Mahmoud Ghuniem Lufti ha 35 anni, in Libano ha una famiglia con 13 persone da mantenere, vive e lavora in Italia dal 2012.
Sarebbe un infermiere, ma qui è un rider di Just Eat.
Quando ha capito che in Italia ci sarebbe stato grande bisogno di mascherine, Mahmoud, – rider, immigrato di origini palestinesi, con tredici persone da sfamare “a casa sua” – ha comprato mille mascherine e le ha regalate alla Croce Rossa di Torino.
Ha compiuto un gesto veramente esemplare, dimostrando quanto possa essere potente e bello il legame di solidarietà che unisce i popoli. Alla faccia di ogni forma di razzismo e di discriminazione.
Grazie per la bella lezione, Mahmoud, il mondo non si cambia con le belle parole, ma con l’esempio.
In un video si vede una signora di Ischia, in piena crisi isterica, mentre aggredisce verbalmente i turisti del nord colpevoli di portare il virus al sud; in un altro, un ragazzo filippino viene picchiato in un supermercato da un cretino che lo scambia per cinese (untore); in questa foto vedete invece il povero Zhang, trentenne nato e cresciuto in Italia: gli hanno spaccato una bottiglia in testa in un bar di Cassola (Vicenza). Ovviamente, lo hanno picchiato perché ha la faccia cinese.
Quindi la quarantena, la zona rossa, i rimpatri e tutto il resto non ci stanno insegnando nulla. Anzi, siamo ogni giorno più razzisti, cattivi e stupidi del giorno prima.
Oggi la Cassazione ha stabilito che la Comandante Carola Rackete ha agito legittimamente, la sua condotta risulta infatti pienamente giustificata dalla necessità di salvare la vita dei naufraghi, poiché “l’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi dal pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro”.
Inoltre, la motovedetta della Guardia di Finanza non può essere considerata una nave da guerra.
Ma pensa un po’… esattamente ciò che abbiamo sempre sostenuto!
Ciliegina sulla torta: per la Comandante Rackete ora sarà molto più facile ottenere la condanna per diffamazione di un certo ex ministro che disse che era una “delinquente”, l’autrice di un atto “criminale”.
“All’arrivo nei campi venivano rasati i capelli, per le donne era una privazione della femminilità. Mentre ero in fila una kapò notò la mia folta chioma e decise che io avrei dovuto tenerla. Naturalmente, dopo pochi giorni i capelli mi si riempirono di pidocchi. Mi fu visto camminare un pidocchio sul viso e fui isolata. Mi rasarono da sola, nel gelo del campo. I soldati che passavano ridevano di me, si domandavano per quale motivo fossi ancora in vita”.
Queste sono alcune delle parole pronunciate dall’onorevole Liliana Segre, in occasione della inaugurazione dell’anno accademico, a La Sapienza.
Nel celebre Ateneo, Segre ha ricevuto il Dottorato Honoris Causa in Storia dell’Europa ed ha tenuto, davanti al Presidente della Repubblica e a molte altre autorità, una Lectio Magistralis dal significativo titolo “La Storia sulla pelle”.
Prima di andare via, ha voluto abbracciare il ragazzo che ha partecipato alla cerimonia come rappresentante del corpo studentesco e che è stato al centro di grandi polemiche, nei giorni scorsi, perché accusato di essere neofascista.
“Che bel ciuffo che hai… porti i capelli come mio nipote, posso baciarti?”.
Vorrei ringraziare questa grande donna per la sua immensa lezione di umanità, per la sua straordinaria dignità, per la sua dolorosa memoria.
“Anche se sono vecchia, resto sempre quella bambina che un giorno fu espulsa da scuola per la colpa di essere nata”.
Roma 18.2.2020
Cara Senatrice, Dottoressa Segre, noi siamo i tuoi studenti, la tua famiglia, le tue guardie del corpo.
Demetrio Elida è un trentenne di origini filippine che vive da anni a Cagliari, dove lavora come cameriere in un ristorante. Ha una compagna e due figli; tutti ne parlano come di una persona gentile ed educata che non ha mai creato alcun tipo di problema a nessuno.
Ieri è stato aggredito da tre persone e ferocemente picchiato: l’hanno scambiato per cinese e dunque accusato di diffondere il virus.
Questo è il livello cui siamo arrivati in Italia; la dimensione del fenomeno.
“Eh ma qui il razzismo non c’entra, avevano SOLO paura del virus!”
Troppo facile, amico mio. Provo a spiegartelo in versione “master chef”.
Gli ingredienti della ricetta sono: violenza; paura di chi è o appare diverso; discriminazione razziale mista a grandissima ignoranza. Puoi dare al piatto il nome che preferisci: fascismo, populismo, analfaleghismo…. per quanto mi riguarda, non fa molta differenza.
L’unica cosa certa è che viviamo in tempi difficili.
A noi è toccato il compito di organizzare la resistenza, prima che questo Paese vada in malora