Extraterrestre, Portali Via

Immagina un altro pianeta, molto simile al nostro, con il suo bel sole, la sua massa, la sua atmosfera e tante altre caratteristiche che lo rendano abitale. Adesso immagina di poter organizzare un viaggio interstellare in modo da far cambiare domicilio a tutte le persone che non vorresti più incontrare qui.

Io l’ho appena fatto e questa è la mia classifica.

Kepler

  1. Gli studenti che non studiano: sto parlando di quelle persone che si presentano all’esame avendo letto metà della metà dei riassunti del libro di testo e quando, con le mani nei capelli, faccio l’errore di domandare: “mi scusi, ma lei su quale libro ha studiato?” Rispondono sereni: “su quello rosso”.
  1. I ritardatari. Stefano Benni ha scritto che la vita di una persona puntuale è un inferno di solitudini immeritate. Certo, anche noi puntuali dobbiamo essere tolleranti e comprensivi. Ad esempio, se una donna ti ha detto che scende tra cinque minuti, che senso ha citofonare ogni mezz’ora? (cit.) Mi seguite? Non tutti, i ritardatari ci arriveranno tra qualche giorno.
  1. Quelli che buttano sale sulle tue ferite dicendo: te l’avevo detto! È sempre bello notare che le persone sono più contente di prendersi una rivincita e poterti sbattere in faccia che avevano ragione, piuttosto che mostrarsi solidali ed essere sinceramente dispiaciute per quello che ti è successo. Quelli che dicono “te l’avevo detto!” sono come tre cucchiaini di parmigiano su di un piatto di pasta col tonno: inutili e dannosi.
  1. Gli intellettuali vanagloriosi. La cultura non consiste in ciò che una persona sa, ma in ciò che cerca. Chi si vanta della propria erudizione dimostra di aver letto tanto, ma di aver capito poco. La prima e fondamentale virtù di un uomo di cultura dovrebbe essere l’umiltà. In fondo, pensare di sapere tutto è come immaginare che il mare finisca dove arriva il proprio sguardo. Per questo motivo un antico detto yiddish recita: chi ha imparato abbastanza, non ha imparato niente.
  1. I parcheggiatori creativi. Non ho mai capito come diavolo fanno, con una Smart, ad occupare, contemporaneamente, due posti, un quarto di passo carrabile e mezzo parcheggio riservato ai disabili. Sono sicuro che da qualche parte, in Italia, abbiano attivato un corso di laurea in guida scorretta e che almeno metà dei miei concittadini si siano laureati con 110 e lode grazie ad una tesi in teoria e tecnica del parcheggio criminale.
  1. Gli alternativi a tutti i costi. Come i protagonisti dell’ultimo episodio di Viaggi di Nozze, molti passano la vita a chiedersi: “cosa dobbiamo da fare pe’ risultà in un certo modo… pe’ risultà strani?” La risposta è molto semplice: siate voi stessi, toglietevi la maschera, smettetela di recitare. Fare finta di essere “alternativi” dovrebbe essere umiliante almeno quanto voler apparire a tutti i costi “normali”. Credo che Sandro Penna abbia inteso dire questo, quando ha scritto: “Felice chi è diverso, essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso, essendo egli comune”.
  1. Quelli che, sui social network, si lamentano del caldo l’estate e del freddo l’inverno – per non parlare dei post sulla pioggia… Io non dico che per scrivere qualcosa su Facebook, bisogna essere necessariamente poetici, geniali e rivoluzionari, ma dovrebbe esserci anche un limite alla banalità. Insomma, anche sui social vale la vecchia regola per cui è sempre meglio restare zitti e sembrare stupidi, piuttosto che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
  1. Gli haters, ovvero, quelli che sputano continuamente veleno. Per quanto mi riguarda, il discorso è questo: accetto ogni critica da chi ha un suo progetto, non da chi passa la vita a sognare di mangiare nel mio piatto (cit. novenove).
  1. Le mie ex ed i loro attuali fidanzati, mariti, amanti. Ci siamo lasciati bene, è vero, ma se sul nuovo pianeta ci fosse posto per voi mi sentirei sicuramente meglio. Il fatto è che la fine di una storia lascia ferite che difficilmente possiamo rimarginare se il nostro vecchio partner continua a passarci davanti. Per questo motivo, anche se non vi porto rancore, preferirei non essere costretto ad incontrarvi. Insomma, è vero che ci siamo detti “amici come prima”, ma quando l’ho detto, io, intendevo “come prima di conoscerci” (cit. La Furia). Scherzi a parte, per una questione di delicatezza, vorrei che la smetteste, se fosse possibile, di frequentare alcuni posti che frequento anche io. Come, ad esempio, il pianeta terra.
  1. Quelli che giudicano gli altri. Mi viene in mente una battuta pronunciata da Stefano Accorsi in un bel film, tanti anni fa: “non puoi giudicare la vita degli altri perché, in fin dei conti, non puoi sapere niente della vita degli altri”. Per questo motivo, un poeta contemporaneo ha scritto: quando usi l’indice per indicare un’altra persona, ricordati che altre tre dita stanno puntando te stesso. Insomma, è troppo facile criticare gli altri, fare liste di dieci categorie di persone che non vorresti più vedere sul pianeta terra… la rivoluzione parte dalla persona che vedi nello specchio ogni mattina, come ha insegnato Gandhi: devi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.

Alla Fiera D’Oriente

1. In macchina con il mio amico Marco detto Fritz.
-Sai, Fritz, io non compro mai nulla alle fiere.
-Perché?
-Perché nel commercio ci sono poche ma fondamentali regole da rispettare. Una di esse recita: puoi tosare molte volte una pecora, ma la potrai scuoiare una sola volta.
-Andiamo alla Fiera, mica al Mattatoio.
-Voglio dire: il fornaio dove vado tutti i giorni sa benissimo che, se proprio deve, potrà anche tosarmi, ma non mi scuoierà. Mi segui?
-No. Parla chiaro.
-In una Fiera, i commercianti sono viaggiatori, stranieri… persone che non hai mai visto prima e che non rivedrai mai più… si sentono liberi di rifilarti una fregatura.
-Ho capito, la tua è la regola fondamentale della truffa, non la regola fondamentale del commercio.
-Ti ho già detto che “il modello di imprenditore è il rapinatore”?
-Comunista.
-Ignorante.

Seguono venticinque minuti e trentadue secondi di silenzio ostile ed affilato come una lama.

Zen

Appena arrivati, resto parecchio sorpreso dalla distanza che separa la biglietteria dal parcheggio. Per raggiungere l’entrata dobbiamo infatti camminare molto, tra scale (im)mobili e percorsi obbligati. Non posso fare a meno di domandarmi come potrebbero fare un bambino o una persona anziana ad affrontare questo pellegrinaggio.

2. Pranzo.
Dopo aver pagato il biglietto, finalmente entriamo alla Fiera d’Oriente. Il nostro amico Andrea detto Abramo ci sta aspettando da almeno mezz’ora. Come noi, è molto affamato. Purtroppo, non siamo d’accordo sul cibo: Abramo ha messo gli occhi su l’unico ristorante indonesiano in Italia, io preferirei il sushi e Fritz vorrebbe un kebab. Iniziamo dunque a discutere. In un crescendo di malumore e cattiva coscienza, ci rinfacciamo la scelta di essere venuti alla Fiera; la decisione di incontrarci proprio oggi ed il fatto di non aver invitato lo Smilzo – ciascuno pensava che l’avrebbe chiamato l’altro. Con ben poca signorilità, Fritz si spinge sino a recriminare sulla biglia di Nuvolari che, a suo dire, mi avrebbe prestato durante la gita scolastica della quinta elementare. Decidiamo che ciascuno mangerà per conto suo. E Dio per tutti.

Seguono venticinque minuti e trentadue secondi di silenzio ostile ed affilato come una lama.

3. La spada.
Sarà perché la musica assordante che si sente in questo posto ha ottenebrato la mia capacità di discernimento, sarà perché il cibo mi ha messo di buon umore, sarà che voglio provocare Fritz, sta di fatto che dopo il pranzo tradisco ogni mio principio ed inizio a comprare di tutto. Acquisto i biglietti d’auguri in stile origami; l’incenso da regalare a mia cugina Simona, il cd di canzoni orientali; le bacchette da sushi; la calamita a forma di geisha; un fermacapelli per la mia carissima amica F. Dopo circa un’ora – quando nel portafoglio restano solo dieci euro- mi trovo improvvisamente di fronte ad uno stand che vende spade. Resto colpito dal venditore: un vero commerciante d’armi orientale. Il suo viso, dai tratti tipicamente indiani, è adornato da mille piercing e segnato da una profonda cicatrice sulla guancia sinistra. I suoi occhi, neri come una notte senza stelle, raccontano le infinite tempeste che avrà sicuramente dovuto affrontare per comprare ed importare queste armi.

Fritz si avvicina e mi sussurra all’orecchio:
-La spada costa cinquanta bombe, le hai?
-Veramente no.
-Allora mi sa che ti tocca chiedere uno sconto.
-Scherzi? Non conosci la regola fondamentale della contrattazione?
-…
-“Chi parla per primo perde”.
-Ma non era “chi picchia per primo picchia due volte”?

Incurante dello scialbo sarcasmo di Fritz, provo ad usare le mie proverbiali conoscenze antropo-psicologiche. Decido che sfrutterò il linguaggio universale del corpo. Afferro la spada, la poso. Guardo negli occhi il commerciante. Niente. Afferro di nuovo la spada, la stringo al petto, la poso. Guardo dritto negli occhi il commerciante. Niente. Provo una terza volta. Ancora niente. Il ragazzo è un duro. Non mi lascia altra scelta.

-“Buon giorno, vorrei acquistare questa spada, ma… se guarda bene, noterà che c’è un piccolo graffio…”

Al mio fianco si è materializza una vecchietta. Avrà più o meno l’età della pietra. Il suo viso è una ragnatela di rughe. La voce, graziosa quanto un uncino che graffia su di una lavagna.

-“mi scusi, giovane, ma cosa sta facendo?”
-“come dice, signora?”
-“ non ha visto il prezzo? Le sembra educato chiedere uno sconto?”
-“Mha, veda… mercanteggiare fa parte della loro cultura. Se non lo facessi, il nostro ospite si sentirebbe profondamente offeso” .
-“Dice, giovane? Comunque sia non mi sembra il caso di mettere in dubbio la bontà della merce davanti a tutti”.
-“Guardi, signora, non si tratta di mettere in dubbio, è solo un modo per dialogare.”.

Non c’è niente da fare, non molla. Mi rivolgo dunque al mercante, sperando che possa mettere fine a questa ignobile pantomima.

-“Non è forse vero che nella vostra cultura è consuetudine che il compratore contratti il prezzo della merce?”
-“E io che ne so? Mi padre c’ha er negozio a via de la Scrofa… Fate n po’ come ve pare, basta che nun me mettete in mezzo a me.”

Facendo leva sulla mia innata capacità retorica, riesco ad ottenere un prestito da Fritz. Ma devo promettergli che, assieme al denaro, restituirò anche la biglia di Nuvolari.

FIera

4. Conclusioni
Dopo aver molto riflettuto, ho capito che la Fiera d’Oriente rappresenta la perfetta metafora dell’Europa: 1) paghi per entrare, affascinato dalle bugie che ti hanno raccontato sulla bellezza del posto; 2) una volta dentro, la prima cosa che scopri è che la struttura è stata progettata senza tenere in minima considerazione le esigenze dei più deboli; 3) il tanto decantato dialogo interculturale si limita allo stretto necessario per far funzionare uno sconfinato centro commerciale; 4) quando finalmente inizi ad orientarti, ed a capire come funzionano le cose, sei costretto ad uscire perché sei al verde e nessuno dei tuoi vecchi amici è disposto a prestarti altri soldi

La Festa di Confucio. Riflessioni semiserie sul mondo del lavoro.

La scorsa settimana ho fatto quattro passi con mia cugina Simona. Ogni tanto, Simona si ricorda del suo vetusto e saggio cugino e viene a trovarmi. L’idea che si trova alla base delle nostre chiacchierate è che io risponda alle mille domande che affollano la sua mente di giovane studentessa universitaria e la aiuti, attraverso molti ed eruditi riferimenti filosofici, a capire che direzione sta prendendo la sua vita.

La scorsa settimana ho fatto quattro passi con mia cugina Simona. Ogni tanto, Simona si ricorda del suo vetusto e saggio cugino e viene a trovarmi. L’idea che si trova alla base delle nostre chiacchierate è che io risponda alle mille domande che affollano la sua mente di giovane studentessa universitaria e la aiuti, attraverso molti ed eruditi riferimenti filosofici, a capire che direzione sta prendendo la sua vita.

In realtà, passiamo la metà del tempo a prenderci in giro e l’altra metà a litigare. Comunque sia, alla fine della passeggiata, sono sempre le sue domande ad aver chiarito i miei dubbi.

Fiori

1. Dal Giornalaio

Il vecchio esercente sta discutendo animatamente di politica con un cliente. Più precisamente, si lamenta perché hanno aumentato le tasse e conseguentemente diminuito la sua pensione. Io e Simona ascoltiamo pazientemente, compriamo i nostri settimanali ed usciamo.

– Hai capito Simò? Lui si lamenta perché gli hanno diminuito la pensione! A parte che lavora… ma poi dico: ti lamenti? Al posto di essere felice perché hai una pensione… io verso i contributi da almeno quindici anni e non so se ce l’avrò mai, una pensione.
-Beato te.
-…
-Io non so se avrò mai un lavoro.
-Che c’entra? Studiare è già un lavoro, no?
-Affatto, lavoro è quando ti pagano.
-E “rigore è quando arbitro fischia”. Lavoro è quando sudi, ti impegni e fai qualcosa al massimo delle tue possibilità…
-Quindi tu sei stato recentemente assunto da Facebook?
-Ti ho mai detto che sei diventata una signorina acida?
-Dai, seriamente, pensi che io troverò mai un lavoro?
-Ma tesorinomio… certo che lo troverai!
-…
-Solo che dovrai emigrare.
-Cretino.

2. La Festa dei ladroni

Ci incamminiamo verso un centro commerciale che si trova a quindici minuti da casa mia. Accanto al centro commerciale c’è un Mac Donald’s. Accanto al Mac Donald’s, c’è Ikea. Poi dicono che le periferie sono trascurate. Se avessero aperto anche un multisala, avremmo tutto quello che serve per dichiarare l’indipendenza dal Comune di Roma e vivere felici in fiera ed italica autarchia. Raccolgo l’invito di Simona e provo ad essere serio.

 – La situazione è questa: il Paese è letteralmente spaccato, da sempre. La vera divisione non è tra ricchi e poveri, belli e brutti, maschi e femmine o giovani e vecchi. La summa divisio è tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti. I primi accusano i secondi di non lavorare, soprattutto se statali, i secondi accusano i primi di non pagare le tasse, soprattutto se imprenditori.
-E tu da che parte stai?
-Dalla parte di entrambi. Perché, a loro modo, hanno ragione entrambi. I lavoratori dipendenti non lavorano quasi mai al massimo delle proprie possibilità – per usare un eufemismo. E questo significa che rubano. I lavoratori autonomi hanno il vizio dell’evasione fiscale. E questo significa che rubano.
-Quindi la festa dei lavoratori sarebbe, in realtà, la festa dei ladroni?
-No. No. Per carità.
-…
-Casomai è la festa del Concertone di Piazza San Giovanni.
-Se non la smetti di fare battute torno a casa a piedi.
-Va bene, va bene. Keep calm. Secondo te perché imprenditori e dipendenti rubano?
-Perché sono ladri?
-Perché lo Stato mette queste persone nelle condizioni di poterlo o, peggio ancora, di doverlo fare. Hai presente quanto è alta la pressione fiscale nel nostro Paese? Se gli imprenditori pagassero le tasse, fallirebbero prima ancora di aprire. Il sistema politico vuole che questa gente viva nell’illegalità. Solo così possono essere ricattati.
-E gli statali?
-Punto primo: gli statali non vengono pagati. Uno statale guadagna la metà della metà della metà di quanto guadagnerebbe chiunque svolgesse le sue stesse identiche mansioni nel privato. Punto secondo: gli statali sono costretti a lavorare dentro strutture fatiscenti, nel rispetto di milioni di regole assurde, combattendo con pochi ma molto pericolosi colleghi scansafatiche che non possono, non vogliono o non sanno fare nulla. Indovina chi ha fatto costruire le strutture fatiscenti, ha creato le regole assurde ed ha fatto assumere gli scansafatiche?
-Insomma, tu giustifichi entrambi.
-Assolutamente no. Io ho solo individuato una causa. Ricordati sempre: “due torti non fanno una ragione”.
-Aspetta che questa me la segno, di chi è? Jovanotti?
-Confucio.

3. Al bar.

Entriamo nel centro commerciale. Al solito bar, io prendo un caffè, Simona prende un caffè macchiato freddo con latte scremato in un bicchierino di vetro. La sua non è un’ordinazione, è un algoritmo evolutivo.

– Insomma secondo te cosa bisognerebbe fare?
-Abbassare drasticamente le tasse, stabilire pene severe per gli evasori e far rispettare la legge. Pagare meno, pagare tutti.
-E con gli statali?
-Alzare gli stipendi, migliorare le strutture, semplificare la burocrazia e licenziare senza pietà chi non può, non vuole o non sa fare il proprio lavoro.
-Bello…. C’è posto anche per gli unicorni in questa tua visione politica?
-Non c’è niente di peggio che una giovane renziana che non sa sognare.
-Sognare? Ma di che parli? Non hai capito che c’è la crisi?
-Adesso sei tu che scherzi. I tempi facili non sono mai esistiti. In passato, i giovani dovevano fare i conti con altri ed altrettanto gravi problemi. Voglio dire: tuo padre è nato durante la guerra; prima della guerra c’è stata la dittatura, dopo la guerra c’è stato il terrorismo. Non sto dicendo che la situazione sia facile, sto dicendo che le sfide non ti devono spaventare. Ricordati sempre quello che diceva il Comandante Ernesto Guevara: “le battaglie non si perdono, si vincono. Sempre”.
-Il Comandante non tifava per l’Inter.
-…
-…
-Soprattutto, ti raccomando una cosa: non assecondare mai la legge generale che vuole che ciascuno si venda ad un prezzo inferiore di quello che vale.
-Aspetta… aspetta… anche questa è una citazione! Hegel?
-Jovanotti.

Lezioni di guida: una preghiera per la serenità.

Sono le 7.00 di mattina di un mercoledì qualsiasi. Sto guidando sulla Roma-L’Aquila. Piove. Più precisamente, diluvia. L’acqua è tutto ciò che riesco a vedere. Di solito, viaggio con il volume della musica così alto da non riuscire neanche a sentire i miei pensieri, ma oggi ho spento la radio per concentrarmi sulla guida. Nelle orecchie ho solo il rombo del motore, misto allo scrosciare impetuoso della pioggia.

Sono le 7.00 di mattina di un mercoledì qualsiasi. Sto guidando sulla Roma-L’Aquila. Piove. Più precisamente, diluvia. L’acqua è tutto ciò che riesco a vedere. Di solito, viaggio con il volume della musica così alto da non riuscire neanche a sentire i miei pensieri, ma oggi ho spento la radio per concentrarmi  sulla guida. Nelle orecchie ho solo il rombo del motore, misto allo scrosciare impetuoso della pioggia. Le altre macchine sono sagome sfocate, macchie di colore che appaiono all’improvviso e poi scompaiono di nuovo, inghiottite dal nulla. Questo paesaggio gelido. Grigio. Non so perché, ma mi viene in mente il Presidente Mattarella che canta una messa in latino.  Rabbrividisco.

Subito dopo Carsoli, mi trovo improvvisamente davanti un’utilitaria bianca che, con molta probabilità, è stata immatricolata quindici anni prima che iniziasse l’età della pietra. La macchina è appena emersa dalla pioggia e mantiene l’andatura ciondolante ed incerta di un orso ubriaco. Sono abbastanza vicino per notare che il guidatore ha un cappello. Più esattamente, egli indossa un borsalino nero. Immagino che lo abbia acquistato lo stesso giorno in cui ha comprato la macchina da Fred Flinstones. Senza ombra di dubbio, i guidatori con cappello sono tra i più pericolosi al mondo. Peraltro, egli ha appena messo la freccia a destra, pur trovandosi già sulla destra. Siamo in curva, ma non posso fare altro che spostarmi sulla corsia di sorpasso. Dico tra me e me: “OK. Norman. Vedi di non fare scherzi adesso”. Incrocio le dita, ed accelero.

Mentre lo supero, vengo colto da un moto di humor nero ed immagino il mio necrologio: “lascia due corsi di laurea, una scuola di specializzazione ed un master. Ne danno la notizia, inconsolabili, seimiladuecento followers su Facebook”. Rido come un cretino. Molta gente sostiene che una volta compiuti i quaranta anni sia normale fare un bilancio della propria vita. Se siete ancora giovani, vi consiglio di provare a guidare su di un’autostrada di montagna nel bel mezzo di un diluvio. Vi aiuterà a farvi qualche domanda. Oggi, per esempio, ho capito che la cosa più importante di tutte sono gli affetti. Intendo dire che per quanto io abbia lavorato duro negli ultimi anni, se dovessi avere un brutto incidente, di me resterebbe davvero poco. Per cui, datevi da fare con le condivisioni ed i retweet. Ché sotto i centomila followers, è come se non fossi mai esistito.

Il sorpasso è filato via liscio come l’olio. Per festeggiare, decido di fare una sosta all’autogrill.  Dopo quindici anni di viaggi, è come se fossi a casa mia, sono diventato un “cliente abituale”. La differenza tra i clienti abituali ed i clienti occasionali è che i primi bevono un caffè – oppure, fanno colazione con cappuccino e cornetto – usano il bagno, salutano con sguardo complice il personale – che conoscono molto meglio dei vicini di casa – pagano ed escono. Gli occasionali, invece, sono posseduti da una micidiale trance consumistica e spendono metà dello stipendio in cianfrusaglie, concentrandosi, con indomabile appetito, sulla “Bottegaccia” dei prodotti regionali. Mentre sorseggio il mio caffè, noto un signore che ha appena comprato quindici chili di salumi ed un numero imprecisato di confezioni di “sassi dell’Aquila”. Deve essersi reso conto di aver esagerato e sta blaterando qualcosa a proposito di uno sconto. Sorrido al cassiere, che alza gli occhi al cielo scuotendo la testa, ed esco.

Diluvia. Ancora. Devo essere in ufficio entro le 9.00. Il programma di oggi prevede il CEV, il CCL, il CDD ed il CDF. In queste riunioni, parleremo soprattutto della SUA, del MIUR e della VQR. L’utilizzo del codice fiscale ci aiuterà a fare finta che stiamo facendo qualcosa di scientifico, o, almeno, di serio. La verità è che – al netto dei nostri peccati – non ci saremmo meritati questa riforma del sistema universitario neanche se fossimo stati noi ad organizzare “cene eleganti”, mentre il resto del Paese andava, molto più prosaicamente, a puttane. Il mio lavoro sarebbe quello di insegnare e fare ricerca. Se avessi voluto passare la vita a catalogare ed elaborare dati, sarei nato foglio di excel.

Mentre mi rimetto in viaggio, recito una delle preghiere più belle che conosco: Signore, dammi la forza per cambiare le cose che posso cambiare, la  pazienza per accettare le cose che non posso cambiare e, soprattutto, dammi la saggezza necessaria per distinguere le prime dalle seconde.

La Mimosa di Nietzsche. Un “non-post” per la Festa della Donna.

Cari lettori, questa settimana, avrei voluto pubblicare un breve articolo per celebrare la festa della donna, purtroppo, mentre stavo rileggendo quello che avevo scritto, mi ha telefonato la mia amica Anna.

Prontoanna!
-Ciao Prof! Come stai?
-Tutto bene, grazie, tu?
-Bene, bene. Che stavi facendo?
-Stavo rileggendo il post che ho scritto per domenica.
-Ne hai scritto un altro? Sei fortissimo. Me lo leggi?

-Guarda, è sulla festa della donna. Lo so, non è il massimo dell’originalità… ma ci sta tutto.
-E come si intitola?
Mha. Avevo pensato ad una cosa del tipo “viva l’altra metà del cielo”, oppure…
-“L’altra metà del cielo”? Ma sei matto? No, no, l’altra metà del cielo non va bene.
-Scusa, perché non va bene?
-Ma perché se scrivi “l’altra metà del cielo” tu stai implicitamente supponendo che la metà giusta è quella in cui state voi maschi. Perché noi dovremmo essere l’altra metà? Voi siete l’altra. Mi meraviglio di te, guarda.
-Ah,  scusa, non ci avevo pensato… vabbè, adesso lo cancello, poi magari il titolo lo scegliamo insieme.

Ad ogni modo, il post inizia con una brevissima sintesi della storia di questa festa, che, come saprai, nasce per ricordare il rogo della fabbrica americana di camicie Cotton in cui, l’otto marzo del 1908, persero la vita moltissime operaie.
-Aspetta, aspetta, tu vuoi davvero parlare di questa tragedia?
-Si, pensavo fosse importante.
-Ma per favore!
-Non va bene come incipit?
-No che non va bene. A parte che il rogo è successivo all’istituzione della festa della donna e riguardava un’altra fabbrica, un incipit così suonerebbe comunque vecchio e macabro, un mix tra Landini e la festa di Halloween. Non si può sentire, dai! Se inizi così,  poi come lo concludi l’articolo: #CGIL, #Zombie?

-Mh… vabbè, a me Landini piace… comunque… questa parte la cancello ed inizio direttamente con il mito degli ermafroditi,  hai presente? Si tratta di quella parte del Simposio  in cui Platone afferma che gli esseri umani, inizialmente, avevano due teste, quattro gambe e quattro braccia, poi gli dèi ci hanno separato in due metà e da allora ciascuno cerca la sua parte mancante.
-Nel 2015 ancora stai con Platone? Sei vecchio!
-Vabbè adesso se cito Platone sono vecchio…
-Vecchio, vecchissimo! E poi chi ti dice che siamo divisi in due? L’hai scritto anche tu che tutti vanno con l’amante dell’amante della fidanzata. Magari fossimo divisi in due…

-Non ho capito. Secondo te non esiste l’altra metà?
-Certo che esiste, io ed il mio fidanzato, ad esempio, siamo due metà della stessa mela marcia.
-Dai. Seriamente, secondo te non stiamo tutti cercando l’altra metà?
-Ma no, no che non la cerchiamo. A giudicare da quello che si vede in giro, siamo stati divisi in trentacinque, trentasei parti. Altro che metà.
-Trentacinque o trentasei?
Dipende da come calcoli i millesimi.

-Ho capito. Cancello anche questo paragrafo, così rimane il tema centrale del quale sarai sicuramente contenta: le quote rosa.
-Stai scherzando?  Vuoi davvero parlare delle quote rosa? Ottenere un posto di lavoro in ragione della propria sessualità dovrebbe essere considerato tanto umiliante quanto non ottenere un posto di lavoro in ragione della propria sessualità. Le uniche quote che hanno senso sono quelle a favore dei lavoratori diversamente abili.

-Forse hai ragione. Mi pare di aver scritto anche qualcosa del genere, in passato. Allora, cancelliamo anche questa parte. Ecco. Adesso resta solo l’ultimo paragrafo in cui mi occupo dei movimenti di rivendicazione dei diritti femminili, come, ad esempio, le Femen.
-Le chi?
-Le Fe-men.
-Quelle che vanno in giro con il seno al vento per protestare contro la indebita strumentalizzazione del corpo della donna?
-Esatto.

-Non ti sembra che il loro comportamento sia leggermente superficiale e contraddittorio?
-Guarda, io non le sopporto, però tutti dicono che sono ri-vo-lu-zio-na-rie.
-Se le Femen sono rivoluzionarie, la spiaggia di Riccione ad agosto è un covo di anarco -insurrezionalisti. Si dovrebbero solo vergognare.

-Va bene, Anna, mi hai fatto cancellare tutto. Sei soddisfatta, ora? Adesso è rimasta solo la frase finale.
-E che dice?
-Ma niente, che dice? E’ la parafrasi di un vecchio aforisma di Nietzsche.
-Ho capito, e cosa dice?

Auguri di cuore a tutte le donne. Se non esistessero, la vita sarebbe un errore.