Nove persone su dieci amano il cioccolato.

1.Mille caffè
Riflettendo sulla condizione in cui versava la Francia dopo la seconda guerra mondiale, Charles de Gaulle si chiedeva come fosse possibile “governare un Paese che conosce 246 varietà di formaggio”. Mi domando cosa avrebbe detto degli italiani e della nostra smisurata passione per il caffè. A differenza degli altri europei, noi conosciamo milioni di modi per torturare un barista: ristretto, amaro, lungo, freddo, corretto, in vetro, marocchino, shakerato, schiumato, macchiato… what else?

Da un lato, credo che questa irresistibile voglia di caffè dipenda dal fatto che “la caffeina è un’arma di resurrezione di massa” (cit. saraturchina, Twitter). Dall’altro mi piace pensare che sia la più evidente prova del fatto che il cibo non è semplice nutrimento, ma piacere, cultura, immagine, ricerca, estetica. Ossessione.

BOMBE

Di fatti, esistono milioni di monografie, trattati e libercoli scritti sull’argomento, tanto che, se volessimo chiudere il discorso con uno slogan, potremmo affermare che “il cibo è la risposta”. Eppure, sembra che la nostra società sbagli continuamente domanda. Mangiamo troppo (e male) per combattere lo stress; per noia, per farci male; per guarire da incolmabili carenze affettive o premiarci alla fine di una giornata di duro lavoro. Mangiamo poco (e male) per punire noi stessi o le persone che ci vivono accanto, per chiedere aiuto, apparire eleganti o per illuderci che non stiamo invecchiando.

Insomma, non mangiamo (solo) per nutrirci, ma per raggiungere  altri e ben più complicati obiettivi. Forse per questo motivo, un filmaccio americano accomunava, sin dal titolo, cibo, preghiera ed amore – mentre un ben più saggio ed antico proverbio cinese recita: quando mangi un piatto che non hai mai assaggiato, allunghi la tua vita di sette giorni.

La cosa certa è che nell’epoca della spettacolarizzazione globale anche il cibo si è trasformato in immagine: i palinsesti televisivi abbondano di programmi culinari ed i social network sono letteralmente invasi da foto del cibo. Quest’ultima moda è stata battezzata  “food porn”, alludendo, con la giusta dose di sarcasmo, alla condizione di patologia mentale in cui si trova chi passa ore ed ore ad ammirare e catalogare un oggetto che non è stato fatto per essere guardato, ma per essere consumato. La riduzione ad immagine degli investimenti erotici ed affettivi rappresenta una caratteristica fondamentale dell’epoca in cui stiamo vivendo. Una di quelle innocue tendenze di cui ci siamo tutti ammalati e che con molta probabilità porterà alla fine della specie umana.

Voglio dire:  è certo è che una larga parte della nostra salute fisica e mentale dipende da cosa portiamo – o non portiamo –  alla bocca, ma è altrettanto chiaro che la società contemporanea chiede al cibo di recitare un ruolo sbagliato, camminando in equilibrio precario sul confine tra normalità e patologia. È come se il cibo venisse incaricato di “tenere un discorso che non gli compete e per il quale non dispone delle parole”. Per questo motivo, molte diete sono destinate a fallire, “in gioco non è la gola, ma l’insicurezza circa la propria esistenza che non ha trovato dove ancorarsi” (U. Galimberti).

2. Una pietra diventa pane
Il tema dell’ingordigia riveste un’importanza fondamentale all’interno della religione ebraica e cristiana. Non solo la Genesi lega il peccato originale e la conseguente cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre al fatto di aver mangiato una mela, ma sfogliando la Bibbia possiamo trovare molti ed altrettanto significativi esempi di ingordigia peccaminosa: Noè, incapace di smettere di bere, si mostra nudo ai suoi figli; Esaù cede la primogenitura a Giacobbe per un piatto di lenticchie; Lot, ebbro di vino, commette incesto con le sue figlie; la fede del popolo di Israele vacilla una volta conosciuta la fame nel deserto, mentre il Diavolo chiederà a Cristo di interrompere il digiuno trasformando una pietra in pane.  In tutti questi casi, i testi sacri utilizzano la metafora del cibo per alludere ad altri e ben più profondi significati. Per questo motivo, Enzo Bianchi ha scritto che l’ingordigia è la madre di tutti i vizi, chiarendo che “ogni patologia umana si innesta” su di un “bisogno primario per eccellenza: quello del nutrimento, della fruizione e del piacere”. In senso lato e metaforico,  potremmo dunque affermare che ogni vizio è, nella sua più intima essenza, un vizio di gola. Perché ogni vizio si alimenta della nostra insaziabile voracità: la lussuria è il frutto di una fame smisurata, esattamente come lo è la superbia, l’invidia o l’avarizia.

3. Dulcis in fundo
Concludiamo con una breve antologia di battute sul cibo.

Navigando su internet non è affatto difficile imbattersi nell’argomento “cibo”. Ancor di più, sembra che gli utenti dei social network abbiano un vero e proprio “chiodo fisso”, dato che fotografano pietanze, condividono (video)ricette e scherzano continuamente sulle proprie passioni e debolezze culinarie. Per esempio, qualche tempo fa era in voga questa freddura: “quali sono i tuoi fiori preferiti? I fiori di zucca. Fritti”; mentre oggi è diventata molto popolare “sto seguendo due diete. Perché con una si mangia poco” condivisa ed apprezzata almeno quanto “dopo la prima settimana di dieta ho iniziato a provare dei sentimenti anche per lo shampoo alla vaniglia”, ma, a mio avviso, la migliore di tutti i tempi resta: “se si fa in quattro per farti felice, è una pizza“.

A Roma, su un muro del quartiere S. Lorenzo, ho letto la bellissima: “salva una pianta, mangia un vegano“, mentre in ambito  letterario, vi segnalo il libro Non si finisce mai di impanare (Stefano Piazza, edizioni Edt) di cui ho apprezzato particolarmente la seguente citazione: “nove persone su dieci amano il cioccolato. La decima mente”.

Infine, “ricordatevi sempre che non si ingrassa tra Natale e Capodanno. Ma tra Capodanno e Natale” (anonimo).

Si Gioca Come Si Vive. Riflessioni sugli Studi Universitari

Al bar, incontro  Alvaro Spacconi, detto Alvarone.

Spacconi ha una trentina di anni, è alto due metri e pesa circa 120 chili. Per vivere fa tante cose, ma la sua occupazione principale è quella di capotifoso. Attualmente è in sciopero, quindi mi capita spesso di incrociarlo al bar.

Ci sediamo allo stesso tavolino, io ordino un cappuccino, lui una birra.

Lanciati

Alvarone è un uomo schietto, cinico, dotato della classica ironia romana. Il suo unico difetto è che ogni cinque parole mi rifila una amichevole pacca sulla spalla. Il che significa che dopo mezz’ora di conversazione ho il braccio completamente fuori uso.

-Proffe, ahahah, come stai? – prima pacca – T’ho pensato tanto ieri: hai sentito che ha detto er sor Palloni?
-Chi?
-Er Ministro! Palloni!
-Ah, si ho sentito, ho sentito.
-A me me pare che c’ha ragione. Sti giovani d’oggi nun c’hanno voja de fa… nun c’hanno voja de lavorà… bastà che guardi come sta messa la curva, chè pe falli cantà, la domencia, ce vole la frusta… nun c’hanno er coreeee! – seconda pacca – Questi penseno a studìà, se penseno da esse tutti scienziati… La verità è che sti giovani d’oggi so’ come er sor Marino.
-In che senso?
Nun lo sanno nemmeno loro si so’ vivi o si so’ morti. Ahahaha – terza pacca.

-Guarda, a me le dichiarazioni del Ministro non sono piaciute per niente. Prima di tutto perché suppongono che i ragazzi si debbano iscrivere all’Università per trovare lavoro.
-E nun è vero?
-No, all’Università ti iscrivi se hai voglia di studiare. Sono due cose diverse.
-Nun ho capito.

-Se il problema fosse il mercato del lavoro, allora il Ministro avrebbe potuto semplicemente dire: fate come me, non prendetela la laurea, che tanto non serve a niente.
-A perché me stai a dì che er Ministro nun c’ha la laurea?
-No, è un perito agrario.
-Quindi c’ha ragione! Vor dì che poi diventà Ministro pure senza la Laurea!

-E certo che ha ragione, l’Italia è quel Paese dove per fare l’infermiere ci vuole una laurea, mentre per fare il Ministro della Sanità è sufficiente la quinta elementare.
-…
Però mi pare di capire che i posti da Ministro sono pochi.
-Ahahah, grande proffe – quarta pacca.

-Vabbè. Ma sti ragazzi nun potrebbero fa quarcosa de serio invece de venì a perde tempo all’Università. Perché nun fanno i muratori, gli idraulici, i pizzettari?
-A me questo discorso sta benissimo. Se un ragazzo ha voglia di lavorare è giusto che segua la propria vocazione e si metta da subito ad imparare un mestiere. I lavori onesti sono tutti dignitosi e tutti possono essere svolti con passione e professionalità. Ma il Ministro non ha detto non iscrivetevi all’Università – anche se forse l’ha pensato. Ha detto laureatevi in fretta dando esami a caso. Che è molto peggio.
-Aspè, qua te stai a sbaja te. A  me me pare de capì che er Ministro ha fatto un paragone tra l’Università e le prime esperienze sessuali.
-Non ti seguo.
Meglio presto e male che tardi e bene – Ahahah – quinta pacca.

-Carina questa. Ma dimmi una cosa: tu ti faresti operare da un medico che si è laureato presto e male o preferisti un chirurgo che si è specializzato tardi, ma con il massimo dei voti?
-Er chirurgo.
-E se dovesse capitarti di avere qualche incomprensione con gli agenti di PS, preferiresti che ti difendesse un avvocato che si è laureato male a 21 anni o uno che si è laureato a 28 con 110 e lode?
Er secondo, tutta la vita.

-Mi segui? Invitare i giovani a laurearsi presto e male è un atto criminale. Secondo me la cosa più importante che possiamo insegnare ai ragazzi è che tutto quello che fanno, e ripeto “tutto quello che fanno”, lo devono fare sempre con la massima consapevolezza. Non intendo dire che debbano prendere sempre il massimo dei voti: quello che conta non è il risultato, ma il percorso. Guidare la macchina, leggere un libro, bere un bicchier d’acqua, dobbiamo fare tutto con la massima cura, coscienza, consapevolezza. Perché questo è l’unico modo per dare valore al nostro tempo.
-Me sa che c’ha ragione, proffe – sesta pacca – m’hai ricordato er Bandito.
-Chi?
-Che fai? Me caschi sulle basi Prof?! Burdisso, il difensore della Roma di Ranieri.
-Ah… Burdisso, certo… che c’entra?

-Un giorno er mister stava a fa la ramanzina alla squadra. Je stava a dì che se dovevano da impegnà, che dovevano da sudare in allenamento. Quindi er Mister je dice: “ricordateve sempre che la domenica se gioca come ci si allena”. A quer punto er Bandito fa un passo avanti e, nello stupore di tutti je risponne: “sbagliato mister, si gioca come si vive”. Hai capito proffe? – settima pacca.

Inizio a non sentire più il mignolo. Devo trovare una via d’uscita.

-Adesso te la racconto io una storia.

Un professore universitario mette sulla cattedra un contenitore trasparente, e chiede alla classe se il contenitore sia pieno o vuoto. La classe risponde in coro che il contenitore è vuoto.
Allora il docente prende tre grossi sassi da sotto la cattedra, li mette nel contenitore e domanda:
– Adesso è vuoto o pieno?
I ragazzi rispondo in coro che il vaso è pieno.
– Sbagliato.
Il docente prende un sacchetto di ghiaia, lo versa nel contenitore e domanda:
– Ora? Il contenitore è pieno o vuoto?
Gli studenti iniziano ad intuire che si tratta di una domanda a trabocchetto, ma rispondono lo stesso: ora è pieno.
– Sbagliato.
Il docente tira fuori da sotto la cattedra un sacchetto di sabbia e la versa nel contenitore.
– Adesso?
-Finalmente pieno.
-Avete sbagliato di nuovo.

Il docente prende una bottiglia di birra, la stappa, la versa nel contenitore e dice: adesso è pieno.
Quindi domanda alla classe: cosa abbiamo imparato da questa storia?

Un ragazzo seduto al primo banco alza la mano: abbiamo imparato che non importa quante energie pensiamo di aver dedicato allo studio, ci sarà  sempre un piccolo spazio libero da riempire con il nostro impegno

– Sbagliato, abbiamo imparato come utilizzare il nostro tempo. Se avessi iniziato versando la sabbia non ci sarebbe stato più spazio per mettere altro. Questo significa che dovete pensare prima di tutto alle cose importanti della vostra vita, altrimenti le piccole cose occuperanno tutto lo spazio a vostra disposizione e vi sembrerà di non avere mai tempo a sufficienza.
La classe è parecchio impressionata.
Dopo qualche minuto di silenzio uno studente dell’ultimo banco alza la mano e chiede:

– Prof, e la birra?

Qualsiasi cosa decidiate di fare, c’è sempre tempo per una birra.

Alvarone sorride pacifico. Sta riflettendo. Il momento è prezioso e non va sprecato.

Quindi la prossima birra la offro io. Ora però fammi andare che è tardi.

La Camera da Letto del Vicino – Due Righe su “Terrore” e “Terrorismo”.

1. Breve fenomenologia dei sentimenti.
La paura è importante, perché ci insegna ad essere prudenti. Molte delle cose che facciamo – o che non facciamo – dipendono dal fatto che abbiamo paura di subire un danno o di provare un dolore. Ad esempio, mio nonno materno era un fumatore incallito. Un giorno decise di farsi visitare da un medico perché aveva una brutta tosse ed il dottore gli spiegò che la colpa era delle sigarette, che il fumo faceva male e che, se continuava a fumare, rischiava di ammalarsi seriamente. Nonno rimase sbigottito. Cinquanta anni fa la dannosità del fumo non era tanto scontata ed ovvia come lo è per noi oggi. Così, nonno uscì dallo studio di quel medico e buttò in un cestino la sua ultima marlboro. Da allora, e per il resto dei suoi giorni, non toccò più una sigaretta. Se le faceva accendere da nonna. Scherzi a parte, la paura è una maestra saggia che mostra agli uomini la retta via. In questo senso Thomas Hobbes ne parla come di una “passione ragionevole” che, spingendo gli uomini a sottoscrivere il contratto sociale, rappresenta la base fondante dello Stato.  Non dobbiamo quindi rinnegare le nostre paure, perché vivere senza paura significherebbe rinunciare ad una parte fondamentale della nostra umanità. L’uomo che non ha paura è un uomo a metà – come l’uomo che non piange, l’uomo che non ride o l’uomo che non ama. Al pari di tutti gli altri sentimenti, la paura rappresenta una parte essenziale della nostra umanità. Per questo motivo, esattamente come ogni altro sentimento, anche la paura può “ammalarsi” e crescere sino a subire una metamorfosi, divenendo terrore.

Provare paura è sano, addirittura utile, mentre essere terrorizzati è certamente deleterio. In questo, come in moltissimi altri casi, risulta dunque comprovato un antico insegnamento alchemico secondo cui “è la quantità che fa il veleno”.

Veleno

2. Stallo
L’ossessione per una persona non è amore, ma una perversione. La depressione suicida non è tristezza, ma una perversione. Il terrore non è  paura, ma una perversione. A differenza della paura – che induce ad agire; a continuare a fare; ad iniziare a fare; a smettere di fare o non fare mai qualcosa – il terrore blocca, paralizza, impedisce persino di ragionare. Per questo motivo, il nostro peggiore nemico cercherà in tutti modi di spaventarci: i pugili, prima o durante un incontro, rivolgono sempre  garbate paroline al proprio avversario; alcuni difensori, nel sottopassaggio che porta al campo di calcio, restano volutamente a petto nudo, in modo che gli attaccanti dell’altra squadra possano apprezzarne la muscolatura, e capire da che parte tira il vento. Perché spaventare qualcuno a morte significa aver assestato un colpo di fondamentale importanza. Ancor prima di aver iniziato il match.

3. Sfumature
In un Paese come il nostro, che ama fare certe distinzioni, il terrorismo viene solitamente suddiviso in terrorismo di destra e terrorismo di sinistra. La differenza starebbe nel fatto che il terrorismo di sinistra avrebbe sempre colpito obiettivi specifici – magistrati, sindacalisti, politici – con la finalità di “colpirne uno per educarne cento”. Dal canto suo, il terrorismo di destra avrebbe sempre sparato nel mucchio, mettendo bombe nelle piazze, nelle stazioni, nelle banche… A prescindere dalla validità di questa distinzione, è certo che la finalità del terrorista sia quella di diffondere, il più brutalmente possibile, un messaggio di morte: nessuno, in nessun luogo ed in nessun momento, deve sentirsi al sicuro. Per questo motivo non credo che il terrorista debba essere considerato un rivoluzionario. Perlomeno, non è detto che si tratti di due figure perfettamente sovrapponibili. Di fatti, il terrorista non si impegna necessariamente per sovvertire lo status quo. Non è detto che egli, provocando il caos, agisca contro il potere e non finisca, più o meno volontariamente, per favorirne il mantenimento – sollecitando l’adozione di leggi speciali e giustificando, con la propria azione, rappresaglie di ogni ordine e genere.  Voglio dire: il gruppo di esuli che decise di fare la rivoluzione a Cuba era sicuramente formato da rivoluzionari, perché, agendo con lo specifico fine di sovvertire una dittatura, colpiva i militari avversari utilizzando la micidiale tecnica della guerrilla. Al contrario, i gruppi dell’ISIS non hanno affatto attaccato la polizia, l’esercito o i centri del potere, ma un teatro, alcuni bar e lo stadio – non avendo apparentemente altra intenzione che non fosse quella di diffondere  il terrore tra la popolazione.

La tesi per cui le rivoluzioni nascono dal terrorismo ricorda molto da vicino la tesi per cui bombardare i civili aiuta a sconfiggere le dittature: il valore di entrambe è ancora tutto da provare.

4. Conclusioni
Dobbiamo quindi distinguere la paura dal terrore
: la prima è quel sentimento che ci spinge a controllare periodicamente il cellulare del nostro partner, il secondo è quel sentimento che nasce il giorno in cui scopriamo che esiste (almeno) un secondo telefono da tenere sotto controllo.

Scherzi a parte, a me pare evidente che stiamo combattendo una guerra contro un esercito di fantasmi che vive sul nostro stesso territorio. Non possiamo dunque sperare di vincere fino a quando non decideremo di adottare una strategia adatta alle peculiarità del nostro avversario.

Intendo dire che il terrorismo si combatte con le operazioni di intelligence. Sperare di sconfiggerlo lanciando bombe su di uno Stato straniero è come provare ad uccidere una zanzara dando fuoco alla camera da letto del vicino.

Infine, credo che sia opportuno concludere questo breve articolo con un messaggio per i nostri acerrimi nemici.

Cari terroristi, sarà anche vero che noi occidentali siamo una massa inerme di consumatori senza spina dorsale, ma potete stare certi che siamo pronti a morire quando si tratta di difendere i nostri valori.

Per questo motivo, io dico che siete stati fortunati a non mettere piede dentro lo stadio.

Ira. Il Vizio dei Demoni

Roma, quartiere San Giovanni, sono al ristorante con il mio vecchio amico Andrea, ottimo pianista, esperto di arti marziali e gran mangiatore di sushi. L’argomento della conversazione è la collera. Gli sto raccontando un film.

-Insomma, si trovano nel bel mezzo del deserto. Il detective è in piedi e ha la pistola puntata sul serial killer, che, invece, è legato e inginocchiato di fronte a lui. Ad un certo punto arriva un camioncino, scende un uomo e consegna un pacco al detective.  Il detective apre il pacco e scopre che il killer ha ucciso sua moglie. Rimane sconvolto, ha la testa del sospettato sotto tiro e non sa se sparare o meno. Il serial killer, invece, resta  impassibile, anzi, lo provoca e gli dice: “avanti, uccidimi, trasformati in ira”.

-E poi? Che succede dopo?
-Poi niente. Non te lo dico
– Come non me lo dici?
– Non te lo dico, si tratta del finale del film.
– Ma sei serio?
– Certo, ti rovinerei la sorpresa. Non me lo perdoneresti mai.

Rabbia

-A parte questo, cosa hai da dire sulla collera?
-Quattro cose: pubblicità, tempo, sconfitta e salute.
-Adesso è tutto più chiaro.

-L’ira è un vizio parecchio diverso da tutti gli altri perché molto difficilmente si può dissimulare. Intendo dire che l’invidia – come l’avarizia, l’accidia o la lussuria- può essere facilmente nascosta. L’invidioso, al pari di altri viziosi, prova in tutti i modi a fare finta di essere sano – e spesso ci riesce. L’iracondo non può. Perché l’ira esiste nella sua più chiara ed evidente manifestazione, che è sempre pubblica, palese, esteriore. Chi non si mostra adirato non possiede questo vizio. Magari si tratta di qualcuno che cova vendetta, di qualcuno segretamente pieno di odio, ma non di una persona collerica. Aristotele aveva capito molto bene questa differenza. Perché l’odio può essere calcolo, razionalità, freddezza, mentre l’ira è un vulcano che esplode, un fiume che esonda, un Demone che irrompe sulla scena. Divampa sul volto, deforma la postura, cambia il volume ed il tono della voce. Per questo motivo, quando la Bibbia deve descrivere l’ira di Caino, utilizza un’espressione che, letteralmente, significa: “s’infiammò (bruciò)”. Aggiungendo che “il suo volto cadde a terra”.

– Quindi l’ira sarebbe tipicamente “esteriore”…
– Certo, dimmi a cosa pensi se ti dico “rabbia”.
– Mi viene in mente quel video di youtube in cui un uomo litiga con il computer e poi lo butta dalla finestra. Hai presente?
– Come no. Quando devo spiegare ai ragazzi la differenza tra hardware e software dico sempre che l’hardware è tutto ciò che puoi prendere a calci.
-…
-…

– Capisco, ma il tempo cosa c’entra?
-L’ira è subitanea, repentina, fulminante. Mentre gli altri vizi capitali ti avvelenano goccia a goccia, quotidianamente, l’ira è tanto più violenta quanto più rapida. Salta fuori all’improvviso, si sfoga esattamente come fa un fulmine e poi torna a scorrere silenziosa ed invisibile nelle più recondite profondità della coscienza. Il Demone dell’ira prende completamente ed immediatamente possesso del suo schiavo, ordinandogli di fare  qualcosa. Mi segui?
– Certo, mi viene in mente  Totti che rincorre Balotelli  e gli rifila un bel calcione, a palla lontana, durante la Finale di Coppa Italia – con il Presidente Napolitano che osserva sbigottito in tribuna.
-Tutti sappiamo che in quel caso il Capitano ha sbagliato…
-Ovviamente. Ha sbagliato perché l’ha preso di piatto, se l’avesse preso di punta non si sarebbe rialzato tanto facilmente.
-…
-…

La terza caratteristica dell’ira è che è essa sconfigge il soggetto che la prova. L’ira rende deboli, incapaci di intendere e volere. Non a caso, diciamo che una persona iraconda “ha perso le staffe” oppure, che era “fuori di sé”. Per questo motivo, una volta passata la crisi, l’iracondo prova vergogna per ciò che ha fatto. Rifletti su questo: l’essere umano mostra la propria nobile forza quando rimane sereno. Per questo motivo, quando deve descrivere l’ira, Evagrio parla di “vapori nebbiosi” di “nuvole che oscurano il sole”.
– Sono assolutamente d’accordo. Per esempio, l’altro giorno ero al bar e c’erano questi ragazzini che perdevano tempo e bevevano birra – avranno avuto quindici o sedici anni-, a un certo punto, uno di loro inizia a fare battute stupide sulla cameriera Apertamente, senza dissimulare in alcun modo la cosa.
-E tu che hai fatto?
-Mi sono alzato, sono andato da loro ed ho detto: ragazzi non mi sembra il caso di comportarsi in questo modo. E poi, rivolgendomi allo spiritoso: “adesso tu chiedi scusa“.
-E lui?
-Ha detto una cosa del tipo, “vedi di andare a fare il babbo da un’altra parte, zio“. A quel punto ho fatto fruttare gli insegnamenti del mio terapeuta: ho respirato con attenzione, sono andato a trovare il mio spirito guida ed ho iniziato a contare lentamente fino a dieci
-E poi?
-Ho detto che non ero né un babbo, né uno zio, ma avrebbe potuto considerarmi comunque un mezzo parente, dato che conoscevo benissimo sua madre.
-…
-…

-L’ultima caratteristica della collera è che essa ferisce (anche) il soggetto che la prova. Intendo dire, dal punto di vista strettamente clinico, una persona iraconda tende ad avere tutta una serie di problemi medici che gli altri viziosi non hanno. L’avaro vive a lungo – anche se vive male – esattamente come l’accidioso o il superbo, mentre l’iracondo deve prendersi cura del proprio cuore, perché non è detto che sopravviva ad un attacco di ira.

-Insomma questo è ciò che scriverai nel post di domenica prossima?
-Si, che te ne pare? Ti piace?
-Interessante. Adesso ti racconto io una cosa interessante. Hai presente prima, quando ti sei alzato per andare in bagno?
-Si, che è successo?
-Ho preso un pezzo di sushi dal tuo piatto ed ho spalmato una noce di wasabi sotto il pesce. Poi, l’ho rimesso al suo posto.
-E dove l’hai messa? Sotto il salmone? Sotto il tonno?
-Non te lo posso dire.
– Non fare il cretino.
-Ti rovinerei la sorpresa finale, non me lo perdoneresti mai.

La Rivolta dei Piccoli Hater

0) Premessa
Qualche giorno fa ho scritto un post contro una nuova bufala sulla privacy che stava iniziando a circolare su Facebook. L’ho fatto perché molti utenti mi hanno sollecitato, ed anche, perché da docente di informatica giuridica credevo di poter contribuire in tal modo alla diffusione della verità – che, diciamocelo pure, è sempre una bella cosa. Tenete presente che circa un anno fa, quando mi sono occupato per la prima volta di questo tema, moltissime persone si domandavano se quel post fosse o meno efficace per tutelare la propria privacy. Al punto che La Repubblica scrisse alla Direzione di Facebook per avere notizie certe e successivamente pubblicò una smentita ufficiale. Tutto ciò premesso e considerato, alcuni utenti hanno sentito il bisogno di venire sul mio profilo a giustificarsi. Nella migliore delle ipotesi, si sono limitati commentare con frasi del tipo: “io non ho mai fatto una foto con il telefono che mi ha regalato l’amante!”; oppure, con l’altrettanto geniale: “io ho letto tutti i libri che cito!”. Nella peggiore hanno creduto di essere in diritto di insultarmi personalmente. Per questo motivo, ho pensato che fosse giusto dedicare il mio consueto articolo domenicale ai miei piccoli hater.

Nella convinzione che una sola risposta non sarebbe bastata, ne ho elaborate sette.

1) Religiosa I (Ecumenica)
La prima metà del post – la parte che vi ha fatto molto indignare – era volutamente eccessiva, iperbolica e sardonica, ma soprattutto, era strumentale: serviva per arrivare alla conclusione. Vi confesso che a me tutto questo sembrava evidente  – almeno quanto il fatto che il post sulla privacy fosse una colossale bufala. Quindi, considerato che oggi è il giorno del Signore, vi propongo di deporre definitivamente le armi e scambiarci un segno di pace. Abbracciamoci fraternamente e torniamo ciascuno sulla propria strada, nella convinzione che il confronto è sempre un ottimo modo per crescere ed arricchirsi reciprocamente. Che ne dite? Pace fatta? Benissimo. Adesso potete tornare sul vostro profilo a fare finta di essere le persone che non siete.

134H

2)  Logica
Andiamo al succo: cosa mi rimproverate?  Di aver espresso un giudizio negativo sugli utenti di Facebook, dimenticando che “tutti sono liberi di scrivere ciò che vogliono”. Spiegatemi una cosa: perché questa regola dovrebbe valere per tutti tranne che per me?

3) Giuridica
La libertà di espressione del pensiero è una cosa seria. Si fa presto ad affermare di esserne convinti paladini quando non ci sentiamo in alcun modo chiamati in causa. Qualche tempo fa eravate tutti Charlie, poi siete diventati tutti Erri, ma guai a toccare il profilo Facebook altrui, perché il sentimento religioso ed il rispetto della legalità valgono molto meno delle vostre bufale virali. Alla fin fine, pochissimi di noi possono dire di essere veramente Charlie. La maggior parte assomiglia di più a Snoopy.

4) Medica
Guarda caso, i piccoli hater hanno tutti il vizio di scrivere almeno ottantacinque commenti, provando a sollevare le masse ed alimentare uno shit storm nei miei confronti. Insomma, si sentono offesi per ciò che ho scritto ed in dovere di intervenire nel dibattito; nella convinzione che il mondo giri tutto intorno a loro. A tal riguardo, consiglierei una visita specialistica. Potrebbe essere labirintite.

5) Religiosa II 
Quando Dio stava distribuendo l’ironia voi eravate in fila per il bagno.
Ma sul vostro profilo avete scritto che eravate in fila per la sincerità.

6) Filosofica
Riferendomi alla più gran parte degli utenti di questo social network, ho solo ripreso il pensiero di uno dei più interessanti filosofi contemporanei – attualmente docente presso la prestigiosa Università di Heidelberg – che ha spesso e molto chiaramente criticato la falsità dilagante su Facebook. Mi rendo perfettamente conto del fatto che anche io scrivo su Facebook e dunque la stessa accusa di falsità potrebbe essere rivolta nei miei confronti. Ma sapete qual è la cosa più bella? Non faccio nessuna fatica ad ammetterlo. Chi più chi meno, tutti utilizziamo il nostro profilo come una vetrina. La differenza tra me e voi non è la sincerità, ma l’(auto)ironia. Io indosso il vestito elegante dell’intelligenza, mentre voi andate in giro con i jeans a sigaretta.

7) Conclusiva
Insomma, sono assolutamente convinto che ci siano tantissime persone che citano solo frasi di autori che conoscono, non divulgano bufale, non hanno l’amante e non fanno finta di essere sempre felici.

Solo che nessuna di queste persone ha un profilo su Facebook.

Ps: Se Dio vuole, domenica prossima torniamo a parlare di cose serie ;)