“Da Paura”. Brevi Riflessioni sulla Festa della Zucca Vuota.

Non so cosa ne pensiate voi, ma molte persone si dichiarano contrarie ad Halloween, sostenendo che si tratta di una festività estranea alla nostra cultura, che, peraltro, avrebbe l’effetto di avvicinare i ragazzi al mondo dell’occulto.

Nel post di oggi, vi racconto che idea ci siamo fatti io ed il mio amico Federico.

Buona lettura e buon fine settimana.

“Un ragazzo e la sua fidanzata escono insieme e parcheggiano la macchina sul Viale dell’Amore. Mentre sono in tutt’altre faccende affaccendati, la radio trasmette questa notizia: un pericoloso serial killer, chiamato l’Uncino, è appena scappato dal Manicomio Criminale della vicina cittadina di Sunnydale. Dopo aver fornito alcune informazioni sul modus operandi del maniaco, lo speaker della radio conclude dicendo di segnalare alla polizia ogni persona sospetta e di stare lontani dai posti appartati dove le coppie vanno solitamente per trovare un po’ di intimità. A quel punto, la ragazza dice al ragazzo che vuole andare a casa, ma il ragazzo, che è parecchio muscoloso e gioca a rugby nella squadra locale, risponde di non avere nessuna paura del maniaco, facendole notare che il manicomio criminale si trova a parecchi chilometri di distanza”

1. Mercoledì sera sono andato al solito pub con il mio vecchio amico Federico. Tra una discussione impegnata e l’altra, abbiamo iniziato a parlare di Halloween.

-Insomma, sabato c’è il grande evento…
-Esatto.
-Tu cosa ne pensi?
-Mha, non lo so… se ti devo dire la verità, immagino che sarà una grande festa… ma in fondo in fondo mi fa un po’ paura.
-Lo sapevo. Sei il solito moralista bigotto, cattolico e reazionario.
-Non ti seguo.
-Ma si, dai, con questa storia che Halloween è pericolosa perché avvicina i bambini al mondo dell’occulto. Lascia che ti dica una cosa amicomio: c’avete il cervello tarato. Per carità, si tratta di una festività pagana, nessuno lo nega. Mi rendo anche conto che a voi non faccia per niente piacere vedere le bambine travestite da streghe ed i bambini da zombie, ma non venitemi a raccontare che il Maligno si serve di Halloween per corrompere queste piccole menti, perché a corrompere i bambini ci pensano gli adulti, e sto parlando delle madri ubriacone, delle maestre psicopatiche e dei pedofili di ogni risma e nazione. Adesso mi segui?
-No di certo. Io non mi riferivo mica ad Halloween.
-E di cosa parlavi?
-Di Inter -Roma. Sabato sera c’è l’anticipo.
-…
-…
-Beviamo?
-Beviamo.

Halloween 1

-Comunque non è che Halloween mi stia poi tanto simpatica.
-Perché?
-Perché consentiamo ai bambini di andare in giro travestiti da mostri a minacciare perfetti sconosciuti per avere in cambio qualcosa. Tanto vale che facciano un stage formativo presso  gli uffici di Equitalia. Almeno imparano un lavoro.
Amicomio, potresti essere serio per cinque minuti?
-Va bene. Parliamo seriamente: non mi piace perché si tratta di una festività importata, che chiaramente non appartiene alla nostra cultura, ma a quella anglosassone.
-A parte il fatto che secondo una teoria parecchio accreditata Halloween deriva da una antica festività romana in onore di Pomona – dea dei frutti e dei semi, tu mi vorresti dire che non ti piace perché si tratta di qualcosa di commerciale che abbiamo importato dagli Stati Uniti d’America? Esattamente come il rock, i libri di Stephen King, o l’Iphone?
-No. Halloween proviene dall’America esattamente come i fast food, i centri commerciali, il burro di arachidi, la parola “briefing”  e mille altre cose altrettanto chiaramente legate al mondo degli adoratori di Satana.
-…
-…
-Scherzi a parte, lo so benissimo che l’argomento della provenienza estera è debole, tanto più in un periodo storico come il nostro. Se proprio dobbiamo fare un discorso serio, sono convinto che Halloween sia importante perché funziona come valvola di sfogo, esattamente come le altre festività pagane.
-In che senso?
-Nel senso che viviamo in un mondo di regole, di leggi… di obblighi. Facciamo una vita orribile, fatta di guerre, crisi finanziarie, cravatte, separazioni e divorzi. Abbiamo bisogno di festività sovversive, che ci consentano di giocare con la nostra identità, di fare finta di essere qualcun altro, di mascherarci, allontanandoci dalle regole almeno per una notte. Rifletti su questo: ad Halloween i bambini possono chiedere caramelle agli sconosciuti. Insomma, possono infrangere la prima e fondamentale regola che tutti i genitori insegnano ai figli.
-Ci rifletterò. A naso, non mi sembra una bella cosa. La regola è una regola sensata, evita che i bambini facciano brutti incontri.
-Certo che lo è. Ma per consentire che sia rispettata tutto l’anno, devi permettere che venga violata, almeno per una notte e sotto il controllo degli adulti. Quando costruisci uno tempo eccezionale di libertà, la regola generale acquista vigore.
-Insomma la tua tesi è che Halloween è importante perché consente alle persone di travestirsi da ciò che non sono per una notte ed ottenere in cambio dolci e dolcetti?
-Più o meno.
-E non bastava S. Valentino?
-…
-…
-Beviamo?
-Beviamo.

-Insomma non ho ancora capito cosa ne pensi di Halloween.
-Mha, guarda… Da un lato, non puoi negare che Halloween possa avvicinare le persone al mondo dell’occulto. Voglio dire, quanti adolescenti sono fissati con zombie e vampiri? Quanti si vestono di nero, compiono gesti di autolesionismo e giocano a fare i depressi?
-Ti riferisci ai ragazzi che ascoltano una certa musica, usano certe droghe e fanno certi festini?
-Esatto.
-E secondo te si tratta di potenziali satanisti? Stiamo parlando di quattro ragazzini ignoranti come capre che hanno letto mezzo libro, ne hanno capito meno di un quarto ed usano la scusa dell’esoterismo per giocare a fare gli alternativi. Lascia che ti dica una cosa: “se il Diavolo li vedesse li prenderebbe a calci in culo” (cit. Nitro).
-Ne sono certo, ma ancora non ho capito perché per fare festa abbiamo bisogno di svuotare zucche e vestirci da zombie. Insomma, a me sembra che tra Halloween ed il Carnevale ci sia la stessa distanza che separa Manchester da Venezia, Spielberg da Fellini, il ketchup dal ragù che faceva mia nonna.
-Sei vecchio. Ed anche un po’ snob. In fondo, si tratta di una cosa che è partita in un certo modo da Roma ed è tornata stravolta dall’America.
-Come Marino?
-…
-…
-Beviamo.

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2. Una storia di paura
Di seguito, la “più quintessenziale” storia dell’orrore americana (a detta di Stephen King). Un racconto che gli adolescenti si tramandano da generazioni per spaventarsi vicendevolmente quando vanno in campeggio o nella notte di Halloween

“Un ragazzo e la sua fidanzata escono insieme e parcheggiano la macchina sul Viale dell’Amore. Mentre sono in tutt’altre faccende affaccendati, la radio trasmette questa notizia: un pericoloso maniaco omicida, chiamato l’Uncino, è appena scappato dal Manicomio Criminale della vicina cittadina di Sunnydale. Viene chiamato l’Unicino perché, al posto della mano destra ha un uncino affilato come un rasoio. Prima che lo arrestassero, l’Uncino usava sorprendere le coppie appartate, uccidere il ragazzo e tagliare la testa della ragazza. Quando lo presero, nel suo frigorifero c’erano quindici teste di giovani donne. Lo speaker della radio conclude dicendo di segnalare alla polizia ogni persona sospetta e di stare lontani dai posti appartati dove le coppie vanno solitamente per trovare un po’ di intimità. Allora la ragazza dice al ragazzo che vuole andare a casa, ma il ragazzo, che è parecchio muscoloso e gioca a rugby nella squadra locale, risponde di non avere nessuna paura del maniaco, facendole notare che il manicomio criminale si trova a parecchi chilometri di distanza. Ma la ragazza insiste che ha paura e che vuole tornare a casa. Il ragazzo non le presta attenzione e continua a baciarla come se niente fosse. Così, i due si intrattengono per almeno un’ora. Il viale dell’amore è deserto. I discorsi diffusi alla radio devono aver fatto scappare tutti. Ad un certo punto, lei sente un rumore, come un ramo che si spezza, come se ci fosse qualcuno nel bosco a guardarli, così diventa letteralmente isterica, il ragazzo prova a calmarla, dicendo di non aver sentito nulla, ma lei guarda nello specchietto retrovisore e si convince di aver visto qualcuno accovacciato dietro la macchina, che li osserva nell’ombra. E sogghigna. Considerato che lui continua a non prestarle la minima attenzione, la ragazza dice che non lo vorrà più vedere e che una volta tornati a casa lo lascerà per sempre. Al che il ragazzo si arrabbia, mette in moto la macchina e parte per riportarla a casa.

Quando arrivano, lui scende per aprirle la portiera, ma si blocca, occhi sgranati, bianco come un cencio. Lei chiede cosa c’è, ma lui sviene.

A quel punto la ragazza esce per soccorre il suo fidanzato, ma quando sbatte la portiera dell’auto sente uno strano suono metallico.  Si gira per vedere di cosa si tratti e lì, appeso alla maniglia, vede un uncino, tagliente ed affilato come un rasoio”.

Tutti Vedranno Cosa ti Ho Fatto. Riflessioni Su Internet e Cyberbullismo

0. Guardare significa comprendere
La maggior parte degli esseri umani elabora e comunica informazioni per immagini. Non a caso, la parola “considerare” deriva dalla unione di due termini latini e significa, letteralmente, “osservare le stelle”; mentre la parola “teoria” viene dal greco e contiene, al suo interno, un verbo che significa “guardare”.

Accanto a queste semplici osservazioni linguistiche, troviamo altre e più importanti suggestioni. Riflettiamo, ad esempio, sul fatto che Adamo ed Eva capiscano di essere nudi e decidano conseguentemente di coprirsi dopo aver mangiato il frutto che avrebbe loro “aperto gli occhi”. Correndo a nascondersi dallo sguardo divino.

Tutti

1. Occhi che si nascondono. E toccano
Organo liquidotrasparente per eccellenza, l’occhio svolge una duplice funzione, permettendoci di comprendere il mondo e, al tempo stesso, comunicare con l’ambiente circostante – rivelando agli altri esseri umani i nostri pensieri, o lo stato d’animo in cui ci troviamo.

Lo sguardo degli altri ci tocca.
Ne percepiamo l’amore quando comunica tenerezza.
Ne subiamo la violenza quando esprime disprezzo.
Ne avvertiamo la pressione quando ci sentiamo osservati.

Potremmo provare un brivido di disagio nel caso in cui non fossimo nella condizione di ricambiareGuardando negli occhi chi ci sta scrutando.

Se non possiamo opporci allo sguardo altrui, ci scopriamo deboli ed indifesi.

Esposti.

2. Il Legno Storto
Ultimamente, la cronaca nera è tornata ad occuparsi di atti di cyberbullismo.
Il fenomeno è indubbiamente preoccupante e, sembrerebbe, in costante ascesa.
Spesso, le vittime vengono perseguitate e minacciate via web, altrettanto frequentemente, vengono umiliate a causa della condivisione di immagini e filmati che ne espongono al pubblico ludibrio la goffaggine.

Non di rado, si tratta di persone deboli ed indifese.
O diversamente abili.

Quando penso a queste cose mi rendo conto di quanto avesse ragione Kant: nell’uomo c’è qualcosa di storto. Deve esserci, nella nostra natura, un tratto perverso, miserabile e demoniaco, che ci spinge immancabilmente verso il basso.

Forti con i deboli e deboli con i forti. Meno umani delle bestie feroci.

Evitiamo tuttavia di cadere nella facile retorica del mostro.
Sebbene ci costi ammetterlo la verità è che i cyberbully sono “ragazzi normali”.
Giovani come tanti che un giorno – per noia, ignoranza o superficialità – hanno passato la linea che separa goliardia e violenza.

3. Una novità antica.
Parliamoci chiaramente, il bullismo è sempre esistito – anche, se, ai miei tempi, si chiamava “nonnismo”.

Nei primi giorni di Liceo Scientifico, un mio compagno restava in classe durante la ricreazione, perché aveva il terrore di essere “battezzato” dagli studenti degli anni superiori. Ben prima che nascesse internet, molti ragazzi sono stati indotti al suicidio durante il servizio militare.

Eppure, la rivoluzione digitale ha cambiato anche questo aspetto della nostra vita.

La condivisione sui social rappresenta qualcosa di peculiare: una (ulteriore) violenza ed una (ulteriore) umiliazione che viene crudelmente imposta alla vittima. Una sorta di pena accessoria che ne amplifica il dolore, mettendone a dura prova la psiche.

Per questo motivo, penso che le scuole di ogni ordine e grado abbiano il dovere di educare ad un utilizzo corretto dei social network, prevedendo un corso di cittadinanza digitale.

Le nuove tecnologie della comunicazione mettono nelle mani di tutti – anche dei più giovani – un potentissimo strumento di diffusione del pensiero. Esponendo gli utenti dei social network, ed in particolare gli adolescenti, ad almeno due pericoli, altrettanto gravi e concreti: il primo è che i ragazzi feriscano i propri coetanei, pubblicando immagini che ne ledono irrimediabilmente la reputazione. Il secondo, altrettanto fondato, è che danneggino sé stessi, mostrando alla rete di quali nefandezze sono capaci.

4. Il fiore di Facebook.
Tutto ciò premesso, vorrei che si evitasse di dare semplicisticamente la colpa ad internet.

Riflettiamo su di un dato di fatto: solo in lingua italiana, esistono migliaia di gruppi di ascolto e supporto per chi ha sùbito una violenza. Esistono migliaia di forum a tutela dei diritti dei minori, delle donne, dei malati. Se non ci fossero internet ed i social network in particolare, tantissime persone non saprebbero letteralmente dove andare a sbattere la testa per condividere angosce e problemi.

Siamo dunque pari? Assolutamente no.

Il cyberbullismo è una deviazione, non la regola.

Ciò è vero prima di tutto in senso statistico.

Secondo di tutto, è vero dal punto di vista filosofico.

L’analisi fenomenologica e strutturale dei social network dimostra che essi nascono per creare legami sociali positivi – altrimenti non ci sarebbe alcuna possibilità di bloccare utenti, segnalare profili o interi gruppi.

Se gli utenti utilizzano questa incredibile possibilità di sviluppo per vessare e torturare i propri simili, questo non ha niente a che fare con i presunti limiti di internet, ma dipende dal fatto che gli esseri umani sono liberi, stupidi e – spesso – cattivi.

Persino i fiori possono diventare un’arma letale.
Nelle mani di un assassino.

Più Ignoranti Di Una Capra

Sono sicuro che avrete già sentito dire da qualcuno che “i giovani d’oggi sono più ignoranti di una capra; passano la vita su Facebook, figurati se hanno letto Cent’anni di solitudine; si vanno a drogare in discoteca, figurati se hanno mai ascoltato un disco di Keith Jarrett; frequentano solo il parco, figurati se sono mai entrati in una biblioteca”. E così via…

A mio avviso, questi giudizi non sono ingenerosi.  Sono completamente sbagliati.
Si tratta di beceri luoghi comuni che, nel migliore dei casi, dimostrano esclusivamente la superficialità di chi li pronuncia.

Nel peggiore, sono un chiaro sintomo di malafede.
Proviamo a vedere insieme perché.

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1)“I giovani d’oggi sono ignoranti” è una generalizzazione e, come tutte le generalizzazioni, puzza di qualunquismo. Voglio dire, sostenere che i giovani sono ignoranti è come affermare che i rom rubano, che le persone di colore hanno il ritmo nel sangue o che gli anziani sono rimbambiti. Quando giudichiamo intere categorie di persone ci allontaniamo immancabilmente dalla verità. I giudizi sommari ed i luoghi comuni sono come Cacciari e le trasmissioni della Gruber: in linea di principio, sarebbero due cose diverse, ma nella realtà dei fatti sembra che l’uno non possa fare a meno dell’altro.

2) Molte persone sono convinte che le nuove generazioni sarebbero più ignoranti delle precedenti e la colpa dovrebbe essere attribuita – “udite udite” – a internet e ai social network in particolare. Si tratta di un giudizio molto sensato. Mi ricorda la barzelletta del matto che batte continuamente le mani per scacciare gli elefanti. Si avvicina un dottore e domanda: “mi scusi, perché lei batte le mani?”, il matto risponde: “per scacciare gli elefanti Dottore!”, “Ma benedetto figliolo, in questa clinica non ci sono elefanti!” , “Appunto Dottore! Appunto!”.

Se non vi è piaciuta è perché siete troppo anziani ed avete perso il senso dell’umorismo.

Scherzi a parte, vorrei essere molto chiaro al riguardo: chiunque affermi che le generazioni attuali sono più ignoranti delle generazioni passate afferma una sciocchezza di dimensioni bibliche. Non a caso, il premio Nobel Jeremy Rifkin sostiene che siamo entrati nell’epoca del capitalismo culturale. Secondo voi è normale che si vendano libri negli autogrill, libri nei supermercati, libri dal giornalaio? Se rispondete di sì è perché siete nati negli anni ’90. Ai miei tempi se volevi un libro dovevi andare a cercare in libreria. Oggi sono i libri che ti corrono dietro. Ieri mattina sono stato costretto a dare fuoco ad una copia di “Cinquanta sfumature di grigio” che continuava a citofonarmi per avere uno scambio di idee.

Innegabilmente, noi viviamo nella società delle informazioni. Informazioni diffuse, gratuite e libere. Siamo d’accordo che essere informati non significa avere cultura, ma senza possedere le informazioni non c’è nessuna possibilità di costruirsi una cultura.

Insomma, la facilità con cui possiamo reperire qualsiasi dato pone le basi perché le persone migliorino le proprie conoscenze – si trattasse anche solo del colore del cappello di Pippa Middleton.

3) Secondo incontrovertibili dati economici la condizione dei giovani è andata via via peggiorando. A partire  dalla metà dagli anni ’80, il nostro Paese si è lentamente avvitato su se stesso. Gli avvocati, i dentisti, gli architetti ed altre centinaia di lobby professionali hanno iniziato a fare di tutto per rendere sempre più difficile l’arrivo di nuove reclute ed il ricambio generazionale che ne sarebbe naturalmente conseguito.  Per questo motivo, i nostri  ragazzi trovano un lavoro, si sposano ed “invecchiano” più lentamente di tutti gli altri.

Quest’estate mi è capitato spesso di entrare in un locale pubblico in compagnia di alcuni amici ed essere accolto da frasi come: “arrivo subito, ragazzi”. Oppure, “cosa volete ordinare, ragazzi?”. Ho provato un certo fastidio ed ho pensato: “Come ragazzi? Ho 40 anni suonati. Potrei essere tuo padre. Anzi, va’ un po’ a chiamare la mamma che ci togliamo subito il dubbio!”. Poi, mi sono ricordato che in Italia l’adolescenza finisce in un periodo che oscilla tra i 62 anni ed i 64 anni, mentre nel resto del mondo, dopo i trenta, sei “troppo vecchio anche per morire” (cit. Vite a Consumo ).

Dal punto di vista culturale, il blocco del mercato del lavoro ha prodotto innegabili effetti “positivi”: per (sperare di) trovare (un qualsiasi) lavoro, i ragazzi di oggi devono portare a compimento la scuola dell’obbligo, l’Università, almeno un Master ed una Scuola di Specializzazione; devono conoscere almeno due lingue (più tutti i dialetti del Nord) e devono possedere comprovate competenze informatiche.

A tal proposito, ieri ho letto su Facebook questa simpatica battuta: “Hai ragione papà, non devo prenderti in giro perché chiedi a me di insegnarti ad usare un computer, in fondo, tu mi hai insegnato ad usare un cucchiaio”.

Se tutto questo è vero, perché si parla sempre male dei giovani? Palahniuk scrive che tutto ciò dipende dal risentimento: ogni generazione vorrebbe essere l’ultima e scopre, con un certo fastidio, di non aver detto l’ultima parola su nulla.

Gibran ci esorta ad accettare i giovani per come essi sono, senza pretendere che rispettino le nostre aspettative:

“I tuoi figli non sono figli tuoi,
sono figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo, ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee,
perché essi hanno le loro proprie idee.
Tu puoi dare loro dimora al loro corpo, non alla loro
anima,
perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non è dato entrare, neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro, ma non volere
che essi somiglino a te,
perché la vita non ritorna indietro e non si ferma
a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani”.

Insomma, lasciate in pace i ragazzi. Se sbagliano qualcosa – qualsiasi cosa – la colpa maggiore è sempre di chi non li ha saputi educare.

Il Codice Salvini. Come e Cosa Comunica Il Leader della Lega Nord.

Come tutti voi, in questi ultimi mesi ho avuto la fortuna di ascoltare molte volte Matteo Salvini discutere nei talk show televisivi e radiofonici. Vi confesso di averlo ascoltato con curiosità – inizialmente – e con una certa fisiologica nausea – dopo il centoventicinquesimo dibattito. L’idea che mi sono fatto è che il Leader della Lega sia bravo a comunicare, ma forse non rispetta eccessivamente il suo pubblico. Oppure, ha semplicemente deciso di puntare tutto su quattro argomentazioni – ripetute all’infinito e condite da una serie più o meno marcata di smorfie fatte di occhi sbarrati e mimica bambinesca.

Eppure, Salvini sta riscuotendo un enorme successo – almeno di audience televisivo. Proviamo a capire insieme perché.

– Il look.

Il ragazzo della porta accanto.
Il leader della Lega indossa una bella felpa sportiva con su scritto MILANO, oppure ROMA, oppure GENOVA. Non si è mai capito cosa intenda comunicare. Di certo, esprime la sua appartenenza e la sua solidarietà ad un territorio, si mostra italiano, fa vedere che conosce il nome delle principali città del nostro Paese – ed anche che è in grado di cambiarsi la felpa. Qualcuno è pronto a giurare che sulla canottiera si sia fatto ricamare i giorni della settimana, mentre sui calzini ci sarebbero scritti i mesi dell’anno.

Ad ogni modo, se non indossa la felpa con i nomi delle città, Salvini indossa una bella t-shirt con l’immagine di una ruspa. Sul significato della ruspa ci sarebbe molto da dire, ma la cosa bella è la t-shirt. Salvini indossa una t-shirt, capite? Non è un politico che appartiene alla vecchia classe dirigente di questo Paese. Nessun vitalizio, nessuno stipendio esagerato, nessuna collusione con i poteri forti, nessuna affiliazione alla casta. Per carità, Salvini è uno di noi, un ragazzo del nord come tanti che stava giocando a pallone con i suoi amichetti quando qualcuno l’ha improvvisamente chiamato per fare un’intervista in televisione…

L’unica cosa che veramente non si può vedere sono i baffi che, nel centro, vengono molto probabilmente tosati con la falciatrice.

A parte questo piccolo particolare, il look di Salvini è geniale e merita un bel nove.

Il linguaggio.

1) “Se Renzi vuole, siamo pronti a parlarne anche domani”.
Salvini tende la mano al Governo. Non fa opposizione distruttiva, ma, in maniera molto matura e responsabile, offre al Premier un incontro per sedersi ad un tavolo e risolvere, tutti insieme, il problema dell’immigrazione. Implicitamente, questa frase comunica due cose: 1) Salvini sa cosa fare 2) Senza parlare con la Lega il problema non si risolve.  Ovviamente, Salvini sa benissimo che si tratta di una semplice provocazione alla quale non seguirà mai nessun incontro. Se il PD accettasse, sarebbe un’ammissione di fallimento. Sopratutto, mi domando quale consiglio potrebbe riceverne. Ho motivo di temere che Salvini, una volta sedutosi a quel tavolo, riprenderebbe ad enunciare i suoi argomenti preferiti. Il primo sarebbe: “se Renzi vuole, siamo pronti a parlarne anche domani”.

2) “Prima gli italiani”.
Questa è una delle sue frasi preferite, il cuore del codice Salvini, una frase che parla alla pancia del Paese. Qualche anno fa, la Lega usava il diverso slogan “Prima il Nord”, ma, si sa, l’amico di oggi diventa facilmente il nemico di domani, e viceversa. Ad ogni modo, si tratta di un argomento fallace e pericoloso, perché sottende l’idea che ci sia una concorrenza tra  gli italiani  e gli immigrati – regolari o meno che siano.

Ancor di più, sottende l’idea che se gli italiani sono ogni anno più poveri e tartassati, la colpa è dei flussi migratori. “Signora mia, se non ci dovessimo occupare di questi immigrati (“clandestini”)… se non avessimo questi problemi da risolvere…”. Caro Salvini, se non ci fossero questi immigrati la situazione sarebbe altrettanto grave e preoccupante come è oggi.

La povertà del mio Paese dipende dal fatto che per decenni siamo stati governati da una classe dirigente buffonesca e corrotta che ha mangiato e speculato su tutto. L’attuale povertà del mio Paese dipende dalla palese incompetenza di legioni di politici che non sono neanche stati votati, ma sono assisi in Parlamento grazie ad accordi di partito che molto raramente sono stati siglati alla luce del sole – e non è una metafora. Dipende dalla diffusa evasione fiscale, dalla mafia, dalla burocrazia, da una atavica mancanza di infrastrutture…

Il problema immigrazione è un problema grave – epocale – ma non venitemi a raccontare che se non ci fosse questa emergenza le cose andrebbero meglio, che se non ci fossero i barconi salterebbero magicamente fuori i soldi per gli esodati o per i pensionati, perché non è carino raccontare barzellette sulla pelle di centinaia di bambini annegati.

3) “Abbiamo già tanti problemi, non abbiamo bisogno anche di loro”.
Ecco, questo è scientificamente errato. I dati demografici ed economici dimostrano chiaramente che noi abbiamo effettivamente bisogno di loro. Abbiamo bisogno di manodopera a basso costo che faccia lavori che gli italiani non vogliono più fare. Ancor di più, gli immigrati portano in Italia i bambini che gli italiani non fanno più. Per tanti e complicati motivi, abbiamo smesso di sposarci e procreare. Se il destino dell’Italia fosse lasciato agli italiani, questo Paese diventerebbe un deserto nel giro di venti anni.

Dal canto mio, ritengo che migrare sia un diritto umano. Credo che la terra non appartenga a nessuno e propenderei per un’accoglienza indiscriminata di chiunque sia stato costretto a fuggire dal suo Paese – a prescindere dai motivi che l’abbiano spinto ad intraprendere questo pericoloso viaggio.

Il senso comune di un Paese che si ricorda di essere cristiano solo a Natale mi risponde che ci sono dei limiti. Non possiamo pensare di travasare un intero continente in Italia. A parte il fatto che questo pericolo non si pone, perché la stragrande maggioranza dei migranti non ha nessuna intenzione di restare in Italia, lo stesso Salvini ha iniziato a fare alcune distinzioni, visto che ad oggi la sua più importante proposta è di…

4) “Identificare celermente i profughi di guerra e mandare tutti gli altri a casa”.
Questa sarebbe la ricetta della Lega. Complimenti. Si tratta di un piano per risolvere la situazione? No. E’ come dire che la “ricetta” della Lega per le pensioni è: “pagare tutti quelli che hanno lavorato”, oppure, dire che il piano sicurezza della Lega è “i criminali stiano in galera”. Non è una ricetta e neanche un progetto, ma, più semplicemente, una pura dichiarazione di intenti. Populismo.

Salvini dice qualcosa di molto semplice che tante persone troverebbero ragionevole senza spiegare in nessun modo come intende ottenere questo risultato e per quale motivo sino ad oggi non ci siamo riusciti. Insomma, demagogia allo stato puro.

Conclusioni
Il Leader della Lega sa recitare. Strabuzza gli occhi, si copre il viso, si indigna. Ha imparato benissimo le sue battute ed è sempre rispettoso del ruolo televisivo e mediatico che gli hanno cucito addosso. Complimenti dunque agli autori del codice Salvini.

Tuttavia, non posso non censurarne la scelte contenutistiche: soffiare sul fuoco, fomentare una guerra tra poveri, sfruttare i casi di cronaca nera per trarne un vantaggio politico… Ieri sera, su la7, Cacciari diceva che tutto questo è ovvio, che la politica funziona così, non c’è motivo di scandalizzarsi.

Se permettete, a me fa ancora ribrezzo.
Restiamo umani, è questo l’unico confine che vale la pena difendere.

Extraterrestre, Portali Via

Immagina un altro pianeta, molto simile al nostro, con il suo bel sole, la sua massa, la sua atmosfera e tante altre caratteristiche che lo rendano abitale. Adesso immagina di poter organizzare un viaggio interstellare in modo da far cambiare domicilio a tutte le persone che non vorresti più incontrare qui.

Io l’ho appena fatto e questa è la mia classifica.

Kepler

  1. Gli studenti che non studiano: sto parlando di quelle persone che si presentano all’esame avendo letto metà della metà dei riassunti del libro di testo e quando, con le mani nei capelli, faccio l’errore di domandare: “mi scusi, ma lei su quale libro ha studiato?” Rispondono sereni: “su quello rosso”.
  1. I ritardatari. Stefano Benni ha scritto che la vita di una persona puntuale è un inferno di solitudini immeritate. Certo, anche noi puntuali dobbiamo essere tolleranti e comprensivi. Ad esempio, se una donna ti ha detto che scende tra cinque minuti, che senso ha citofonare ogni mezz’ora? (cit.) Mi seguite? Non tutti, i ritardatari ci arriveranno tra qualche giorno.
  1. Quelli che buttano sale sulle tue ferite dicendo: te l’avevo detto! È sempre bello notare che le persone sono più contente di prendersi una rivincita e poterti sbattere in faccia che avevano ragione, piuttosto che mostrarsi solidali ed essere sinceramente dispiaciute per quello che ti è successo. Quelli che dicono “te l’avevo detto!” sono come tre cucchiaini di parmigiano su di un piatto di pasta col tonno: inutili e dannosi.
  1. Gli intellettuali vanagloriosi. La cultura non consiste in ciò che una persona sa, ma in ciò che cerca. Chi si vanta della propria erudizione dimostra di aver letto tanto, ma di aver capito poco. La prima e fondamentale virtù di un uomo di cultura dovrebbe essere l’umiltà. In fondo, pensare di sapere tutto è come immaginare che il mare finisca dove arriva il proprio sguardo. Per questo motivo un antico detto yiddish recita: chi ha imparato abbastanza, non ha imparato niente.
  1. I parcheggiatori creativi. Non ho mai capito come diavolo fanno, con una Smart, ad occupare, contemporaneamente, due posti, un quarto di passo carrabile e mezzo parcheggio riservato ai disabili. Sono sicuro che da qualche parte, in Italia, abbiano attivato un corso di laurea in guida scorretta e che almeno metà dei miei concittadini si siano laureati con 110 e lode grazie ad una tesi in teoria e tecnica del parcheggio criminale.
  1. Gli alternativi a tutti i costi. Come i protagonisti dell’ultimo episodio di Viaggi di Nozze, molti passano la vita a chiedersi: “cosa dobbiamo da fare pe’ risultà in un certo modo… pe’ risultà strani?” La risposta è molto semplice: siate voi stessi, toglietevi la maschera, smettetela di recitare. Fare finta di essere “alternativi” dovrebbe essere umiliante almeno quanto voler apparire a tutti i costi “normali”. Credo che Sandro Penna abbia inteso dire questo, quando ha scritto: “Felice chi è diverso, essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso, essendo egli comune”.
  1. Quelli che, sui social network, si lamentano del caldo l’estate e del freddo l’inverno – per non parlare dei post sulla pioggia… Io non dico che per scrivere qualcosa su Facebook, bisogna essere necessariamente poetici, geniali e rivoluzionari, ma dovrebbe esserci anche un limite alla banalità. Insomma, anche sui social vale la vecchia regola per cui è sempre meglio restare zitti e sembrare stupidi, piuttosto che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
  1. Gli haters, ovvero, quelli che sputano continuamente veleno. Per quanto mi riguarda, il discorso è questo: accetto ogni critica da chi ha un suo progetto, non da chi passa la vita a sognare di mangiare nel mio piatto (cit. novenove).
  1. Le mie ex ed i loro attuali fidanzati, mariti, amanti. Ci siamo lasciati bene, è vero, ma se sul nuovo pianeta ci fosse posto per voi mi sentirei sicuramente meglio. Il fatto è che la fine di una storia lascia ferite che difficilmente possiamo rimarginare se il nostro vecchio partner continua a passarci davanti. Per questo motivo, anche se non vi porto rancore, preferirei non essere costretto ad incontrarvi. Insomma, è vero che ci siamo detti “amici come prima”, ma quando l’ho detto, io, intendevo “come prima di conoscerci” (cit. La Furia). Scherzi a parte, per una questione di delicatezza, vorrei che la smetteste, se fosse possibile, di frequentare alcuni posti che frequento anche io. Come, ad esempio, il pianeta terra.
  1. Quelli che giudicano gli altri. Mi viene in mente una battuta pronunciata da Stefano Accorsi in un bel film, tanti anni fa: “non puoi giudicare la vita degli altri perché, in fin dei conti, non puoi sapere niente della vita degli altri”. Per questo motivo, un poeta contemporaneo ha scritto: quando usi l’indice per indicare un’altra persona, ricordati che altre tre dita stanno puntando te stesso. Insomma, è troppo facile criticare gli altri, fare liste di dieci categorie di persone che non vorresti più vedere sul pianeta terra… la rivoluzione parte dalla persona che vedi nello specchio ogni mattina, come ha insegnato Gandhi: devi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.