Il Re del Nulla – Seconda Parte

La regola della sigaretta, ovviamente, funziona. Non facciamo in tempo a fare due tiri che già il 512 imbocca la via ed avanza verso di noi sbuffando e cigolando sulle sue vecchie sospensioni. Lento e inesorabile, come il destino. Riccioli d’oro si libera della  sigaretta velocemente, lanciandola in diagonale, con il polso morbido, come se dovesse scrollare via l’acqua dalle dita. Io, invece, allargo platealmente il braccio, sospiro, e poi la lascio cadere per terra in verticale, come un bomba. Poi infierisco con la suola delle scarpe. Se ci pensate, vi renderete conto che maschi e femmine fanno un sacco di cose in maniera tremendamente diversa, altro che no. Riusciamo ad entrare nel carro bestiame. Ci ritroviamo promiscuamente schiacciati contro il corpo di altri fortunatissimi utenti del trasporto pubblico romano. Siamo al limite della decenza. Ad esempio potrei fare la radiografia di tre o quattro persone attorno a me: il pisquano che si trova qui davanti deve aver fatto una colazione abbondante e ora ha i reni gonfi come un canotto. Invece, dietro di me c’è qualcuno che spinge come se stessimo per entrare allo stadio, o a un concerto rock. Peraltro, è molto felice di essere qui oggi. Immagino che uno di questi giorni mi ritroverò diecimila lire infilate nei boxer. Come mancia.

Insomma non posso muovere mezzo muscolo. L’unica cosa che riesco a fare è scambiare qualche sguardo di intesa con Riccioli d’oro che emerge e scompare da dietro uno zaino pieno di  FUAN e di slogan fascisti. Mi consolo leggendo perle di antica saggezza metropolitana, messaggi in una bottiglia che qualcuno ha voluto lasciare qui per me, tatuaggi incisi con l’uniposca sulla pelle di questo antico mostro. In sfregio all’autorità costituita. Iniziamo con un grande classico: “Se la Lazio è magica, cicciolina è vergine”, proseguiamo con un immaginifico “Ti ho servito il mio cuore bollito su fettine di culo, ma tu c’hai trovato un pelo sopra”, per arrivare ad un ben più allarmante e criptico “L’ingegnere del quinto piano è pazzo come la morte”. Tra tutte queste simpatiche facezie spicca la mia preferita: “Mr. Dado sei il più figo di tutti” condita da una miriade di cuoricini e punti esclamativi. Opera mia, ovviamente. Ne vado parecchio fiero altro che no. La riconosco dal modo in cui sono fatti i punti esclamativi. Ad esempio c’ho messo una settimana a imparare la calligrafia delle sbarbine e ora le mie scritte con l’uniposca rosa sembrano opera di una quattordicenne con gli ormoni impazziti. Dissemino questi messaggi sugli autobus e nei bagni – scuola, mac donald’s, discoteche…  Date retta a me, niente funziona più della pubblicità positiva.

Scendendo dal mezzo, saluto con lo sguardo Riccioli d’oro, che mi ricambia con un sorriso e prosegue la “corsa” verso il suo liceo. Dopo quindici minuti di camminata raggiungo il portone della scuola dove incontro il Pelo, il Chris, l’Orco e il Fly.

Io:”Bella ragazzi”
Todos: “Bella Mr.”.
Fly: “Pare che ci sia la supplente di Inglese”.
Io: “Ma dai! Mitico! Je famo la lente? Tocca a Pelo.”
Pelo: “Veramente toccherebbe al Mr., io l’ho fatta l’anno scorso al supplente di matematica, mortacci vostra, e mi sono pure beccato la materia a settembre”.
Chris:”A parte che la materia te la sei beccata perché sei una caaapraaaaa, secondo me ha ragione il Mr., sta a te fare la lente”.

La lente è uno scherzo che ho inventato io assieme al Chris, nelle lunghe giornate estive fatte di noia e biliardo. Funziona in questo modo: andiamo in un bar, in un supermercato o  in un altro luogo pubblico affollato, assieme a tre o quattro amici. A un certo punto, uno di noi molla una pacca sulla spalla del protagonista che urla disperato: “Noooo! M’hai fatto cascà la lente, mio padre m’ammazza!”. Iniziamo quindi a cercare la lente. Dopo una decina di minuti, almeno venti persone si ritroveranno con la schiena china e lo sguardo per terra, nella spasmodica ricerca di una lente che non esiste. Se non vi fa ridere non dovete preoccuparvi. Non è esattamente uno scherzo. Facciamo queste cose per vedere come reagiscono gli estranei. Non riuscite ad apprezzarne il fascino? Non c’è problema. Anche i dadaisti, all’inizio, non furono capiti. Ad ogni modo, a scuola lo facciamo quando c’è un supplente. Se va bene, riusciamo a perdere anche mezz’ora di lezione.

Nel bel mezzo della discussione interviene autorevole il Fly: “La lente la deve fare Bara perché ha saltato le ultime due adunate a casa mia senza un valido motivo e merita di essere punito”. Bara accetta senza battere un ciglio. Tuttavia sostiene che questo incarico lo esonera dal condividere col gruppo la prossima versione di latino. Nasce dunque una accesa discussione sui termini del nostro Sacro Regolamento quando si palesa dal nulla il buon vecchio Acido.

Acido è un ragazzo del III D famoso in tutta la scuola per due motivi. Il primo è che è stato bocciato per tre anni di fila in terzo. Il secondo è che è sempre completamente fumato, bevuto o comunque sia fatto di qualcosa di cui non riesce a ricordare o pronunciare il nome. In mano, ha una lattina con una fessura in stile salvadanaio. Cappellino di lana viola, camicia extralarge da taglialegna di Seattle, scarpe da basket, jeans scoloriti che probabilmente non hanno mai visto tempi peggiori. Bianco come un cencio, magrissimo, ha la faccia piena di brufoli.

Acido: “Bella raga, sto facendo la colletta per smettere di farmi. Non è che voi potete darmi una mano?”
Orco: “Come scusa?”
Acido: “Che sei deficiente? T’ho detto che voglio farla finita con la droga… cioè te sto a dì se voi potete chenneso aiutarmi… magari v’avanzano cinquecento lire.”
Orco: “E che ci devi fare?”
Acido: “Una cosa che mi ha insegnato mio cugino, dice tu prendi una lattina e ci metti dentro i soldi tutto l’anno, alla fine dell’anno apri la lattina…”
Chris: “E c’hai finalmente i soldi per andare in clinica a disintossicarti.”
Acido: “Naaaaa, se tutto va bene c’ho abbastanza soldi per comprarmi una dose spaziale. Metto su un pezzo dei Nirvana e B O O M, vi mando tutti a cagare”.

Restiamo per un lungo momento a guardarlo come si guarda un’equazione di secondo grado.

“Svegliaaaaaaa, è una battuta! Ahahah. Mio cugino dice che questo è l’unico modo per smettere”.

A quel punto, suona la campana.

Il Cuore della Questione

Sono le 7.45 di mattina di un livido lunedì 21 settembre. L’aria che si respira per strada è pulita, frizzante. Soffia un giocoso vento autunnale che si diverte a fare i mulinelli con la spazzatura. Una busta di plastica danza ipnotica davanti ai miei occhi come in quel film americano che abbiamo visto tutti. Se non ricordo male, il protagonista diceva che quella busta era di una bellezza commovente. Io vedo solo una busta che svolazza in una grigia strada di periferia e mi domando cosa li paghiamo a fare gli spazzini. Ma si sa che noi giovani siamo cinici per colpa degli hamburger e dei videogame. Alla fermata c’è un congruo numero di dannati in attesa del bus, come me. Per un attimo temo di non essermi coperto abbastanza, ma forse è solo una questione di orario e quando usciremo da scuola farà ancora caldo da sudare altro che no. Ad esempio due giorni fa ero a casa del Fly con l’Orco, Bara, il Chris e tutti gli altri. A un certo punto il Pelo dice: c’avete mai pensato a quanta parte della nostra vita perdiamo aspettando il 512? Abbiamo immediatamente sospeso il torneo di playstation e ci siamo messi a fare due conti. Alla fine è saltato fuori che perdiamo circa quindici giorni l’anno aspettando che arrivi questo maledettissimo autobus. Siamo rimasti di sasso. A voi sembrano pochi. Ma la verità è che perdere quindici giorni l’anno aspettando che arrivi l’autobus per andare a scuola è un crimine contro l’umanità.

Che poi mio padre dice che i mezzi pubblici sono carri bestiame. E c’ha pure ragione. Però di comprare il motorino non c’è verso perché Romaèunagiungla e devi avere mille occhi. Ad esempio con la macchina puoi anche fare un incidente e non succede nulla mentre col motorino setitoccanovoli. Lui però da giovane ce l’aveva, il motorino. Ma quelli erano altri tempi. Le strade erano deserte, il giornale costava centocinquanta lire e potevi anche fare il bagno nel Tevere. Cosa ci volete fare, il futuro non è più quello di una volta. Il risultato è che quando posso rimedio uno strappo da Bara – che invece il motorino ce l’ha perché i genitori sono divorziati e c’hanno i sensi di colpa quindi lo viziano. Lo so che in teoria non si potrebbe andare in due. Ma noi non andiamo in due, andiamo in quattro. Ad esempio, davanti, ritto come un totem, mettiamo il basso di Bara, poi c’è Bara, dietro a Bara ci sono io, aggrappato con una mano alla sua vita, mentre con l’altra reggo la chitarra elettrica. Siamo i veri supereroi contro la municipale altro che no. Bara dice che se ci dovessero mai fermare, suo padre inventerebbe una bestemmia così elaborata che lo chiamerebbero in Vaticano per avere delucidazioni.  Alle volte sospetto che a lui invece farebbe piacere, se ci fermassero, ci sequestrassero il mezzo e tutto quanto… Arriva il bus. Finalmente. Mi stacco indolente dal palo. Faccio due passi, giusto il tempo di piazzarmi al centro della carreggiata e mettere a fuoco il numero del mezzo pubblico che procede con strafottenza verso di me, sbuffando e ansimando come un dinosauro dal fondo di Via di Grotta Perfetta. Ora posso leggere chiaramente la cifra: 5.1.8. Palo.

Mi sembrava strano che proprio oggi arrivasse in orario. La verità è che il 512 non arriva mai, se lo aspetti. Credo che questa sia una ben precisa regola che è stata stabilita da qualche parte, in una di quelle oscure stanze del potere accessibili solo a chi ha superato i venti anni di età, guida la macchina, lavora e può permettersi di fare praticamente tutto quello che vuole nella vita altro che no. Me li immagino mentre discutono nella loro assemblea annuale degli uomini liberi.”Signori, vi prego, un attimo di silenzio:  parliamo dei pivelli, quanto li facciamo aspettare alla fermata del bus? Io propongo che aspettino almeno mezz’ora. Dobbiamo fare in modo che non dimentichino mai quale è il loro posto nella società. Di fatti, a loro è stato assegnato l’ambito posto dei quasiultimi.  Subito dopo le  badanti, ma un gradino più in alto dei raccoglitori di pomodori. Ultimi no, altrimenti potrebbero illudersi di contare qualcosa. Mi raccomando, signori, il cuore della questione è il quasi.”. Non sto male, no, sono solo un po’ stressato. Il fatto è che a sedici anni sei il re del nulla: troppo giovane per essere libero come un adulto e troppo grande per essere viziato come un bambino. Ad esempio perdo circa quindici giorni l’anno aspettando che arrivi un carro bestiame. Voi come vi sentireste, al posto mio?

Del 512 non c’è neanche l’ombra, in compenso, arriva riccioli d’oro. Finalmente. Le sorrido guardandola dritto negli occhi. Anche lei sorride e abbassa lo sguardo. Tuttavia, a differenza delle sua amiche non lo fa per controllare quali scarpe ho ai piedi. Vuoi perché riccioli d’oro è diversa, vuoi perché sa benissimo che anche oggi ho messo le solite scarpe da ginnastica da 19 euro e 90 centesimi. In saldo. Compro sempre le stesse scarpe da tre anni. Lo sanno tutti. Ho iniziato a farlo quando i miei coetanei hanno iniziato a salutare solo chi aveva le scarpe di un certo tipo. Roba che tu li saluti e loro ti guardano i piedi prima di rispondere. Questo è uno dei motivi per cui i miei coetanei mi fanno schifo e compassione allo stesso tempo. Cosa ci volete fare, noi adolescenti siamo capaci di emozioni complesse. Fatto sta che riccioli d’oro mi lancia uno sguardo complice e mi chiede se ho da fumare.

Le sorrido allungandole il pacchetto, sappiamo tutti e due cosa sta per accadere, perché la regola è che il 512 non arriva mai. A meno che tu non abbia appena acceso una sigaretta. (continua…)

Facciamo La Pace

Cari amici, non avrei mai creduto che il mio post sui romanzi più venduti in Italia avrebbe attirato tanti consensi e sollevato altrettante polemiche. Ho pensato che fosse necessario scrivere questo breve articolo per provare a chiarire il mio punto di vista. Prima di tutto, perché i vostri commenti sono stati – come sempre – estremamente interessanti e colmi di spunti di riflessione. In secondo luogo, perché sentivo la necessità di fare pace con quei (pochi) utenti che si sono sentiti personalmente offesi, tanto da prendersi la briga di scrivere commenti polemici, diffamatori o persino minacciosi.

Per chi di voi non l’avesse ancora letto. Stiamo parlando di questo post.

Romanzi

Come si evince sin dalle primissime proposizioni, il tono del messaggio è ironico, umoristico, volutamente iperbolico.  Eppure, amici miei, tutto questo non è apparso ovvio ad alcuni utenti che mi hanno severamente redarguito. Proverò a dividere questi agguerriti polemisti in tre categorie.

1) Sta parlando di me!
Ogni volta che un post supera i mille like, puntuale come l’influenza a novembre, arriva un utente che pensa che io abbia scritto qualcosa contro di lui, contro la sua ragazza, la sua famiglia o il suo condominio. Lo riconosco subito perché il suo commento inizia con “Io”. “Io leggo tutti i libriiiiii!!11!!!!!”; “Io sono una……. persona di kulturaaaaa”; “Io non mi permetto di dire alli altri quello che devono da fareeee!?!??!?!” (Per carità, lo fai solo con me. Ho l’esclusiva sulla tua protervia). Caro utente che scrivi “Io”, devo darti una bruttissima notizia. Siediti. Ti pregherei di fare i conti con questa cruda realtà: oggi, qui, tutti noi, non stavo parlando di te. Ti prometto che in futuro lo faremo. Ci metteremo d’accordo e faremo un sit in sotto casa tua, così potrai tenere una conferenza stampa, raccontarci quali libri leggi e perché. Sino ad allora, però, promettimi tu una cosa: fatti curare, da uno bravo.

2) “Compagno Saraceni”.
Ogni volta che un post supera i mille like, puntuale come una zanzara ad agosto, arriva un utente che intravede un losco significato politico. Mi dispiace deludervi, ma la mia pagina non è politicizzata. La riprova è che sino ad oggi ho litigato con tutti. Dai grillini ai piddini ai pidellini ai vegani ai nazifascicomunisti. Tutti si sono offesi e tutti si sono sentiti chiamati in causa. Questa volta sono intervenuti per difendere l’onore di Gasparri, in passato è accaduto con Salvini, Renzi e la Meloni. Per non parlare della ragazza che si era offesa perché avevo scritto “Virginia” – invece di scrivere “Onorevole Sindaca di Roma”. Per fortuna, il giorno dopo la stessa Raggi disse ai giornalisti: “chiamatemi Virginia”. Cosa volete che vi dica? Questa è gente che sniffa le scie chimiche. Non combattiamo a armi pari.

3) Il pezzo di carta.
Ogni volta che un post supera i mille like, puntuale come le tasse, arriva un utente che si attacca a una parola, a una virgola, a una particolare interpretazione, ignora deliberatamente il significato complessivo del post, passa beatamente sopra il contesto, mi riempie di commenti saccenti e mi costringe a bannarlo. In questo caso, la pietra dello scandalo è stata la mia sacrilega battuta sulla “università della vita”. Amici miei, si tratta di un banale luogo comune. I miei strali non erano rivolti alle persone che non hanno una laurea – ci mancherebbe – ma a quelli che usano questa stupida definizione sperando di risultare originali.  Siamo perfettamente d’accordo sul fatto che ci sono persone senza la laurea che sono molto più colte e intelligenti di persone con la laurea – ma, evidentemente, non scrivono commenti saccenti sul mio profilo.

Infine, su consiglio dei miei amici, del mio avvocato e del mio terapeuta, vi propongo la mia sentita lettera di scuse.

Avete tutti ragione, ho esagerato e me ne scuso. Sto diventando snob. Spocchioso. Saccente. Odioso. Ecco, la verità è che io sto diventando odioso. Questa è l’ultima volta che mi permetto di criticare qualcuno o qualcosa.  Spero che accettiate le mie scuse e torniate a leggere le istruzioni per decalcificare la lavatrice. Saranno sicuramente più interessanti degli insulsi romanzetti che comprate la domenica mattina, all’autolavaggio. Comunque sia, da oggi in poi vi consiglio di scrivere sul vostro profilo che avete studiato alla “Facoltà degli Idioti”, perché “Università della Vita” è generico e potrebbe dare adito a soverchie polemiche.

Allora, che ne dite, pace fatta?

Pace.jpg

Una Inesorabile Rivoluzione Silenziosa

Il 3 marzo del 1991 Rodney Glen King venne fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità. Alle 12.30 della mattina, due agenti della stradale notarono che la sua auto andava troppo veloce ed intimarono al conducente di fermarsi, ma King, che di lavoro faceva il tassista ed aveva paura di perdere la licenza, decise invece di accelerare. Iniziò così uno di quegli inseguimenti che abbiamo visto tante volte in televisione, con ben quattro macchine della polizia e tanto di elicottero coinvolto. Quando finalmente riuscirono a fermarlo ormai era calata la notte. Dall’auto scesero due passeggerei e, da ultimo, lo stesso guidatore. Nessuno di loro era armato. Nessuno di loro provò a fuggire. King fece tuttavia l’errore di consegnarsi alla polizia ridacchiando. Con la mano, salutò ironicamente l’elicottero che stava volando sulle loro teste.
Per immobilizzarlo, i poliziotti utilizzarono due volte il taser -uno strumento che emette un forte scarica elettrica. Quando provò a mettersi in ginocchio, due di loro presero a manganellarlo contemporaneamente, mentre un terzo gridava di utilizzare colpi violenti – power strokes. King cercò nuovamente di rimettersi in piedi, ma l’agente Koon ordinò ai suoi uomini di tornare a colpire con forza “spalle, ginocchia, polsi, anche”. Il corpo di King venne quindi raggiunto da 33 colpi di manganello che, assieme ai sei calci ricevuti, gli procurarono undici fratture in diverse parti del corpo e danni cerebrali permanenti. Infine, otto agenti di polizia gli furono addosso, gli misero le manette e lo lasciarono con il volto rivolto al suolo ad aspettare l’arrivo dell’ambulanza.
Come faccio a sapere tutte queste cose? Semplice, le ho viste.
George Hollyday, un videoamatore americano, riprese l’intera scena dal suo balcone.
“Videoamatore” era il nome che davamo, negli anni novanta, a chi portava sempre con se una videocamera. Non vi fa riflettere il fatto che questa parola, oggi, non abbia più alcun senso?
Il video del pestaggio di King fu trasmesso dalla televisione e sconvolse l’America. Seguirono giorni e giorni di sommosse e scontri con la polizia. Los Angeles fu letteralmente data alle fiamme. Quando, grazie all’impiego dell’esercito, della guardia nazionale e dei marines, l’ordine fu finalmente ristabilito, il risultato finale fu di cinquantatre morti, duemila feriti, settemila incendi e più di un milione di dollari di danni.
A tutto questo ho pensato pochi giorni fa, quando un afroamericano è stato ucciso nella sua macchina dalla polizia. Immediatamente dopo l’omicidio, la fidanzata era già in diretta su Facebook. In quel video, possiamo vedere il corpo sanguinante del suo uomo, vediamo la bambina agitarsi nel sedile di dietro e vediamo soprattutto l’agente di polizia che urla e punta la pistola contro la donna.
L’agente di polizia punta la pistola contro la donna.
La donna punta contro l’agente di polizia il suo telefono cellulare.
Vorrei essere chiaro. Non sto cercando di dare alcun giudizio sulla condotta della polizia. Ci sono molte cose che sfuggono al nostro sguardo. Cose che non si possono giudicare da un filmato, per quanto possa sembrare chiaro ed autoevidente – come, ad esempio, le procedure da rispettare nel caso in cui la persona fermata non collabori, il dubbio – più o meno legittimo e fondato – che quella persona abbia un’arma o il numero di agenti che muoiono o vengono feriti annualmente perché non prendono tutte le precauzioni del caso. No, non è questo il punto.
Quello che mi interessa è provare a riflettere con voi su quel confronto, davvero iconico, tra la pistola e il cellulare. Ciò che mi interessa è riflettere su ciò che è accaduto in questi ultimi anni. Stiamo assistendo ad una rivoluzione storica, epocale. I nativi digitali non se ne rendono conto, non hanno idea di quale sia il problema e non possiamo pretendere che ne restino affascinati: sarebbe come pretendere che i pesci si stupiscano perché vivono in acqua. Tutti gli altri si limitano a scuotere il capo, dicendo cose del tipo “ai miei tempi andavamo a giocare a pallone nei campi, invece di passare ore davanti al computer”. Nel mentre, un ragazzo di 32 anni viene corteggiato e ricevuto dai più importanti Presidenti e Capi di Stato del mondo; il Governo degli Stati Uniti è costretto a ricorrere agli hacker per farsi sbloccare l’Iphone di un criminale…
Il potere sta passando di mano.
Lentamente, silenziosamente, inesorabilmente.
Dagli Stati Sovrani ai Social Network.
Se è vero che per la maggior parte del tempo noi usiamo i social per condividere selfie, per giocare a candycrush o diffondere insulse catene; se è vero che quasi tutti stiamo cadendo vittime del divismo, dell’egocentrismo e dell’ipocrisia, è anche vero che ogni giorno usciamo di casa con sei miliardi di persone in tasca.
Tutto questo ci rende infinitamente più liberi.
E soprattutto sicuri.
Consentitemi di concludere con tre brevi citazioni musicali
E’ successo a brother Rodney King, colpevole del crimine di esser nato nero nella buia capitale dell’impero del denaro. Colpo su colpo, battuto come un polpo, legato, incaprettato e trascinato per lo scalpo documentato, l’hanno filmato, pagine d’odio scritte sul selciato, vergate col sangue di un uomo innocente, impotente, che con quei bastardi non c’entrava niente, ma cara gente quotidianamente, succede anche in Italia, ma non si sente” – Libri di Sangue, Frankie H-NRG.
Un sogno fantastico prende espressione, quando i ribelli entrano in comunicazione” – Si può fare così, Assalti Frontali.
“L’unico miracolo politico riuscito in questo secolo è stato fare sì che gli schiavi si parlassero, si assomigliassero, perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. Però succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono, magari poi riconoscendosi succede che gli schiavi si organizzano. E se si contano, allora vincono” – Kunta Kinte, Daniele Silvestri

Ikea. Tra Democrazia e Populismo

Ikea dista meno di due chilometri da casa mia, posso andare e tornare a piedi. Di fatti capita che vada anche solo per fare una passeggiata e stare al fresco.  Ogni tanto mi lascio tentare dalle offerte del settore ristorazione, del tipo: primo, dessert e bibita a 1 euro e 98 centesimi, oppure: cappuccino e torta al cioccolato a 95 centesimi. Lo so, è una follia: il masochismo alimentare resta una delle cento psicosi con le quali continuo a combattere da anni. Il mio analista dice che lo faccio perché amo il pericolo – e di solito aggiunge che sarebbe più salutare fare un corso di sopravvivenza in Nepal. Mia madre,  sicuramente in maniera più incisiva, mi chiede se proprio non potevo drogarmi come tutti gli altri. Ad ogni modo, queste sono considerazioni di persone pavide. Non vado di certo da Ikea per mangiare. Io vado da Ikea per guardare i prodotti e la gente – come ha detto qualcuno “il più grande spettacolo al mondo”. Mi piace osservare i clienti: giovani coppie che stanno arredando la prima casa e litigano a morte per il colore del divano, mariti rassegnati e tristi che ciondolano dietro alle mogli come bambini che aspettano la fine della messa per andare a giocare a pallone, famigliole già formate, famigliole in corso di formazione… si respira anche tanta energia positiva: bambini e pupi urlanti, persone sudate che spingono, file chilometriche alle casse… Oggi sono andato a fare la solita passeggiata, quando, di fronte alla libreria BrExit una voce dietro di me ha detto:

D. – “Bella Professò!”
G. – “Come, scusi?”
D. – “Sei te vero? Daje che sei te… annamo male… la pizza ar formaggio…”
G. – “La cosa? Ah, si, certo, mi hai beccato. Piacere.”
D. – “Lo sapevo! Florianaaaa Floooriaaaaaana viè un po’ a vede che è come te dicevo io. O vedi? O vedi chi è?”

Floriana arriva di corsa, tutta trafelata nel suo vestito macedonia. Se possibile, è più imbarazzata di me dalle urla selvagge del marito. Si passa una mano nervosa tra i suoi copiosi ricci rossi.

F. “Ma che te urli! Ma che figura me fai fa’?”
D. “Professò, io so’ Daniele e lei è mi moje Floriana”.  Daniele propende il braccio destro verso di me. Il sorriso sincero, la manona aperta e tesa a raggiera, come se dovesse parare un rigore. La moglie si limita ad abbassare lo sguardo e sorridere.

D. “Aho mi moglie nun ce voleva crede! Allora Professò?” – pacca sulla spalla –  “Sei un grande eh, te seguimo sempre! L’ultima cosa che hai scritto sul referendum c’ha fatto letteralmente sdrajà. Pure al lavoro: se semo ca-ppo-tta-ti! Sentì un po’, ma perché nun se famo quattro chiacchiere  io e te, mentre lei sceje e’ ssedie?”
G. “Mah veramente, non saprei… avrei un articolo da correggere…”
D. “Daje Professò, che je fa? Se pijamo na cosa ar bar… oggi ce sta la crostata di more”.

Dopo circa trenta secondi siamo seduti ad un tavolino del bar. Daniele si limita al caffè, io prendo anche tre fette di torta. Come dico sempre: non ho nessuna intenzione di vivere da malato per morire da sano.

D. Allora… dicevamo, sta cosa del referendum… ma te sei proprio sicuro che è meglio in Inghilterra?
G. In che senso?
D. Nel senso che quelli se stanno già a magnà le mano. Oggi c’era scritto sul giornale che stanno a fa’ na petizione per torna’ a vota’.
G. Si, ho letto. Io però non mi riferivo all’esito della votazione. Vedi, non è così ovvio che uscire dall’Unione Europea sia un cattivo affare. Non è ovvio che sia una cosa buona. L’unica cosa certa, in questo momento, è l’incertezza.
D. Come er mercato della magica Roma… qua nun se capisce niente, chi compramo… chi vendemo…

G. Appunto, credo che gli esiti potremo forse valutarli tra qualche tempo. Io mi riferivo alla forma del quesito referendario.
D. Vabbè, ma a parte sta forma, nun te sembra strano che quelli facciano votà i cittadini su una cosa così seria e complicata? Io, in questi giorni, ho sentito Floris, Servegingi, Saviano, insomma tutta gente de un certo calibro… dicheno che c’è un problema de populismo. Nun sarà che c’hanno ragione?
G. Non saprei, perché dovrebbero avere ragione?
D. Ma perché la gente sono ignoranti! Guarda al limite me ce metto pure io. Ma che ne sappiamo noilagente se è meglio stare dentro o fuori l’Unione Europea. So’ questioni di bilancio, de politica internazionale, insomma, cose  grosse professò! So’ cose complicateeee….
G. Invece il divorzio era una cosa semplice? L’aborto era una cosa semplice? La sperimentazione sugli embrioni e la fecondazione assistita?

D. Vabbè che c’entra… quella è morale, è più facile: ciascuno decide come je pare basta che nun dà fastidio a l’altri…
G. Quella non è morale. Quello è il libero mercato.
D. In che senso er mercato?
G. Niente, non ti preoccupare. Volevo dire che la riflessone (bio)etica può essere anche più complicata e spinosa di quella economica, ci sono intere biblioteche da studiare… Comunque, mettiamo da parte l’etica: e le trivellazioni? L’acqua pubblica? Come mai su quelle cose si può votare?

D. E infatti ti dico che secondo molti di questi insigni studiosi non si dovrebbe votare neanche in quei casi. Mi dispiace professò, però secondo me c’hanno ragione: la gente sono tutte capre.
G. Però la gente possono votare alle elezioni politiche…
D. Eccerto, tojice pure quelle…

G. Quindi è normale che la gente decida quali forze politiche avranno in mano il Governo del Paese,  è normale che scelga il Sindaco, mentre non può decidere se è meglio stare dentro o fuori l’Unione Europea?
D. Nullo so più professò, me stai a fa’ venì un mar de testa… Aspetta aspetta… – si gira e rigira di scatto – sbrigate che sta a tornà Floriana… so’ sicuro che come arrivamo a casa me interroga. Damme na mano…. insomma te come la vedi tutta sta storia…se dovessi dillo facile come quando scrivi su feisbuk?

G. La democrazia è na bella cosa. Ma solo si votamo come dicheno loro.