The Imitation Game – Dieci “dettagli” ed una conclusione che non troverete nel film.

Ciò che rende The imitation game un gran bel film, che vale sicuramente il prezzo del biglietto, è il modo in cui la sceneggiatura sintetizza e propone al pubblico una eccellente base narrativa, rappresentata dalla vita e dalle teorie di Turing.

 The Imitation GameThe imitation game è un film sulla vita e sulle teorie di Alan Turing, uno dei più grandi matematici del secolo scorso. Detto così, sembra qualcosa di noioso, in realtà, si tratta di un prodotto molto ben “confezionato”, in grado di unire una certa dose di divulgazione storica e scientifica agli stilemi dei più commerciali colossal hollywoodiani.  Ciò che rende The imitation game un gran bel film, che vale davvero il prezzo del biglietto, è il modo in cui la sceneggiatura sintetizza e propone al pubblico una eccellente base narrativa, rappresentata dalla vita e dalle teorie di Alan Turing.

Di seguito, dieci dettagli – in ordine di interesse crescente – ed una conclusione che non troverete nel film.

Il gioco dell’imitazione proposto da Turing, universalmente noto come “test di Turing” (1), prevedeva che a partecipare fossero tre soggetti ed una macchina, i tre umani avrebbero dovuto essere, due maschi ed una femmina (2). Parte della letteratura ritiene che questa scelta dipese dal fatto che Turing era interessato a dimostrare anche che l’intelligenza non ha nulla a che fare con la sessualità (3). In America, si svolgono periodicamente delle competizioni tra chatbot – un chatbot è un software che fa finta di essere un utente-, sino ad oggi, nessuno di essi è ancora stato in grado di superare il test di Turing (4). Qualche mese fa, Kevin Warwick – docente presso l’Università di Reading – annunciò che un programma di nome Eugene era riuscito in questo arduo compito, ma  la notizia non fu ritenuta attendibile dalla comunità scientifica internazionale. Secondo i maligni, si sarebbe trattato di una trovata pubblicitaria per fare in modo che, sulla stampa, si tornasse a parlare del Test, lanciando, in questo modo, l’uscita del film (5). Turing era ossessionato dalla favola di Biancaneve (6). Per questo motivo, si è “sucidato” mangiando una mela avvelenata(7). Secondo una teoria che non è mai stata smentita, il logo della Apple sarebbe un omaggio al più grande matematico/informatico del secolo scorso (8). Dal punto di vista filosofico, il test non risulta del tutto convincente. Una delle più famose contro argomentazioni si chiama “la stanza cinese” ed è stata elaborata dal filosofo del linguaggio J. R. Searle (9). Il trattamento ormonale a cui fu sottoposto Turing gli fece crescere il “seno”, facendolo cadere vittima di una profonda e tristissima depressione (10).

Conclusione-  Uno dei geni del XX secolo è stato perseguitato, osteggiato ed infine condannato per la propria omosessualità. Sebbene siano passati molti anni dalla morte di Turing, l’intelligenza artificiale rappresenta ancora un’ipotesi teoretica parecchio discutibile e discussa. Sulla stupidità degli esseri umani, invece, non possiamo avere alcun dubbio.

Lo scarso valore di un vincolo sociale “fluido”.

Fare parte di una comunità è bello, ma costa. In primo luogo, per essere membri di un gruppo, dobbiamo essere disposti a condividere con gli altri ciò che è nostro; fosse anche solo il tempo, lo sguardo o l’attenzione. In secondo luogo, tutte le comunità prevedono lunghi, complicati – ed alle volte pericolosi- rituali di selezione e di inclusione.

Introduzione – Alcuni libri possiedono una pudicizia del tutto particolare, pretendono di essere corteggiati, si nascondono, sono timidi. Una piccola ma essenziale parte del piacere della lettura inizia con questo corteggiamento, con questa ricerca. Una piccola ma essenziale parte del piacere della lettura inizia prima ancora di aprire la prima pagina e leggere la prima parola, esattamente come il piacere di un sigaro inizia prima dell’accensione, nel momento in cui il fumatore annusa il tabacco per provare ad intuirne il gusto. Comprare su internet è fuori discussione, sarebbe tanto sensato quanto pescare pesci in un barile.

Per questo motivo, venerdì scorso mi sono recato in una libreria del centro per comprare un volume di cui ho bisogno per lavoro. Non vado spesso in quel negozio, perché, per raggiungerlo, devo attraversare la città, affrontando un percorso parecchio lungo e complicato. Ma dopo aver fatto mente locale ed aver considerato che ero già stato praticamente ovunque, ho trovato conforto nel detto secondo cui “non c’è dolore senza guadagno” ed ho deciso finalmente di mettermi in viaggio, animato da una timida quanto inconfessabile speranza.

Mentre consumavo freni e frizione –facendomi largo nel civilissimo e disciplinato traffico romano-, iniziavo ad intuire, con sempre maggiore chiarezza, che il mio karma stava accumulando credito. Quando, nel breve volgere di due ore e venticinque minuti, ho trovato finalmente posto ed ho parcheggiato l’auto, la timida speranza si era trasformata in una vera e propria visione. Sono quindi entrato nel negozio e mi sono letteralmente fiondato verso il mio destino, urtando gomiti e calpestando piedi, con la stessa grazia di un orso affamato che ha appena avvistato un gigantesco alveare.

 E’ stato così che ho scoperto che, in una delle librerie più fornite di Roma, la sezione “antropologia” è stata recentemente sostituita dalla sezione “gatti”. Ho pensato che questo evento meritasse di essere, in un qualche modo, celebrato.

Derby – La comunità è qualcosa di estremamente importante, grazie ad essa possiamo provare a diventare più di ciò che siamo, possiamo provare a superare i limiti che ci vengono imposti dalla natura, per trasformarci in una molecola, la piccola, infinitesimale parte di qualcosa di più grande, importante e duraturo. Fare parte di una comunità è bello, ma costa. In primo luogo, dobbiamo essere disposti a condividere con gli altri ciò che è nostro; fosse anche solo il tempo, lo sguardo o l’attenzione. In secondo luogo, tutte le comunità prevedono lunghi, complicati – ed alle volte pericolosi– rituali di selezione e di inclusione.

Questi meccanismi di “cooptazione” sono così importanti che alcuni autori ritengono che il valore di una comunità dipenda esattamente dalla fatica che abbiamo dovuto affrontare per entrare o uscire da essa. Il che significa che se puoi entrare riempiendo semplicemente un modulo on line – ed uscire con altrettanta facilità– il valore del vincolo sociale è prossimo allo zero. Tuttavia, sarebbe sbagliato giudicare il senso complessivo dell’esperienza comunitaria, il suo intero valore, facendo riferimento alle sole modalità di ammissione/esclusione. Anche per questo motivo, credo molto nei social network e nelle possibilità che essi offrono al genere umano.

Se la porta è aperta, questo non significa che la casa sia vuota.

A fronte di tutto ciò, un deludente dato di fatto: le comunità virtuali sono infestate da messaggi pubblicitari, bufale, selfie di ragazze discinte e gattini ritratti in varie e stucchevoli pose. Non fraintendetemi, a tutti piacciono i gattini e le belle ragazze. Ma c’è un limite. Per favore, prima di condividere qualcosa, riflettete attentamente e domandatevi: in che modo ciò che sto per pubblicare potrebbe risultare interessante per la mia comunità – o almeno, per una parte, anche piccola, dei essa?

Una volta fatto questo esame di coscienza, evitate di diffondere le solite banalità, sforzatevi di essere originali, arricchite il web con un pizzico della vostra personale visione del mondo. Se ci pensate bene, scoprirete che avete moltissime ed interessantissime cose da  dire e da condividere.

Io, ad esempio, ho appena ritwittato la foto di Francesco Totti che esulta sotto una splendida Curva Sud.

Profili e Web Credibility. La Legge di Hitchcock.

“Al giorno d’oggi, la web credibility ha preso il posto della reputazione di strada: ciò che più conta, tanto per le aziende quanto per i privati cittadini, è costruire e difendere la propria reputazione virtuale”

Nelle grandi metropoli è sempre più difficile trovare luoghi di incontro e di condivisione. Tutto ciò dipende dalla scellerata evoluzione urbanistica degli ultimi cinquanta anni ed anche dal fatto che, al giorno d’oggi, le persone si conoscono, si confrontano – e spesso si scontrano – in quel grande nonluogo che è il world wide web.

Come diretta conseguenza, la web credibility ha preso il posto della reputazione di strada: ciò che più conta, tanto per le aziende quanto per i privati cittadini, è costruire e difendere la propria reputazione virtuale.

Non si tratta di un compito facile, soprattutto se consideriamo che le informazioni condivise su internet hanno le gambe lunghe, e sono  in grado di andare in giro da sole.

Prima di un colloquio di lavoro, quasi tutte le società fanno controllare il profilo dei candidati sui social network; il condomino con il quale non scambiate più di due parole ogni tre settimane, sa tutto della vostra vita, e ne discute con il giornalaio; il professore al quale avete scritto una e.mail chiedendo di giustificarvi, perché, essendo fortemente influenzati, non avreste potuto assistere alla lezione del venerdì, ha poi visto le foto del fantastico week end che avete trascorso sulla neve.

Per evitare che il vostro profilo si rivolti contro di voi,  dovete fare attenzione ed accettare richieste di amicizia solo dai parenti e dalle persone che conoscete bene – divertente vero? Inoltre, dovete provare a bloccare la catena infinita dei tag e delle citazioni, il che, sostanzialmente, significa evitare di essere fotografati nelle feste, nelle cene, allo stadio, sui mezzi pubblici o durante le partite di calcetto. Il che, a sua volta, implica non avere amici; non mettere il naso fuori di casa, oppure, indossare un passamontagna. Sempre, anche ad agosto. In spiaggia.

Vi consiglio, dunque, di tenere bene a mente una piccola regola che ho battezzato

 La legge di Alfred Hitchcock

a prescindere da dove siate diretti,

il vostro profilo arriverà sempre prima di voi.

Adesso correte a rimuovere quel vecchio video in cui imitate Celentano con la cravatta di Paperino, prima che sia troppo tardi.

Il Ragazzo Invisibile. Cose Che Non Avrei Voluto Vedere. Capitolo I

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Ieri sera sono stato al cinema con alcuni amici, abbiamo visto il nuovo film di Gabriele Salvatores, “Il ragazzo invisibile”.

Ciò che più mi ha più colpito è che, a metà della narrazione, il pubblico assiste al rapimento di Yara Gambirasio .

Questo è, esattamente, quello che si vede nel film: in una cittadina del nord Italia, una sera, un brutto ceffo si reca fuori di una palestra, dentro la palestra c’è una ragazza che si allena – ginnastica artistica -, l’energumeno carica di peso la ragazza sul proprio furgoncino e fugge via.

Gli eventi appena esposti non interrompono in alcun modo il flusso narrativo, risultando perfettamente inseriti nella trama. Forse per questo motivo, nessuno dei miei amici si era accorto del collegamento con la cronaca. Quando ne abbiamo discusso, al pub, hanno tutti convenuto che quella scena rappresentasse un fatto di cronaca, ma nessuno di loro aveva “riconosciuto”, in prima battuta, il senso di quelle immagini.

A mio avviso, il film intende dire che gli adolescenti sono invisibili – a meno che non siano in grado di eccellere, a meno che non siano i migliori in qualcosa. Ancor di più, la trama sembra lasciare ad intendere che gli adolescenti sono invisibili a meno che non spariscano (!). Senza ombra di dubbio, gli autori hanno toccato vari aspetti della condizione giovanile: dal bullismo, ai rapporti tra i sessi, alla dipendenza da social network… eppure, non sono del tutto convinto che la volontà di descrivere tanti argomenti -o forse sarebbe meglio dire la volontà di alludere a tanti argomenti possa rappresentare una circostanza attenuante.

Parlando chiaramente: la scena del rapimento, a me, ha dato un po’ fastidio e molto da pensare.

Il fatto è che negli ultimi anni la cronaca nera è diventata la vera regina dell’informazione televisiva italiana. Sui giornali e nelle televisioni non si è mai parlato tanto di processi penali, di crimini e di criminali. Purtroppo, se ne parla nel modo sbagliato. Nessuno sa cosa sia un rito abbreviato – o che differenza ci sia tra la colpa cosciente ed il dolo eventuale- ma tutti hanno visto i plastici e le interviste fasulle.

I fatti di cronaca nera sono in grado di aprire una ferita nella coscienza sociale di un popolo, una ferita tanto più profonda e difficile da rimarginare, quanto più vengono coinvolti i deboli e gli indifesi. Per questo motivo, io credo che abbiamo tutti il dovere di pretendere dai mediatori culturali del nostro Paese che, a fronte di certe tragedie, ci sia maggiore rispetto – quel rispetto che non sempre possono disciplinare le leggi e che dovrebbe essere invece sempre imposto dalla deontologia professionale.

In questi casi, avere rispetto significa (ri)conoscere il pudore del silenzio, essere in grado di fare un passo indietro, distogliere lo sguardo, scrivere una parola in meno.

Dieci Tesi Contro i Social Network. Numero Uno: il Tempo Inutile.

In un suo vecchio libro, Pierre Lévy paragonava il tempo che passiamo on line alla durée bergsoniana. Ho sempre pensato che si trattasse di un parallelismo parecchio azzeccato, tanto che credo di averlo anche ripreso ed esplicitamente citato una decina di anni fa, in un mio saggio sulle identità virtuali.

Il tempo della navigazione è un flusso di coscienza alimentato da ispirazioni estemporanee, si nutre di associazioni di idee che innescano reazioni a catena, dipende da stimoli di cui siamo a mala pena coscienti.

Mentre inseguiamo queste tracce invisibili, ci trasformiamo in piccoli esploratori, comportandoci come antropologi digitali che corrono instancabilmente da un sito all’altro,  alla ricerca del senso perduto. Tuttavia, capita spesso che il nostro viaggio di ricerca si interrompa, bruscamente e per sempre, restando arenato nelle secche di facebook, di pinterest, di tumblr.  

La navigazione nel world wide web rischia dunque di trasformarsi in mero ripiegamento esistenziale: un biglietto di sola andata, lisergico ed alienante, nella vita degli altri.  Non è un caso se la stragrande maggioranza degli iscritti ad un social network è rappresentata da adolescenti che sprecano intere giornate simulando quelle interazioni sociali che non riescono a vivere nel mondo reale.

La mia tesi è che dobbiamo prestare attenzione a tutte le attività ripetitive che non implicano una qualche maturazione, una crescita, un miglioramento delle nostre capacità. In fondo, la differenza tra il vizio e la virtù è tutta qui: da un lato ci sono i faticosi esercizi quotidiani, che servono per affinare gusto e tecnica, dall’altra, il ripetersi, ciclico e sterile, di gesti assolutamente inutili.

Mi rivolgo soprattutto a voi, ragazzi.  Est modus in rebus, ci vuole moderazione, in ogni cosa.

Fate un piccolo esame di coscienza: chiedetevi quante ore passate, ogni giorno, sul vostro social network preferito. Vi devo dare una brutta notizia: il tempo che sprecate su facebook non tornerà più.

E quando avrete quarant’anni, vi assicuro, rimpiangerete tutti i giochi della playstation che non avete mai portato a termine.