Il mito di Sly

I genitori di Sylvester Stallone vivevano a Hell’s Kitchen, uno dei quartieri più malfamati e poveri di Manhattan. Suo padre provava a fare il barbiere e sua madre vendeva le sigarette in un teatro.

Era soprattutto lei a portare i soldi in casa. Per questo motivo, continuò a lavorare anche quando era prossima al parto, si ruppero le acque mentre era su un bus e Sylvester nacque con la parte sinistra del viso paralizzato – ragione del suo celebre ghigno.

Alcuni anni dopo i genitori si separarono, e Sylvester, ancora bambino, andò a vivere con il padre, un uomo duro e di poche parole, veterano della seconda guerra mondiale, che spesso e volentieri lo picchiava, con il pretesto di dovergli insegnare a stare al mondo.

Per questo motivo Sly è cresciuto con un grande vuoto dentro ed un forte desiderio di rivalsa nei confronti del padre, amato ed al tempo stesso odiato.

Di queste vicende parla lo stesso attore, nel documentario biografico in onda in questi giorni su Netflix.

Stallone ripercorre le tappe della sua incredibile carriera – senza dimenticare di omaggiare la memoria del figlio, Sage, morto di infarto a soli 36 anni.

Si tratta di un documentario molto bello, che vi consiglio di vedere, giusto tributo alla carriera di un uomo che ha fatto la storia del cinema, scrivendo, interpretando e dirigendo, un personaggio immortale, il cui valore va ben oltre i muscoli e le scene di azione.

Pochi giorni fa ho visto un video in cui Stallone, assieme alla sua famiglia incontra il Papa. Sly ringrazia il Pontefice dicendo che è onorato. Papa Francesco risponde: “Siamo tutti cresciuti con i tuoi film”.

Così è.

13.11.2023

Grazie di vero cuore Sly.
Ci hai regalato una favola indimenticabile.
❤️

Due novembre

Il due novembre ricordiamo tutti quelli che, almeno una volta nella vita, hanno perso la fede o la speranza, hanno commesso gravi errori, hanno fatto promesse troppo grandi per essere mantenute.

È la festa di chi è andato via senza avere il tempo di pentirsi, di chiedere scusa e chiarire.

Oggi ricordiamo chi, almeno una volta, nella vita, ha giocato d’azzardo, si è trascinato nel fango, ha mentito a se stesso o agli altri.

Ricordiamo quelli che hanno fatto la scelta sbagliata – una sola volta, raramente o spesso -, vittime della propria tristezza, della propria rabbia, della propria paura.

È la festa di quelli che non ci sono più, ma non hanno chiesealtari, perché non sono stati perfetti modelli di impeccabile virtù.

Li abbiamo avuti accanto, li abbiamo amati e siamo stati ricambiati. Con tutti i loro ed i nostri limiti.

Indecisi, storti, incompiuti.
Umani.

2.11.2023

Di noi resterà solo l’amore che abbiamo donato

La festa dei mostri

Mi fanno paura quelli che guidano sulla corsia di emergenza per saltare la fila; chi guida sotto l’effetto dell’alcol o di sostanze stupefacenti; chi non rispetta i ciclisti e i pedoni.

Mi fanno paura i razzisti, gli omofobi e i suprematisti, temo chi giudica e discrimina altri esseri umani in base al colore della pelle, al Paese di provenienza, al conto in banca o alla sessualità.

Mi fanno paura gli imprenditori che vanno in televisione ad accusare i giovani di non essere abbastanza sottomessi da accettare 5 euro l’ora per un lavoro usurante, privo di ferie e di garanzie.

Temo i politici italiani che, pur essendo del tutto privi di competenze giuridiche, vogliono riformare il nostro Stato per togliere poteri al Presidente della Repubblica – punto di riferimento imparziale e moderato che ci ha consentito di risolvere molti e spinosi problemi in passato.

Mi fanno orrore i femminicidi, la nostra incapacità di prevenirli, di tutelare le donne.

Rabbrividisco quando penso ai morti sul lavoro, alle loro famiglie disperate e sole.

Mi fa paura la violenza della guerra che ci accerchia, sempre più diffusa, ingarbugliata ed estesa; i bombardamenti sugli ospedali; i civili usati come scudi umani, uccisi come “danni collaterali”.

Temo il terrorismo, la rete mondiale dei sanguinari, pronti a deragliare treni, dirottare aerei, sparare sulla folla.

Mi fanno paura i cani sciolti, isolati e folli, pronti a sacrificare la propria vita pur di toglierla agli altri.

A fronte di tutto questo, lasciate che grandi e bambini esorcizzino il male che ci circonda, travestendosi da streghe, zombie o vampiri, per una notte. Tenete per voi le vostre critiche insulse, la stucchevole morale sovranista della “festa che non ci appartiene”.

31.10.2023

I peggiori mostri sono con noi tutti i giorni. E non hanno bisogno di indosssare maschere.

Cento di questi anni

Credo che farei fatica a dire quale è il mio romanzo preferito di sempre. Voglio dire, se tu me lo chiedessi così, su due piedi, due gambe, un naso e due braccia, credo che farei fatica e ti risponderei che si tratta di una domanda troppo complicata per rispondere senza pensarci per almeno trenta minuti, sei ore e ventinove mesi.

E tuttavia, se proprio fossi costretto a rispondere oggi, 1 ottobre 2023, io ti direi che Cent’anni di solitudine è Il Romanzo dei romanzi, La Storia dove tutto ciò che è umano, e vivo, e vero è stato raccontato con impareggiabile e leggiadra maestria.

Se ti dovessi rispondere oggi, su due piedi, due gambe, un naso e due braccia, ti direi che Cent’anni di solitudine rappresenta l’ineguagliabile manifesto della Fantasia. Non è “un” romanzo, è La Letteratura del ‘900.

Beato chi non l’ha ancora letto, perché può ancora goderselo partendo da zero. Beato chi lo rileggerà, perché ogni volta scoprirà sfumature e suoni e sapori nuovi, disseminati in questo infinito dedalo delle meraviglie.

The Big Hand

Perché la Cosa Brutta attacca non solo te facendoti sentire male e mettendoti fuori uso, ma attacca in special modo, fa sentire male e mette fuori uso proprio le cose che ti servono a combattere la Cosa Brutta, a sentirti magari meglio, a restare vivo.

Il modo per combattere la Cosa Brutta sta chiaramente nel ragionare e discutere con voi stessi, giusto per cambiare il vostro modo di percepire, sentire e elaborare le cose.

Ma vi serve la mente per farlo […] vi serve il vostro io, ed è proprio quello che la Cosa Brutta ha fatto ammalare.

Queste sono alcune delle parole con cui David Foster Wallace descriveva la depressione, in un racconto contenuto nella splendida antologia “Questa è l’acqua” (Einaudi, Torino 2009).

Le sue riflessioni mi hanno colpito per la sensibilità letteraria con la quale descrivono uno dei sintomi più feroci della “Cosa Brutta”: l’anedonia. Ovvero la perdita di gusto, di piacere, di interesse, per tutto ciò che un tempo ci faceva sentire grati di essere al mondo.

L’intero racconto suona ancora più duro e vero e profetico, se consideriamo che l’Autore l’ha scritto da malato e che proprio questa malattia l’ha lentamente, inesorabilmente, trascinato al suicidio.

Vorrei quindi trarne spunto per diffondere un messaggio cui tengo molto: impariamo a considerare “normale” il dialogo con un professionista della salute mentale (psicologo, psicoterapeuta, psichiatra).

Arrivati ad una certa età, inseriamolo tra i nostri controlli periodici o di routine – come facciamo con altri organi altrettanto vitali.

Normalizziamo, una volta per tutte, l’idea di chiedere suggerimenti, spiegazioni, aiuto.

La mente è un giardino.
Abbiamone cura.

10.8.2023

Chi guarda fuori, sogna.
Chi guarda dentro si sveglia.