Dieci Tesi Contro i Social Network. Numero Uno: il Tempo Inutile.

In un suo vecchio libro, Pierre Lévy paragonava il tempo che passiamo on line alla durée bergsoniana. Ho sempre pensato che si trattasse di un parallelismo parecchio azzeccato, tanto che credo di averlo anche ripreso ed esplicitamente citato una decina di anni fa, in un mio saggio sulle identità virtuali.

Il tempo della navigazione è un flusso di coscienza alimentato da ispirazioni estemporanee, si nutre di associazioni di idee che innescano reazioni a catena, dipende da stimoli di cui siamo a mala pena coscienti.

Mentre inseguiamo queste tracce invisibili, ci trasformiamo in piccoli esploratori, comportandoci come antropologi digitali che corrono instancabilmente da un sito all’altro,  alla ricerca del senso perduto. Tuttavia, capita spesso che il nostro viaggio di ricerca si interrompa, bruscamente e per sempre, restando arenato nelle secche di facebook, di pinterest, di tumblr.  

La navigazione nel world wide web rischia dunque di trasformarsi in mero ripiegamento esistenziale: un biglietto di sola andata, lisergico ed alienante, nella vita degli altri.  Non è un caso se la stragrande maggioranza degli iscritti ad un social network è rappresentata da adolescenti che sprecano intere giornate simulando quelle interazioni sociali che non riescono a vivere nel mondo reale.

La mia tesi è che dobbiamo prestare attenzione a tutte le attività ripetitive che non implicano una qualche maturazione, una crescita, un miglioramento delle nostre capacità. In fondo, la differenza tra il vizio e la virtù è tutta qui: da un lato ci sono i faticosi esercizi quotidiani, che servono per affinare gusto e tecnica, dall’altra, il ripetersi, ciclico e sterile, di gesti assolutamente inutili.

Mi rivolgo soprattutto a voi, ragazzi.  Est modus in rebus, ci vuole moderazione, in ogni cosa.

Fate un piccolo esame di coscienza: chiedetevi quante ore passate, ogni giorno, sul vostro social network preferito. Vi devo dare una brutta notizia: il tempo che sprecate su facebook non tornerà più.

E quando avrete quarant’anni, vi assicuro, rimpiangerete tutti i giochi della playstation che non avete mai portato a termine.

001. Privacy e Snack: Il Giorno In Cui Sono Diventato Virale.

Domenica 30 novembre la mia pagina pubblica  su facebook poteva contare su 840 contatti. Per lo più, si trattava di studenti che avevano cliccato su “mi piace” per avere notizie “in tempo reale” sulla mia attività accademica, restando aggiornati sull’orario delle lezioni, sulle conferenze o sulla data in cui si sarebbero svolti i test di valutazione. A quei tempi, il mio post più famoso aveva raggiunto circa duecento utenti, ottenendo poco più di un centinaio di like.

Sabato 6 dicembre un mio post aveva raggiunto 980.287  persone, guadagnando l’entusiastica approvazione di 9.760 utenti. Nell’arco di sei giorni, la mia pagina pubblica era passata da 840 a 4.700 like; ero stato citato da Selvaggia Lucarelli – che, definendomi “mito vivente”, si era offerta di “pulirmi la lavagna alla fine della lezione”- da giornalettismo, dal rompipallone, da cliomakeup fan page, dal post.it; da ustation e da tantissimi altri siti e blogger più o meno influenti.

Cosa era accaduto?

Domenica mattina ho notato che alcuni miei contatti avevano deciso di pubblicare sul proprio profilo uno status a tutela della privacy. Sono rimasto colpito dal fatto che gli studenti del mio corso di informatica giuridica potessero credere di tutelare in tal modo la propria privacy ed ho conseguentemente pubblicato il seguente status:

Avviso agli studenti di informatica giuridica- chi tra di voi ha pubblicato sul suo profilo una sorta di autocertificazione a tutela della privacy è pregato di chiudere per sempre l’account facebook – per evitare di procurare danni a persone o cose- lasciare la Facoltà di Giurisprudenza ed iscriversi a Scienze degli Snack al Formaggio. Andiamo male ragazzi, molto, molto male.”

Non l’avessi mai fatto. Queste poche righe hanno moltiplicato per mille le mie interazioni sui social network, attirando l’attenzione della carta stampata e delle radio – Il Messaggero, Donna Moderna, Rai Radio Due (Share), RadioFrequenza (Pensavo peggio), Radio Popolare (De gustibus).

In pochi giorni, ho iniziato a ricevere richieste di interazione da tutta Italia.

In questo modo, ho potuto sperimentare sulla mia pelle alcuni concetti chiave che, normalmente, spiego durante le lezioni di informatica giuridica.

L’autore di un post virale riceve, in primo luogo, i complimenti degli utenti “normali”, (“Se ai miei tempi avessi avuto un prof. come lei non avrei mai abbandonato l’università”; “Prof., perché non viene ad insegnare nel mio Ateneo?”; “Mi dica dove insegna che mi iscrivo domani”); queste attestazioni di stima fanno certamente piacere, ma diventano parecchio imbarazzanti quando consistono in impegnative proposte matrimoniali o peggio ancora procreative (“Facciamo un bambino insieme?” – Risposta: 0_o – “Intende dire che ne vuole farne due?”)

Di fatto, i messaggi più seri ed affettuosi -che non è il caso di citare- mi sono stati invitati da persone che stanno attraversando un momento di difficoltà. Tutto ciò sembrerebbe comprovare un’antica teoria in base alla quale le nuove tecnologie informazionali funzionerebbero da amplificatori della solitudine, perché, avvicinando chi è lontano, allontanano chi è vicino – in realtà, il discorso è molto più complicato di quanto potrebbe sembrare… mi riprometto di trattarne in un futuro post su social network e solitudine.

Inoltre, sono stato contattato da alcune persone che volevano sfruttare i miei “quindici minuti di fama” per risolvere i propri problemi personali, come, ad esempio, ritrovare il cane, oppure, ottenere finalmente giustizia dallo Stato italiano.

Altri ancora mi hanno aggredito verbalmente con insistenti richieste, fornendomi nuovi e più calzanti esempi per spiegare alla mia classe i concetti di troll e di off topic: “vogliamo dire qualcosa a favore del matrimonio tra omosessuali? Perché non parla degli omosessuali, Professore?” ed ancora “una donna è libera di ritirare quando vuole il proprio consenso, non deve essere di certo costretta a subire un rapporto sessuale” (!)

Infine, mi sono guadagnato il mio personalissimo e nutrito esercito di haters: gli studenti di Scienze della Comunicazione hanno pensato che, nel mio post, io avessi voluto operare una velata allusione – una “allusione di secondo grado” – alla loro Facoltà. Niente di più sbagliato. Il mio unico obiettivo era di redarguire scherzosamente i miei studenti, invitandoli a ragionare da giuristi, prima di condividere uno status.

Fermo restando che non intendo scusarmi per qualcosa che non ho fatto, ci tengo a ribadire che ho il massimo rispetto per la Facoltà di Scienze della Comunicazione e per i suoi studenti.

Però anche voi, ragazzi, cercate di essere meno permalosi, e rispettate gli Snack al Formaggio.

 

Guido Saraceni