e tendenzialmente gratuito. Questa è, senza ombra di dubbio, la più grande rivoluzione culturale della intera storia del genere umano. Questa, o l’invenzione delle gomme da cancellare profumate alla vaniglia. Sono ancora indeciso.

Quando Parliamo Dell’Amore. Il Mio Buffo (San) Valentino.

0. Premessa.
Ho pensato di dedicare il mio articolo settimanale ad una futile festa commerciale che consente a grandi e bambini di indossare una maschera e recitare un ruolo, fingendo, per qualche ora, di vivere in un mondo di fantasia e essere qualcuno che, in realtà, non sono.

Ovviamente, non sto parlando del Carnevale. In omaggio alla ben più sacra e significativa festa di San Valentino, ho scritto un post sull’amore.

 1. Di cosa parliamo quando parliamo dell’amore? Quando parliamo dell’amore parliamo di un sentimento. E più esattamente di quel sentimento forte e sconvolgente che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita. Quel sentimento che arriva imprevisto e come un tornado spazza via tutto, senza fare prigionieri, che rivoluziona la nostra intera esistenza, che si impone con tutta la forza incontestabile di una vocazione, di una chiamata alla quale non possiamo non rispondere – né, tantomeno, far scattare la segreteria telefonica. Come quando sentiamo il profumo della persona che amiamo, guardiamo nel profondo dei suoi occhi o sentiamo qualcuno pronunciare la fatidica frase: “sono arrivate le pizze”. Scherzi a parte, tutti conosciamo questa prima e fondamentale forma dell’amore che potremmo definire passionale, tramite essa, l’amore si impossessa degli esseri umani, ne modifica radicalmente le azioni, i desideri, il carattere.
La Passione d’amore apre dunque una ferita nella gabbia del nostro ego, rompe le catene della nostra solitudine, ci impone di pensare ad un altro essere umano,  mettendo sotto scacco tutte le nostre più ataviche e radicate difese. Paradossalmente, questo drammatico vento di tempesta – lo Sturm und Drang tanto caro agli adolescenti – ci rende felici. A questo amore che ferisce fa riferimento Khalil Gibran quando scrive che dobbiamo essere felici di soffrire per amore e sanguinare gioiosamente; questa stessa capacità lesiva viene simboleggiata dalla freccia di Cupido; di questo dolore si lamenta Tiziano Ferro quando ci allieta con le sue strazianti serenate.
L’amore come passione è una delle sensazioni più sconvolgenti che un essere umano possa provare. Parlando di questa forma dell’amore, uno dei più grandi teologi del Novecento ha scritto: se perdi te stesso, fosse anche per gli occhi di una zingara, sai per quale motivo corri dietro a Dio e cosa chiedi a Lui.  Per quanto possa sembrare strano, si tratta di un tema molto comune, tantissimi studiosi paragonano la condizione esistenziale in cui si trova chi brucia per la passione d’amore a quella vissuta dai mistici, che, entrando in relazione con l’Assoluto, perdono definitivamente la propria identità. A me capita davanti a un vasetto di Nutella, ma questa è un’altra storia.

 2. Quando parliamo dell’amore parliamo di un dovere.  Qui le cose si complicano tremendamente. Di fatti, quando sentiamo la parola dovere tutti pensiamo immediatamente alle cose più brutte, noiose e tristi della nostra vita, come ad esempio la morte (“ricordati che devi morire”), le tasse (“ricordati che devi pagare l’IVA”) o Sanremo (“ricordati che devi guardare attentamente Sanremo, così domani potrai scriverne male su Facebook”). Eppure, l’amore può essere considerato anche come se fosse un dovere, un impegno, una scelta. Questo significato ci viene tramandato dalla Bibbia, visto che nel Codice di Santità – che si trova nel Cuore del Pentateuco – è scritto di amare l’altro come se stessi. Questo è anche il più profondo insegnamento di Cristo: ama il prossimo tuo come te stesso, il comandamento più importante e difficile da mettere in pratica.
L’amore può essere quindi un obbligo, un impegno, una scelta. Non fraintendetemi, non intendo dire che dobbiamo coscientemente decidere di amare qualcuno che non sentiamo di amare. Intendo dire che possiamo decidere di prenderci cura di un sentimento, esattamente come ci prendiamo cura di una piantina. Tutto ciò che è piccolo, tenero e indifeso può crescere e divenire forte grazie alle nostre amorevoli cure quotidiane. La nostra serietà, la stabilità della nostra affezione, farà crescere la piantina sino a renderla un robusto albero da frutto. Avrete sicuramente visto quella vignetta in cui una ragazza chiede alla nonna: “ma come avete fatto tu e il nonno a stare insieme 45 anni?”. La nonna risponde: “siamo nati in un’epoca in cui le cose rotte si riparavano, non si buttavano”. Adesso capite perché più di metà dei matrimoni della generazione Ikea finisce in divorzio? Tutto quello che ci circonda è programmato per divenire obsoleto prima di subito. Solo così il mercato può indurci a lavorare, comprare, consumare, gettare per poi tornare a lavorare. Questa seconda fase dell’amore è  quindi una forma della resistenza ed è ovviamente molto più seria e profonda della prima, essa coinvolge la nostra razionalità, oltre ai nostri sentimenti, consentendoci di vivere una dimensione affettiva preclusa a chi suole cambiare partner come cambia il telefono cellulare. Nel passaggio dalla prima alla seconda fase Kierkegaard intravede il cambiamento dalla vita estetica alla vita etica, dalla adolescenza alla maturità, dalla biancheria di pizzo ai boxer di pile. Per poter vivere la pienezza dell’amore è dunque necessaria la fedeltà, la serietà, la volontà. Non vorrei scadere nel facile sentimentalismo, ma se mancano queste cose è praticamente impossibile trovare l’altra metà della nostra mela marcia.
E poi, sappiamo tutti che l’unico modo per essere certi di toccare il cuore delle persone è riuscire a divaricarne lo sterno.

 In conclusione, oggi ricorre S. Valentino, spero che possiate trascorrere una bellissima serata con la persona che vi fa battere il cuore, la persona per cui splendono i vostri occhi, la prima persona a cui pensate quando andate a dormire la sera e la prima persona che vi viene in mente quando aprite gli occhi la mattina.

Se invece sarete costretti a trascorrere la serata con il vostro fidanzato, poco male.
La distanza amplifica la passione, sarà tutto più bello, a partire da domani.

Locandina

Il Mio Decalogo.

La sig.ra Marcella S. da Quarto Oggiaro, Milano, mi scrive: “Gent.mo Professore, visto che lei è tanto bravo a criticare tutto quello che facciamo su Facebook, potrebbe dirci anche secondo lei cosa e come dovremmo scrivere?”. Certamente sig.ra S., di seguito, le propongo il mio infallibile decalogo per scrivere un post perfetto.

1) Scrivi frasi brevi e concise. Evita di condividere un post chilometrico, pieno di incidentali, costruito in maniera barocca, con tante di quelle parentesi che si aprono e si chiudono da non consentire ai tuoi lettori di intuire dove intendi andare a parare. A meno che tu non voglia coscientemente disorientare le persone che stanno leggendo, il che, diciamocelo chiaramente, potrebbe anche ritorcersi contro di te, perché se ti dilunghi eccessivamente, continuando a menare il can per l’aia, senza mai arrivare a un punto che sia uno, neanche per il gusto di prendere fiato – o peggio sputare per terra – costringi i tuoi contatti a rileggere molte volte prima che capiscano che, in fondo, non hai nulla da dire e ti spediscano a raccogliere ortiche assieme agli amici con cui scherzava il buon Battiato, in una vecchia canzone di tanti, tanti, anni fa. Soprattutto, evita le ripetizioni: scrivi frasi brevi e concise.

2) Parla di cose specifiche con specifica specificità. Siamo sempre pronti a giudicare ed etichettare tutto: è una mania. Sembra che ogni cosa, fatto, persona, nome, città o animale debba essere necessariamente catalogata e dunque inserita all’interno di un genere preconfezionato Distinguiti dalla massa: parla in maniera specifica di cose specifiche, perché ogni generalizzazione è falsa ed è sicuro indice di ignoranza. Soprattutto, le persone che generalizzano si lavano poco, sono sciocche e anche molto ingenue.

3) Sii gentile. Possibile che dobbiamo utilizzare Facebook come se fosse un orribile “sfogatoio”?   “Se te incontro pe’ strada, te stacco le braccia e te ce pijo a schiaffi”;  “Me te metto in tasca e te meno quanno c’ho tempo”; “Fa conto che er nome tuo all’anagrafe l’hanno segnato a matita”. Vi siete mai domandati quanto siete inutilmente aggressivi in una ipotetica scala che va da zero a Vittorio Sgarbi? Questo “luogo” ci offre la possibilità di entrare in contatto con tante persone, comunicare e condividere i nostri pensieri. Perché dovremmo sprecare una simile opportunità insultando gli altri? Mi rivolgo soprattutto a te fascio-comunista, catto-laico e carnivoro-vegano, sempre pronto a sfidarmi a duello per ogni sciocchezza, spero che ti blocchino l’account e che, mentre sei offline, ti brucino la fattoria di Farmville. Scherzi a parte, deponiamo le armi. E scambiamoci un segno “mi piace” (cit.).

4) Sii modesto. Diciamocelo chiaramente, “chi si loda si sbroda”. Non è bello leggere continuamente post in cui i nostri “amici” ci sbattono in faccia di aver ottenuto una promozione sul lavoro, di aver conseguito un Dottorato a Harvard, o, peggio ancora, la ricevuta della scommessa vinta domenica scorsa. Ci vuole un po’ di decenza, ragazzi. Est modus in rebus. Non sono diventato uno dei blogger più seguiti in Italia pubblicando ogni settimana le statistiche di wordpress.

5) Sii sempre esplicito e diretto. Se devi scrivere qualcosa, per favore, scrivila. Non ha senso sottintendere e minacciare gli altri utenti con linguaggio discutibilmente mafioso. Basta, per favore. Non abbiamo nè il tempo nè la voglia di seguire le tue complicatissime elucubrazioni mentali. Che poi, gira che ti rigira, sono sempre i soliti a pubblicare questo tipo di post. Gente che quando ti incontra per strada ti saluta sorridendo, ma appena volti le spalle sparla di te con il giornalaio. E sappiamo tutti di chi sto parlando.

6) Cura il tuo linguaggio. Non usare slogan pubblicitari o formule gergali di moda. Possibile che tu non abbia un modo personale di esprimerti? Possibile che ti siano entrati in tal modo nel cervello che non riesci più a formulare neanche un piccolo, miserrimo, pensierino per conto tuo? Facebook ti domanda a cosa stai pensando, non quale pubblicità hai visto ieri sera. La nostra lingua è la cosa più intima che abbiamo, è la nostra personalità. E poi boh, chi parla male, pensa e vive male. Per tutto il resto, c’è mastercard. Ma anche no. Applausi.

7) Non diffondere bufale e notizie inventate. Fa attenzione a controllare la veridicità di ciò che scrivi. Due mesi fa il nostro governo ha rischiato un clamoroso incidente nucleare con la Bulgaria perché una ragazza di Vercelli aveva condiviso su Facebook una notizia completamente inventata. Come questa.

8) Condividi pensieri che abbiano un minimo di interesse. Non intasare le bacheche altrui aggiornando continuamente le persone sulla tua – banalissima – vita privata. L’ultima volta che Facebook è stato offline sono caduto nel più profondo sconforto, ho pensato: “magari in questo preciso momento qualcuno dei miei contatti si sta preparando un caffè. Ma io non lo saprò mai”. Scherzi a parte, siamo certi che tu abbia una vita fuori di Facebook, ma forse hai dimenticato la password (cit.). Ora vi saluto, ogni domenica, dopo aver pubblicato il mio post, vado a prendermi un cappuccino al solito bar.

9) “Accade spesso che li omini, procurando di voler apparir istruiti, siano usi citar frasi a di trattati et libercoli che, in veritate, non ebbero mai modo di comperare o leggere. In tal modo,  si mostran tristemente ignoranti et vanesi, facendo una pessima figura sul faccia-librum”. N. Machiavelli. O forse era Petrarca. Ps: controlla le citazioni.

10) Non pretendere mai di insegnare agli altri cosa e come dovrebbero scrivere. Internet è bello perché ciascuno può dire e fare quello che gli pare senza curarsi minimamente di quello che fanno gli altri. Come nel Partito Democratico, ma con meno conflitti.