(Non) Avere Paura

“Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”.
J. W. Goethe

1. La domanda di Tony
Anthony Robbins è un motivatore molto famoso e capace. Negli ultimi trent’anni, ha pubblicato diversi best seller, organizzando master e seminari praticamente in ogni Paese del mondo. La sua domanda preferita è: “cosa faresti, se fossi assolutamente certo di non poter fallire?”.  Pensaci un attimo. Se tu fossi assolutamente certo di avere successo, cosa faresti domani? Continueresti a fare la vita di sempre, o c’è un’impresa, un’avventura, un destino che hai sempre pensato fosse il tuo ma che non hai mai osato inseguire per paura di non farcela? Si dice che le ragazze più carine di una scuola siano anche le più sole, perché nessuno ha il coraggio di chiedere loro di uscire.

Quando hanno paura di perdere, gli uomini si bloccano, fanno un passo indietro, preferiscono restare in silenzio a causa della paralizzante paura di sentirsi dire di no, di essere pubblicamente rifiutati. Come cantavano i Guns n’ Roses negli anni novanta: “hai già fatto molte brutte figure in passato, perché non la smetti? Perché devi trovare un altro motivo per soffrire?”. Ma colui il quale impara a sopportare la cocente umiliazione di un rifiuto, con gli anni, impara anche  il modo giusto di chiedere ed ottenere ciò che vuole. Questo è il genere di persone che conquista il mondo.

Medita

2. La giusta attenzione

Gli sportivi sanno bene che la tensione non si evita, si gestisce.

Con la paura le cose stanno esattamente allo stesso modo. Non dobbiamo pensare di poter o di dover vivere senza provare mai paura. La paura è  importante, può salvarci la vita. Per quale motivo molte persone, dopo averne discusso con il proprio medico, decidono di mettersi a dieta o smettono di fumare? Per quale motivo uno sciatore alle prime armi evita di affrontare le piste più difficili?  Siamo esseri umani e, se possibile, vogliamo evitare seccature (come, ad esempio, il traffico, le tasse, il dolore o la morte). Pur di avere un minimo controllo su quello che (non) ci accadrà domani, siamo pronti a rinunciare al piacere (effimero) di oggi. Ancor di più, la paura si può trasformare in coraggio. Per quanto possa sembrare paradossale, il timore può darci la capacità di reagire con una forza ed una determinazione che non avremmo mai pensato di possedere.

Perché “anche un gatto, quando viene messo in un angolo, diventa una tigre” (antico proverbio cinese).

Insomma, la paura ha molto da offrire. Per questo motivo, dobbiamo prestare la giusta attenzione quando ci parla. Al tempo stesso, non dobbiamo lasciare che si impadronisca della nostra anima. Non dobbiamo lasciare che cresca sino a trasformarsi in quel diverso sentimento che va sotto il nome di terrore. A differenza della paura, il terrore paralizza, impedisce alle persone di fare o pensare alcunché. Una persona terrorizzata resterà inerme, mettendo la testa sotto la sabbia, nell’attesa che il proprio destino si compia.

Purtroppo, le persone ossessionate da qualcosa restano facilmente incastrate in un brutto circolo vizioso: quando le loro ossessioni prendono corpo, queste persone sembrano ricavarne una strana soddisfazione, una sorta di conferma. “L’avevo detto che sarebbe accaduto”. Ma non dobbiamo pensare che siano particolarmente sagge, né che possiedano doti divinatorie. Semplicemente, hanno intuito che la nave avrebbe potuto andare alla deriva e, a partire da quel momento, sono rimaste paralizzate, limitandosi ad osservare gli eventi, mentre perdevano definitivamente il controllo della situazione. Il fatto di aver previsto che le cose avrebbero anche potuto andare male, deresponsabilizza queste persone, le aiuta a non sentirsi in colpa. Ma la verità è che se avessero davvero compreso quello che stava accadendo, avrebbero fatto qualcosa per evitare che accadesse.
Invece di limitarsi a tremare come conigli.

La paura è un potentissimo motivatore, il terrore, invece, è un assassino.

3. L’ospite inquieto
Era l’estate del 2005, credo. Mi trovavo ad una festa organizzata dalla parrocchia. Più esattamente, si trattava di una di quelle immense adunate oceaniche – fatte di gruppi giovanili, coppie con prole al seguito, vecchi soli ed umanità varia – che soltanto il Don avrebbe potuto pensare ed organizzare. A questa  caleidoscopica manifestazione di gioia popolare aveva preso parte anche un gruppo musicale africano che aveva rallegrato la nostra giornata con canti e balli etnici.
Ad ora di cena, nella immensa tavolata imbandita nel giardino antistante l’oratorio, ho trovato posto tra questi musicisti stranieri. Mi incuriosivano, volevo saperne di più. Erano tutti allegri, loquaci e rumorosi. Tranne uno. Il viso segnato dall’acne, il pizzetto nero, il collo chino sul piatto. Se per caso alzava lo sguardo, i suoi occhi guizzavano via veloci, dribblando agilmente i miei.
E non erano occhi sereni.
Arrivati alla fine della cena, quando il Don stava raccontando l’ennesima barzelletta, il musicista silenzioso decise di uscire dal suo splendido isolamento, piantò gli occhi sul viso del parroco e chiese, ad alta voce, : “da dove viene il peccato, prete?”.
Sulla tavolata cadde un silenzio di ghiaccio. Per un attimo – un batter di ciglia – anche il Don restò a bocca aperta. L’allegria guascona di poco prima scivolò dal suo volto come una maschera.
Poi, abbassò lo sguardo e rispose sicuro: “dalla paura”.

Parla con me

“Il nostro fallimento non dipende dalle sconfitte che abbiamo subito,
ma dalle discussioni che non abbiamo mai fatto”.
Berna, graffito in un centro giovanile.

0. Introduzione
Mi piace molto la citazione che ho posto in epigrafe. Quando la leggi la prima volta, sembra talmente vera e giusta da risultare quasi banale, scontata. Ma le cose non stanno esattamente così. Mi riferisco soprattutto al fatto che la seconda metà della frase è asimmetrica: il contrario di sconfitte è vittorie. Ovviamente, non avrebbe avuto senso scrivere che il fallimento di qualcuno dipende dalle vittorie che non ha mai ottenuto. Eppure, dopo la virgola, mi sarei aspettato di trovare un riferimento “alle battaglie che non abbiamo mai combattuto” piuttosto che alle discussioni che non abbiamo mai fatto. Perché, come amava ripetere Ernesto Guevara – detto il Che- “le battaglie non si perdono, si vincono sempre”.
Mettiamola così: se proviamo a fare qualcosa abbiamo almeno il cinquanta per cento di possibilità di riuscire, ma se voltiamo la testa dall’altra parte ed evitiamo di andare in battaglia, possiamo essere certi che non ce la faremo mai. Per questo motivo, si dice che arrivati ad una certa età è meglio avere rimorsi piuttosto che rimpianti. Ad ogni modo, la frase che ho citato esprime qualcosa di più importante del “semplice”: abbiamo sbagliato perché abbiamo rinunciato a lottare.

Noi

1. Silence, Please!
La frase che ho citato invita dunque a discutere, mentre le persone, troppo spesso, scelgono il silenzio: la cosa più odiosa e stupida in assoluto – con buona pace di molti lungometraggi esistenzialisti francesi. Nella maggior parte dei casi, il silenzio non è elegante, non è significativo, non è etico. Il silenzio è solo la cosa più facile e borghese che esista. Quando penso che stai sbagliando, io ho il dovere di prenderti da parte e costringerti a parlare. Ho il dovere di dirti le cose che non vorresti sentirti dire. Perché si cresce “in opposizione”. Perché il mio pensiero ostile vuole essere l’ostacolo – il gradino – sul quale appoggerai il tuo piede per salire più in alto. Perché un sinonimo di “rispondere” è “contestare”. Perché noi viviamo nella società del politicamente corretto, in cui alcune cose esistono, ma non possono essere dette. Ci illudiamo che, non chiamando le cose con il proprio nome, queste cesseranno progressivamente di esistere per trasformarsi magicamente in qualcosa di più bello e garbato. Ma i problemi non si risolvono rendendoli invisibili. Anzi.
Sotto altro e diverso punto di vista, la gente discute molto, ma lo fa nei luoghi sbagliati, nei modi sbagliati, per i motivi sbagliati e, soprattutto, con le persone sbagliate. Basta fare un giro su internet per rendersene conto. Gli utenti di Facebook e Youtube danno continuamente vita ad arditissime ed agguerrite battaglie teoretiche, spesso singolarmente, ancor più spesso, in gruppo. “Tu da che parte stai, con Samantha o con Selvaggia?”; “Questo gruppo non fa vero Rap”; “Se DiCaprio non ha mai vinto un Oscar è perché il mio pesce rosso recita meglio di lui”.
E le foibe? E i Marò?
Dietro ad uno schermo, protetti dalla foglia di fico di un nickname, sono tutti leoni, pronti a combattere e morire per le idee in cui credono – non importa quanto stupide ed assurde esse siano. Ma la verità è che queste persone scrivono solo per sfogare la propria aggressività repressa, non sono in alcun modo interessate al dialogo.
Non sono di certo queste le discussioni che fanno crescere.
Primo: le discussioni importanti si fanno in privato – evitando che ci sia un qualsiasi tipo di pubblico pronto a schierarsi da una parte o dall’altra – e, se possibile, dal vivo. Secondo: le discussioni importanti si fanno scegliendo bene le parole, perché tanto più è serio l’oggetto della discussione tanto più facilmente si rischia di degenerare. Terzo: una cosa fondamentale che insegnano ai bambini che imparano uno sport di squadra come il basket o il calcio è che in campo non si grida. Perché chi parla, perde fiato. Dobbiamo scegliere con cura le nostre battaglie, nessuno ci ridarà gli anni che abbiamo perso a discutere sul nulla. Quarto: molte persone preferiscono passare ore a discutere con uno sconosciuto in un bar – o su internet – piuttosto che redarguire i propri figli.
Ci sono tre modi per rovinare la vita di un figlio: 1) criticare continuamente tutto quello che fa – a prescindere; 2) ignorare deliberatamente qualsiasi cosa faccia; 3) adulare incondizionatamente ogni sua azione. Se il primo ed il secondo errore provocano danni, il terzo è letale. Adulare incondizionatamente un figlio è il modo migliore per farne uno stolto, confondendo l’amore con il quieto vivere ed evitando accuratamente che cresca.
Le persone con cui dovremmo discutere maggiormente sono proprio le persone che ci stanno vicino, quelle che rispettiamo ed amiamo.

2. Conclusioni
Tornando all’inizio di questo articolo – e concludendo il discorso – io credo che la frase da cui siamo partiti si riferisca alle discussioni che non abbiamo mai voluto fare sulle nostre idee. A me sembra che solo in questo modo il riferimento al fallimento possa acquistare un senso. Non è vero che le persone anziane non hanno voglia di mettersi in discussione, ma è vero piuttosto che le persone invecchiano quando perdono la voglia di mettersi in discussione. Nel corso della nostra vita, sarà pur capitato che qualcuno venisse a bussare alla porta di casa per farci notare che ci stavamo comportando in maniera sbagliata. Se è accaduto, è probabile che in quella occasione abbiamo reagito da stupidi: negando istintivamente di aver commesso un errore al posto di restare sereni o, tutt’al più, mostrare gratitudine. La cosa più bella che possiamo ricevere è una critica.
Se viene fatta in buona fede, ogni critica merita di essere presa sul serio: è un atto d’amore ed un favore. Perché solo un cretino potrebbe aiutare un nemico a migliorare se stesso.



Alla Fiera D’Oriente

1. In macchina con il mio amico Marco detto Fritz.
-Sai, Fritz, io non compro mai nulla alle fiere.
-Perché?
-Perché nel commercio ci sono poche ma fondamentali regole da rispettare. Una di esse recita: puoi tosare molte volte una pecora, ma la potrai scuoiare una sola volta.
-Andiamo alla Fiera, mica al Mattatoio.
-Voglio dire: il fornaio dove vado tutti i giorni sa benissimo che, se proprio deve, potrà anche tosarmi, ma non mi scuoierà. Mi segui?
-No. Parla chiaro.
-In una Fiera, i commercianti sono viaggiatori, stranieri… persone che non hai mai visto prima e che non rivedrai mai più… si sentono liberi di rifilarti una fregatura.
-Ho capito, la tua è la regola fondamentale della truffa, non la regola fondamentale del commercio.
-Ti ho già detto che “il modello di imprenditore è il rapinatore”?
-Comunista.
-Ignorante.

Seguono venticinque minuti e trentadue secondi di silenzio ostile ed affilato come una lama.

Zen

Appena arrivati, resto parecchio sorpreso dalla distanza che separa la biglietteria dal parcheggio. Per raggiungere l’entrata dobbiamo infatti camminare molto, tra scale (im)mobili e percorsi obbligati. Non posso fare a meno di domandarmi come potrebbero fare un bambino o una persona anziana ad affrontare questo pellegrinaggio.

2. Pranzo.
Dopo aver pagato il biglietto, finalmente entriamo alla Fiera d’Oriente. Il nostro amico Andrea detto Abramo ci sta aspettando da almeno mezz’ora. Come noi, è molto affamato. Purtroppo, non siamo d’accordo sul cibo: Abramo ha messo gli occhi su l’unico ristorante indonesiano in Italia, io preferirei il sushi e Fritz vorrebbe un kebab. Iniziamo dunque a discutere. In un crescendo di malumore e cattiva coscienza, ci rinfacciamo la scelta di essere venuti alla Fiera; la decisione di incontrarci proprio oggi ed il fatto di non aver invitato lo Smilzo – ciascuno pensava che l’avrebbe chiamato l’altro. Con ben poca signorilità, Fritz si spinge sino a recriminare sulla biglia di Nuvolari che, a suo dire, mi avrebbe prestato durante la gita scolastica della quinta elementare. Decidiamo che ciascuno mangerà per conto suo. E Dio per tutti.

Seguono venticinque minuti e trentadue secondi di silenzio ostile ed affilato come una lama.

3. La spada.
Sarà perché la musica assordante che si sente in questo posto ha ottenebrato la mia capacità di discernimento, sarà perché il cibo mi ha messo di buon umore, sarà che voglio provocare Fritz, sta di fatto che dopo il pranzo tradisco ogni mio principio ed inizio a comprare di tutto. Acquisto i biglietti d’auguri in stile origami; l’incenso da regalare a mia cugina Simona, il cd di canzoni orientali; le bacchette da sushi; la calamita a forma di geisha; un fermacapelli per la mia carissima amica F. Dopo circa un’ora – quando nel portafoglio restano solo dieci euro- mi trovo improvvisamente di fronte ad uno stand che vende spade. Resto colpito dal venditore: un vero commerciante d’armi orientale. Il suo viso, dai tratti tipicamente indiani, è adornato da mille piercing e segnato da una profonda cicatrice sulla guancia sinistra. I suoi occhi, neri come una notte senza stelle, raccontano le infinite tempeste che avrà sicuramente dovuto affrontare per comprare ed importare queste armi.

Fritz si avvicina e mi sussurra all’orecchio:
-La spada costa cinquanta bombe, le hai?
-Veramente no.
-Allora mi sa che ti tocca chiedere uno sconto.
-Scherzi? Non conosci la regola fondamentale della contrattazione?
-…
-“Chi parla per primo perde”.
-Ma non era “chi picchia per primo picchia due volte”?

Incurante dello scialbo sarcasmo di Fritz, provo ad usare le mie proverbiali conoscenze antropo-psicologiche. Decido che sfrutterò il linguaggio universale del corpo. Afferro la spada, la poso. Guardo negli occhi il commerciante. Niente. Afferro di nuovo la spada, la stringo al petto, la poso. Guardo dritto negli occhi il commerciante. Niente. Provo una terza volta. Ancora niente. Il ragazzo è un duro. Non mi lascia altra scelta.

-“Buon giorno, vorrei acquistare questa spada, ma… se guarda bene, noterà che c’è un piccolo graffio…”

Al mio fianco si è materializza una vecchietta. Avrà più o meno l’età della pietra. Il suo viso è una ragnatela di rughe. La voce, graziosa quanto un uncino che graffia su di una lavagna.

-“mi scusi, giovane, ma cosa sta facendo?”
-“come dice, signora?”
-“ non ha visto il prezzo? Le sembra educato chiedere uno sconto?”
-“Mha, veda… mercanteggiare fa parte della loro cultura. Se non lo facessi, il nostro ospite si sentirebbe profondamente offeso” .
-“Dice, giovane? Comunque sia non mi sembra il caso di mettere in dubbio la bontà della merce davanti a tutti”.
-“Guardi, signora, non si tratta di mettere in dubbio, è solo un modo per dialogare.”.

Non c’è niente da fare, non molla. Mi rivolgo dunque al mercante, sperando che possa mettere fine a questa ignobile pantomima.

-“Non è forse vero che nella vostra cultura è consuetudine che il compratore contratti il prezzo della merce?”
-“E io che ne so? Mi padre c’ha er negozio a via de la Scrofa… Fate n po’ come ve pare, basta che nun me mettete in mezzo a me.”

Facendo leva sulla mia innata capacità retorica, riesco ad ottenere un prestito da Fritz. Ma devo promettergli che, assieme al denaro, restituirò anche la biglia di Nuvolari.

FIera

4. Conclusioni
Dopo aver molto riflettuto, ho capito che la Fiera d’Oriente rappresenta la perfetta metafora dell’Europa: 1) paghi per entrare, affascinato dalle bugie che ti hanno raccontato sulla bellezza del posto; 2) una volta dentro, la prima cosa che scopri è che la struttura è stata progettata senza tenere in minima considerazione le esigenze dei più deboli; 3) il tanto decantato dialogo interculturale si limita allo stretto necessario per far funzionare uno sconfinato centro commerciale; 4) quando finalmente inizi ad orientarti, ed a capire come funzionano le cose, sei costretto ad uscire perché sei al verde e nessuno dei tuoi vecchi amici è disposto a prestarti altri soldi

La Benedetta Dannazione di Chi è Nato Secondo

1. “L’abbiamo già visto”.
Per i genitori, l’infanzia del secondogenito è una replica di quanto hanno già visto fare dal primo – interessante quanto i sondaggi elettorali del Tg7. Intendo dire che tutto quello che egli fa, nel bene e nel male, è stato già studiato, affrontato e risolto una prima volta. Il suo primo giorno di scuola è, per i genitori, il “secondo primo giorno di scuola”, la sua prima malattia è la “seconda prima malattia”, le sue prime parole sono le “seconde prime parole”. Considerato che durante l’infanzia l’attenzione e l’approvazione dei genitori è importante più o meno come il sole, l’acqua, o l’aria, non dobbiamo stupirci se i lettini degli psicologi sono pieni di secondogeniti intenti a rimettere insieme i pezzi della propria vita. Non sto dicendo che il secondogenito è meno amato del primo, ma di certo egli non riesce ad ottenere le stesse attenzioni. Per il semplice fatto che i genitori, per quanto buoni, intelligenti e preparati, sono comunque esseri umani. E gli esseri umani ricordano con imperitura emozione il primo bacio. Non il secondo.

Il Secondo

2. Le cose difficili diventano facili.
Ancor di più, mentre il secondogenito è impegnato ad affrontare gli esami di quinta elementare, il primogenito sta affrontando gli esami di terza media, i primi compiti in classe del liceo, o, peggio ancora, i primi esami universitari. Mentre il secondogenito  organizza il suo matrimonio, l’intera famiglia è impegnata a festeggiare il secondo divorzio del primogenito. Insomma, tutto ciò che era difficile ed importante, tremendamente importante, quando veniva affrontato dal primo – al punto da rappresentare un vero e proprio affare di Stato – diventa noiosamente semplice ed ordinario nel momento in cui è il secondo a doversene occupare. Guarire da questo trauma è tanto facile quanto superare il trauma di aver perso una finale di Coppa dei Campioni. In casa. Ai rigori.

Ma c’è di più, e di peggio.

3. Piccoli dittatori crescono
Per un lungo periodo della sua infanzia, il secondogenito è costretto a subire le angherie e le prepotenze del primo. Di fatti, il primogenito viene spesso incaricato dai genitori di prendersi cura del secondo. Ma i bambini sono bambini, non sono fatti per sostituire gli adulti. Siccome sono solo bambini, sanno essere tremendamente prepotenti, egocentrici e dittatoriali. Per questo motivo, molti secondogeniti hanno imparato a giocare a pallone facendo il palo nelle partite dei primi. Avete presente quella pubblicità in cui un attempato ed azzimato signore traccia un cerchio per terra  – indicando, metaforicamente, che il proprio istituto di credito gira tutto intorno al cliente? In quella pubblicità recitano un primogenito – il signore che traccia un cerchio – ed un secondogenito: il bastone.

Lentamente, ma inesorabilmente, nella testa del secondogenito si formerà dunque l’idea per cui egli non è stato voluto, partorito ed amato, esattamente come il primogenito, ma è stato più semplicemente ingaggiato, Perché gli facesse da sparring partner.

4. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Infine, il secondogenito tende ad avere maggiori problemi nello sviluppo della propria identità: egli non sarà mai del tutto libero di fare una scelta. Andate a controllare. Accade in ogni famiglia. Il primogenito è un campione olimpionico? Il secondo odia quasi tutti gli sport – ad esclusione del sollevamento Cheese Burger. Il primogenito è bravo a scuola? Il secondo va a ripetizioni di latino da Antonio Cassano. Il primo si diploma al Conservatorio? Il secondo ascolta solo canzoni di Gigi D’Alessio reinterpretate da Fedez. Il fatto è che il secondogenito, avendo compreso che sarà sempre e per sempre secondo, non deciderà mai veramente cosa fare della propria vita, ma reagirà, più semplicemente, alle libere scelte identitarie compiute dal primo. Perché, come si usa dire, “è meglio essere primi all’Inferno che secondi in Paradiso”.

5. Conclusioni.
Quando erano piccoli, i secondogeniti hanno imparato che l’unico modo per attirare l’attenzione del mondo era fare qualcosa, qualsiasi cosa, eccezionalmente bene. Di fatti, il messaggio che viene recapitato al secondogenito è che la sua semplice presenza non basta. Fare le cose che ha già fatto il primo non basta. Egli comprende, intuisce o solamente sente che dovrà lottare duro per guadagnarsi il diritto di essere sotto i riflettori. E lo farà per tutta la vita. Tutto ciò premesso e considerato, il mondo – nella sua versione più bella, esaltante, stimolante e ricca –  è opera dei secondogeniti. Sono i secondi che si svegliano alle cinque di mattina per migliorare di uno 0,3 per cento le proprie capacità ed incrementare le possibilità che hanno di essere riconosciuti, ed amati.

6. Postilla
Non fatico molto ad immaginare le critiche che riceverò per questo post. “Noi abbiamo dovuto sopportare lo stress di essere sempre al centro dell’attenzione!”; “Noi abbiamo fatto la battaglia per il motorino, la battaglia per la discoteca, la battaglia contro gli spinaci e di tutte queste battaglie ha tratto profitto il secondo, che si è trovato la strada spianata”. Può essere vero… nessuno lo mette in dubbio… per carità, magari ne parlerò nel prossimo post… ma oggi non stiamo parlando di voi. Smettetela di pensare di essere al centro del mondo, per una buona volta!

Il Viaggiatore

MACCHINA“Devi cambiare d’animo, non di cielo. […] Perché ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano”.

Seneca, Epistole morali a Lucilio

1. Meraviglioso e pericoloso
Sembra che i termini inglesi “trip” e “travel” – così come il francese “travail”- traggano origine dal nome di uno strumento di tortura che gli antichi romani chiamavano tripalium. Mentre la parola italiana “viaggio” – derivando dal latino viaticum – farebbe riferimento all’eucarestia che veniva somministrata ai moribondi affinché potessero affrontare serenamente il passaggio dal mondo dei vivi al regno dei morti. Non mi stupisce che queste parole abbiano in qualche modo a che fare con il dolore e la sofferenza.

Di fatti, ogni viaggiatore deve affrontare molte difficoltà e molti pericoli, come, ad esempio, il rischio di incontrare i briganti, di contrarre una malattia esotica, o, più semplicemente, di smarrire la retta via e non riuscire a raggiungere la propria destinazione. Eppure, viaggiare è bello, è importante. Dio santifica e benedice i viaggiatori. Per questo motivo, moltissimi miti dell’antichità greca e romana insegnano che gli déi amano recarsi sulla terra travestiti da forestieri – per mettere alla prova i mortali, verificarne l’ospitalità ed eventualmente sanzionarne l’egoismo. Potremmo ipotizzare che l’aurea di sacralità di cui godono i viaggiatori dipenda dal fatto che essi si mettono “nelle mani di Dio”. Abbandonando ciò che possiedono, la tranquillizzante sicurezza del luogo in cui sono nati. Accettando il rischio di aprirsi e di perdersi nel mondo. Scoprendosi umani, deboli ed indifesi.

Gli uomini tendono ad essere abitudinari, precisi, ordinati. Fondano città, costruiscono case, erigono mura a difesa di un territorio nel quale gettano profonde radici. Si sentono figli di una nazione, al punto che credono di avere una terra madre da amare e rispettare ed una patria per cui versare il sangue e morire. Gli uomini tendono ad essere tradizionalisti, hanno paura di mettersi in gioco, di perdere ciò che possiedono nell’incontro con altre e diverse culture. Dal canto loro, i viaggiatori sono folli, imprevedibili, disordinati. Mettono continuamente alla prova i propri limiti – i propri confini– attraversando tempeste epocali ed infiniti periodi di siccità. Esattamente come i pesci, traggono ossigeno vitale dal movimento. Esattamente come la rosa di Gerico, possono nascere e morire infinite volte. Per questo motivo, i viaggiatori sono veri e propri eroi da ammirare ed imitare. Eppure, il ruolo che essi assumono è parecchio complicato e può dar luogo a diverse incomprensioni.

 2.Viaggiare non significa “fuggire”.
Mi rendo conto che il discorso che ho svolto sin qui potrebbe dare adito ad alcuni equivoci. In primo luogo, qualcuno potrebbe credere che, esaltando il valore del viaggio e dei viaggiatori, io abbia voluto stigmatizzare la vita di coloro i quali non vogliono o non possono concedersi il lusso di abbandonare la propria casa per un lungo periodo di tempo. Ma ciò che ho scritto è chiaramente metaforico ed allusivo. Possiamo viaggiare senza uscire dalla nostra nazione, dalla nostra città, dalle solite quattro mura. Così come possiamo percorrere migliaia e migliaia di chilometri ed avere comunque la mente chiusa, restando confinati nelle nostre antiche convinzioni. Come ha scritto Marcel Proust: “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’ avere nuovi occhi”.

La seconda possibile incomprensione, e forse la peggiore, è rappresentata dal fatto che il viaggio si presta ad essere confuso con il turismo: la banalizzazione commerciale di quella che dovrebbe essere un’occasione di maturazione e di crescita. Per questo motivo, è stato giustamente scritto che “il viaggiatore non sa dove sta andando. Il turista non sa dove è stato”. Non sono snob. Mi rendo perfettamente conto che andare in vacanza può essere utile, comodo e spesso anche necessario. Ma questo non significa che possiamo ignorare le differenze che separano Cuore di Tenebra da Abbronzatissima. Chi cerca spasmodicamente un ristorante italiano nel centro di Manila, chi spera di carpire il fascino metafisico dell’India tuffandosi nella piscina di un resort a cinque stelle e chi è disposto a perdersi nel centro di Marrakech solo per trovare un pub che trasmetta il posticipo del campionato di calcio, eviti, per favore, di definirsi “un viaggiatore”. Perché il viaggio è una cosa seria, e come tutte le cose serie, esige rispetto.

Da ultimo, dobbiamo fare in modo di non confondere il viaggio con la fuga. Intendo dire che la curiosità e la smania per la conoscenza non possono diventare la scusa dietro cui trincerarsi per evitare di vivere eticamente. Ovvero, per evitare di assumere qualsiasi vincolo, obbligo o legame. A differenza di passioni più frivole ed estemporanee, l’amicizia e l’amore richiedono tempo, ed una buona dose di dedizione. Avete presente il dialogo in cui la volpe spiega al Piccolo Principe come fare per addomesticarla? Il punto è che senza il rispetto quotidiano di una promessa, senza la stabilità di chi “resta”, è quasi impossibile che nascano l’affidamento e la fiducia necessarie a legare gli esseri umani. Il viaggiatore non possiede nulla, non erige mura a difesa del proprio territorio ed ama attraversare continuamente quei confini che altri uomini sorvegliano con attenzione, ma deve evitare che il viaggio diventi l’occasione per erigere altre e più alte mura. A tutela di una perfetta ed inconsolabile solitudine.