Una Visione del Paradiso

Un giorno, gli abitanti di un villaggio chiesero ad un Profeta di descrivere l’inferno. Dopo aver meditato a lungo, il Profeta disse: “dovete immaginare un immenso salone delle cerimonie…”

Un giorno, gli abitanti di un villaggio chiesero ad un Profeta di descrivere l’inferno. Dopo aver meditato a lungo, il Profeta disse: “dovete immaginare un immenso salone delle cerimonie. Al centro di questo salone c’è una tavola imbandita con ottimo cibo e pregiatissimi vini. Seduti a tavola ci sono tanti ospiti. Sono tutti affamati e sono tutti molto tristi, perché hanno posate lunghissime legate ai gomiti: possono infilzare il cibo, ma non riescono a portarlo alla bocca”.

Al che, il capo del villaggio domandò: “Ed il paradiso? Come è fatto il paradiso?”

Il Profeta rispose: “dovete immaginare il paradiso come se fosse un immenso salone delle cerimonie. Al centro di questo salone c’è una tavola imbandita con cibo succulento e pregiatissimi vini. Seduti a tavola ci sono tanti ospiti. Sono tutti affamati ed hanno posate lunghissime legate ai gomiti”.

Udite queste parole, la folla iniziò a rumoreggiare, ma solo il matto del villaggio ebbe il coraggio di prendere la parola ed obiettare: “Ma cosa state mai dicendo? Il Paradiso e l’Inferno sono dunque la stessa cosa?”

Allora il Profeta rispose: “Ti sbagli, amico mio. Le persone che siedono a tavola in Paradiso sono felici perché hanno capito che possono darsi da mangiare gli uni con gli altri”.

Alcuni autori attribuiscono la paternità di questo racconto a Buddha, altri a Mao, altri ancora ad Oliver Sacks. Non sono ancora riuscito a capire chi abbia ragione. Ad ogni modo, trovo che si tratti di una storia davvero interessante. Per alcuni aspetti, si tratta di una perfetta allegoria, per altri, ci porta completamente fuori strada.

 1. Ciò che mi piace di questa storia
Giustamente, l’inferno viene presentato come se fosse il regno dell’egoismo. Ciascuno pensa esclusivamente a sé, quindi, sono tutti poveri. I dannati sono eternamente insoddisfatti, costretti a desiderare in eterno un cibo che non potranno mai mettere sotto i denti. Questo è un paradosso davvero affascinante. L’errore in cui cadiamo tutti almeno una volta nella vita. Pensiamo di essere furbi quando ci “risparmiamo”, quando seguiamo il celebre consiglio dell’on. Razzi e “ci facciamo i fatti nostri”, quando evitiamo di condividere con gli altri ciò che possediamo di bello e di desiderabile. La verità è che a lungo andare l’egoismo riempirà la nostra dispensa, ma svuoterà la nostra anima.

Non a caso, Elias Canetti ha scritto che il misantropo digiuna per sei giorni ed il settimo mangia da solo.

D’altro canto, la storia che vi ho appena raccontato è una perfetta metafora della comunità. Come ricorda Roberto Esposito, il termine italiano “comunità” viene dalla unione delle parole latine cum e munus. Questo significa che ogni comunità è un dovere ed un dono reciproco. Possiamo conoscere la gioia del paradiso solo se viviamo in pace e reciproca comunione con i nostri fratelli.

 2. Ciò che non mi piace.
Non mi piace il fatto che questa descrizione del paradiso ruoti attorno all’idea di reciprocità. Voglio dire: è molto bello pensare che gli altri ci diano qualcosa in cambio del cibo che offriamo loro. Ma tutti sappiamo che le cose non stanno sempre così. Non a caso, Sartre ha scritto che “l’inferno sono gli altri” (Umberto Tozzi ha risposto che “gli altri siamo noi” ed Emis Killa ha concluso magistralmente che “l’inferno siamo noi”). Spesso, quando offriamo da mangiare, non riceviamo in cambio nulla – se non ingratitudine e frustrazione.

Ecco, io credo che se vogliamo davvero capire cosa è il paradiso, dobbiamo abbandonare del tutto questa idea di reciprocità. La gioia del donare è nel dono. Punto. Non c’è niente dopo, non c’è niente in cambio.

Ciò che l’altro mi offre non sono i suoi avanzi – il cibo a cui egli non può arrivare. Ciò che egli mi offre è la sua fame. Per quanto possa sembrare paradossale, l’altro mette a mia disposizione la sua indigenza: la drammatica urgenza di una pancia vuota che mi consente di uscire dal guscio del mio egoismo e di scoprirmi, nel dono, pienamente libero e pienamente uomo.

L’unica persona peggiore di un avaro è la persona che offre qualcosa con un secondo fine. Come quegli ambulanti che ti fermano per strada, ti mettono in mano un “regalo” e poi ti chiedono in cambio un’offerta.

3. Citazioni conclusive.
Non avendo mai fatto esperienza del paradiso, possiamo solo fare congetture. Come quella battuta che dice “il paradiso è un posto dove i cuochi sono francesi, gli amanti sono italiani, i poliziotti sono inglesi, i meccanici sono tedeschi. Ed è tutto organizzato dagli svizzeri. L’inferno è un posto dove i cuochi sono inglesi, gli amanti sono svizzeri, i meccanici sono francesi, i poliziotti sono tedeschi. Ed è tutto organizzato dagli italiani”.

Ad ogni modo, queste sono le mie citazioni preferite sul tema di oggi:

1) “La tristezza chiude le porte del paradiso, la preghiera le apre, la gioia le abbatte”
(antico proverbio ebraico)

2) “Preferisco il paradiso per il clima e l’inferno per la compagnia”
(Mark Twain)

3) “Che tu possa arrivare in paradiso mezz’ora prima che il diavolo sappia che sei morto” (antico proverbio irlandese).

La Mia Parte

Una antica favola africana racconta del giorno in cui scoppiò un grande incendio nella foresta.
Tutti gli animali abbandonarono le loro tane e scapparono spaventati.
Mentre se la dava letteralmente a gambe, il leone vide un colibrì che stava volando nella direzione sbagliata.
“Dove credi di andare?” – chiese il Re della Foresta – “c’è un incendio, dobbiamo scappare!”.
Il colibrì rispose: “Vado al lago, per raccogliere acqua da buttare acqua sull’incendio”.
Il leone domandò prontamente: “Sarai mica impazzito? Non crederai di poter spegnere un incendio gigantesco con quattro gocce d’acqua?”
Al che, il colibrì concluse: “Io faccio la mia parte”.

Forest 1

Credo che questa sia una delle storielle più istruttive che conosco, una di quelle favole che tutte le maestre dovrebbero raccontare e spiegare ai propri allievi. A prima vista, potrebbe sembrare un volantino del movimento cinque stelle, ma se leggiamo bene incontriamo molte suggestioni. Tutte interessanti. Da un lato c’è questo Leone/Schettino che, a fronte di un pericoloso incendio, dimostra di non avere troppo coraggio, scappando prima e più velocemente di tutti gli altri; dall’altro, un piccolo colibrì che, con il suo esempio, insegna agli altri animali che se tutti facessero la propria parte l’incendio sarebbe domato e la casa comune sarebbe salva.

Tutto questo mi fa venire in mente una frase di Madre Teresa di Calcutta che recita: “Quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano, ma se non ci fosse quella goccia, all’oceano mancherebbe”; mi fa pensare ad un antico adagio cinese: “un viaggio di mille chilometri inizia con il primo passo”; infine, mi richiama alla mente un racconto di Stephen King che si conclude con queste parole: uccidere i vampiri è come smettere di bere, da qualche parte bisogna pure iniziare.

Le frasi che ho appena citato espongono concetti diversi, ma, a loro modo, collegati. L’insegnamento di Madre Teresa rappresenta un invito a riconsiderare l’importanza di tutto ciò che, apparentemente, è piccolo ed insignificante. L’oceano è fatto da miliardi di gocce, un libro di mille pagine si compone di singole parole, il caldo asfissiante di questi giorni da tanti gradi, messi uno accanto all’altro… Nella coscienza di tutti noi alberga un disfattista che, svalutando le piccole cose, ci suggerisce costantemente di prendere la strada sbagliata, affermando che non saranno questi venti euro di risparmio a fare la nostra ricchezza, che non sarà rinunciare a questa singola sigaretta a salvare la nostra salute, che evitare di buttare questa piccola carta per terra non renderà più pulita la città in cui viviamo, visto che comunque ci sono gli altri a sporcare – e poi salta fuori Gassman che, tweettando da un’altra nazione, ci invita a prendere la ramazza e ripulire… Si tratta di una voce che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito e seguito, ma non si tratta di una buona voce, credetemi.

Una battuta che piace tanto agli americani racconta che quando chiesero a Paperon de’ Paperoni come avesse fatto a mettere da parte la sua fortuna, il più ricco dei paperi rispose: un dollaro alla volta.

Dal canto suo, Lao Tse ci ricorda che l’inizio è sempre umile, piccolo, insignificante. Quante volte, a fronte di un qualsiasi progetto, ci siamo fermati prima ancora di iniziare, perché il punto di arrivo sembrava troppo grande, troppo complicato, impossibile da realizzare? In quei momenti dobbiamo ricordare a noi stessi la prima legge del samurai: se non sai da dove iniziare, inizia dagli angoli. Ovvero, inizia da ciò che è periferico, facile da controllare, ben definito. La cosa importante non è il risultato che otterrai dopo un’ora, un giorno, un mese di lavoro, la cosa importante è che concentrandoti su qualcosa di fattibile troverai la forza di iniziare. Quindi si tratta di imparare a scomporre, a dividere, ogni progetto in tanti piccoli obiettivi minori – gli psicologi la chiamano, la tecnica dei piccoli passi.  Come urlava un allenatore di palla a nuoto interpretato dal bravissimo Silvio Orlando, in un film di qualche anno fa, “un gol alla volta! Dobbiamo recuperare un gol alla volta!”.

Da ultimo, Stephen King. Il Re dell’orrore ha scritto molto di vampiri e sui vampiri. Con una certa lungimiranza, King sosteneva che gli adolescenti adorassero i vampiri almeno venti anni prima che le biblioteche di mezzo mondo iniziassero ad ospitare interi scaffali dedicati ai nipotini del conte Dracula. Ad avviso del Re, questa simpatia ha una motivazione sessuale sulla quale non intendo dilungarmi – per chi fosse interessato, il testo di riferimento è Danse Macabre, Theoria, Roma-Napoli 1992 -; quello che invece vorrei approfondire è il parallelismo che egli instaura tra lo smettere di bere – il liberarsi di un vizio – e l’uccidere una moltitudine di vampiri. Si tratta di una metafora felice perché, come saprete, un vampiro non può entrare in casa di un essere umano, a meno che non sia stato invitato.

Il fatto è che combattere contro qualcosa o qualcuno che ti succhia il sangue potrebbe apparire talmente arduo da toglierti la voglia di iniziare. In quei momenti di scoramento prova a ripensare al colibrì, a Madre Teresa ed a Lao Tse.

L’alternativa è arrendersi.
Non è mai stata una buona soluzione.

Extraterrestre, Portali Via

Immagina un altro pianeta, molto simile al nostro, con il suo bel sole, la sua massa, la sua atmosfera e tante altre caratteristiche che lo rendano abitale. Adesso immagina di poter organizzare un viaggio interstellare in modo da far cambiare domicilio a tutte le persone che non vorresti più incontrare qui.

Io l’ho appena fatto e questa è la mia classifica.

Kepler

  1. Gli studenti che non studiano: sto parlando di quelle persone che si presentano all’esame avendo letto metà della metà dei riassunti del libro di testo e quando, con le mani nei capelli, faccio l’errore di domandare: “mi scusi, ma lei su quale libro ha studiato?” Rispondono sereni: “su quello rosso”.
  1. I ritardatari. Stefano Benni ha scritto che la vita di una persona puntuale è un inferno di solitudini immeritate. Certo, anche noi puntuali dobbiamo essere tolleranti e comprensivi. Ad esempio, se una donna ti ha detto che scende tra cinque minuti, che senso ha citofonare ogni mezz’ora? (cit.) Mi seguite? Non tutti, i ritardatari ci arriveranno tra qualche giorno.
  1. Quelli che buttano sale sulle tue ferite dicendo: te l’avevo detto! È sempre bello notare che le persone sono più contente di prendersi una rivincita e poterti sbattere in faccia che avevano ragione, piuttosto che mostrarsi solidali ed essere sinceramente dispiaciute per quello che ti è successo. Quelli che dicono “te l’avevo detto!” sono come tre cucchiaini di parmigiano su di un piatto di pasta col tonno: inutili e dannosi.
  1. Gli intellettuali vanagloriosi. La cultura non consiste in ciò che una persona sa, ma in ciò che cerca. Chi si vanta della propria erudizione dimostra di aver letto tanto, ma di aver capito poco. La prima e fondamentale virtù di un uomo di cultura dovrebbe essere l’umiltà. In fondo, pensare di sapere tutto è come immaginare che il mare finisca dove arriva il proprio sguardo. Per questo motivo un antico detto yiddish recita: chi ha imparato abbastanza, non ha imparato niente.
  1. I parcheggiatori creativi. Non ho mai capito come diavolo fanno, con una Smart, ad occupare, contemporaneamente, due posti, un quarto di passo carrabile e mezzo parcheggio riservato ai disabili. Sono sicuro che da qualche parte, in Italia, abbiano attivato un corso di laurea in guida scorretta e che almeno metà dei miei concittadini si siano laureati con 110 e lode grazie ad una tesi in teoria e tecnica del parcheggio criminale.
  1. Gli alternativi a tutti i costi. Come i protagonisti dell’ultimo episodio di Viaggi di Nozze, molti passano la vita a chiedersi: “cosa dobbiamo da fare pe’ risultà in un certo modo… pe’ risultà strani?” La risposta è molto semplice: siate voi stessi, toglietevi la maschera, smettetela di recitare. Fare finta di essere “alternativi” dovrebbe essere umiliante almeno quanto voler apparire a tutti i costi “normali”. Credo che Sandro Penna abbia inteso dire questo, quando ha scritto: “Felice chi è diverso, essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso, essendo egli comune”.
  1. Quelli che, sui social network, si lamentano del caldo l’estate e del freddo l’inverno – per non parlare dei post sulla pioggia… Io non dico che per scrivere qualcosa su Facebook, bisogna essere necessariamente poetici, geniali e rivoluzionari, ma dovrebbe esserci anche un limite alla banalità. Insomma, anche sui social vale la vecchia regola per cui è sempre meglio restare zitti e sembrare stupidi, piuttosto che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
  1. Gli haters, ovvero, quelli che sputano continuamente veleno. Per quanto mi riguarda, il discorso è questo: accetto ogni critica da chi ha un suo progetto, non da chi passa la vita a sognare di mangiare nel mio piatto (cit. novenove).
  1. Le mie ex ed i loro attuali fidanzati, mariti, amanti. Ci siamo lasciati bene, è vero, ma se sul nuovo pianeta ci fosse posto per voi mi sentirei sicuramente meglio. Il fatto è che la fine di una storia lascia ferite che difficilmente possiamo rimarginare se il nostro vecchio partner continua a passarci davanti. Per questo motivo, anche se non vi porto rancore, preferirei non essere costretto ad incontrarvi. Insomma, è vero che ci siamo detti “amici come prima”, ma quando l’ho detto, io, intendevo “come prima di conoscerci” (cit. La Furia). Scherzi a parte, per una questione di delicatezza, vorrei che la smetteste, se fosse possibile, di frequentare alcuni posti che frequento anche io. Come, ad esempio, il pianeta terra.
  1. Quelli che giudicano gli altri. Mi viene in mente una battuta pronunciata da Stefano Accorsi in un bel film, tanti anni fa: “non puoi giudicare la vita degli altri perché, in fin dei conti, non puoi sapere niente della vita degli altri”. Per questo motivo, un poeta contemporaneo ha scritto: quando usi l’indice per indicare un’altra persona, ricordati che altre tre dita stanno puntando te stesso. Insomma, è troppo facile criticare gli altri, fare liste di dieci categorie di persone che non vorresti più vedere sul pianeta terra… la rivoluzione parte dalla persona che vedi nello specchio ogni mattina, come ha insegnato Gandhi: devi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.

Dovrebbe essere grato chi dà

0. La nuova casa
Da quando ho modificato la home del blog – festeggiando i risultati raggiunti negli ultimi sei mesi – molte persone mi hanno scritto per “ringraziarmi”, confidandomi che stanno attraversando un “periodo particolare” o “di difficoltà” e che la lettura del blog, in qualche modo, li sta aiutando a sorridere e riflettere. Tutto ciò ha provocato in me due sensazioni contrastanti, la prima è stata la gioia della comunicazione, dovuta al fatto che
questo esperimento sta riuscendo, alla consapevolezza che stiamo effettivamente condividendo qualcosa. La seconda è stata la sensazione che molti stanno attraversando un periodo difficile –  a prescindere da questo maledettissimo caldo – fatto di solitudine, e nostalgie.  Tutto ciò mi ha offerto lo spunto per la riflessione di questa settimana.
Premetto una cosa molto importante: pur avendo tratto ispirazione da alcuni messaggi, non mi riferisco in alcun modo alla specifica situazione in cui versano le persone che mi hanno scritto. Insomma, “ogni riferimento a fatti o persone […]” è puramente casuale.

Coltiva1

1. La prima soluzione.
La cura che io propongo a tutti coloro i quali sentono di non essere pienamente appagati e felici, la soluzione che suggerisco a tutti coloro i quali si svegliano e vanno a dormire con un macigno sul petto, insomma, la via di uscita che mi sento di indicare a tutti coloro i quali si sentono strangolare dalle nevrosi è di fare qualcosa per gli altri. Concretamente. Io vi invito a spostare il vostro baricentro interiore, la vostra attenzione. Dovete distogliere l’occhio della coscienza dalla condizione in cui vi trovate. Provate ad andare verso l’esterno. Esistono milioni di associazioni di volontariato che si occupano dei problemi più disparati: dall’accoglienza dei profughi alle cure per gli anziani, dalla tutela dell’ambiente, al ricovero degli animali abbandonati. Scegliete la vostra causa ed impegnatevi, seriamente, per qualcuno o qualcosa. Non è facile smettere di preoccuparsi per se stessi. Prima di tutto, perché non è naturale – il nostro istinto di conservazione ci suggerisce di prenderci cura, prima di tutto, della nostra vita – e poi, perché i mezzi di comunicazione ci raccontano ogni giorno che dobbiamo “prenderci cura di noi”, perché noi siamo tremendamente importanti.
“Come ti senti oggi? Di cosa avresti bisogno per essere veramente felice? Prendi ciò che vuoi, perché tu sei speciale, te lo meriti”. Per non parlare del divismo che dilaga sui reality, sui talent e sui social network (Il fatto che abbia una pagina pubblica e che utilizzi Facebook non significa che approvi tutto quello che leggo – ho una casa a Roma, ma questo non significa che sottoscriva tutto quello che fanno o dicono i miei concittadini). Il risultato di tutta questa spazzatura mediatica è che le persone si convincono davvero di essere speciali, magiche, uniche. Quindi, credono di dover quantomeno raggiungere – o peggio ancora di dover difendere – uno status esistenziale fatto di assoluta comodità e benessere. Come diretta conseguenza, le nevrosi di queste persone crescono sino a divorarne la vita: un principessa non può permettersi di uscire di casa con un capello fuori posto, una modella non può avere due etti di troppo sui fianchi, un super eroe non può guidare una utilitaria, una rock star non vive in una casa di periferia. Follie quotidiane che amplificano l’insoddisfazione e la solitudine, impedendoci di essere felici e di vivere.

2. La seconda soluzione.
Smettila di pensare a te stesso, al tuo fisico, al tuo status, al tuo conto in banca, al tuo lavoro… tutte queste cose non ti hanno dato la felicità sino ad oggi, perché dovrebbero aiutarti ad essere felice domani? Forse dovresti accettare l’idea che non sei in alcun modo speciale, non sei in alcun modo unico, non sei in alcun modo irripetibile e perfetto. Sei un essere umano. Speciale come lo sono tutti gli esseri umani, unico come lo sono tutti gli esseri umani, irripetibile quanto tutti gli altri ed imperfetto – esattamente come tutti gli altri.
Più cerchiamo di difendere la nostra immacolata perfezione, più perdiamo il contatto con la realtà, cadendo vittime di mille insoddisfazioni. Qualcuno ha scritto che l’avaro vive da povero per morire da ricco. Evitiamo questa trappola, perché, come ha ricordato più volte il Santo Padre, i sudari non hanno tasche. Un giorno il nostro viaggio terreno avrà fine, quel giorno malediremo il tempo che abbiamo buttato sforzandoci di essere più belli, più ricchi, più importanti. Di noi, resterà solo l’amore che abbiamo donato.

Se volete definitivamente rovinare la vita di una persona, regalatele qualcosa da difendere. Non conta che siano soldi, la stima degli altri, l’amore delle donne o potere decisionale: il possesso è una trappola.

Per essere veramente liberi e felici, abbiamo bisogno di muovere costantemente e consapevolmente verso un “punto di perdita”.

Come insegna un vecchio adagio zen: “dovrebbe essere grato chi dà”.

Una Fragola Sul Precipizio

“Per vedere il mondo in un granello di sabbia
e il paradiso in un fiore selvatico,
trattieni l’infinito nel palmo di una mano
e l’eternità in un’ora”.
W. Blake

1. Qui ed ora
La quartina che ho posto in epigrafe è tratta da una bella poesia di William Blake intitolata Gli auguri dell’innocenza. Si potrebbero dire molte cose su questa opera – a partire dalla difficoltà di tradurne l’esatto significato in italiano. Ad ogni modo, il senso della prima quartina può essere facilmente rintracciato: il Poeta ci invita a trattenere l’eternità in un’ora. Blake scrive che persino un granello di sabbia testimonia la spettacolare magnificenza del creato. Se vogliamo scovare il paradiso nelle cose piccole ed apprezzare la struggente bellezza di tutto ciò che è apparentemente semplice, comune, umile, allora dobbiamo essere in grado di comprendere – letteralmente “prendere in mano”- l’infinito.
Tutto ciò significa che dobbiamo essere in grado di afferrare e tenere ben stretto il nostro presente.

Perché vivere il presente è la cosa più difficile di tutte, ed è anche la più importante.

Blake3

2. La tigre che ti rincorre
Il passato ci ha forgiati, segnando in maniera indelebile il nostro cuore e la nostra coscienza. Durante l’infanzia, abbiamo sperimentato ed appreso chi siamo. In quei primi anni, quando il nostro cuore era un territorio inesplorato, abbiamo vissuto esperienze molto intense. Quel genere di esperienze che alcuni studiosi amano definire “di picco”. Mi riferisco al momento in cui abbiamo provato per la prima volta – ed in maniera molto intensa- il terrore, la speranza, l’amore, la gioia ed il dolore.  Tutti noi conserviamo queste prime esperienze in un posto molto profondo e molto riservato. E ce lo portiamo dentro –  spesso trascinandolo – per il resto della vita

Per quanto possa sembrare strano, non vogliamo abbandonare questa zavorra. Giustamente, non vogliamo abbandonare i ricordi dei nostri primi momenti felici. Ma è difficile comprendere per quale motivo dobbiamo continuare a ricordare il momento in cui siamo stati spezzati. Di fatti,  ci affezioniamo anche ai nostri ricordi negativi e proviamo continuamente a riviverli.

Insomma, troppo spesso non riusciamo a liberarci del passato. Come un disco rotto, continuiamo a lagnarci di quello che è accaduto decine di anni fa: continuiamo a dare la colpa per ciò che siamo diventati al modo in cui ci hanno cresciuti, a quello che genitori, educatori e coetanei hanno fatto di noi.  Ma la verità è che il passato non conta, non ha alcuna presa sulla realtà, non esiste. Dobbiamo smetterla di soffrire per cose che sono accadute secoli fa. Come amava ripetere un famoso Comandante argentino

“Indietro non si torna, neanche per prendere la rincorsa”.

3. La tigre che ti aspetta
Quando non stiamo soffrendo per le ferite che ci ha inflitto il passato, siamo preoccupati per ciò che potrebbe accadere in futuro. Eppure, neanche il futuro esiste. Mi piacerebbe adottare – con tutt’altro significato – un vecchio slogan punk che recitava No Future. Nessun futuro. Sembra triste, invece è una cosa bellissima. Concentrati su quello che devi fare oggi, e cerca di dare il massimo. Senza preoccuparti di quello che potrebbe accadere domani.

Perché il domani è una terra straniera.

Ma come, esimio professore, la settimana scorsa ha scritto che dobbiamo seminare per raccogliere, ed oggi il futuro non esiste? Esattamente. Persino quando semini devi  concentrarti sul presente, perché chi semina pensando al raccolto rischia di non raccogliere nulla. Chi fa il bene oggi, solo perché spera di ottenere il paradiso domani, è un ipocrita che sta sprecando inutilmente la propria vita. Il bene è ricompensa a se stesso, si fa per il bene. Non tanto perché, come ha insegnato Kant, il dovere si fa per il dovere, ma perché é bello fare del bene: il paradiso è vivere con il cuore in pace, con Dio e con i fratelli. Qui, ed ora.

 4. In bilico
A grande richiesta, torno a concludere un mio articolo con una breve parabola zen: un giorno un uomo stava camminando nella foresta, quando, all’improvviso, iniziò ad inseguirlo una tigre affamata. L’uomo corse più forte che poteva. Arrivato nei pressi di un crepaccio, si aggrappò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare sul baratro. Scrutando in fondo al burrone, vide un’altra tigre che lo stava aspettando per divorarlo. In quel momento, due topolini, uno bianco ed uno nero, iniziarono a rosicchiare la radice della pianta su cui l’uomo era aggrappato. A quel punto, l’uomo scorse accanto a sé una fragola. Restando aggrappato alla vite con una mano sola, con l’altra, colse la fragola.
Com’era dolce!