Educare (anche) i migliori

Quante persone, nel corso della propria carriera scolastica, sono state mandate dal Preside perché avevano fatto un ottimo compito in classe e quante invece per aver combinato qualcosa di sbagliato?

Questa è la domanda che si è posto Massimo Viganò, Preside dell’Istituto Primo Levi di Seregno (Monza e Brianza), prima di scrivere un bel messaggio di gratificazione e di incoraggiamento agli studenti più meritevoli della sua scuola.

“Voglio esprimere, anche a nome del Consiglio di Classe, apprezzamento per i notevoli risultati da lei conseguiti in questa prima parte dell’anno scolastico…” – recitava la prima parte, seguita da un incoraggiamento – “il suo impegno pone delle sicure basi per il proseguimento degli studi e un soddisfacente futuro professionale”.

Infine, il Dirigente si congedava esprimendo la certezza che il secondo periodo di valutazione sarebbe stato, per lo studente, altrettanto gratificante.

Sembra una sciocchezza, invece Viganò ha avuto un’idea a suo modo rivoluzionaria. Il nostro intero sistema scolastico è basato sulla paura per la sanzione negativa (la bocciatura, la nota…), prevedendo rari incentivi e altrettanto rare soddisfazioni per i ragazzi che invece ottengono ottimi risultati. Come afferma lo stesso Preside:

“Noi dirigenti di solito conosciamo per primi gli studenti più scalmanati, quelli che gli insegnanti ci mandano; è ovvio che chi ha uno svantaggio o ha bisogno di un aiuto particolare merita l’attenzione massima di tutti. Ma gli altri? Quelli che non conosciamo mai perché non danno problemi e studiano con ottimi risultati? Secondo me è giusto che anche loro sentano la nostra attenzione. E allora mi sono detto: perché no? E dopo gli scrutini ho scritto ai più bravi”.

Ottimo. Davvero.

Chiunque si occupa di educazione e di insegnamento dovrebbe prendere esempio da questa bella iniziativa.

Come amo ripetere, citando Plutarco, “gli studenti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere”.

Nessuna giustificazione

Mogliano Veneto (Treviso) – La ragazza nella foto si chiama Marta Novello, ha 26 anni. Lunedì sera, mentre stava facendo jogging in una stradina isolata, è stata aggredita e colpita con ventitré coltellate da un ragazzino (criminale) di quindici anni.

Ben otto di queste coltellate hanno raggiunto i polmoni, costringendo i medici ad eseguire un’operazione parecchio delicata. La buona notizia è che Marta ieri è uscita dal coma farmacologico e che ricorda i momenti antecedenti all’aggressione, in cui quel ragazzo le chiedeva il portafogli.

La cattiva notizia è che la madre dell’assalitore, nel tentativo di rispondere alla solita vergognosa strumentalizzazione politica operata da noti sciacalli di destra, non ha trovato altra spiegazione che non fosse incolpare la dad e, più in generale, il lockdown.

Povera donna, lei stessa ammette: “Non è una giustificazione, lo so. Ma provate a capirmi, sto cercando un senso a tutto questo dolore”.

Ed io, personalmente, la comprendo. Capisco che le è crollato il mondo addosso. E riconosco la grande sincerità e la profonda umanità delle sue parole.

La verità è che nessuno di noi è fatto per vivere in questo modo: senza sport, amici, relazioni sociali. Ci sentiamo come topi in trappola, stretti in una morsa che non accenna ad allentarsi – a prescindere da tutte le misure, mascherine, proibizioni e vaccini.

Detto questo, che nessuno si azzardi a fornire una scusa plausibile per 23 coltellate, che nessuno, per favore, strumentalizzi la vicenda mettendo sul banco degli imputati la dad o il lockdown.

I nostri nonni hanno vissuto sotto le bombe; i nostri padri hanno ricostruito un Paese in ginocchio, prostrato dai colpi del terrorismo; noi siamo cresciuti in piena Guerra Fredda, abbiamo assistito all’avvento dell’eroina e dell’HIV, eravamo chiusi in casa dopo l’incidente di Chernobyl.

Spieghiamo semmai ai ragazzi che i tempi “facili” esistono solo nella testa degli inconsapevoli.

La verità è che il Paese (il mondo) sta affrontando l’ennesimo periodo critico, i giovani sono chiamati a fare la propria parte, come tutti.

26.3.2021

Non ci sono giustificazioni, né scuse.

La guerra e le scuse

Abbiamo superato la soglia dei 100.000 morti per covid. Un numero impressionante di decessi, certamente paragonabile ad una guerra, superiore a quello della campagna di Russia.

Se ripenso a cosa è accaduto negli ultimi dodici mesi, mi ricordo il video di Massimo Mallegni, un senatore di Forza Italia, che il 27 febbraio 2020, da solo nello scompartimento di un treno, urlava “torniamo a vivere!”, raccomandando ai cittadini di non farsi “fot**re da questa psicosi!” ed accusando il governo di essere “folle”; Matteo Salvini che sbraitava “riaprire tutto!” – a giorni alterni; Alberto Zangrillo che ci rassicurava sul fatto che il virus fosse “clinicamente scomparso”; Flavio Briatore e Daniela Santanchè, ospiti fissi di Giletti, che si stracciavano le vesti per far riaprire le discoteche; Sgarbi che organizzava convegni in Senato per sostenere che “l’emergenza non esiste” e aderiva alla manifestazione “no mask” organizzata dal popolo delle mamme, salvo poi minacciarmi di querela per aver scritto che avrebbe partecipato (“Aderisco, ma non vado!”… quando si dice: la coerenza…); Montesano, Boldi ed un infinita serie di ex (comici, artisti, modelle e cantanti) pronti a gridare al complotto.

Tutto questo solo per mettere in imbarazzo il governo.

Oggi da queste persone ci aspetteremmo come minimo delle scuse.

Perché mentre loro giocavano a fare politica e business sulla pelle degli italiani, la gente non ha mai smesso di morire.

Roma 9.3.2021

Mala Tempora Currunt

Infografica: La Repubblica

Se non sono felici

Mi capita sempre più spesso di ricevere studenti affranti dall’idea che tutti gli altri candidati ad un esame ascoltino la loro interrogazione, che ne valutino le capacità e che conoscano l’esito dell’esame.

Certo, gli esami erano pubblici anche prima del covid. Ma una cosa è parlare con il docente avendo alle spalle altri candidati più o meno in grado di captare qualcosa di quel colloquio, altra è parlare in un microfono che consentirà a tutti di sentire alla perfezione ogni singola parola.

I ragazzi provano vergogna. Si sentono esposti, nudi.

Per i nostri studenti l’esame è sempre più simile ad un giudizio divino, un momento critico fatto di confronti, di invidie, di ansie e conflitti mai risolti. Era così anche prima, certo. Ma adesso è diventato molto più difficile mandar giù un risultato negativo – quando il compagno antipatico o l’amica civetta, “che ha detto esattamente ciò che ho detto io”, “che non ha studiato NULLA”, prende invece un bel trenta.

Pianti; attacchi di rabbia; crisi di panico.
Come se ne esce?

Insegnando ai nostri ragazzi che l’esame non è il giudizio universale; che tra i banchi non c’è nessuna gara e non esiste competizione: lo studio non è un talent, non c’è televoto e non ne resterà solo uno.

Liberiamoli dall’ossessione della vittoria, dall’ansia della prestazione. Togliamo dalle loro spalle il peso delle nostre frustrazioni. Non obblighiamoli ad ingoiare quintali di aspettative e di sensi di colpa.

Lasciamoli liberi di crescere, di sognare e di vivere. Rispettiamo le loro scelte e i loro tempi. Tutto ciò di cui hanno bisogno, per fiorire, è di essere accettati per come sono.

Date retta al prof., non preoccupatevi se i vostri figli non sono “vincenti”, preoccupatevi se non sono felici.

È solo luce

Lui si chiama Hilarry Sedu e svolge la professione di avvocato nel foro di Napoli. Ieri, prima che iniziasse l’udienza, una giudice onorario gli ha chiesto di esibire come da prassi il tesserino da avvocato. Dopo di che, ha domandato davanti a tutti: “ma sei avvocato avvocato?”.

Avendo ricevuto una risposta affermativa ha insistito: ma sei laureato?”.

Sedu, sbigottito e umiliato, ha dovuto rispondere positivamente anche a questa domanda. A quel punto la giudice ha pensato bene di abbandonare l’aula per andare a chiedere lumi ad un magistrato togato.

Questo accade in Italia, nel 2021: in un tribunale la giudice onorario si stupisce nel vedere un avvocato nero e lo umilia pubblicamente, sottoponendolo a domande ed indagini francamente imbarazzanti, insinuando che sia un impostore.

Mala Tempora Currunt.

Esprimo la massima solidarietà all’avvocato Sedu e mi scuso a nome di tutti i giuristi italiani.

Il razzismo è una brutta malattia, fa male sapere che possa infettare anche le persone che hanno il delicatissimo compito di giudicare i cittadini.

Roma 4.2.2021

Il colore è solo luce