Ieri il Senato ha approvato il DL Sicurezza sul quale il Governo aveva posto la fiducia – piallando, così, non solo il dibattito parlamentare, ma ogni dissenso o scrupolo di coscienza interno alla maggioranza.
Perché il Parlanento è ormai un optional.
La libertà di coscienza è un vezzo borghese.
Insomma, il metodo adottato dalla maggioranza è stato coerente con un decreto fortemente incentrato sulla criminalizzazione del dissenso – soprattutto quando si tratta di grandi opere.
A parte ciò, per il governo è essenziale ampliare i poteri dei servizi segreti, boicottare la cannabis light ed evitare che gli extracomunitari possiedano un cellulare.
Il modello è chiaramente l’Ungheria di Orban.
L’ispirazione proviene dal nostro più inglorioso passato.
Occhio, come ama dire Bersani, “questi si stanno portando avanti col lavoro”.
5.6.2025
Oggi siamo tutti più sicuri? Certamente. Siamo sicuri di vivere in uno Stato di Polizia, ogni giorno meno libero e democratico.
Alcune etnie non hanno la nostra stessa sensibilità verso le donne, ha dichiarato il ministro della giustizia.
La nostra stessa sensibilità.
In Italia, il diritto di voto alle donne è stato riconosciuto meno di un secolo fa.
Meno di un secolo fa, le donne italiane erano cittadine di serie b, recluse in casa e discriminate in ogni ambito, svilite dal machismo tossico di un regime dittatoriale che trovava il suo maggiore feticcio nella forza e nella violenza virile.
Oggi la nostra grande sensibilità è quella del branco di Caivano o di quello di Palermo?
È quella che ha portato alla scomparsa di Chiara, o quella che ha causato la morte di Yara?
Di cosa diavolo stiamo parlando?
La violenza fa parte dell’animo umano. Si manifesta ovunque in mille forme diverse.
La Costituzione insegna che la responsabilità penale è personale – non della famiglia, non del gruppo sociale, non dell’etnia.
Ciascuno risponde di sé, per ciò che fa o non fa.
Ed è gravissimo che io oggi debba essere costretto a ricordare una cosa tanto importante e al tempo stesso basilare.
Mi piace molto Enrico Ruggeri, credo che occupi un posto di rilievo nella storia della musica italiana e penso che abbia scritto brani indimenticabili per se stesso e per altri artisti – primo fra tutti: il mare in inverno.
Anche per questo motivo sono rimasto parecchio deluso dalla infinita serie di sciocchezze sesquipedali che ha dichiarato al Messaggero.
Quando il cronista gli chiede del fascismo, Ruggeri risponde che l’unica dittatura che ha vissuto in vita sua è stato il lockdown dovuto al covid.
Quando gli domandano se è antifascista si rifiuta di rispondere tacciando la domanda di aggressività “pre-dittatoriale” ed affermando che gli ricorda l’omicidio di Ramelli.
Si vanta di essere andato a letto con più di mille donne.
Ritiene che la sua carriera musicale sia stata ostacolata dalla sinistra – il che, detto da uno che ha vinto due volte Sanremo, suona parecchio strano…
Ma c’è di peggio – se mai fosse possibile.
Quando il cronista gli chiede come mai i cantanti del suo romanzo pubblicato nel 2011 siano tutti umanamente deludenti, Ruggeri risponde: volevo raccontare che i cantanti sono spesso deboli, cialtroni e disadattati.
Quello che sarei diventato io se non avessi avuto successo.
Caro Ruggeri, mi dispiace darle una brutta notizia, ma il successo non è una cura, non è una forma salvezza. Il cialtrone, il disadattato e il debole restano tali anche se vendono milioni di dischi.
Il successo non rende le persone più serie, più buone o più sagge.
Lei, ad esempio, ignora che dichiararsi antifascisti dovrebbe essere scontato, visto che l’antifascismo è un valore costituzionale, il più alto di tutti, la base fondante della nostra democrazia.
Lei paragona il 20ennio fascista alle misure prese dal governo italiano – e poi seguite da moltissimi altri Paesi – per combattere una pandemia (sminuendo indecorosamente molte cose veramente drammatiche, come, a mero titolo di esempio, le leggi razziali, i massacri africani e le deportazioni nei campi dì concentramento).
Lei considera le donne al pari di trofei da esporre e si vanta con molta poca signorilità di averne avute tante – come se fosse uno Sgarbi o un Cassano qualunque.
Insomma, signor Ruggeri, c’è una gran bella differenza tra essere “un libero pensatore” ed esprimere opinioni temerarie, del tutto prive di consapevolezza storica e di fondamento.
Dia retta al prof., lei oggi ha scritto la peggiore delle sue canzoni.
Leggo un po’ ovunque che l’elezione di Sergio Mattarella sarebbe frutto del grave fallimento della classe politica italiana. Si tratta di una ricostruzione che non mi sento di condividere pienamente.
Se fallimento c’è stato è stato infatti il fallimento eclatante, totale e disdicevole, delle destre.
🙌 Prima ci hanno fatto perdere tempo con una candidatura sinceramente – e con tutto il rispetto – “improponibile”, come quella di Silvio Berlusconi;
😅 Poi hanno mandato allo sbaraglio Maria Elisabetta Alberta Casellati – seconda carica dello Stato – che ci ha regalato veramente una bella immagine di sé, restando al suo posto a contare voti e mandare messaggini durante lo spoglio;
👍🏻 Infine, hanno bruciato il nome di Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti, persona discreta e seria, che avrebbe volentieri evitato di finire nel tritacarne della politica.
Totale: dopo aver contestato duramente Sergio Mattarella nel 2015, la lega è tornata al Colle per pregarlo di accettare un secondo incarico.
Mentre Fratelli d’Italia si è dissociata apertamente dai suoi alleati, dichiarando che oggi il centro destra deve essere interamenterifondato.
Insomma, le destre avevano i numeri per decidere, o quanto meno per influenzare pesantemente la scelta, ma hanno sbagliato tutto ciò che era umanamente possibile sbagliare, rendendo ancor più evidente la loro scarsa capacità politica.
Quindi, per favore, smettiamola di dire che ha fallito “la politica”.
🔴 Comunque la si veda, affermare che l’elezione di Mattarella è frutto del fallimento “della classe politica” è poco garbato e ancor meno corretto nei confronti di un uomo competente, serio, esperto e capace, come pochissimi altri.
30.1.2022
Avere Sergio Mattarella come Presidente è un onore per tutti noi, una cocente sconfitta per le destre, una grande vittoria per il Paese.
Matteo Salvini si presenta davanti alle telecamere senza cravatta, con il collo della camicia sbottonato, stanco e sudato come se fosse appena uscito da una sala operatoria o meglio ancora da una estenuante partita di poker con gli amici – una serata in stile “una notte da leoni”, per capirci.
Dice: “sto lavorando perché ci sia un Presidente donna! Una donna in gamba, non una donna in quanto donna”.
Questa dichiarazione può sembrare razionale e sensata, se la ascoltiamo distrattamente, ma in realtà non ha alcun senso. Cosa significa che deve essere donna – però in gamba, eh?
Immaginate se avesse detto: sto lavorando per un Presidente maschio. Però uno bravo eh, non solo maschio!
Nel momento in cui decidi che sia donna – come valore primario – è del tutto inutile aggiungere “non donna in quanto donna”. Ormai hai posto la pregiudiziale di genere! Ci mancherebbe che, dopo averlo fatto, Salvini ci presentasse una candidatura di basso livello.
Chiaramente, sta strumentalizzando la questione femminile.
Ma dire “il Presidente deve essere una donna” è umiliante e svilente.
È un esercizio di sessismo maschilista paragonabile a quello di chi dice: deve essere uomo (ma uno bravo eh, non solo uomo!). Pensate a quanto possa sentirsi legittimata una eventuale Presidentessa nel sapere che sul tavolo c’erano candidati egualmente o più adatti di lei, ma lei in più era donna ed è stata scelta perché questo – il genere – era il primo e fondamentale requisito.
Signori miei, stiamo parlando del Presidente della Repubblica. Abbiamo diritto ad una candidatura di elevato profilo, indiscutibile valore civile e altrettanta statura morale.
Maschio o femmina non ha importanza, è un indecoroso ragionamento da bar.