Non può essere vero

La de-realizzazione è quella sensazione perturbante che ci assale quando accade qualcosa di inconcepibile.

È la sensazione di vivere in un film, un sogno o un incubo a occhi aperti – come se nella nostra mente ci fosse una vocina che sussurra “tutto questo non può essere vero. Vedrai che ora finisce. Adesso salta fuori qualcuno a mostrarti microfoni e telecamere”.

Non deve essere per forza di cose un evento negativo, deve trattarsi però di un accadimento imprevisto e soprattutto imprevedibile. Qualcosa che non faceva in alcun modo parte del nostro “orizzonte degli eventi”.

Non so come stiate voi, ma da quello che mi scrivono i miei lettori, la de-realizzazione, in questi giorni, sta colpendo molte persone. Quando si si siedono davanti al computer per lavorare; quando sono ordinatamente in fila per fare la spesa; quando vagano – a causa di motivi di urgenza o salute – per le strade deserte della propria città.

Una pandemia mondiale ha improvvisamente chiuso il mondo in casa, calando come una ghigliottina sulla fragile vita di tanti; sulle nostre passioni più profonde – (sport, natura, società); sulle abitudini e sui progetti.

La parte più razionale della nostra mente – e matura, e nevrotica – è comunque attaccata alla realtà. Lo sappiamo benissimo che non è un film, che la nottata è ancora lunga, che gli scienziati, i medici e i politici non sanno ancora bene cosa fare.

Lo sappiamo benissimo, ma.

La de-realizzazione, oggi, è per tante persone un meccanismo di difesa.

In questo momento è normale e sano che ci sia. Lasciamo stare questo pensierino bizzarro esattamente dove si trova. Piano piano, accetteremo la situazione al 100%. Per ora, teniamoci stretto il nostro tenero e infantile senso di irrealtà.

Ci aiuterà a fare i conti col futuro.

Pillole di counseling

Roma 3.4.2020

Una festa importante

Mio nonno era romano e romanista. Antifascista. Metteva la brillantina sui capelli, teneva la camicia sbottonata sul petto villoso e sapeva disegnare con la mano ferma e leggera, da grande artista. Come tanti, era rimasto schiavo del lavoro di suo padre: l’avevano fatto entrare “a bottega” da piccolo, ne era uscito poco prima di morire.

Mio nonno era abruzzese, forte e gentile, aveva la schiena dritta e la mente limpida come il cielo di primavera. Da bambino, aveva abbandonato la famiglia per andare a studiare con lo “zio prete”. Poi, un passo alla volta, era diventato l’intellettuale da tutti conosciuto e stimato, l’autorità indiscussa, la sentenza di cassazione. Gentile con le persone umili, totalmente estraneo all’arroganza dei potenti.

Uno zio mi ha insegnato ad andare in bicicletta, uno mi ha fatto appassionare alla psicologia, un altro si confrontava con me, per ore, quando mi assillavano i dubbi esistenziali dell’adolescenza.

Ho conosciuto un professore di liceo che mi faceva venire voglia di conquistare il mondo, un sacerdote che mi ha aiutato nei momenti difficili, un Maestro che mi ha insegnato l’accademia.

Ho un amico che mi protegge dal cielo, uno che mi ricorda da dove vengo e uno che mi stima per ciò che sono e che faccio.

Oltre all’unico, vero e insostituibile padre, nella nostra vita, abbiamo la fortuna di incontrarne molti altri.

Rendiamo omaggio anche a loro.

Per fare un uomo, un solo padre non basta.

PS: Facebook mi ricorda che ho pubblicato questo post lo scorso anno, per celebrare San Giuseppe. Ho pensato che fosse il caso di riproporlo oggi. Il 70% dei morti per coronavirus sono maschi, molti di loro sono stati padri, ne sentiremo per sempre la mancanza.

Saranno per sempre con noi.

Dottorato Honoris Causa

All’arrivo nei campi venivano rasati i capelli, per le donne era una privazione della femminilità. Mentre ero in fila una kapò notò la mia folta chioma e decise che io avrei dovuto tenerla. Naturalmente, dopo pochi giorni i capelli mi si riempirono di pidocchi. Mi fu visto camminare un pidocchio sul viso e fui isolata. Mi rasarono da sola, nel gelo del campo. I soldati che passavano ridevano di me, si domandavano per quale motivo fossi ancora in vita”.

Queste sono alcune delle parole pronunciate dall’onorevole Liliana Segre, in occasione della inaugurazione dell’anno accademico, a La Sapienza.

Nel celebre Ateneo, Segre ha ricevuto il Dottorato Honoris Causa in Storia dell’Europa ed ha tenuto, davanti al Presidente della Repubblica e a molte altre autorità, una Lectio Magistralis dal significativo titolo “La Storia sulla pelle”.

Prima di andare via, ha voluto abbracciare il ragazzo che ha partecipato alla cerimonia come rappresentante del corpo studentesco e che è stato al centro di grandi polemiche, nei giorni scorsi, perché accusato di essere neofascista.

“Che bel ciuffo che hai… porti i capelli come mio nipote, posso baciarti?”.

Vorrei ringraziare questa grande donna per la sua immensa lezione di umanità, per la sua straordinaria dignità, per la sua dolorosa memoria.

“Anche se sono vecchia, resto sempre quella bambina che un giorno fu espulsa da scuola per la colpa di essere nata”.

Roma 18.2.2020

Cara Senatrice, Dottoressa Segre, noi siamo i tuoi studenti, la tua famiglia, le tue guardie del corpo.

Grazie di essere nata
❤️

LA SPIA

“Delazione” è il termine esatto. Sta a indicare la soffiata, il mormorio del codardo, la vigliaccata dell’infame. Con questa parola si usa indicare ciò che facevano certi italiani durante il fascismo, quando, in cambio di denaro o favori, indicavano al regime dove si trovassero gli ebrei – braccati, in fuga, nascosti per fuggire alle atroci torture e alla morte nei campi di concentramento.

“Delazione” è una parola orribile, non ha niente a che fare con la denuncia del cittadino democratico e civile che si reca a testa alta dall’autorità costituita e si prende le sue responsabilità. Il delatore resta nell’ombra, spesso non ha prove, smercia pettegolezzi, sussurri, sospetti.

C’è poco da stare allegri quando le città tornano ad essere popolate da delatori.

La loro presenza è un segnale, indica che la civiltà democratica è in declino, che le persone odiano, invidiano, diffamano il vicino di casa. E magari lo fanno solo per vendicarsi della discussione nell’ultima riunione di condominio, per il posto auto o il rumore della televisione.

Sappiamo bene chi dobbiamo ringraziare se siamo scesi a questo livello infimo.

Roma 24.1.2020

“Mi hanno detto che questa è una famiglia di criminali”

Cuccioli di Koala

Tante persone, in queste ore, condividono foto di Koala scampati ai devastanti incendi in Australia, dimostrando grande sensibilità ed empatia per gli animali. La cosa curiosa è che buona parte di queste persone non fa alcuna fatica ad odiare gli esseri umani, quando sono gli esseri umani a scappare da guerre, incendi, dittature e fame. Come dire: il Koala è così tenero… è assurdo vero? Mi fa venire in mente il vegano che, pochi giorni fa, esultava per la morte di un cacciatore.

Chiariamo bene, qui non si tratta di scegliere tra due forme di “pietas”, ma di evitare due odiose forme di fondamentalismo. Non dobbiamo scegliere tra l’amore per l’uomo e quello per il koala. Non ha senso mostrare compassione per uno solo dei due, come se l’altro fosse invece un semplice oggetto, una cosa priva di anima, di cui si può disporre a piacere.

Roma 10.1.2020

Quando provate compassione per l’animale, ricordatevi, per favore, dei cuccioli d’uomo.