Facciamo La Pace

Cari amici, non avrei mai creduto che il mio post sui romanzi più venduti in Italia avrebbe attirato tanti consensi e sollevato altrettante polemiche. Ho pensato che fosse necessario scrivere questo breve articolo per provare a chiarire il mio punto di vista. Prima di tutto, perché i vostri commenti sono stati – come sempre – estremamente interessanti e colmi di spunti di riflessione. In secondo luogo, perché sentivo la necessità di fare pace con quei (pochi) utenti che si sono sentiti personalmente offesi, tanto da prendersi la briga di scrivere commenti polemici, diffamatori o persino minacciosi.

Per chi di voi non l’avesse ancora letto. Stiamo parlando di questo post.

Romanzi

Come si evince sin dalle primissime proposizioni, il tono del messaggio è ironico, umoristico, volutamente iperbolico.  Eppure, amici miei, tutto questo non è apparso ovvio ad alcuni utenti che mi hanno severamente redarguito. Proverò a dividere questi agguerriti polemisti in tre categorie.

1) Sta parlando di me!
Ogni volta che un post supera i mille like, puntuale come l’influenza a novembre, arriva un utente che pensa che io abbia scritto qualcosa contro di lui, contro la sua ragazza, la sua famiglia o il suo condominio. Lo riconosco subito perché il suo commento inizia con “Io”. “Io leggo tutti i libriiiiii!!11!!!!!”; “Io sono una……. persona di kulturaaaaa”; “Io non mi permetto di dire alli altri quello che devono da fareeee!?!??!?!” (Per carità, lo fai solo con me. Ho l’esclusiva sulla tua protervia). Caro utente che scrivi “Io”, devo darti una bruttissima notizia. Siediti. Ti pregherei di fare i conti con questa cruda realtà: oggi, qui, tutti noi, non stavo parlando di te. Ti prometto che in futuro lo faremo. Ci metteremo d’accordo e faremo un sit in sotto casa tua, così potrai tenere una conferenza stampa, raccontarci quali libri leggi e perché. Sino ad allora, però, promettimi tu una cosa: fatti curare, da uno bravo.

2) “Compagno Saraceni”.
Ogni volta che un post supera i mille like, puntuale come una zanzara ad agosto, arriva un utente che intravede un losco significato politico. Mi dispiace deludervi, ma la mia pagina non è politicizzata. La riprova è che sino ad oggi ho litigato con tutti. Dai grillini ai piddini ai pidellini ai vegani ai nazifascicomunisti. Tutti si sono offesi e tutti si sono sentiti chiamati in causa. Questa volta sono intervenuti per difendere l’onore di Gasparri, in passato è accaduto con Salvini, Renzi e la Meloni. Per non parlare della ragazza che si era offesa perché avevo scritto “Virginia” – invece di scrivere “Onorevole Sindaca di Roma”. Per fortuna, il giorno dopo la stessa Raggi disse ai giornalisti: “chiamatemi Virginia”. Cosa volete che vi dica? Questa è gente che sniffa le scie chimiche. Non combattiamo a armi pari.

3) Il pezzo di carta.
Ogni volta che un post supera i mille like, puntuale come le tasse, arriva un utente che si attacca a una parola, a una virgola, a una particolare interpretazione, ignora deliberatamente il significato complessivo del post, passa beatamente sopra il contesto, mi riempie di commenti saccenti e mi costringe a bannarlo. In questo caso, la pietra dello scandalo è stata la mia sacrilega battuta sulla “università della vita”. Amici miei, si tratta di un banale luogo comune. I miei strali non erano rivolti alle persone che non hanno una laurea – ci mancherebbe – ma a quelli che usano questa stupida definizione sperando di risultare originali.  Siamo perfettamente d’accordo sul fatto che ci sono persone senza la laurea che sono molto più colte e intelligenti di persone con la laurea – ma, evidentemente, non scrivono commenti saccenti sul mio profilo.

Infine, su consiglio dei miei amici, del mio avvocato e del mio terapeuta, vi propongo la mia sentita lettera di scuse.

Avete tutti ragione, ho esagerato e me ne scuso. Sto diventando snob. Spocchioso. Saccente. Odioso. Ecco, la verità è che io sto diventando odioso. Questa è l’ultima volta che mi permetto di criticare qualcuno o qualcosa.  Spero che accettiate le mie scuse e torniate a leggere le istruzioni per decalcificare la lavatrice. Saranno sicuramente più interessanti degli insulsi romanzetti che comprate la domenica mattina, all’autolavaggio. Comunque sia, da oggi in poi vi consiglio di scrivere sul vostro profilo che avete studiato alla “Facoltà degli Idioti”, perché “Università della Vita” è generico e potrebbe dare adito a soverchie polemiche.

Allora, che ne dite, pace fatta?

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Una Inesorabile Rivoluzione Silenziosa

Il 3 marzo del 1991 Rodney Glen King venne fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità. Alle 12.30 della mattina, due agenti della stradale notarono che la sua auto andava troppo veloce ed intimarono al conducente di fermarsi, ma King, che di lavoro faceva il tassista ed aveva paura di perdere la licenza, decise invece di accelerare. Iniziò così uno di quegli inseguimenti che abbiamo visto tante volte in televisione, con ben quattro macchine della polizia e tanto di elicottero coinvolto. Quando finalmente riuscirono a fermarlo ormai era calata la notte. Dall’auto scesero due passeggerei e, da ultimo, lo stesso guidatore. Nessuno di loro era armato. Nessuno di loro provò a fuggire. King fece tuttavia l’errore di consegnarsi alla polizia ridacchiando. Con la mano, salutò ironicamente l’elicottero che stava volando sulle loro teste.
Per immobilizzarlo, i poliziotti utilizzarono due volte il taser -uno strumento che emette un forte scarica elettrica. Quando provò a mettersi in ginocchio, due di loro presero a manganellarlo contemporaneamente, mentre un terzo gridava di utilizzare colpi violenti – power strokes. King cercò nuovamente di rimettersi in piedi, ma l’agente Koon ordinò ai suoi uomini di tornare a colpire con forza “spalle, ginocchia, polsi, anche”. Il corpo di King venne quindi raggiunto da 33 colpi di manganello che, assieme ai sei calci ricevuti, gli procurarono undici fratture in diverse parti del corpo e danni cerebrali permanenti. Infine, otto agenti di polizia gli furono addosso, gli misero le manette e lo lasciarono con il volto rivolto al suolo ad aspettare l’arrivo dell’ambulanza.
Come faccio a sapere tutte queste cose? Semplice, le ho viste.
George Hollyday, un videoamatore americano, riprese l’intera scena dal suo balcone.
“Videoamatore” era il nome che davamo, negli anni novanta, a chi portava sempre con se una videocamera. Non vi fa riflettere il fatto che questa parola, oggi, non abbia più alcun senso?
Il video del pestaggio di King fu trasmesso dalla televisione e sconvolse l’America. Seguirono giorni e giorni di sommosse e scontri con la polizia. Los Angeles fu letteralmente data alle fiamme. Quando, grazie all’impiego dell’esercito, della guardia nazionale e dei marines, l’ordine fu finalmente ristabilito, il risultato finale fu di cinquantatre morti, duemila feriti, settemila incendi e più di un milione di dollari di danni.
A tutto questo ho pensato pochi giorni fa, quando un afroamericano è stato ucciso nella sua macchina dalla polizia. Immediatamente dopo l’omicidio, la fidanzata era già in diretta su Facebook. In quel video, possiamo vedere il corpo sanguinante del suo uomo, vediamo la bambina agitarsi nel sedile di dietro e vediamo soprattutto l’agente di polizia che urla e punta la pistola contro la donna.
L’agente di polizia punta la pistola contro la donna.
La donna punta contro l’agente di polizia il suo telefono cellulare.
Vorrei essere chiaro. Non sto cercando di dare alcun giudizio sulla condotta della polizia. Ci sono molte cose che sfuggono al nostro sguardo. Cose che non si possono giudicare da un filmato, per quanto possa sembrare chiaro ed autoevidente – come, ad esempio, le procedure da rispettare nel caso in cui la persona fermata non collabori, il dubbio – più o meno legittimo e fondato – che quella persona abbia un’arma o il numero di agenti che muoiono o vengono feriti annualmente perché non prendono tutte le precauzioni del caso. No, non è questo il punto.
Quello che mi interessa è provare a riflettere con voi su quel confronto, davvero iconico, tra la pistola e il cellulare. Ciò che mi interessa è riflettere su ciò che è accaduto in questi ultimi anni. Stiamo assistendo ad una rivoluzione storica, epocale. I nativi digitali non se ne rendono conto, non hanno idea di quale sia il problema e non possiamo pretendere che ne restino affascinati: sarebbe come pretendere che i pesci si stupiscano perché vivono in acqua. Tutti gli altri si limitano a scuotere il capo, dicendo cose del tipo “ai miei tempi andavamo a giocare a pallone nei campi, invece di passare ore davanti al computer”. Nel mentre, un ragazzo di 32 anni viene corteggiato e ricevuto dai più importanti Presidenti e Capi di Stato del mondo; il Governo degli Stati Uniti è costretto a ricorrere agli hacker per farsi sbloccare l’Iphone di un criminale…
Il potere sta passando di mano.
Lentamente, silenziosamente, inesorabilmente.
Dagli Stati Sovrani ai Social Network.
Se è vero che per la maggior parte del tempo noi usiamo i social per condividere selfie, per giocare a candycrush o diffondere insulse catene; se è vero che quasi tutti stiamo cadendo vittime del divismo, dell’egocentrismo e dell’ipocrisia, è anche vero che ogni giorno usciamo di casa con sei miliardi di persone in tasca.
Tutto questo ci rende infinitamente più liberi.
E soprattutto sicuri.
Consentitemi di concludere con tre brevi citazioni musicali
“E’ successo a brother Rodney King, colpevole del crimine di esser nato nero nella buia capitale dell’impero del denaro. Colpo su colpo, battuto come un polpo, legato, incaprettato e trascinato per lo scalpo documentato, l’hanno filmato, pagine d’odio scritte sul selciato, vergate col sangue di un uomo innocente, impotente, che con quei bastardi non c’entrava niente, ma cara gente quotidianamente, succede anche in Italia, ma non si sente” – Libri di Sangue, Frankie H-NRG.
“Un sogno fantastico prende espressione, quando i ribelli entrano in comunicazione” – Si può fare così, Assalti Frontali.
“L’unico miracolo politico riuscito in questo secolo è stato fare sì che gli schiavi si parlassero, si assomigliassero, perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. Però succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono, magari poi riconoscendosi succede che gli schiavi si organizzano. E se si contano, allora vincono” – Kunta Kinte, Daniele Silvestri

Ikea. Tra Democrazia e Populismo

Ikea dista meno di due chilometri da casa mia, posso andare e tornare a piedi. Di fatti capita che vada anche solo per fare una passeggiata e stare al fresco.  Ogni tanto mi lascio tentare dalle offerte del settore ristorazione, del tipo: primo, dessert e bibita a 1 euro e 98 centesimi, oppure: cappuccino e torta al cioccolato a 95 centesimi. Lo so, è una follia: il masochismo alimentare resta una delle cento psicosi con le quali continuo a combattere da anni. Il mio analista dice che lo faccio perché amo il pericolo – e di solito aggiunge che sarebbe più salutare fare un corso di sopravvivenza in Nepal. Mia madre,  sicuramente in maniera più incisiva, mi chiede se proprio non potevo drogarmi come tutti gli altri. Ad ogni modo, queste sono considerazioni di persone pavide. Non vado di certo da Ikea per mangiare. Io vado da Ikea per guardare i prodotti e la gente – come ha detto qualcuno “il più grande spettacolo al mondo”. Mi piace osservare i clienti: giovani coppie che stanno arredando la prima casa e litigano a morte per il colore del divano, mariti rassegnati e tristi che ciondolano dietro alle mogli come bambini che aspettano la fine della messa per andare a giocare a pallone, famigliole già formate, famigliole in corso di formazione… si respira anche tanta energia positiva: bambini e pupi urlanti, persone sudate che spingono, file chilometriche alle casse… Oggi sono andato a fare la solita passeggiata, quando, di fronte alla libreria BrExit una voce dietro di me ha detto:

D. – “Bella Professò!”
G. – “Come, scusi?”
D. – “Sei te vero? Daje che sei te… annamo male… la pizza ar formaggio…”
G. – “La cosa? Ah, si, certo, mi hai beccato. Piacere.”
D. – “Lo sapevo! Florianaaaa Floooriaaaaaana viè un po’ a vede che è come te dicevo io. O vedi? O vedi chi è?”

Floriana arriva di corsa, tutta trafelata nel suo vestito macedonia. Se possibile, è più imbarazzata di me dalle urla selvagge del marito. Si passa una mano nervosa tra i suoi copiosi ricci rossi.

F. “Ma che te urli! Ma che figura me fai fa’?”
D. “Professò, io so’ Daniele e lei è mi moje Floriana”.  Daniele propende il braccio destro verso di me. Il sorriso sincero, la manona aperta e tesa a raggiera, come se dovesse parare un rigore. La moglie si limita ad abbassare lo sguardo e sorridere.

D. “Aho mi moglie nun ce voleva crede! Allora Professò?” – pacca sulla spalla –  “Sei un grande eh, te seguimo sempre! L’ultima cosa che hai scritto sul referendum c’ha fatto letteralmente sdrajà. Pure al lavoro: se semo ca-ppo-tta-ti! Sentì un po’, ma perché nun se famo quattro chiacchiere  io e te, mentre lei sceje e’ ssedie?”
G. “Mah veramente, non saprei… avrei un articolo da correggere…”
D. “Daje Professò, che je fa? Se pijamo na cosa ar bar… oggi ce sta la crostata di more”.

Dopo circa trenta secondi siamo seduti ad un tavolino del bar. Daniele si limita al caffè, io prendo anche tre fette di torta. Come dico sempre: non ho nessuna intenzione di vivere da malato per morire da sano.

D. Allora… dicevamo, sta cosa del referendum… ma te sei proprio sicuro che è meglio in Inghilterra?
G. In che senso?
D. Nel senso che quelli se stanno già a magnà le mano. Oggi c’era scritto sul giornale che stanno a fa’ na petizione per torna’ a vota’.
G. Si, ho letto. Io però non mi riferivo all’esito della votazione. Vedi, non è così ovvio che uscire dall’Unione Europea sia un cattivo affare. Non è ovvio che sia una cosa buona. L’unica cosa certa, in questo momento, è l’incertezza.
D. Come er mercato della magica Roma… qua nun se capisce niente, chi compramo… chi vendemo…

G. Appunto, credo che gli esiti potremo forse valutarli tra qualche tempo. Io mi riferivo alla forma del quesito referendario.
D. Vabbè, ma a parte sta forma, nun te sembra strano che quelli facciano votà i cittadini su una cosa così seria e complicata? Io, in questi giorni, ho sentito Floris, Servegingi, Saviano, insomma tutta gente de un certo calibro… dicheno che c’è un problema de populismo. Nun sarà che c’hanno ragione?
G. Non saprei, perché dovrebbero avere ragione?
D. Ma perché la gente sono ignoranti! Guarda al limite me ce metto pure io. Ma che ne sappiamo noilagente se è meglio stare dentro o fuori l’Unione Europea. So’ questioni di bilancio, de politica internazionale, insomma, cose  grosse professò! So’ cose complicateeee….
G. Invece il divorzio era una cosa semplice? L’aborto era una cosa semplice? La sperimentazione sugli embrioni e la fecondazione assistita?

D. Vabbè che c’entra… quella è morale, è più facile: ciascuno decide come je pare basta che nun dà fastidio a l’altri…
G. Quella non è morale. Quello è il libero mercato.
D. In che senso er mercato?
G. Niente, non ti preoccupare. Volevo dire che la riflessone (bio)etica può essere anche più complicata e spinosa di quella economica, ci sono intere biblioteche da studiare… Comunque, mettiamo da parte l’etica: e le trivellazioni? L’acqua pubblica? Come mai su quelle cose si può votare?

D. E infatti ti dico che secondo molti di questi insigni studiosi non si dovrebbe votare neanche in quei casi. Mi dispiace professò, però secondo me c’hanno ragione: la gente sono tutte capre.
G. Però la gente possono votare alle elezioni politiche…
D. Eccerto, tojice pure quelle…

G. Quindi è normale che la gente decida quali forze politiche avranno in mano il Governo del Paese,  è normale che scelga il Sindaco, mentre non può decidere se è meglio stare dentro o fuori l’Unione Europea?
D. Nullo so più professò, me stai a fa’ venì un mar de testa… Aspetta aspetta… – si gira e rigira di scatto – sbrigate che sta a tornà Floriana… so’ sicuro che come arrivamo a casa me interroga. Damme na mano…. insomma te come la vedi tutta sta storia…se dovessi dillo facile come quando scrivi su feisbuk?

G. La democrazia è na bella cosa. Ma solo si votamo come dicheno loro.

Jogging Con Freud

Fare jogging da soli è bello: mentre ti alleni puoi concentrarti sui battiti del cuore,  ascoltare la tua musica preferita, liberare la mente da ogni preoccupazione.  Ma non c’è niente di meglio che andare a correre con un amico. Correre con un amico è più che bello, è terapeutico: si stabilisce un ritmo comune, ci si incoraggia vicendevolmente e si possono anche scambiare quattro chiacchiere. Per esempio, ieri pomeriggio sono andato a correre con Ermete. Non so per quale motivo, ma ad un certo punto abbiamo iniziato a parlare di psicanalisi.

G.-Freud sostiene che la nostra illusione di essere importanti è stata per la prima volta ridimensionata quando Copernico ci ha insegnato che non siamo al centro dell’universo e sarà definitivamente sconfitta dai suoi studi sull’inconscio. Perché grazie alla scoperta dell’inconscio l’io capisce di non essere padrone in casa sua.

E. -Aspetta un attimo, questo non è Freud… è Salvini!

G.- …

E.- Maledetti immigrati, l’ho sempre detto che ci rubano il lavoro!

G.- Te lo immagini Freud con la felpa VIE NNA?

E. – Meglio di no… fermati un attimo!

G. -Che c’è?

E. – Ho bisogno di prendere fiato… e di una sigaretta…

FREUD

G. – Mentre corriamo?! Possibile che non riesci a smettere? Freud sostiene che il piacere orale è mancanza di essere.

E. – Sarà… nel mio caso si tratta di mancanza di nicotina.

G. – Devi essere regredito – o più facilmente bloccato – alla prima fase dello sviluppo psichico, quella in cui il bambino prova piacere nel suggere latte dal seno della madre.

E. -Se vuoi dire che sono nato con la sigaretta in mano ti sbagli di grosso… io ho iniziato con i sigari.

G. – Passare dai sigari alle sigarette è come passare dai romanzi di Joyce ai fumetti di Zero Calcare.

E. – Di fatti, Joyce è superato… Comunque sia… ti informo che io sono riuscito a smettere di fumare, di bere e di correre dietro alle donne…

G. – Davvero?

E. – Certo. Sono stati i quindici minuti più brutti della mia vita. Sediamoci qui, dai… solo il tempo di una siga…

G. – …insomma la differenza tra Freud e Jung sarebbe che Freud si è dedicato allo studio della psiche umana malata, mentre Jung intendeva studiare la vita psichica nella sua interezza. Inoltre, Freud era interessato al passato dei suoi pazienti, aveva una concezione statica della psiche, mentre Jung preferiva pensare che la salute psichica fosse qualcosa di dinamico, di evolutivo… mi segui?

E. – Certo, ma solo perché ci siamo seduti… è incredibile come vanno in giro, vero?

G. Io ti parlo di Freud e tu guardi le ragazze?!

E.- Scusami, ma quella porta una minigonna così corta che non può permettersi di sorridere.

G. Pessimo… Ti comunico ufficialmente che questa è l’ultima volta che andiamo a correre insieme.

E. – Frena amico! Tu mi hai chiesto se volevo venire a correre! Se mi avessi chiesto se mi interessava discutere di Freud ti avrei detto quello che rispondo alla mia fidanzata quando inizia a parlare di matrimonio.

G.-?

E.- “Se vuoi farlo davvero, fallo. Ma non contare sulla mia presenza”.

G. -…

E.- Guarda, non è lei, è la sua famiglia che non riesco proprio a tollerare. In particolare, sua madre e il suo cane. Sono certo che si siano alleati contro di me.

G.-Secondo Freud la paranoia dipende dal delirio di onnipotenza. Il soggetto, fermo o peggio ancora regredito ad una certa fase dello sviluppo, si illude di poter controllare tutto e dà la colpa agli altri quando le cose non vanno come aveva inizialmente previsto.

E.- Te la dico io la verità, questo Freud faceva parte del club Bilderberg… assieme alla massoneria illuminata… sarà stato lui a lanciare il piano “scie chimiche”… non fare quella faccia!

G. Non fare quella faccia? In un’ora al parco abbiamo totalizzato dodici minuti di corsa e tre sigarette!

E.- Dovresti essere orgoglioso di me: la volta scorsa ne ho fumate cinque.

G. Andiamo a casa, dai… Ti ho mai detto quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina?

E. -Sicuramente, ma adesso non mi ricordo…

G.- Uno solo. Ma costerà un sacco di soldi, ci vorrà un sacco di tempo e soprattutto la lampadina deve voler essere cambiata.

Le Nutrie Non Avranno Nessuna Pietà

Era una splendida giornata di maggio ed io mi trovavo a scuola. Mi pare di ricordare che a quei tempi frequentassi la quarta o la quinta elementare. La maestra ci aveva dato come compito a casa quello di disegnare su un foglio un simbolo, l’ideale per cui avremmo voluto impegnarci e lottare da grandi. Io avevo disegnato il profilo di una donna. Non fraintendetemi, la mia idea era che tutti avrebbero dovuto lottare per i diritti delle donne, troppo spesso sottovalutate e discriminate per il semplice fatto di non essere nate maschi. Mia madre si dichiarava apertamente femminista e io ero convito che avesse ragione. Inoltre, pensavo che avrei fatto un figurone davanti a tutta la classe – soprattutto con Gaia, la bambina del primo banco di cui ero segretamente innamorato sin dal primo giorno di scuola.

Al momento di correggere i compiti, la maestra chiamò alla cattedra il pingue Scottani che, con il suo solito fare saccente, mostrò a tutti un bel disegno – aggiungendo banali ma condivisibili considerazioni sui diritti delle donne. Per fortuna io avevo preparato un piano b. Temevo che qualcuno potesse aver avuto la mia stessa idea, per questo motivo, su un altro foglio, avevo disegnato un bambino di colore. La maestra chiamò però alla cattedra Giulietti, che, dopo aver balbettato tre o quattro parole incomprensibili, smise di contorcersi le mani e mostrò a tutti il suo disegno, provando a spiegare che siamo tutti uguali davanti agli occhi di Dio e che “il colore, in fondo, è solo luce”.

Seguirono nell’ordine: Valeri – che aveva disegnato un povero -, Stellacci – che aveva disegnato un disabile – e Carpignneti  -che aveva disegnato quello che, a suo dire, era un disoccupato.

Avevo lo stomaco in fiamme. Sentivo il latte della prima colazione che mi stava risalendo  prepotente e acido nella gola. Se chiamerà me, pensavo, farò scena muta e la figura del cretino davanti a tutta la classe. I miei compagni avevano già detto tutto quello che c’era da dire e per me sarebbe stato molto più dignitoso restare in silenzio, piuttosto che fare la figura del copione.

La Maestra puntò quindi il suo indice assassino sul registro di classe e disse: “come ultimo disegno vediamo… vediamo… ve-dia-mo…” – cambiando tono di voce ad ogni vediamo, come se stesse cantando una canzoncina. Incrociai le dita e provai ad accartocciarmi sul banco per scomparire dietro i ricci irsuti di Stancucci. “Non può chiamare me”, mi ripetevo, “dopo quattro maschi sentirà sicuramente una femmina. È il suo stile”.

-“Vediamo… Splendori! Simona, che disegno hai fatto?”

Il mondo è un posto meraviglioso – pensai.

– “Nessuno signora Maestra, ieri ero al catechismo per la prima comunione. Ho la giustificazione”.

Lo sapevo che c’era una fregatura – pensai.

-“Vaaaa beeeene. E Saraceni invece? Vieni Guido, vieni.”

Mai una gioia – pensai.

Mi alzai riluttante dal mio banco.  Strusciai i piedi per terra sperando di guadagnare secondi preziosi,  sperando con tutto me stesso che la magia provvidenzale della campanella arrivasse a salvarmi esattamente come un super eroe raccoglie al volo un uomo che sta cadendo dal quinto piano. La distanza che mi separava dalla cattedra era diventata un mare di gomma. Un passo alla volta. Inspira. Espira. Inspira… Poco prima di arrivare alla cattedra incrociai gli occhi di Gaia che mi guardava con fare interrogativo. Venni così folgorato dall’ispirazione. Scarabocchiai qualcosa sul foglio e lo mostrai raggiante alla classe.

-“Che be disegno, Guido! Cosa è?”

-“Una nutria, Signora Maestra!”

-“Cosa?”

-“Una nutria. Da grande voglio combattere per i diritti delle nutrie!”

Confesso che a quei tempi non avevo ben chiaro cosa fosse una nutria. Avevo sentito quella parola qualche giorno prima, quando i miei genitori mi avevano portato a Sabaudia, in gita al lago, e me ne ero immediatamente innamorato. Mi era rimasta attaccata alla mente come chewing gum sotto la suola di una scarpa da ginnastica. Nuuuutria, nutrìa, nu-tria, mi piaceva il suono e non perdevo occasione per ripeterla. A parte questo non sapevo altro, ma immaginavo che dovesse trattarsi di una qualche bestia.

-“Ma come Guido, i tuoi compagni si preoccupano delle donne, delle persone di colore, dei disabli… E tu vuoi combattere per i diritti delle nutrie?”

-“Certo, io voglio combattere perché siano pienamente rispettati i diritti di tutti: donne, persone di colore, anziani, poveri, disabili… disoccupati… e animali!”.

Boato della classe.
Seguirono venticinque minuti di applausi.
Senza alcuna soluzione di continuità.

La povera maestra si mise una mano sulla fronte e nei suoi occhi, per la prima volta in vita mia, lessi chiaramente un pensiero, un cruccio, che mi sarebbe tornato in mente qualche anno dopo – “Andiamo male. Molto. Molto male”.

A quei tempi non potevo sapere che l’affermazione “voglio combattere perché siano pienamente rispettati i diritti di tutti” non avesse alcun senso. Non aveva senso dal punto  di vista teorico: perché i diritti sono tanti ed hanno la cattiva abitudine di  entrare in conflitto tra loro. Siamo quindi costretti a ponderare, a mediare, e quando proprio non possiamo fare altrimenti, a sacrificarne alcuni per garantire la piena realizzazione di altri. Ad esempio: siamo costretti ad uccidere un gorilla per garantire il diritto alla vita di un bambino.

Ma non aveva soprattutto senso dal punto di vista pratico: perché il tempo e le energie a nostra disposizione sono limitate. Dobbiamo scegliere con attenzione le nostre battaglie, altrimenti, avendo la presunzione di (pre)occuparci di tutto e di tutti, rischiamo di non riuscire ad occuparci di niente.

Siamo quindi costretti ad elaborare una scala di priorità. Per questo motivo, spero che mi perdonerete se oggi ritengo che i diritti delle nutrie vengano molto dopo tutte le categorie citate. Vi svelo un segreto: questo non è un mondo perfetto. Ci sono tante ingiustizie e tante sofferenze di cui occuparsi. Partendo, senza ombra di dubbio, da quelle che affettano i nostri simili.

Poi, se avremo tempo e modo, ci occuperemo anche delle nutrie.

Sperando che esse abbiano pietà di noi.