A Cena con Marco. Il Riassunto della Settimana.

Ieri sera sono andato a cena con il mio vecchio amico Marco. Siamo stati in un ristorante in cui non ero mai stato prima, in zona Ostiense, vicino alla Piramide Cestia. Ottimo rapporto qualità/prezzo, clientela eterogenea, arredo in stile pub irlandese, musica in filodiffusione… il tutto avvolto da una godibile atmosfera da Capitale Europea che per i locali romani non è proprio così ovvia e scontata. Come me, Marco è cresciuto qui, ma vive e lavora all’estero. Approfittiamo quindi delle rare occasioni in cui siamo contemporaneamente a Roma per rivederci e fare quattro chiacchiere.

In fondo, entrambi viviamo sospesi tra due città. Lui viaggia tra Roma e Parigi, mentre io mi divido tra Roma e Teramo… tuttavia, io ho il privilegio di poter lavorare anche a Avezzano.
E questo, in un certo qual modo, bilancia le cose.

Dopo aver parlato di argomenti troppo personali per essere riportati su un blog – a proposito, so che mi stai leggendo: ti ho mandato il numero di quel terapista di coppia sul tuo falso profilo di Facebook – abbiamo fatto il punto della situazione, commentando le notizie più eclatanti della settimana.

Notizie

– Come vanno le cose a Roma?
– Come vuoi che vadano? Crollano i palazzi e non abbiamo più neanche Marino a cui dare la colpa.
– Ahahah! Io invece ho pensato che se dovesse nevicare sentirò la mancanza della micidiale macchina organizzativa di Alemanno. La foto del Sindaco con la pala è una delle cose più divertenti che abbia visto dai tempi in cui La Russa indossò la tuta mimetica.
– Ridi ridi, ma la verità è che siamo stati commissariati. In questo momento governa una persona stata scelta dall’alto, ma che non ha votato nessuno.
-Esattamente come Renzi.
-L’ultima volta che mi hanno lasciato votare è stato quando ho eletto l’Amministratore del Condominio. E non sono neanche troppo sicuro che la vecchietta del secondo piano non abbia subito pressioni dall’Unione Europea.
-Parliamo di altro, ti prego, ché se ci mettiamo a parlare di Roma mi deprimo.

-Hai ragione. Hai sentito di questa storia degli Oscar?
-No, che storia?
-Pare che gli attori di colore si siano rifiutati di andare alla cerimonia perché non ci sono candidati afroamericani.
-Insomma, si tratta di una protesta contro il razzismo di Hollywood?
-Esattamente.
-No. Non lo sapevo, però mi hanno detto che non andrà neanche Sarri.
-L’allenatore del Napoli?
-Ha dichiarato che anche se non ci saranno negri, sarà comunque pieno di finocchi.
-Ti ho mai detto che il tuo humor è peggiorato da quando sei diventato una web star? Ti dispiace se parliamo per un attimo di cose serie?

-Dimmi.
-Pare che novantadue persone al mondo possiedono metà della ricchezza disponibile.
-Non è possibile.
-Assolutamente. 92 persone. Era in prima pagina sul Manifesto.
-Non ci credo.
-Impressionante, vero?
-Impressionante che la gente si stupisca.
-In che senso?
-Sono anni che l’economia è sempre più globale: la distribuzione si mangia la produzione. I grossi diventano giganti, i piccoli diventano sempre più piccoli e vengono schiacciati come formiche. La classe media sta scomparendo. E sarà sempre peggio. Possibile che gli italiani si sveglino solo ora?
-Sino ad oggi erano troppo occupati a indignarsi per cose più serie di questa.
-Ad esempio?
-Ad esempio, il Sindaco di Quarto non ha reso pubbliche le pressioni mafiose a cui sarebbe stato sottoposto per aver forse fatto un mezzo abuso edilizio. L’opinione pubblica si è indignata, il Sindaco è stato prontamente isolato e la classe dirigente italiana ha dimostrato di possedere i giusti anticorpi per reagire alle infiltrazioni mafiose.
-Stai parlando della stessa classe dirigente che ha da poco nominato un signore condannato per il rogo della Thyssen a Direttore Generale dell’ILVA ?
-Esattamente.
-Poi dici che il mio humor è peggiorato.
-Certo. Il mio è sempre stato pessimo.
-Uno a uno, palla al centro.

-Hai notato i ragazzi del tavolo a fianco?
-No. Cos’hanno?
-Sono silenziosi. Avranno si e no venti anni… sono qui da due ore e non fanno che consumarsi i polpastrelli sui rispettivi cellulari. Ai miei tempi, quando andavamo a mangiare con gli amici facevamo più casino di una puntata di uomini e donne condotta da Sgarbi.
-A proposito di devianza giovanile, Rudi Guede è  finalmente apparso in televisione per una lunga intervista.
-L’ho vista…
-Mentre Pietro Maso ha dichiarato: adesso mi dedicherò agli altri. Chissà quanto prende per una suocera.
– Questa l’hai letta su internet. Fammi indovinare… Spinoza?
– Prugna.
– Vabbè, c’ero andato vicino. Poi ci sarebbe la storia delle unioni civili, il Papa ha detto che non vanno confuse con il matrimonio.
– Vorrà risparmiare sul regalo…
– Ahaha! Anche questa non è farina del tuo sacco. Prugna?
– Kotiomkin.
– Ad ogni modo, ho letto l’ultimo status che hai pubblicato, quello sulla moda dello spotted… le ragazze universitarie che scrivono il nome dell’Ateneo sul corpo. Quando ho visto le foto, ho pensato: possibile che siamo caduti così in basso? Viviamo in un mondo così povero di valori? Così tremendamente triviale? Se proprio dovete usare l’hashtag  #escile, allora, toglietevi, questo, dannato, reggiseno.
– Hai ragione. Io invece ho pensato che fosse una mossa politica
– In che senso?
– Credevo fossero le primarie di Forza Italia.

-Scusa, Potresti evitare per un attimo di fare battute che hai letto su Facebook?
-Va bene, citerò allora una frase di Gibran: “Dio mi liberi dalla saggezza che non piange e dalla filosofia che non ride”.
-Bella. Sei sempre un grande. Vedi che se ti impegni viene fuori l’uomo di cultura. Non dirmi da quale libro l’hai presa, voglio indovinare… Il Profeta?
-No.
Il Giardino del Profeta?
-No.
Le ali spezzate?
-Twitter.

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Il Museo del Louvre riceve 8,5 milioni di visitatori ogni anno. Questo blog è stato visto circa 210.000 volte nel 2015. Se fosse un’esposizione al Louvre, ci vorrebbero circa 9 giorni perché lo vedessero altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Cose Molto Cattive. Un Articolo Politicamente (S)Corretto

 

1. Secondo il dizionario Treccani l’espressione “politicamente corretto” sarebbe un “calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva, in origine, al movimento politico statunitense” intento a rivendicare “il riconoscimento delle minoranze etniche” e a richiedere “una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio”. Utilizzare un linguaggio politicamente corretto implica dunque che siano messe al bando tutte le espressioni che evocano una qualche forma di discriminazione nei confronti delle minoranze etniche o delle persone “fisicamente svantaggiate”. Inoltre, dovrebbero essere evitate le espressioni sessiste e le parole che “tradizionalmente connotate in modo discriminatorio”, come, ad esempio, “becchino”, “bidello” o “spazzino”.

Molto probabilmente, fu per questo motivo che Umberto Eco evitò di scrivere che Silvio Berlusconi era basso e pelato, descrivendolo come “una persona verticalmente svantaggiata intenta ad ovviare a una regressione follicolare” (La Repubblica, 6 novembre 2004).

Il fatto è che le parole possono ferire e il grado di civiltà di un popolo si misura anche dalla capacità di controllare il linguaggio che viene utilizzato in pubblico. Ovviamente, bisognerebbe anche evitare di scivolare nel ridicolo, perché spesso si rischia di esagerare – soprattutto con riguardo alla discriminazione di genere. L’esempio più evidente che mi viene in mente è la dizione “genitore 1” e “genitore 2” che alcuni uffici pubblici, qualche tempo fa, avrebbero voluto iniziare ad utilizzare al posto del più classico “mamma” e “papà”. Se questa nuova formula potrebbe apparire giusta e sensata a chi non vuole riconoscersi né “madre” né “padre” – a causa del chiaro significato sessuato e procreativo di questi termini -, la formula burocratica potrebbe invece urtare la sensibilità di chi, avendo sperimentato le gioie del parto, ci tiene ad essere identificata esattamente come “madre”. Anche perché, volendo utilizzare “genitore 1” e “genitore 2”, si rischierebbe di sottintendere la prevalenza di un genitore sull’altro. Ed è ovvio che questo ruolo è stato attribuito dalla stessa natura alla donna.

Cose Cattive

2. Scherzi a parte, il dovere di controllare le proprie esternazioni sembra valere sino a quando non si entra in una sorta di zona franca, rappresentata dalla comicità – o dalla satira. Chiari esempi di satira politicamente scorretta sono: la vignetta della Merkel che ho scelto per adornare questo articolo; la recente vignetta di Charlie Hebdo in cui si ipotizza che il bambino morto sulla spiaggia di Bodrum, se fosse cresciuto, sarebbe diventato un molestatore; la “candid camera” del finto terrorista che lancia una finta bomba ai passanti che si spaventano e fuggono via – veramente terrorizzati.

Per quanto riguarda il nostro Paese, mi vengono in mente alcune battute che ho letto su Spinoza.it – una comunità satirica molto attiva e conosciuta su internet. Quando morì una celebre modella anoressica, gli utenti di Spinoza divulgarono le seguenti freddure: “è venuta a mancare xxxx, aveva posato per una campagna contro l’anoressia. Una magra figura”. Oppure, “era malata di anoressia, ma è arrivata lo stesso a trent’anni: è tutto grasso che cola”. Un utente, sul forum, si lamentò per questo genere di battute, ottenendo la seguente risposta: “diciamo che non sono proprio grasse risate, ma comunque…”.

Ancora, mi viene in mente questo breve stralcio che ho letto sul retro di un libro, qualche anno fa:

“Quando me l’hanno detto non ci credevo. Pensavo fosse uno scherzo. Nei pub australiani si è diffuso uno sport davvero strano: il lancio del nano (dwarf throwing) […] pare che il divertimento preferito di molti australiani sia quello di assistere la lancio di questi esseri umani, dotati di apposito casco di sicurezza, verso materassi posti un po’ di metri più in là. Lo scopo è lanciare il nano il più lontano possibile. Lenny “the Giant”, la star di questo sport che i sostenitori propongono persino di includere tra le specialità olimpiche, è stato lanciato a più di nove metri, con grande soddisfazione propria e altrui. Della quale poco è importato al Consiglio di Stato francese, che qualche tempo fa ha deciso di proibire sul proprio territorio questa pratica, in quanto lesiva della dignità umana. E la Commissione per i diritti umani dell’ONU ha stabilito che la decisione francese non aveva alcun carattere discriminatorio nei confronti dei nani.

Ma è proprio vero? Non la pensano così i praticanti di questa disciplina […] Insomma ne è nata una discussione di notevole interesse filosofico che dimostra quanto sia “impervia” la questione relativa alla definizione e alla difesa dei diritti umani.

Un libertario, come chi scrive, non può non uscirne turbato. Vorrebbe che questa pratica non esistesse, ma come giustificarne il divieto? Vorrebbe che si facesse un uso migliore della propria libertà, ma non vorrebbe neppure biasimare chi si trova in un orizzonte di scelte non paragonabile con il proprio. Era partito con l’idea di scrivere una cosa divertente. Ora non può che vergognarsi se davvero qualcuno ha riso mentre la leggeva”. (A. Massarenti).

3. Il punto è esattamente questo: dobbiamo vergognarci per aver sorriso e/o per aver fatto in modo che qualcun altro sorridesse?  Il discorso è parecchio complicato,  ma l’unica cosa che non si può dire è che non dovrebbe esserci nessun limite. La satira non può essere la “scusa” dietro cui ripararsi per fare deliberatamente del male a qualcuno. Se non altro, trovo che sia parecchio scorretto strumentalizzare la morte o la sofferenza altrui. La giustificazione “si fa per ridere” mi sembra peggiore di qualsiasi accusa: non può essere di certo questo il fine che giustifica ogni mezzo. Si dice che la satira serva a fare riflettere. Vero. Ma per riflettere abbiamo davvero bisogno di ridere sul dolore di altre persone? Non potremmo riflettere con altre e più rispettose modalità?

Dubito che la legge di un Paese democratico possa proibire a qualcuno di fare ironia – fosse anche sulla morte, sulla disabilità o sulla sofferenza altrui – dovrebbero tuttavia pensarci la deontologia professionale, il buon senso, e la più dura riprovazione sociale.

Come Leggono i Bambini

 

1. Test

Conocsete sicuarmetne lo stuido sulla irirelvazna dell’oridne delle letetre in una paorla. Seocdno qeutsa ricecra  bsata che la pimra e l’utimla lettrea  di una paorla sinao cortetre per permtetre al nosrto cevrello di corgergere la sequezna e di comrpednere paorle di sesno compuito.

Che ne dite, funziona?

      Ora leggete le frasi seguenti:

   Questo è un
   un blog interessante   

  Questa è la
 la goccia che
 scava la roccia

Guido Saraceni
sa leggere nel
nel pensiero

 

Vi siete accorti delle parole ripetute due volte? In tutti e tre gli esempi? La maggior parte di voi sarà tornata indietro a (ri)leggere almeno uno degli  esempi ed avrà notato, con stupore, le ripetizioni. È normale, la nostra mente funziona così. Tendiamo a risparmiare energie, a semplificarci la vita. Se, dopo aver letto la prima riga, già sappiamo come finisce una frase, che senso ha leggere con attenzione ogni singola parola? Se siamo perfettamente in grado di “ricostruire” il significato di una parola dopo aver identificato la prima e l’ultima lettera, che senso ha leggerle tutte con attenzione? Perderemmo tempo ed energia.

2. Avete presente cosa accade ad una persona che guida mentre pensa ad altro? Non mi sto riferendo al fatto che quella persona non utilizzerà gli indicatori di direzione comunemente detti “frecce” – in Italia non lo fa nessuno – e neanche al fatto che quella persona guiderà, con estrema lentezza, nella corsia sinistra. Anche questo è tipico del nostro stile di guida “creativo”. Mi riferisco al fatto che quella persona arriverà a destinazione senza aver minimamente pensato al percorso. Una volta scesa dall’auto potrà anche fermarsi a riflettere sul fatto che ha guidato in maniera completamente “inconsapevole”, chiedendosi: “ma come ho fatto ad arrivare sin qui?”. “È molto semplice, amico, hai inserito il “pilota automatico” ed il tuo cervello ha svolto il programma con disinvoltura e precisione, mentre tu riflettevi su altro”.

So che si tratta di un paragone ardito, ma gli animali si comportano allo stesso modo: a fronte di un determinato stimolo, reagiscono in maniera meccanica, eseguendo un certo “programma”. Diremmo che è nella loro natura. Diremmo che è il loro istinto.

3. Ora, il problema è che noi applichiamo lo stesso meccanismo che utilizziamo per riconoscere le parole alle persone che ci circondano. La prima volta che incontriamo qualcuno prestiamo attenzione al tono di voce, agli abiti, agli occhi. In quel momento, noi leggiamo alcune lettere di quella parola, ascoltiamo il suono che essa emette. Quando pensiamo di aver riconosciuto lettere a sufficienza, quando crediamo di aver riconosciuto un certo segnale, il nostro cervello completa il compito per conto nostro, mettendo in atto il programma automatico collegato ad un determinato input.

Così, con il passare del tempo, arrivano le più cocenti delusioni. “Io pensavo che tu fossi leale”; “credevo mi amassi”; “speravo di aver trovato l’uomo – la donna- della mia vita”. Certo. Ma quanto tempo, quanta attenzione hai davvero impiegato a leggere quella persona? Più andiamo avanti con l’età più diventiamo tutti medici, professori universitari, agenti editoriali. Ovvero, più andiamo avanti con l’età più siamo sicuri di saper dire, ad una prima occhiata, cosa ha un paziente, se un ragazzo ha studiato o meno, se un manoscritto avrà fortuna… Ci vantiamo di essere esperti e scrupolosi, ma la verità è che abbiamo deciso tutto dalla prima impressione. Dopo, abbiamo solo cercato le prove che confermassero la prima idea che c’eravamo fatti.

E si sa che chi cerca trova.

4. Dovremmo invece saper restare bambini. Avete presente come leggono i bambini? I bambini leggono una lettera alla volta. Procedono adagio, mettendo un passo dietro l’altro, con estrema attenzione, come se stessero camminando sul ciglio di un burrone. Poi, quando hanno finito, rileggono tutto da capo. Bellissima, poetica, santa capacità di guardare il mondo senza pregiudizi e di vederlo per quello che è, come solo i poeti ed i pazzi sanno fare. Mi viene in mente una scena di un film di Francesca  Archibugi in cui il protagonista – un professore universitario – si ferma ad ascoltare sua nipote che suona il pianoforte, sottolineando la commovente attenzione che la bambina riserva alla scala di do. Un tasto alla volta, perché tutte le note meritano di “respirare”, devono essere ascoltate ed apprese, con la giusta dose di stupore e di cura. Come se da quella scala dipendesse la salvezza del genere umano.

Perdere il contatto con il mondo significa invece mettere il pilota automatico. Fare in modo che tutto diventi più semplice, veloce, comodo. Ma aumentano anche i pregiudizi. Per questo motivo, parafrasando le liriche di un brano del primo album di Daniele Silvestri, potremmo dire che invecchiare significa “giudicare il cantante di turno già da una nota”. Voglio dire che, con il passare degli anni, noi tendiamo ad accelerare i nostri processi cognitivi e decisionali. In tal modo, ci illudiamo di poter fare bene e guadagnare tempo – ma la verità è che spenderemo tutto il tempo che abbiamo “guadagnato” in questo modo cercando di riparare ai disastri causati dalla nostra totale mancanza di  attenzione e di consapevolezza.

A mano a mano che la macchina prende velocità, il profilo delle cose viene inghiottito dallo sfondo, lasciamo così alle nostre alle spalle l’immenso spettacolo della vita e le sue infinite sfumature. Restare vivi significa allora avere cura dei nostri occhi,  mantenendo sul mondo quello sguardo acuto, magico ed attento che tutti abbiamo sperimentato quando eravamo bambini.

Undici Cammelli, Una Sola Fiction.

Ora che il padre era morto, i tre figli avrebbero finalmente avuto diritto a dividere tra loro l’eredità: undici cammelli.
Decisero che ne avrebbero discusso la domenica mattina, al mercato, di fronte a sette testimoni scelti tra i più autorevoli ed anziani abitanti del villaggio. Nel pieno rispetto della tradizione.
A prendere la parola fu Davide, il primogenito.
“Cari fratelli, la legge del nostro Paese prevede che al primogenito spetti la metà esatta dell’eredità. Avrei diritto quindi a cinque cammelli e mezzo. Considerato che io sono il primogenito e dunque il più importante, la mia proposta è questa: lasciate che io prenda sei cammelli e dividete tra voi ciò che resta”.
A quel punto, Giobbe rispose:
“La legge del nostro Paese prevede che a me spetti un quarto dell’eredità. Ma un quarto di undici è pari a due virgola settantacinque. Sono sempre stato troppo piccolo per ricevere onori e troppo grande per essere coccolato. Per questo motivo, vi pregherei di risarcirmi arrotondando in eccesso ciò che mi spetta. E dividere tra voi ciò che resta”.
Infine, Giuseppe disse:
“La legge del nostro Paese prevede che a me spetti un sesto dell’eredità. Dunque, un sesto di undici. Considerato che mi spetterebbe un cammello virgola otto e che voi avete già avuto molto dalla vita, vi pregherei di non applicare alla lettera la norma: datemi dunque due cammelli, e dividete tra voi ciò che resta”
La situazione era chiara, ciascuno avrebbe voluto ottenere qualcosa in più, ciascuno aveva le sue valide motivazioni e nessuno intendeva cedere.

I tre fratelli iniziarono quindi a discutere ed andarono avanti per undici settimane, fino a quando, nel villaggio, non arrivò un giudice.

Village

Il giudice si chiamava Saul ed arrivò a Samarcanda in groppa al suo unico cammello.
Nessuno sapeva da dove provenisse né dove fosse diretto.
Ma tutti conoscevano bene la sua fama di esperto cultore della legge e raffinato conoscitore del cuore degli uomini.
Per questo motivo, Saul fu accolto con estrema cura.
Alla fine di un lauto banchetto organizzato in suo onore, il capo del villaggio si avvicinò al giudice e raccontò la storia dei tre fratelli.
Dopo aver brevemente riflettuto, Saul disse che avrebbe risolto la controversia.
Aggiunse che nessuno si sarebbe lamentato della sua decisione.

Il giorno seguente ordinò che fossero condotti presso di lui i tre fratelli, gli undici cammelli ed i sette testimoni.
L’intero villaggio accorse per ascoltare la sentenza.
Saul pronunciò le formule di rito.

Poi, disse:

“Cari amici, mi avete accolto in questo villaggio con molti onori ed amicizia. Ho quindi deciso che metterò a disposizione di questi fratelli il mio unico cammello. Adesso, il loro asse ereditario ammonta a dodici splendidi esemplari. Facciamo dunque i conti: al primogenito spetta la metà dell’eredità, avrà quindi diritto a ben sei cammelli. Al secondogenito spetta un quarto, avrà quindi diritto a tre cammelli. Infine, a Giuseppe spetta un sesto dell’eredità, avrà quindi diritto a due cammelli. Questa è la mia sentenza, nel nome di Dio, giustizia è fatta.”

I tre fratelli non credevano alle proprie orecchie.
Si affrettarono quindi a prendere ciò che spettava loro.
Ma sei più tre più due fa undici.
Nello stupore generale, Saul risalì sul unico cammello.
E si rimise in viaggio.

Questa antica storiella araba, che ho trascritto a parole mie, è davvero interessante e ci consente di riflettere su molte e delicate questioni.

La prima è sicuramente l’idea che un giudice non può limitarsi ad applicare la legge, altrimenti la giustizia si trasforma in qualcosa di freddo e matematico. Al contrario, il giudice deve saper interpretare la legge, ovvero, mettere in gioco la propria cultura, le proprie idee, la propria personalità. Insomma, il giudice deve necessariamente mettere in gioco il proprio cammello, “regalando” alle parti qualcosa di molto personale. Altrimenti, verrebbe meno al proprio compito. Alla propria missione.

La seconda è che il giudice è uno straniero. Questo ne garantisce l’imparziale oggettività. Paradossalmente, l’unica persona in grado di comprendere e risolvere il problema più spinoso del villaggio non appartiene al villaggio.

L’ultima è che questo racconto ci può aiutare a comprendere cosa sia una fictio juris: un antico procedimento logico in base al quale i giuristi suppongono come vero qualcosa di non vero, pur di colmare una lacuna e risolvere una controversia.

In questi giorni, ho corretto i compiti di informatica giuridica dei miei studenti. Sono rimasto mediamente soddisfatto e ho potuto accordare molti bei voti. Purtroppo, sono anche stato costretto a leggere che molti anni fa la magistratura condannava le frodi informatiche sulla base dell’art.640 del codice penale (truffa) “COME SE FOSSE UNA FICTION”.

Cosa volete che vi dica?
In momenti come questi rimpiango di non aver fatto il musicista.

Il nuovo anno è appena iniziato e già andiamo male ragazzi.
Molto.
Molto male
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