Nel Nome Di Umberto.

Da ieri mattina, i social network sono stati letteralmente invasi da frasi, battute, meme, attestati di stima e ricordi personali su Umberto Eco. Lercio ha celebrato la dipartita di questo grande intellettuale con tre o quattro delle sue prime pagine: la più raffinata, a dire il vero già pubblicata tempo fa, annunciava: “Umberto Eco scopre il sinonimo di sinonimo e cade in una dimensione parallela”, la più rispettosa affermava: “Morto Umberto Eco. Gli Angeli soddisfatti: finalmente qualcuno che può davvero insegnarci qualcosa”, mentre la più simpatica recitava: “Anche Gasparri onora la memoria di Eco: non l’ho mai conosciuto”. Dal canto suo, l’utente medio di Facebook si è detto tremendamente dispiaciuto, elencando i dischi di Eco che ha  più amato nella sua vita e maledicendo il 2016 perché nel breve volgere di ventiquattro ore si è portato via tante cose belle: Harper Lee, Umberto Eco e la speranza che Francesco Totti fosse, in realtà, un cyborg. Da tutto questo abbiamo capito che: 1) amiamo incondizionatamente il Nome della Rosa, “raro esempio di film bello quanto il libro”; 2) pochissimi di noi hanno finito di leggere il Pendolo di Foucault – personalmente, non ho nemmeno iniziato a oscillare; 3) Ci sono altissime probabilità che Eco esistesse anche prima di morire. Ma stranamente ne eravamo tutti meno consapevoli.

Così come è accaduto per Bowie, la rete si è dunque mobilitata per rendere omaggio a un “grande” che non c’è più. Una simile ondata emotiva è perfettamente comprensibile. In una certa misura, si tratta di un “fenomeno” persino giusto, apprezzabile. Sotto altro e diverso punto di vista, lascia l’amaro in bocca. In particolare, è brutto costatare che ci ricordiamo della letteratura solo quando muoiono gli intellettuali, ci rendiamo conto che esistono i malati di sla solo quando vengono invitati a suonare un pianoforte a Sanremo, apprezziamo i nostri ricercatori solo quando vengono barbaramente uccisi in un Paese straniero. Peraltro, si tratta di un ricordo effimero, la cui breve vita può essere paragonata a quella di una sigaretta, di un caffè o di una promessa del Governo Renzi. Scherzi a parte, si tratta di un ricordo da social network: una volta che abbiamo condiviso il post, maledetto l’anno bisestile, criticato il commento altrui, litigato con il vicino di casa e bannato il figlio del portiere che aveva osato intromettersi nella discussione, torniamo a fare beatamente ciò che stavamo facendo prima per aiutare la cultura, i malati di sla e i giovani ricercatori: esattamente nulla.

La seconda amara riflessione è che sono sempre i migliori ad andarsenee non chiudono mai la porta. In queste occasioni, tutti restano atterriti a fissare il vuoto. Un attimo dopo, affermano senza timore di smentita che tra le nuove leve non c’è nessuno in grado di prendere il posto lasciato libero da chi appena abbandonato la stanza. Tutto ciò è parecchio triste perché unisce al danno la beffa. Il danno è che il mondo non è mai stato un posto per giovani. La beffa è che la colpa di tutto ciò viene data esattamente ai giovani. Da sempre, il nuovo arrivato deve lottare per affermarsi. Si tratta di un meccanismo di selezione della specie del tutto ovvio e naturale. Ma se guardiamo ai dati economici degli ultimi cinquant’anni, se consideriamo la storia di questo Paese, non possiamo non notare che siamo ormai nella stessa situazione in cui versa l’abbronzatura di Carlo Conti: abbiamo da tempo superato la linea di demarcazione normalità e perversione.

La terza amara riflessione è che i più grandi artisti suoneranno sempre in cantina, non andranno mai a Sanremo.  Nella sua essenza, il Mercato è reazionario, conservatore, retrogrado. Il Mercato obbliga lo scrittore a riscrivere sempre lo stesso romanzo, il musicista a suonare sempre la stessa canzone, l’attore a recitare sempre la stessa battuta.  Come scrisse una mia collega americana “il latte dell’innovazione dirompente non viene munto dalle vacche del denaro”. Non a caso, le più importanti innovazioni tecnologiche degli ultimi dieci anni sono state pensate, progettate e realizzate da adolescenti che volevano solo fare bella figura con la ragazzina del primo banco.

Arriviamo così alla conclusione, tornando all’inizio di questo breve articolo. Come tutti sapete,  Eco affermò che la rete è popolata di imbecilli che un tempo non avrebbero mai avuto diritto di parola. Che brutto pensiero. Intanto, questo giudizio potrebbe essere esteso a tutti gli ambiti, a tutti i media e a tutte le epoche. Intendo dire che gli imbecilli hanno sempre avuto diritto di parola, hanno sempre avuto canali di comunicazione e hanno  sempre trovato immense masse di idioti pronti a seguirli. Se non fosse stato così, non avremmo mai commesso errori colossali, come, a mero titolo di esempio, sterminare gli Indios, lanciare la Bomba atomica o far pubblicare un romanzo a Fabio Volo.

Insomma, non è internet ad essere popolata di imbecilli, è la società in cui viviamo ad esserlo.  Ovviamente, su internet troveremo notizie inventate, persone ignoranti, volgari e aggressive. Altrettanto ovviamente, troveremo tutto questo in radio, in televisione, al bar o in edicola. Però, a differenza dei luoghi che ho appena citato, qui potremmo trovare anche la traduzione del termine tedesco “Wanderlust”; decine di critiche del primo saggio di Heidegger, il tutorial per smacchiare i vestiti, imparare a suonare il pianoforte o costruire un rifugio antiatomico. Insomma, web batte mondo due a uno. Intendo dire che grazie a Internet abbiamo a nostra disposizione un mezzo di comunicazione tendenzialmente ecologico, tendenzialmente democratico e tendenzialmente gratuito. Questa è, senza ombra di dubbio, la più grande rivoluzione culturale della intera storia del genere umano. Questa, o l’invenzione delle gomme da cancellare profumate alla vaniglia. Sono ancora indeciso.

Il Ponte.

1. Chi vuoi che incontri?
Sei e venticinque di un mercoledì mattina qualsiasi.
Sono a Teramo.
Mi sono alzato presto per andare al parco fluviale a fare jogging.
Mentre mi cambio, noto che sulla  mia felpa – sull’unica felpa che ho qui a Teramo – c’è una orribile macchia di sugo che, partendo con subdola discrezione dalla spalla sinistra, si spinge coraggiosamente all’avventura, sino ad espandersi, orgogliosa, al centro del petto.

Tutto questo è parecchio disdicevole.

Per un attimo, mi chiedo se sia il caso di uscire di casa, rischiando di fare una figuraccia. Poi, decido di andare lo stesso.
In fondo, sono le sei e trenta.
Fa un freddo cane.
Chi vuoi che incontri a quest’ora?

Bridge

Dopo circa mezz’ora di jogging mi sento mezzo cuore in gola e mezzo nello stomaco.
Stanno iniziando a farmi male muscoli che non ricordavo di avere.
Puntuale come la morte, da lontano, mi raggiunge un grido.

-“Prooof! Proooooof!”

Sono in campo aperto, e non avrei comunque la forza per scappare.
Mi volto e affronto il mio destino.
Da uomo.

Due ragazze di circa vent’anni stanno correndo verso di me.
La più alta agita il braccio destro in aria perché la veda, e continua ad urlare.
L’altra la (in)segue a fatica, strusciando i piedi per terra e tenendosi il fianco.

Mi passo una mano tra i capelli e provo ad assumere una posa dignitosa.

-“Prof.! Ti seguo su Facebook! Leggo il blog! Sei un grande Prof! Me lo fai un autografo?”.
-“Un cosa? Siete mie studentesse?”.
-“Non ancora Prof. Io sto al primo anno! Se tutto va bene ci incontriamo nel 2019. Marina, invece, studia biotecnologie”.

L’amica, che aveva messo entrambe le mani sulle ginocchia per prendere fiato, si sente chiamata in causa, alza il capo e dice:

-“Ti posso fare una domanda Prof.?”.
-“Certo, dimmi tutto.”.
-“Perché scrivi le cose su internet?”.

Negli ultimi mesi, mi hanno fatto questa domanda un milione di volte, ma non mi sono abituato: mi mette a disagio, mi sento come se mi stessero rimproverando.

-“Beh… per lo stesso motivo per cui lo fanno tutti… voi perché siete su Facebook?”.

Si guardano, perplesse. Poi, tornano a fissarmi con aria interrogativa.
Decido di rispondere io.

-“Perché è bello comunicare, interagire… condividere le proprie idee con gli altri!”.
-“Si, certo Prof… Ma a parte questo?”

-“In effetti, c’è anche un aspetto narcisistico: mi piace leggere i commenti, vedere che molte persone apprezzano ciò che scrivo…”.

Niente da fare. Sono più perplesse di prima.

-“Va bene, Prof…. però…”.

Devo tagliare corto, altrimenti non mi lasceranno più andare.

Le multinazionali canadesi del tabacco mi pagano 39 centesimi ogni quindici like!”.

Bocche che si spalancano, pupille che si allargano.
Intuisco di averle spiazzate.
Devo assolutamente approfittarne.

Mi rigiro e riprendo a correre.
Quando sono a distanza di sicurezza urlo:

-Scusatemi ragazze! Altrimenti perdo il ritmo!
-Prof. e l’autografo?
-Sul libretto. Se riuscirà a superare l’esame.

2. Conclusioni
Mentre torno a casa rifletto su due cose.
La prima è che siamo talmente abituati a pagare per qualsiasi cosa da rifiutare inconsciamente l’idea che qualcuno possa impegnarsi  a fare qualcosa per il solo gusto di farlo, gratuitamente.

La seconda è che sto sinceramente pensando di inserire qualche banner pubblicitario sul sito. Non diventerò ricco, ma almeno la smetteranno di farmi sempre la stessa domanda.

Bonus track: The shocking truth
Chi fa il mio lavoro corre il rischio di isolarsi.
Con il tempo, perdiamo letteralmente il contatto con la realtà.
Compriamo casa in montagna per riuscire ad osservare il mondo dall’alto, senza rischiare alcun contagio con la polverele infinite bassezze che essa implica e suppone.
Usiamo i libri come mattoni, per costruire e fortificare una muraglia: la barriera dietro cui nasconderci e ripararci dal resto del mondo.
Mentre io ho sempre pensato che la cultura dovesse servire per abbattere esattamente quel muro.
E costruire un ponte.

Dieci New Entry

Cari amici, pare che lunedì scorso un miliardo di persone abbiano utilizzato Facebook. Si tratta di un traguardo parecchio importante che Mark Zuckerberg ha ritenuto di dover giustamente festeggiare con un video celebrativo. Dal canto mio, ho deciso di proporvi 10 new entry per la nostra vecchia classifica.

Cari amici, pare che lunedì scorso un miliardo di persone abbiano utilizzato Facebook. Si tratta di un traguardo parecchio importante che Mark Zuckerberg ha ritenuto di dover giustamente  festeggiare con un video celebrativo. Dal canto mio, ho deciso di proporvi dieci new entry per la nostra vecchia classifica.

Status Due

10) Quelli che pubblicano le ricevute delle scommesse (vinte). Carissimi scommettitori vincenti, potreste cortesemente festeggiare con maggiore discrezione? Non credo che sia molto educato sbattere in faccia agli altri la vostra immensa fortuna… a meno che non intendiate offrire da bere.
A tutti.

9) Le ragazze difficili. Pubblicano continuamente stralci di conversazioni private per mettere in ridicolo qualcuno che “ci ha provato”, comportandosi come i selvaggi che appendono alle porte di una città la testa mozzata dei nemici uccisi (in stile Games of Thrones, o ISIS). Abbiamo capito, avete condiviso centinaia di selfie in vestiti discinti ed ora volete farci sapere che non siete “ragazze facili”. E va bene. Ma sparare sulla croce rossa non farà di voi delle dame ottocentesche.

8) Quelli che usano milioni di hashtag.
A caso.
#Siete sicuri di #sapere #come usare #questo #strumento?
Ripetete lentamente con me: non è mostrandomi giovane che eviterò di fare la figura del deficiente.

7) Haters. Quelli che scrivono che odiano il lunedì, il caldo, il freddo, la pioggia ed andare a lavorare. Propongo di fare una petizione su change.org per chiedere a Mark Zuckerberg di consentirci di segnalare anche i contenuti banali. “Questo contenuto mi offende perché è originale quanto una borsa cinese” (e sappiamo tutti che quando la borsa cinese va in malora, il prezzo degli involtini primavera sale alle stelle).

6) I Genitori. Vi chiediamo solo una cosa: abbiate, per favore, pietà di noi. Avete letteralmente invaso Facebook con le foto dei vostri pargoli: Marco al mare; Marco dal dentista; Marco sul vasetto… A parte il fatto che state mettendo a dura prova la nostra salute mentale,  così facendo, mettete a rischio la sicurezza dei vostri bambini. Che fine faranno queste foto? Chi le guarderà? Pensateci. E se proprio non potete fare a meno di condividere immagini e filmati dei vostri figli, fate un provino al Mulino Bianco, magari vi assumono come famiglia felice – altro che Banderas.

5) I terroristi, ovvero, quelli che minacciano. “Da domani faccio pulizia”; “tenetevi pronti, cancellerò almeno il 20% dei contatti”; “i nati prima del ‘92 sappiano che saranno cancellati, bloccati e perseguitati dalla mia ira. I tifosi della Lazio anche”… Tra il terrorismo, l’immigrazione e le tasse abbiamo già tanti problemi, perché volete farci soffrire ancora? Non capite che senza i vostri post la nostra vita perderebbe completamente di senso? Insomma… pensate  davvero che tutto il mondo giri attorno a voi? Fatevi vedere, potrebbe essere labirintite.

4) I citatori seriali. Questa categoria di utenti mi è stata segnalata da una simpatica lettrice. Alcuni dei nostri contatti condividono solo citazioni. Certamente, le frasi di Pavese, Hegel e Buddha rappresentano una boccata d’aria fresca – in un mondo di commenti razzisti e donnine discinte.  Eppure, il citatore seriale dà l’impressione di aver semplicemente fatto “copia e incolla”, per apparire “intelligente” e “colto”, senza essersi in alcun modo sforzato di elaborare e condividere il suo pensiero. Peraltro, capita anche che la citazione sia palesemente sbagliata. Come scrisse Dante Alighieri: “Se non avete niente da dire, usate Instagram”.

3) I citatori  seriali (in costume da bagno). In questi ultimi mesi, ho notato che si sta diffondendo una interessante variante dei citatori seriali della quale credo sia bene discutere: il citatore in costume da bagno. Da giugno hanno infatti iniziato a dilagare post del tipo “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” (Kant) con allegata una bella foto in due pezzi – per rendere più incisivo il concetto. Cari citatori in costume da bagno, immagino che aggiungiate una citazione perché temete che – a forza di pubblicare selfie – i vostri contatti possano iniziare a chiedersi se siete stupidi.
Il mio consiglio è di lasciarli nel dubbio.

2) Dottor Google. Per curare ogni malatia, è sufficiente bere olio di semi bollente, mangiare limoni (rigorosamente bio) e camminare nei boschi all’alba, recitando il mantra della guarigione cosmica. Lasciate che vi sveli un segreto: non ci si cura su Internet. La medicina è una cosa seria, richiede anni di duro studio e di costante aggiornamento. Vi rendete conto che condividendo certe sciocchezze mettete a rischio la salute di tutti? E poi,  la carne fa male, la red bull fa male,  la nutella fa male. La coca cola fa malissimo. A parte il fatto che nella maggior parte dei casi il problema è l’abuso – non l’uso – di queste sostanze, ricordatevi sempre che non ha senso vivere da malati per morire da sani.

1) Quelli che vogliono insegnare agli altri ad utilizzare Facebook. La rete è libera. La rete è democratica. Ciascuno ha il diritto di pubblicare e condividere ciò che vuole. Per questo motivo, anche io mi sono sentito libero di pubblicare ed aggiornare la mia classifica, proponendovi le new entry. Fatemi sapere cosa ne pensate.

Istupid. Dieci categorie di persone che non dovrebbero possedere un cellulare.

Dieci categorie di persone che non dovrebbero possedere un telefono cellulare.

1. I “ricchi”.
Da almeno quindici anni, hai più debiti che capelli. Eppure, continui a comprare  telefoni cellulari che superano di molto la quotazione dei tuoi organi interni al mercato nero. Elias Canetti ha scritto che il valore di un uomo dipende dal numero delle cose a cui può rinunciare. Se è vero, tu vali leggermente meno del tuo abbonamento ad alta velocità. All inclusive. Al posto di buttare il denaro per queste sciocchezze, potresti provare a risparmiare per comprare qualcosa di serio. Come, ad esempio, la playstation 4, o l’abbonamento in curva.

Cellulare

2. Disturbi ossessivi-compulsivi.
Se passate intere giornate con il cellulare in mano, vi consiglio di prendervi una pausa. Tra qualche anno avrete i polsi di un ottantenne ed i polpastrelli completamente consumati dallo schermo. A meno che non stiate progettando di darvi alla latitanza, vi conviene salvaguardare le vostre impronte digitali. Se non altro, perché il riconoscimento biometrico potrebbero essere l’unico modo per avere accesso ad un cellulare.

3. Breaking Bad.
Non tutti possono permettersi l’amante, il doppio lavoro, l’identità segreta. Non tutti hanno il fisico per queste cose. Per tutti gli altri, ci sono le dual sim. Dai retta a me, non mettere mai la tua vita nelle mani di una persona che possiede due numeri di telefono. Se ne conosci solo uno, non sai abbastanza, se li conosci entrambi, sai troppo.

4. Dite “cheese”, ovvero, i patiti dei selfie.
Poche settimane fa, tre adolescenti di Piacenza sono stati arrestati in flagranza mentre rubavano capi di abbigliamento in un negozio del centro. Una volta giunti in caserma, i ragazzi hanno chiesto ai carabinieri di poter fare un selfie che li ritraesse tutti insieme. Per celebrare la loro prima giornata in caserma. I tutori delle forze dell’ordine sono rimasti letteralmente sbigottiti. E che diamine ragazzi, aspettate almeno la condanna definitiva!

5. Quelli che condividono tutto.
Il mio amico Adriano si rifiuta di utilizzare il cellulare. Alcuni giorni fa, stavo provando a convincerlo del fatto che si tratta di uno strumento davvero imprescindibile

-“Tu non ti rendi conto di quanto possa essere importante avere uno smartphone”.
-“Lo so, ma proprio non fa per me”.
-“Solo perché non hai ancora iniziato ad utilizzarne uno”.
-“Spiegami perché dovrei diventare dipendente da questa nuova tecnologia? La verità è che voi non avete più un attimo di privacy“.
-“Vedo che non ci siamo capiti. Ti ricordi cosa è accaduto lo scorso anno, quando sei stato accerchiato da quel gruppo di energumeni ubriachi?”.
-“Certo che me lo ricordo”.
-“Ecco. Riesci ad immaginare che cosa avrei potuto fare io, con il mio smartphone, se solo fossi passato da quelle parti”.
-“Avresti chiamato la polizia?”.
-“Avrei ripreso la scena e caricato il video su youtube.

6. I kamikaze.
Forse le persone che scrivono messaggi mentre guidano  sono stanche di vivere. Di sicuro, non meritano di avere una macchina, né di possedere un cellulare. Per favore, fatela finita. Con questa condotta scriteriata state mettendo a repentaglio la vostra incolumità, e, soprattutto, la nostra. Se proprio ci tenete a scrivere sciocchezze dalla mattina alla sera, andate a lavorare in una trasmissione di Barbara D’Urso. Continuerete a scrivere stupidaggini ed a giocare con la vita degli altri, ma almeno vi pagheranno.

7. Le vittime del t9.
Non è ancora chiaro se il correttore automatico eviti o propizi le brutte figure. Quel che è certo è che, almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo partecipato ad uno scambio di sms degno del miglior teatro dell’assurdo. Il mio consiglio è di disattivare il t9. I vostri amici potrebbero scoprire che non sapete scrivere apofantico, ma almeno non riceveranno messaggi del tipo “Sto arrivando! FRANCO dagherrotipo domani?”.

8. Quelli che fanno confusione.
Al posto di affermare che la batteria di uno smartphone si sta esaurendo, i giovani d’oggi amano dire che “sta morendo il cell.” Si tratta di un’ulteriore prova del fatto che le nuove generazioni trattano le cose come se fossero persone e le persone come se fossero cose. No ragazzi, i cellulari non muoiono. Anche se non è difficile ipotizzare che i modelli più avanzati, essendo parecchio più intelligenti dei rispettivi proprietari, tentino il suicidio già dopo il terzo “sks, d dv dgt?”

9. I salutisti, ovvero, quelli che hanno paura delle onde.
In metropolitana, per strada,  in fila alla cassa del bar. Lo sguardo fisso, l’atteggiamento professionale, l’auricolare ben nascosto dentro l’orecchio. Per un attimo, penserai che stiano parlando con te, poi, avrai paura che abbiano un disturbo mentale. Non stanno parlando con te e non sono folli. Si tratta di persone che hanno a cuore la propria salute. Per questo motivo, essi evitano di tenere il cellulare vicino alla testa. Preferiscono custodire lo smartphone nella tasca dei pantaloni. Che senso ha salvaguardare il cervello, se poi devi beccarti le onde da un’altra parte, altrettanto delicata? L’unica cosa che mi viene in mente è che potrebbe non essere facile distinguere il primo organo dal secondo.

10) I patiti delle catene.
Ovvero, invia questo messaggio ad altre dieci persone e tutti e dieci sapranno quanto sei stupido. La verità è che un messaggio copia e incolla svilisce la dignità di chi lo invia, e mortifica quella di chi lo riceve. Quando ti invitano a partecipare ad una catena,  rispondi così: caro amico, ho attivato l’opzione “Istupid”, se non cancelli il mio numero entro due ore dalla ricezione di questo sms, il tuo naso diventerà blu ed il tuo cellulare prenderà fuoco. Funziona, credetemi.

“Restiamo in contatto”. La Solitudine delle Uova di Lompo.

MareLe nostre rubriche sono stracolme di numeri di telefono, indirizzi e.mail e contatti, tuttavia, la società in cui viviamo si presenta come la somma di infinite solitudini. Ad avviso di molti autori, sarebbero stati proprio i social network ad amplificare la distanza tra gli esseri umani, tradendo clamorosamente tutte le promesse.

Detto in altre parole, è come se le persone si sentissero sole e si stupissero perché gli amici che hanno su Facebook non sono veri amici. A ben vedere, si tratta di una lagnanza parecchio strana, per almeno tre ragioni:

1. – Facebook  ci consente di fare “richiesta di amicizia” ad altri utenti, ma si tratta solo di stabilire un contatto virtuale. Vogliamo seriamente accusare il social network per averci tratti in inganno? Anche nella vita reale, non possiamo prendere alla lettera tutto quello che ci viene detto. Solo per fare alcuni esempi: 1) “siamo stati in riunione tutta la notte”,  significa, in realtà, “la mia nuova segretaria porta la terza di reggiseno, ed ha venti anni meno di te”;  2) “restiamo in contatto”, significa, in realtà, “se solo provi a richiamarmi, ti denuncio per stalking”; 3) “non ti preoccupare, è solo un amico”, significa, in realtà, “se tu dovessi morire domani, il nostro primogenito non avrebbe perso suo padre”.

2. – I veri amici sono sempre stati una merce rara, anche al di fuori di internet. A riprova di questa affermazione sarebbe possibile utilizzare una infinita serie di citazioni dotte. Le prime che mi vengono in mente sono: “amici dovrebbero potersi chiamare solo coloro i quali, sapendo quanti anni gli restano da vivere, se li scambiano vicendevolmente, per equipararli” (Elias Canetti); “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” (Geremia 17,5-8); “Non ti fidare mai, non sono gli uomini a tradire, ma i loro guai” (Vasco Rossi).

3. – Dobbiamo smettere di pensare che la condivisione sui social network sia una merce a basso costo che acquistiamo quando non possiamo permetterci un amico in carne ed ossa, come se i nostri contatti fossero un mero succedaneo: le uova di lompo che spalmiamo sulla tartina della nostra vita emozionale, sperando che, un giorno, anche noi potremmo permetterci champagne e caviale di ottima qualità. Le relazioni virtuali meritano di essere considerate per quello che sono, non per quello che non possono, strutturalmente, offrire. Facebook non è un circolo ricreativo, non è un bar, non è un luogo e non è nemmeno una marmellata, o un fungo.

Quando avremo finito di descrivere ciò che internet non è, forse, potremo iniziare a capire cosa possiede di innovativo e di originale. Come ha magistralmente spiegato Bergson, un giudizio negativo non è un vero giudizio. Se io scrivessi, ad esempio, che la luna non è il sole, commetterei due errori: il primo consisterebbe nel dire qualcosa di assolutamente scontato, il secondo, nel distogliere l’attenzione da quello che dovrebbe essere l’oggetto della mia indagine – la luna- per ribadire l’importanza di un altro e diverso oggetto. Per dirla con un noto aforisma zen: quando il saggio indica la luna, l’idiota guarda il dito.