Il gabbiano Jonathan Livingston

Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach, Fotografie di Russell Munson, BUR, Milano 1994, pp.103, L. 10.000.

Il gabbiano JL è una storia breve o, se preferite, una piccola favola. Racconta di un gabbiano che non si accontenta di fare quello che fanno gli altri membri del suo stormo – interessati soltanto al cibo. JL è un anticonformista, un genio ribelle che non accetta i valori “borghesi” della società in cui vive. Rileggendolo, mi sono tornate in mente le parole di una canzone dei Litfiba che recita: “lavorare per contare non si può dire che sia godere/meglio impazzire che stare qui a vegetare”. In effetti, JL non capisce cosa facciano tutto il giorno gli altri gabbiani e per quale motivo stiano sprecando la propria esistenza. Ciò che egli ama di più, nella vita, è volare. Mentre gli altri si accontentano di piaceri semplici, JL si dimentica persino di mangiare: passa intere a perfezionare il suo stile, per essere sempre più veloce ed eseguire pericolose acrobazie e volteggi. A causa di queste sue ambizioni, verrà prima severamente redarguito e poi letteralmente esiliato dal branco. Tuttavia, non avrà alcun rimorso. JL continuerà a rincorrere il suo sogno, incurante delle opinioni degli altri – un po’ come i protagonisti dello struggente La La Land – fino al giorno in cui due gabbiani – che egli inizialmente crede essere due angeli – non lo verranno a prendere per condurlo in un altro branco, dove tutti amano volare esattamente quanto lui. In questa nuova famiglia, JL incontrerà il suo vero Maestro, che gli spiegherà come vivere sempre qui e ora, consentendogli di superare ogni limite comportandosi come se fosse già arrivato dove desidera essere – immagino che a molti di voi sia venuta in mente la famosa teoria dell’altrettanto famoso “The Secret”, tenete presente, però, che il gabbiano JL è stato pubblicato per la prima volta nel 1970. Evito di svelarvi tutta la trama, di questo racconto mi hanno colpito due temi.

Il primo è il fatto è che JL sembra interpretare la libertà come assoluta assenza di vincoli. Esplicitamente, afferma di non essere libero perché non riesce a superare i limiti che gli sono stati imposti dalla natura. Da un lato, questa ribellione lo rende un personaggio epico – esemplare – perché ci insegna a non demordere, a non ascoltare chi ci dice che non possiamo fare qualcosa, o raggiungere un certo risultato – esattamente come il protagonista di Alla ricerca della felicità insegna al suo piccolo bambino: non devi mai permettere a nessuno di dirti che non puoi fare qualcosa. Dall’altro, questo rifiuto del concetto di limite sembra supporre una concezione rozzamente adolescenziale della libertà. L’essere umano può sperimentare una libertà limitata. La libertà, per un uomo, non è il contrario delle limitazioni: la nostra libertà è naturalmente finita e vincolata. Per questo motivo, pensare di essere liberi da qualsiasi vincolo equivale a pensare di non essere uomini. O di non essere vivi.

Il secondo tema che mi ha colpito di questo racconto è l’idea della reincarnazione alla quale esso allude. Jl vive infatti diversi livelli di consapevolezza. Sebbene egli non muoia mai, la sua anima letteralmente ascende a vette sempre superiori. Come tutti sapete, la metempsicosi è quella teoria per cui ciascuno di noi vive molte vite, incarnandosi di volta in volta in altre e diverse forme. Se la leggiamo così come è scritta, può far sorridere. Non tutti riescono a credere di essere stati, in una vita precedente, un lombrico – o che saranno una farfalla nella prossima. Eppure, ci sono persone convinte di essere già vissute – magari nel XVI secolo – e che l’anima che portano dentro troverà altri corpi da abitare dopo la morte. Consideriamo però che queste teorie possono essere lette anche in senso metaforico e psicologico. Di fatti, siamo tutti costretti a ripetere “all’infinito” gli stessi errori – restare incastrati in un livello evolutivo – fino a quando non troviamo la chiave giusta per guarire – e passare al livello evolutivo successivo. Fino a quel momento, si tratta di continuare a prendere schiaffi da “quella mano, sempre troppo uguale, che non sai evitare” (Ligabue).

Inoltre, ciascuno di noi, nella propria vita, può essere posseduto dalla rabbia, dallo stress, dalla paura, dalla depressione… queste malattie ci costringono a vivere da bestia feroce, da coniglio, o addirittura, da minerale – ci possono portare a non uscire più di casa, a non avere relazioni con gli altri esseri umani. Sino a quando, da soli o grazie all’aiuto di un’altra persona, non riusciamo a rompere il circolo vizioso in cui siamo entrati per arrivare ad una fase superiore – metaforicamente: una vera e propria reincarnazione in un livello evolutivo più alto. Considerando la questione sotto altro e diverso punto di vista, esistono fior fior di studiosi pronti a scommettere che le nevrosi possano trasmettersi geneticamente, così come altre malattie. Ecco allora la reincarnazione: il nonno del nonno aveva paura dell’acqua, lo zio dello zio era bipolare – anche se a quei tempi avrebbero detto solo “strambo” – e il pronipote si ritrova ad aver ereditato quella stessa fobia.  Anche in questo caso, ragionando metaforicamente, possiamo pensare che esista una sorta di metempsicosi. Il Demone della depressione, che tanto aveva fatto soffrire un tuo vecchio avo, è arrivato sino a te per via genetica, adesso tocca a te sconfiggerlo, per consentire alla tua anima di migrare verso un altro corpo – i tuoi figli – libera e più consapevole.

Insomma, Il gabbiano JL è chiaramente una favola, ma offre molti spunti di riflessione. Vi consiglio di leggerlo, perché si tratta di un grande classico della letteratura, perché ha  sicuramente qualcosa da insegnare e perché il libro è corredato da splendide foto di gabbiani.

Voto: 7 e mezzo

Soprattutto, leggetelo se volete riflettere sul vostro stile di volo. Come il libro che ho recensito la scorsa settimana, Il gabbiano JL può essere finito in brevissimo tempo, ma vi lascerà una eredità duratura.

Il Piccolo Principe

“Il Piccolo Principe”, Antoine De Saint-Exupéry, tr.it. “con le illustrazioni dell’autore”, Bompiani, Milano 1995, 125 pp., L. 10,500.

1. Per fortuna che le cose vanno male.
Questo breve racconto – o piccola favola – inizia con un incidente. Il narratore, interno al racconto, è caduto con il suo aereo nel deserto. Dopo alcuni giorni di completa solitudine, incontra il Piccolo Principe, a sua volta caduto sulla terra dal pianeta b. Inizia così a dialogare con questo strano ometto di sei anni, che, raccontandogli del suo pianeta e dei suoi viaggi, gli impartisce una poetica lezione sulla vita e sui sentimenti. L’incipit è dunque una catastrofe. Come a riprendere una antica lezione hegeliana: la filosofia inizia quando le cose vanno male. Se la vita è tutta “rose e fiori” noi non abbiamo alcun motivo per fermarci a riflettere, quando invece le cose non funzionano come dovrebbero, gli uomini si fermano, smettono di lavorare, di costruire, di fare e sono costretti a riflettere, a provare a capire per quale motivo, a un certo punto della propria vita, un certo incidente li ha improvvisamente scaraventati nel deserto.

2. Solitudine.
Questo breve racconto – o piccola favola – parla essenzialmente della solitudine. Il Piccolo Principe ha sei anni, la stessa età in cui l’autore provò a disegnare un boa che non venne capito e apprezzato dagli adulti, e vive solo sul suo piccolo pianeta assieme a una bellissima rosa. Nel momento in cui decide di abbandonare il suo pianeta per esplorare l’universo, incontra sei adulti, che vivono su altrettanti pianeti. Sono tutti soli come lui e non potrebbe essere altrimenti. Alcuni di loro occupano letteralmente il pianeta con il proprio smisurato ego – il re è costretto a spostare il manto per consentire al piccolo principe di sedersi – altri sono troppo presi dagli affari, dalla scienza o dal lavoro per poter stabilire una relazione con un qualsiasi altro essere umano. L’unico uomo con cui il Piccolo Principe riesce davvero a stabilire un rapporto è l’aviatore che ha avuto un incidente, a rafforzare nel lettore l’idea che Antoine de Saint-Exupéry stia dialogando con se stesso. Insomma, il Piccolo Principe potrebbe essere proprio quel bambino che a sei anni dovette subire un trauma – fosse anche solo affrontare il severo giudizio degli adulti – e che ora ha bisogno di parlare, di stabilire un contatto con l’uomo adulto, per consentirgli di crescere e uscire dal deserto in cui è precipitato. Ma come è possibile che ciò accada?

3. (Anti)Liquido.
Il mai troppo compianto Zygmunt Bauman, uno dei sociologi più importanti e conosciuti del XXI secolo, ha basato una buona parte della sua carriera, e del suo meritato successo, sulla categoria della liquidità. La liquidità di cui scrisse Bauman è un concetto molto vicino alla contingenza, alla mancanza di stabilità, alla caducità. Con sguardo acuto e stile cristallino, egli ha ricercato e scovato questa mancanza di permanenza in ogni aspetto della società contemporanea: dal lavoro – un tempo fisso e stabile – ai legami parentali – un tempo sicuramente meno ballerini e complicati di oggi. Insomma, nell’epoca che stiamo vivendo ogni cosa si è fatta liquida, nel senso che tutto è destinato a cambiare con estrema velocità, a scivolare via senza lasciare traccia, come acqua su di un vetro. La teoria di Bauman è, a mio avviso, corretta – non a caso si trova perfettamente in linea con quanto scritto da altri e altrettanto importanti studiosi contemporanei – come, ad esempio, il celebre economista Jeremy Rifkin o il filosofo canadese Charles Taylor. Dal canto suo, il Piccolo principe conosce benissimo questo tema, in fondo, l’incontro con la volpe, che tutti giustamente ricordano come uno dei momenti più importanti di questo breve racconto – o piccola favola – insegna al protagonista l’importanza di ciò che è stabile, fisso, programmato. La volpe spiega al Piccolo Principe che l’amore per la sua rosa non dipende esclusivamente dalla bellezza o dal profumo della rosa. Nel mondo, esistono moltissime altre rose altrettanto belle e profumate. Ciò che rende la rosa speciale è la cura che il Piccolo Principe le ha dedicato nel corso del tempo: è esattamente questo prendersi cura costantemente di qualcuno o qualcosa, questo atteggiamento che oggi, con una parola che è passata di moda, potremmo chiamare “fedeltà”, a rendere speciale quella rosa. D’altronde, la fedeltà e la costanza si trovano alla base dello stesso legame tra la volpe e il Piccolo Principe. La volpe chiede al Piccolo Principe di essere addomesticata e specifica che questo potrà accadere solo con il passare del tempo e con il giusto impegno.

In uno dei suoi splendidi romanzi, Erri de Luca scrive che la parola “mantenere” è bella perché indica, oltre al significato ovvio di tenere fede ad una promessa, il gesto tenero e nobile di tenere per mano qualcuno. Ecco, dialogando con la volpe il Piccolo Principe capisce che non c’è amore senza impegno. Capisce che chi non è in grado di mantenere una promessa è destinato a rimanere per sempre solo.

Conclusioni.
Il cuore viene spesso considerato come se fosse il regno delle emozioni, di tutto ciò che è privo di logica. Al contrario, Pascal ha scritto che conosciamo solo ciò che amiamo. Allo stesso modo, il Piccolo Principe ci insegna che “si vede bene solo col cuore”. Ma il cuore, per poter vedere, ha bisogno di essere “addomesticato”, perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Questa frase viene ripetuta più volte nel corso racconto e ne rappresenta sicuramente il motto più conosciuto e citato, tanto che la bravissima MEG l’ha messa in musica e cantata, con impareggiabile classe e sensualità, nella splendida “Sfumature” dei 99 posse – fatevi un regalo, andate a cercare il brano su YouTube, ne vale davvero la pena.

Voto: 8
Un bellissimo racconto che merita di essere letto e meditato con attenzione.

100libri #1 Il giovane Holden.

Qualche settimana fa ho pubblicato un post in cui criticavo scherzosamente i romanzi di Fabio Volo. Da allora, molte persone mi hanno scritto per chiedermi quali fossero i miei libri preferiti, o, più semplicemente, un consiglio per la lettura. Per questo motivo, ho deciso di pubblicare sul blog la recensione dei 100 testi – romanzi, libri di filosofia o biografie – che vi raccomando vivamente di leggere – o, in alcuni casi, di non leggere. Iniziamo oggi, con una breve recensione de Il giovane Holden.

Il giovane Holden è un romanzo pubblicato da J.D. Salinger nel 1951. Si tratta del più classico tra i “romanzi di formazione”, il punto di vista prescelto dall’Autore è interno all’opera: la voce narrante è quella di Holden – protagonista del libro – che racconta ai lettori cosa gli è accaduto dopo che è stato espulso dal College. Quando ho letto questo libro frequentavo il primo anno del liceo. La professoressa di italiano mi consigliò di leggerlo perché, a suo dire, ricordavo molto il protagonista. A quei tempi lo presi come un complimento – e tale l’ho considerato per anni – adesso mi rendo conto che il giovane Holden è un gran brontolone che prende le cose “troppo sul serio”, non riesce a godersi la sua età perché odia tutto e tutti e che, pur essendo molto arguto, non usa la sua intelligenza per essere felice – meno male che crescendo sono cambiato…

Scherzi a parte, quando avevo quattordici anni mi sentivo molto vicino ai pensieri e ai turbamenti del protagonista del libro. Prima di tutto, perché Holden odia l’ipocrisia: è come se il protagonista del libro fosse dotato di un radar che gli consente di intercettare cinicamente la falsità, ovunque essa si annidi. Questo curioso integralismo della verità risulta perfettamente coerente con la cifra stilistica prescelta da Salinger – la narrazione è così nitida e vera da risultare a tratti commovente. Inoltre, Holden sognava, una volta cresciuto, di diventare The Catcher in The Rye – questo è il titolo originale del libro, un titolo intraducibile in italiano. Quando pensava al suo futuro, egli immaginava che esistesse un grande campo di segale – di quelli con le spighe così alte da non riuscire a vedere cosa sta accadendo a due metri dal naso – e che in quel campo ci fossero molti bambini che giocavano e correvano felici. Holden avrebbe vissuto lì, nei pressi di un burrone, e il suo compito sarebbe stato di bloccare quei bambini che, per sbadataggine, avventatezza o altro, si fossero avvicinati troppo al ciglio: avrebbe dovuto prenderli al volo, prima che cadessero. Aprendo una piccola parentesi sulla contemporaneità: questa immagine mi è venuta in mente pochi giorni fa, quando ho visto al cinema l’ultimo film di Tim Burton il cui protagonista è un “bambino speciale” in grado di “vedere alcuni mostri” che uccidono in un modo orribile le persone – nello specifico, questi mostri vanno a caccia di “bambini speciali”.

Salinger è un grandissimo scrittore, peccato che non abbia pubblicato molto e si sia ritirato a vita privata fuggendo da tutti e tutto – aprendo una seconda parentesi sulla nostra epoca, credo che Stephen King si sia ispirato a lui per il personaggio che apre il bel romanzo Chi perde paga.

Tornado a Holden, il libro è scritto con uno stile estremamente semplice e scorrevole, ma è comunque una grandissima opera letteraria, in grado di mostrare con sapienza i dolori di un adolescente – aprendo una terza e ultima parentesi: a me i pensieri di Holden hanno sempre fatto venire in mente la frase di una canzone dei Nirvana: as my bones grew they did hurt/they hurt really bad (mentre crescevano le mie ossa mi facevano male, davvero molto male). Qualcuno dirà che il vero capolavoro di Salinger non è Il giovane Holden, ma il nono racconto della splendida raccolta “i nove racconti” e io sono parzialmente d’accordo: il nono racconto è, effettivamente, un capolavoro. Ma il giovane Holden è un romanzo, non credo che sia del tutto corretto paragonarlo a un racconto breve. In definitiva, se non avete ancora letto Il giovane Holden mettetelo in cima alla vostra lista, questo libro non può assolutamente mancare nella vostra collezione. Leggetelo se avete meno di venti anni, se volete ricordarvi come era essere adolescenti, se vi piace la letteratura con la L maiuscola, se volete conoscere un’opera d’arte senza tempo che ha incantato almeno tre generazioni di lettori.

Voto: 10

La frase che mi è rimasta in testa, di questo libro, non viene pronunciata da Holden, ma da un professore a cui il ragazzo fa visita dopo essere scappato di casa. A memoria, mi sembra che dica: la differenza tra gli adolescenti e gli adulti è che gli adolescenti vogliono morire per i propri ideali, mentre gli adulti si accontentano di vivere dignitosamente per essi.

State Fuori Dalle Nostre Strade.

Cari amici,
il mio ultimo post sui guidatori che occupano stabilmente la corsia di sinistra (senza mai superare i  37km/h), ha ottenuto molti consensi e scatenato una interessante discussione su quali siano i peggiori automobilisti e/o utenti delle strade. Vi propongo, di seguito, la classifica definitiva.

Al decimo posto: quelli che attraversano in diagonale.
È vero, potete attraversare come volete perché tanto il “pedone ha sempre ragione”, ma siete sicuri che avere ragione sia poi così importante, da morti?

Al nono posto: quelli che scrivono sms mentre guidano.
Se proprio volete rovinare la vita degli altri con la scrittura fatevi assumere da un giornale scandalistico. Se invece siete semplicemente stanchi di vivere, dovreste cortesemente evitare di mettere nei guai altre persone.

All’ottavo posto: quelli che si attaccano al paraurti della tua auto perché non stai andando a 220 km/h.
Ora che vi siete avvicinati tanto e avete letto il numero di matricola sul telaio, credo che potreste anche fare un piccolo sforzo ulteriore e darmi un bel bacino sul portabagagli.

Al settimo posto: i possessori di Smart.
Cerchi parcheggio per sei ore e poi – per colpa delle loro odiosissime Smart – ti ritrovi come i Jalisse dopo aver vinto San Remo: pensavi di aver svoltato, ma sei rimasto con un pugno di mosche.

Al sesto posto: quelli che guidano a sinistra a 37 km/h
Gentili amanti dei 37km/h, ci rendiamo conto che vi piace osservare il panorama mentre trasportate le vostre preziose e delicatissime uova di struzzo, inoltre, riconosciamo che avete tutto il diritto di creare una processione funebre per la prematura dipartita del vostro carissimo criceto Willy, vi pregheremmo, tuttavia, di farlo rispettando il codice della strada: spostatevi – nella – maledettissima – corsia – di – destra.
Non costringeteci, ogni volta, a rifarvi la pettinatura con il clacson. Che non è mai bello.

Al quinto posto: quelli che guidano al centro esatto della carreggiata.
Va bene essere “democristiani dentro”, ma a tutto c’è un limite. Siete come il proverbiale ego di Vittorio Sgarbi: occupate davvero troppo, troppo spazio.

Al quarto posto: quelli che mettono la freccia a destra, ma si spostano leggermente a sinistra mentre guardano lo specchietto retrovisore al centro dell’abitacolo.
Immagino che lo facciate per la privacy. Ad ogni modo, potreste cortesemente tirate giù il finestrino e urlare dove diavolo intendete spostarvi, magari riusciamo a salvare delle vite.

Il podio

Al terzo posto: quelli che non mettono la freccia.
Ma sì, bravi, puntate tutto sull’effetto sorpresa… vedrete che sorpresa…

Al secondo posto: quelle che si truccano mentre guidano.
Ottima idea: sarete le più belle del reparto “grandi traumi”.

Al primo posto: quelli che bevono e guidano.
Su questo argomento mi piace ricordare una perla di grande saggezza che ho letto su di un cartello appeso in un pub: “non guidare, ricordati che devi bere”. Scherzi a parte,  gli inglesi dicono: don’t drink and drive, smoke and fly – non bere e guidare, fuma e vola.

Menzione d’onore.
I ciclisti che viaggiano affiancati  – a gruppi di sei -per chiacchierare.
Credo che ogni commento risulterebbe superfluo.

Premio della critica.
I parcheggiatori abusivi.
Siete inutili e dannosi – come il parmigiano sulla pasta col tonno.

Quello Che Non Vi Ho Ancora Detto.

La scorsa settimana ho dedicato un breve articolo al dibattito televisivo tra Renzi e Zagrebelsky. La mia analisi era incentrata sullo stile comunicativo adottato dal Presidente del Consiglio,  per questo motivo, alcuni lettori mi hanno chiesto di approfondire il discorso e di dedicare qualche pensiero anche al Professore.  Ecco, dunque, il seguito del precedente articolo. Oggi vi racconto come ha comunicato uno dei più autorevoli sostenitori del No.

Incipit.
Zagrebelsky inizia pungolando Renzi sul fatto che al dibattito non partecipi il Ministro Boschi. Con un sorrisetto ironico, chiede a Mentana se può aiutarlo a incontrare il Ministro per le Riforme. Gli brillano gli occhi. Dopo questa battuta, chiaramente preparata e altrettanto chiaramente perdente – considerato il clima che si respira in questo momento  in Italia -, rimprovera a Renzi le vecchie dichiarazioni sui parrucconi e sui gufi. Seconda battuta – anche questa preparata. Fine delle battute. Da qui in poi Zagrebelsky assumerà l’atteggiamento serio, pacato e limpido del docente universitario. Sarà chiarissimo, lineare, cristallino. Ma parlerà come se fosse in aula, come se stesse spiegando come stanno oggettivamente le cose ad un suo alunno – neanche troppo dotato. Lascerà cadere le sue affermazioni dall’alto, con il freddo distacco di un medico che analizza il corpo di un defunto e, mentre lavora, prende appunti sul suo registratore vocale.

Immagini sbagliate e altri momenti di debolezza
Verso la fine del dibattito, Zagrebelsky legge il IV comma dell’art. 117.  Mentre declama il testo della riforma, chino sul libro, con due occhialoni spessi spessi e la pelata  a favore di camera, tira fuori un fazzoletto dalla tasca e si asciuga il naso… Inforca di nuovo gli occhiali per leggere l’art.70. Dal punto di vista mediatico, questa scena è un vero e proprio suicidio. Inoltre, il Professore appare debole e spaesato in almeno altre due occasioni. La prima è quando Renzi rimprovera a Zagrebelsky di essere incoerente, citando un vecchio articolo de La Repubblica e poi chiedendo al Professore cosa avesse votato quando D’Alema propose la sua riforma costituzionale. In entrambi i casi Zagrebelsky non fa una bella figura. Tentenna, balbetta, inizia affermando di non ricordare bene – salvo poi ammettere di ricordare l’intervista citata da Renzi e affermare “probabilmente ho votato no” alla riforma D’Alema. Infine, quando affronta il tema delle elezioni del capo dello Stato, Zagrebelsky sembra in difficoltà nel ricordare i numeri esatti, poi, chiama Renzi “Sig. Presidente della Repubblica”. Un disastro.

Temi  e termini ricorrenti.
Zagrebelsky insiste molto sulla “mancata rottamazione”. Non si capisce davvero cosa c’entri il concetto di “rottamazione”. Il tema è chiaramente politico, suona stonato e fuori luogo. Per questo motivo, Renzi ripete spesso che il Refefendum non è su di lui. Zagrebelsky: “ma certo che non è su di lei”,  Renzi: “e allora non parli di me!” . E poi ancora, la paura di una possibile deriva autoritaria – per il futuro, non immediatamente; il fatto che in democrazia non si vince, né si può usare la parola “capo;”  cinque anni per un solo Governo sono troppi, “oggi con cinque anni si può rovinare il Paese!”; il concetto di corpo e di vestito – non si può mettere un bel vestito su di un corpo deforme – e la critica ai nuovi senatori, perché saranno gravati di un secondo munus – oltre a quello di Sindaci o di Consiglieri Regionali. Zagrebelsky sottolinea a più riprese la parola munus. Un termine tecnico. In latino.

Domande.
Una cosa che mi incuriosisce di più in questo dibattito è la quantità di domande dirette che gli interlocutori si rivolgono reciprocamente. Non capita spesso. Anzi, direi che non capita mai. Di solito è il conduttore a porre il tema e gli intervistati – o i contendenti – a rispondere. In particolare, Zagrebelsky fa moltissime domande a Renzi, solo alcuni esempi: Lei conosce bene la legge della continenza? Lo Statuto delle minoranze sarà approvato dalla Camera eletta col premio di maggioranza, le sembra una garanzia questa? Mi sta ad ascoltare sig. Presidente? Perché mi guarda così? Quanti Governi sono cambiati in 70 anni? Perché Forza Italia ora ha cambiato opinione su di Lei?  Non sono chiaro? Secondo lei sono più importanti le forme o è più importante la sostanza politica?  Le pare che le due Camere facciano la stessa cosa?…  Ad un certo momento, il Professore punta tutto su questa domanda: “Se lei fa una legge sul trasporto marittimo da un lato all’altro del Lago Maggiore, che materia è?”  Renzi evita di rispondere.  Chiaramente rischia troppo, allora sta zitto. Quando pronuncia questa domanda, Zagrebelsky assume il massimo del suo atteggiamento professorale, sembra davvero che stia esaminando Renzi. Le sguardo maligno, i gomiti puntati sulla scrivania, le mani incrociate sul petto. So bene cosa sta facendo: questa è la domanda che rivolgiamo agli studenti che non vogliono accettare di essere stati bocciati. La domanda che serve a chiarire alla persona che stai esaminando che non è preparata come pensava. Renzi prova a svicolare sul numero di autorità portuali che abbiamo in Italia, ma Zagrebelsky lo riprende sottolineando che stava dicendo una cosa diversa, ovvero che intendeva spiegare come non si possa affrontare un tema come se fosse una materia.

Conclusioni.
Zagrebelsky non è stato preparato correttamente per affrontare questo dibattito. Oppure è stato preparato male. Mi rendo conto che il compito era tra i più difficili. Se avesse adottato uno stile comunicativo scientifico, avrebbe inesorabilmente perso audience e presa sul pubblico. Se avesse adottato uno stile comunicativo politico, si sarebbe ritrovato a parlare una lingua che non gli appartiene e che non conosce. A fronte di questa alternativa, è rimasto nella posizione peggiore: a metà strada. Mentre l’altro enunciava i vantaggi di avere meno politici, di abolire il CNEL e di far risparmiare qualcosa allo Stato, Zagrebelsky insisteva sul fatto che una materia non è un tema, sulla differenza tra “maggioranza dei presenti” e “maggioranza dei componenti”; sul fatto che in democrazia non si possa usare l’espressione “vincere le elezioni” – per non parlare del doppio munus dei nuovi senatori. La massima distanza tra i contendenti l’abbiamo misurata nell’appello finale. Nel momento più importante del dibattito, Zagrebelsky ha affermato: “La riforma non funzionerà: o il senato non conterà nulla o, se conterà qualche cosa, creerà molte più difficoltà di quanto non sia oggi […] Se verrà respinta, chi ha detto che non si possa fare qualcosa di più semplice?”. Proprio così. Renzi ha parlato di “superare la nostalgia e andare incontro al futuro per evitare che l’Italia diventi un museo”, Zagrebelsky ha affermato: “Chi ha detto che non si possa fare qualcosa di più semplice?”. Una bellissima immagine che sicuramente resterà impressa nella mente degli italiani. Convincendo tutti a votare “sì”.