Il valore di un uomo

Quando avevo quattordici anni fui rimandato in matematica. Con cinque. Unico rimandato a settembre in matematica di tutta la classe. Iniziai a pensare di lasciare il liceo per mettermi a fare l’apprendista benzinaio, mi ammalai seriamente di insonnia, smisi di mangiare e persi rapidamente cinque chili – il che, considerato il mio peso dell’epoca, significava che stavo letteralmente scomparendo.

Insomma, la presi bene.

Studiai comunque tutta l’estate. I miei genitori avevano pianificato di passare un periodo al mare, siccome il docente che mi dava ripetizioni sosteneva che non avremmo dovuto interrompere i nostri incontri, per tre volte a settimana prendevo il treno, tornavo a Roma, prendevo il bus, prendevo la metro, andavo a ripetizioni, riprendevo il bus, riprendevo la metro, riprendevo il treno e raggiungevo, la notte, la mia famiglia al mare.

Al compito di settembre presi sette. Ma la professoressa si rifiutò di ammettermi al secondo anno con quel voto. La giustificazione fu: altrimenti i ragazzi che sono stati promossi a giugno con sei si offendono.

Non sto scherzando.

Decisi così che la matematica mi odiava ingiustamente e quindi io avrei odiato altrettanto ingiustamente lei, smettendo di studiarla. Non ha senso, lo so, ma gli adolescenti sono capaci di fare ragionamenti parecchio strani.

La verità è che ho sofferto tanto per l’umiliazione di quel cinque che non divenne mai sette. Tutto questo mi è tornato in mente quando ho saputo dello studente di Napoli che ieri, dovendo recuperare tre materie, si è lanciato dal quarto piano.

Professori, compagni, parenti… nessuno è riuscito ad afferrarlo prima che si lanciasse nel vuoto, nessuno era sotto quella finestra per evitare che si facesse male… Stiamogli quindi accanto ora. Mi rivolgo soprattutto ai suoi compagni: non lasciatelo solo. Fategli capire che gli volete bene, che lo stimate ancora, che non lo giudicate per ciò che ha fatto, perché nella vita tutti possono commettere un errore.

Lo studio non è una gara, non è una competizione, non è una guerra. Può capitare di essere rimandati o bocciati. Ciascuno ha il suo percorso, i suoi risultati e i suoi tempi. Soprattutto, una persona vale molto di più dei voti che prende a scuola, del ruolo che ricopre nella società e dello stipendio che percepisce.

Il valore di un uomo si misura esclusivamente in base alla grandezza del suo cuore.

Roma 23.6.2020

Repetita Iuvant

La Ministra e Plutarco

Maggio 2018 – Un mio caro amico e collega mi coinvolge nella sua campagna elettorale come Rettore, mentre cerco uno slogan accattivante, scovo una bellissima frase di Plutarco: “gli studenti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere”.

Maggio 2019 – Alla citazione di Plutarco faccio riferimento nel titolo del mio primo romanzo: “fuoco è tutto ciò che siamo”.

2018/20- Almeno altri due candidati a Rettore, in Italia, usano lo stesso slogan.

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Maggio 2020 – La ministra Azzolina dichiara alla stampa che “gli studenti non sono imbuti da riempire”.

“Imbuti”.

Roma 19.5.2020

Mala Tempora Currunt

Si conosoce solo ciò che si ama

Oggi è il primo giorno di scuola per tanti studenti. Domani, anche io inizierò il mio corso, per il quindicesimo anno. In questo momento mi piacerebbe ricordare ai colleghi – e prima di tutti a me stesso – una bella massima di Plutarco: gli studenti non sono contenitori da riempire, ma fuochi da accendere.

Mi piace molto questa frase – tanto di aver deciso di farle implicitamente eco nel titolo del mio primo romanzo -mi fa venire in mente un’altra perla, altrettanto saggia, di S. Agostino, “si conosce solo ciò che si ama”.

Questo è dunque il nostro compito: trasmettere la passione, la curiosità, l’amore per la cultura, fare in modo che quel fuoco resti vivo – o inizi a bruciare – e che accompagni la crescita dei ragazzi, la loro maturazione personale.

In-segnare significa, letteralmente, scrivere dentro il cuore e la mente di qualcuno, non è un compito facile: ci vuole perizia, precisione, attenzione… basta una frase sbagliata per mandare tutto e per sempre in frantumi.

Insomma, amici carissimi, ci attende un anno di duro lavoro, ma sappiamo bene che, per quanto possiamo lavorare sodo, con dedizione e amore, resteremo per sempre i primi allievi dei nostri studenti, i loro, più affezionati e nostalgici, debitori.

Debiti Formativi

Quando avevo quattordici anni fui rimandato in matematica. Con cinque. Unico rimandato a settembre in matematica di tutta la classe. Iniziai a pensare di lasciare il liceo per mettermi a fare l’apprendista benzinaio, mi ammalai seriamente di insonnia, smisi di mangiare e persi rapidamente cinque chili – il che, considerato il mio peso dell’epoca, significava che stavo letteralmente scomparendo. Insomma, la presi bene.

Studiai comunque tutta l’estate. I miei genitori avevano pianificato di passare un periodo al mare, siccome il docente che mi dava ripetizioni sosteneva che non avremmo dovuto interrompere i nostri incontri, per tre volte a settimana prendevo il treno, tornavo a Roma, prendevo il bus, prendevo la metro, andavo a ripetizioni, riprendevo il bus, riprendevo la metro, riprendevo il treno e raggiungevo, la notte, la mia famiglia al mare.

Al compito di settembre presi sette. Ma la professoressa si rifiutò di ammettermi al secondo anno con quel voto. La giustificazione fu: altrimenti i ragazzi che sono stati promossi a giugno con sei si offendono. Non sto scherzando.

Decisi così che la matematica mi odiava ingiustamente e quindi io avrei odiato altrettanto ingiustamente lei, smettendo di studiarla. Non ha senso, lo so, ma gli adolescenti sono capaci di fare ragionamenti parecchio strani. La verità è che ho sofferto tanto per l’umiliazione di quel cinque che non divenne mai sette.

Tutto questo mi è tornato in mente quando ho saputo dello studente di Napoli che ieri, dovendo recuperare tre materie, si è lanciato dal quarto piano.

Professori, compagni, parenti… nessuno è riuscito ad afferrarlo prima che si lanciasse nel vuoto, nessuno era sotto quella finestra per evitare che si facesse male… Stiamogli quindi accanto ora. Mi rivolgo soprattutto ai suoi compagni: non lasciatelo solo. Fategli capire che gli volete bene, che lo stimate ancora, che non lo giudicate per ciò che ha fatto, perché nella vita tutti possono commettere un errore.

Lo studio non è una gara, non è una competizione, non è una guerra. Può capitare di essere rimandati o bocciati. Ciascuno ha il suo percorso, i suoi risultati e i suoi tempi. Soprattutto, una persona vale molto di più dei voti che prende a scuola, del ruolo che ricopre nella società e dello stipendio che percepisce.

Il valore di un uomo si misura esclusivamente in base alla grandezza del suo cuore.

Le colpe dei padri

Nella mensa di una scuola di Verona fanno accomodare una bambina a tavola con i suoi compagni, ma siccome i genitori non pagano la mensa, le servono un pacchetto di cracker e una scatoletta di tonno. Sentendosi umiliata, la bambina scoppia in lacrime davanti a tutti.

Questa è la società in cui viviamo.

A tutti quelli che dicono “eh ma i soldi in qualche modo li devono trovare” faccio presente solo due cose.

1. Nel Paese dei condoni fiscali, dell’evasione strutturale e del fatturato sommerso, siamo bravissimi a fare gli integerrimi tutori della legalità solo quando si tratta di prendersela con i più deboli.

2. Il principio “non paghi non mangi” vi appare inattaccabile? Benissimo. Allora da domani i figli degli evasori resteranno fuori dalle scuole, dagli ospedali o dai parchi pubblici, e saranno obbligati a circolare con un cartello appeso al collo con su scritto “i miei genitori rubano allo Stato italiano”.

Così magari capite che in un Paese civile non ci si vendica sulla pelle dei ragazzini.

Cialtroni.